La chirurgia nell’Italia antica e a Roma

La chirurgia era considerata in subordine rispetto alla medicina: nell’Italia antica e nel periodo etrusco non vi sono notizie da segnalare, se non la particolare perizia degli Etruschi in campo odontoiatrico.
Nell’antica Roma, dal 753 a.C. al 476 d.C., la chirurgia iniziò ad essere praticata, anche grazie all’influenza dei greci. Arcagato, nel 220 a.C., diffuse alcune pratiche, sebbene egli fosse piuttosto un medico empirico molto abile a medicare le ferite: nei primi tempi passati della sua attività, le sue guarigioni furono così spettacolari che il Senato gli concesse il titoli di cittadino romano ed permise l’apertura a spese dello stato di una bottega, chiamata “Medicatrina”. Con il tempo, perse tale favore e – secondo Plinio il Vecchio – venne cacciato da Roma, con il nome di “carnefice”.
All’inizio del I secolo a.C., giunse a Roma Asclepiade, ottimo medico ma chirurgo di scarsa audacia, giudicato da Galeno con grande severità. Di lui si ricorda il salasso, sebbene sapesse praticare anche la laringotomia nei casi di soffocamento.

Ad Asclepiade è attribuita la formula di operare con sicurezza, rapidamente e senza arrecare troppa sofferenza al malato: tuto, cito, iucunde.

Celso ricorda che tra i migliori chirurghi ai tempi di Augusto, va ricordato Megete, di formazione alessandrina: praticò per primo la riduzione della lussazione del ginocchio, fu esperto nel trattamento delle fistole anali e inventò il litotomo.
A cavallo del I secolo d.C. Celso scrisse il De re Medica, che raccoglie tutte le conoscenze mediche dell’epoca pregalenica, con specifici libri sulla chirurgia generale (il settimo libro) e sulla chirurgia delle ossa (l’ottavo libro).
Celso, non medico e nemmeno chirurgo, ma grande genio enciclopedico, descrisse uno strumentario chirurgico di oltre duecento pezzi, corrispondenti anche a quelli rinvenuti negli scavi di Pompei. Fabbricati in bronzo, con lama in ferro, erano riccamente decorati e possono essere suddivisi in taglienti (coltelli, forbici, seghe) pinze (forcipes, pinze a dente di topo, pinze da denti), specilli (a punta olivare, a spatola, a bottone), sonde (per drenaggi, toracentesi), aghi sa sutura, trapani di vario tipo.
Il materiale da medicazione era costituito da bende di lino, dalla lana e dalla stoppa, usata per le sue proprietà assorbenti.

La dovizia di tale armamentario chirurgico fa pensare che il campo di intervento si fosse ampliato, come dimostrano i numerosi interventi descritti da Celso: egli descrive il trattamento delle ferite profonde dell’addome, le differenti tipologie di cura per le ferite superficiali, l’amputazione degli arti, per la quale veniva praticata la legatura preventiva dei vasi e la preparazione dei lembi per ricoprire il moncone.

Descrive il trattamento delle varici, trattate con legature e cauterizzazione; gli interventi di emorroidi e fistole anali. Celso inoltre si sofferma nella descrizione delle ernie delle pareti addominali e un posto importante è occupato dalla descrizione del procedimento di autoplastica cutanea del naso e della guancia: principio da lui descritto per primo, poi dimenticato e reinventato dai chirurghi francesi.
Interessante, nel capitolo dedicato alla chirurgia delle ossa, la sezione sulla trapanazione del cranio: intervento praticato mediante perforazioni multiple, con il trapano conico ed escissione dei punti ossei intercalari. Viene esplicitamente messa in luce l’indicazione fornita dalla rottura di un vaso della dura madre con effusione sanguigna intracranica.
Nel I secolo d.C. non vi sono personaggi da segnalare, mentre nel II secolo, sotto l’impero di Traiano, comparvero insigni chirurghi come Sorano d’Efeso, Archigene, Rufo d’Efeso ed Eliodoro.
Sorano d’Efeso viene considerato il padre dell’ostetricia.
Archigene, chirurgo audace, operò il cancro della mammella, si occupò di quello dell’utero, creò una tecnica per l’amputazione degli arti.
Rufo d’Efeso fu autore di un trattato di cui sono pervenuti solo alcuni frammenti e il chirurgo che godette di maggior stima fu Eliodoro. Pare sia stato il primo a praticare la legatura e la torsione a scopo emostatico; descrisse la trapanazione nei traumi cranici; eseguì l’amputazione di mani e piedi per gangrena, ponendo al di sopra della zona da sezionare un laccio emostatico, precedendo di secoli la scoperta di Esmark per la compressione temporanea dei vasi dell’arto da amputare.

 

La scuola enciclopedica: Plinio il Vecchio

Gaio Plinio Secondo, o Plinio il Vecchio, per distinguerlo dal nipote detto Plinio il Giovane, nacque a Como nel 23 d.C.
Recatosi a Roma da giovanissimo, raggiunse in breve tempo importanti posizioni politiche e militari, che lo portarono a viaggiare in Germania e in Spagna.
Al ritorno a Roma, divenne comandante della flotta navale e inviato a Miseno; morì durante l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, secondo la testimonianza del nipote stesso, che lo rappresenta, come un uomo dedito allo studio ed alla lettura, intento ad osservare i fenomeni naturali ed a prendere continuamente appunti, dedicando poco tempo al sonno ed alle distrazioni.

La Naturalis historia, opera che rese famoso Plinio e lo fece entrare nella storia della medicina, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione.
Nonostante le sua grande fama, Plinio non fu uno scienziato,  ma come Celso, un compilatore, con il valore di aver citato la fonte di di ogni nozione riferita.

L’opera di Plinio, sebbene limitata dal punto di vista scientifico, ha un notevole valore storico enorme, perché ha trasmesso il livello delle conoscenze e della scienza all’inizio dell’era volgare.

La sua Historia fu immediatamente apprezzata e per oltre 15 secoli rappresentò un riferimento, così come l’opera di Galeno.