Mercurio: rimedio o malattia?

il mercurio ha trovato impiego terapeutico e solo in tempi recenti ne è stata dimostrata la tossicità

Mercurio e composti di mercurio sono stati usati abitualmente nella terapia della medicina allopatica per secoli. Il mercurio, fin da tempi remoti, ha suscitato interesse e curiosità, forse per il suo insolito aspetto: il suo colore ricorda quello dell’argento ed è il solo metallo che si presenta liquido a temperatura ambiente.
Il suo nome deriva da quello del pianeta Mercurio, con cui gli alchimisti mettevano in relazione il metallo. È citato per la prima volta da Teofrasto nel 300 a.C. ma è stato ritrovato in tombe egizie del XV sec. a.C. ed era noto in età altrettanto antiche in Cina e India; già nei primi tempi del suo uso erano conosciute alcune sue proprietà terapeutiche.

Gli effetti dell’inalazione del vapore di mercurio e degli effetti tossici dell’ingestione furono descritti per la prima volta da Dioscoride (c.40-c.90 dC), un chirurgo dell’esercito greco al servizio dell’imperatore romano Nerone (54-68 dC). Dioscoride compilò la prima farmacopea, De Materia Medica, descrivendo quasi 600 piante insieme a sostanze chimiche usate in medicina. Lo studioso e medico persiano Ibn Sīnā, noto come Avicenna (980-1037), ha documentato paralisi, cecità, spasmi muscolari, alito cattivo e tremori a seguito della respirazione di fumi di mercurio.
Stranamente, per secoli e secoli, si ritenne che il mercurio ed i suoi composti avessero proprietà benefiche: fu usato come farmaco e cosmetico. Il mercurio e i suoi composti sono stati applicati localmente, inseriti, iniettati, ingeriti e inalati.

Il mercurio fu molto utilizzato dal medico e alchimista Paracelso, che introdusse farmaci elaborati nel suo laboratorio: l’utilizzo di sostanze metalliche e minerali – in particolare l’antimonio e il mercurio – per la preparazione di farmaci segnarono una novità importante, nonostante i pericoli per i pazienti. Il mercurio, ad esempio, pur essendo una sostanza velenosa, era usata come unguento nelle malattie della pelle e considerata il miglior trattamento per la sifilide. Nel XVI secolo, l’inalazione di mercurio divenne una terapia popolare per la sifilide, nei cosiddetti “Ospedali degli Incurabili” che si erano diffusi in quasi tutte le città, e rimase in uso almeno fino al 1928.

Museo “Tommaso Campailla” che conserva le stufe e il teatro del medico e filosofo settecentesco, nell’antico palazzo del XVI secolo che accoglieva il primo ricovero della città, il Santa Maria della Pietà, poi trasformato in “sifilicomio” e infine in ospedale

Da segnalare ad esempio l’utilizzo del mercurio per inalazione, tramite le botti (o stufe mercuriali) ideate da Tommaso Campailla (1668-1740): i pazienti, completamente all’interno della botte, potevano respirare la miscela di mercurio e incenso, che agiva in modo sottocutaneo, uccidendo i germi diminuendone la carica patogena; spesso si ottenevano delle guarigioni, a volte anche definitive, che, all’epoca, venivano considerate quasi miracolose.

“[…] Dopo la cura mercuriale col metodo Campailla, si può assistere a delle rinascite complete di individui ridotti in condizioni impressionanti di cachessia o con lesioni tali da rendersi impossibile qualsiasi intervento curativo per via percutanea o ipodermica”

La fotografia (fonte: The Burns Archive Photo of the Week) mostra un inalatore di mercurio degli anni ’20. Non stupirà, quindi, scoprire che fino a tempi relativamente recenti, l’intossicazione da mercurio, ossia l’idrargirismo, era di frequente riscontro.

Alla fine degli anni ’10, una rinascita dell’inalazione di mercurio per il trattamento della sifilide ha portato i ricercatori a conoscere i veri effetti del mercurio inalato sul corpo. I medici consideravano la terapia inalatoria come il modo più semplice, sicuro, meno dannoso e più piacevole per somministrare il mercurio.

Il medico di Brooklyn Jacob Gutman, preoccupato per il crescente numero di medici che curavano la sifilide raccomandando la terapia e la mancanza di studi sull’inalazione, iniziò uno studio utilizzando cavie. I risultati furono drammatici. All’esame macroscopico post mortem, il tratto gastrointestinale mostrava i maggiori cambiamenti con marcata congestione e i reni erano ingrossati con evidenti cambiamenti diffusi nel parenchima. Nel 1923 pubblicò le sue scoperte sull’American Journal of Syphilis, “Gli effetti dell’inalazione di mercurio sull’organismo”, mostrando chiaramente gli effetti distruttivi dell’inalazione di mercurio. Alla fine degli anni ’20, i cambiamenti patologici nel rene dovuti al mercurio attraverso tutte le vie di somministrazione furono definitivamente stabiliti.

La sifilide, nuova pestilenza del Rinascimento

Anche nel periodo rinascimentale come in quelli precedenti, le “pestilenze” e continuarono ad infierire, mietendo migliaia di vittime, anzi, oltre alle malattie già conosciute ne comparvero nuove: la sifilide e la febbre petecchiale.

La maggior parte degli storici ritiene che la sifilide possa coincidere con l’assedio di Napoli da parte di Carlo VIII di Francia del 1495: la malattia sarebbe stata importata dall’America all’epoca dell’assedio e assunse subito proporzioni epidemiche e un decorso tanto grave che non sarebbe stato mai più eguagliato. Leggi tutto “La sifilide, nuova pestilenza del Rinascimento”

Paracelso: il corpo umano come alambicco

L’alchimia, nonostante i suoi legami con la magia e la religione, è stata per secoli considerata una scienza.
E l’alchimia può essere considerata una antesignana della chimica: anche dal punto di vista etimologico, le due sono vicine.
L’alchimia inizia in Egitto, Cina e Persia.

L’obiettivo degli alchimisti non era (solo) trasformare i metalli meno preziosi in oro, ma dominare la natura, controllando quanto li circondava.

Facevano esperimenti con le varie sostanze per scoprire cosa accadeva a due di loro se scaldate, unite o mescolate…erano dei curiosi della natura!
Fra gli alchimisti, molti erano personaggi dubbi, truffatori, millantatori. Molti veri studiosi che riuscirono a dare importanti contributi alla storia di quella che venne nei secoli successivi definita chimica. Newton si immergeva nell’alchimia, circondato da bilance, recipienti di vetro e varie attrezzature: aveva un laboratorio chimico!

L’alchimia medievale è stata molto vicina alla medicina, sia pratica sia perché vicina alla preparazione di numerosi rimedi. Il più celebre è l’ aqua vitae o elisir di lunga vita, una sostanza miracolosa, dotata di poteri straordinari di rigenerazione e guarigione, simile al mito della pietra filosofale capace di trasformare i metalli in oro.
Trasformazione che poteva accadere, secondo gli alchimisti, grazie allo spiritus o pneuma, una essenza semimateriale, il cui concetto è rimasto nella nostra cultura, ad esempio nella distillazione di brandy o gin, nell’arte della distillazione.

Il medico svizzero Thophrastus Bombast von Honenheim – che prende il nome di Paracelso – tra i più noti sostinitori dell’alchimia, convinto di poter cambiare il corso della scienza e della medicina, utilizza le teoriche alchemiche per elaborare una teoria originale: il corpo umano funziona come un alambicco, come strumento di distillazione dove le sostanze interagiscono tra loro, originando reazioni chimiche.

il corpo umano funziona come un alambicco, come strumento di distillazione dove le sostanze interagiscono tra loro, originando reazioni chimiche.

Idea che darà origine alla iatrochimica.
Cattolico di nascita, amico di protestanti e cresciuto ai tempi di Lutero, Paracelso, pur vicino alla religione, aveva una unica fede: la chimica.
Studioso di medicina, si spostò a lungo, viaggiando per tutta l’Europa. Lavorò come chimico e come medico, ebbe molti pazienti, anche abbienti, con risultati buoni. Ricevette un solo incarico all’Università di Basilea in Svizzera, dove teneva le sue lezioni in tedesco anziché in latino.
Una delle prime cose che fece, fu di bruciare le opere di Galeno sulla piazza del mercato. Non ne aveva bisogno, in quanto era fortemente convinto della sua visione dell’universo.

Per Paracelso il medico doveva essere chimico, conoscere quindi i principi di trasmutazione delle sostanze, che si basavano su tre principi.
– il sale: dà forma alle cose
– lo zolfo: è causa per cui le cose bruciano
– il mercurio: è alla base dello stato liquido di una cosa

Bruciava sostanze e esaminava con cura ciò che rimaneva.
Distillò molti liquidi e raccolse molte sostanze che evaporavano, osservandone i residui.
Era convinto che i suoi esperimenti lo avrebbero aiutato a comprendere il funzionamento del mondo: dalla chimica sarebbero derivate cure per nuove malattie. Paracelso riteneva in forte contrapposizione con le teorie ippocratiche che le malattie non derivassero da uno squilibrio di umori, ma avessero una origine esterna.

Il suo carattere più innovativo è legato poi alla farmacopea: prima di lui la maggior parte delle cure erano di origine vegetale. Egli introduce farmaci elaborati nel suo laboratorio: l’utilizzo di sostanze metalliche e minerali (i suoi preferiti erano l’antimonio e il mercurio) per la preparazione di farmaci segnano una novità importante, nonostante i pericoli per i pazienti. Il mercurio, ad esempio, pur trattandosi di una sostanza velenosa, era usata come unguento nelle malattie della pelle e considerata il miglior trattamento per la sifilide. Infatti, la medicina e la farmacopea degli alchimisti si giustificano con la necessità di far fronte con questi nuovi rimedi a nuove malattie, come la sifilide. E giacché il mercurio risultò efficace, i medici lo usarono a lungo nel suo trattamento, nei cosiddetti “Ospedali degli Incurabili” che si erano diffusi in quasi tutte le città.

La diffusione delle dottrine di Paracelso fu notevole dopo la sua morte, nonostante fossero considerate eretiche dal mondo cattolico perché provenienti dal mondo di area protestante.  La cultura “chimica” si diffonde in modo privilegiato nelle Accademie, che riuniscono filosofi naturali che si contrappongono al mondo della cultura universitaria.