Occhio d’artista

come appare il mondo quando la visione dell’artista si deteriora?

Gli occhi di un artista messi al servizio dell’arte possono rivelarci un mondo indicibile che è comunque molto presente intorno a noi.

Ma come appare questo mondo, questo universo interiore quando la visione dell’artista si deteriora? Quando incontra la malattia e quando l’astrazione si fonde con l’impressione? La “malvisione” può influenzare l’opera di un pittore?

A questa domanda ha provato a rispondere il professor Cesare Fiore nel libro ‘L’occhio dell’artista’: già professore ordinario di Oculistica all’Università di Perugia e deceduto nel 2018 poco dopo la presentazione del libro, nel volume il prof. Fiore analizza le opere di grandi pittori ai quali era stata documentata una malattia degli occhi, per mettere in luce come la forza artistica dei vari pittori non era stata limitata dalla funzione visiva precaria. Una domanda, come indicato nella descrizione del libro, a cui «si può rispondere soltanto se si è in possesso di informazioni sugli occhi dell’artista. La valutazione condotta esclusivamente a partire dai dipinti ci espone al rischio dell’errore e a sottovalutare i temi fondamentali del genio e della libertà creativa. Nel libro, attraverso uno studio della letteratura clinica e delle evidenze documentali, si prova a realizzare un’analisi peculiarissima della pittura europea a partire dal XV secolo: una vera e propria “lettura oftalmologica” della storia dell’arte».

L’argomento è affrontato anche in un articolo pubblicato su Nature nel 2015 firmato dal prof. Michael Marmor, che ha esaminato la visione normale e le patologie degli occhi in relazione all’arte. Scrive Marmor: «L’oftalmologia non può spiegare l’arte, ma la visione è uno strumento per gli artisti e le sue caratteristiche normali e anormali possono influenzare ciò che un artista può fare. La retina codifica per il contrasto, e l’impatto di questo è evidente in tutta la storia dell’arte dalla pittura a pennello asiatica, al chiaroscuro rinascimentale, all’Op Art. L’arte esiste e può ritrarre il giorno o la notte, solo a causa del modo in cui la retina si adatta alla luce».

Tornando alla domanda inziale, ossia di cosa rimane del pittore quando viene privato della sua essenza?
Una delle storie maggiormente conosciute è quella della cecità di Claude Monet, (al link qui un approfondimento della sua vicenda) il cui lavoro è stato analizzato con attenzione da Marmor, che è giunto alla conclusione che la perdita della forma, fino a sconfinare nell’astrattismo, evidenziabile in alcune opere, fosse legata all’avanzamento della malattia: Monet, è risaputo da numerose fonti, era affetto da cataratta bilaterale, che modifica la percezione dei colori e la nitidezza dell’immagine.

«È pericoloso diagnosticare la malattia degli occhi dal lavoro di un artista, perché gli artisti hanno la licenza per creare come desiderano. El Greco non era astigmatico; Monet non era miope; Turner non aveva cataratta. Ma quando la malattia degli occhi è documentata, gli effetti possono essere analizzati. Gli artisti daltonici limitano la loro tavolozza alle ambra e al blu ed evitano i verdi. Le dense cataratte marroni distruggono le distinzioni di colore e le tele tardive di Monet (prima dell’intervento chirurgico) mostravano strani e intensi usi del colore». Michael Marmor

Analizzando l’opera di Monet, Marmor fa notare come nel decennio 1912-22, con l’avanzare della patologia, i dipinti abbiano acquisito toni sempre più bruni e scuri.

Claude Monet_-The Japanese Footbridge

Emblematica l’opera Il ponticello giapponese, 1920-22 nella quale risulta evidente che i colori sono scuri e tendenti al giallo, anziché variopinti come nelle opere precedenti: Monet, a partire dal 1890, inizia a dedicarsi al tema del ponte giapponese che aveva fatto costruire nel suo giardino a Giverny, realizzando una serie di opere molto simili tra loro, ma che nei primi esempi presentano luminosità e colori naturalistici (verde di erba e foglie, colori pastello dei fiori), mentre gli esemplari più tardi mostrano turbinii densi e pennellate di colore che fanno perdere la definizione della forma del ponte; anche la tavolozza appare modificata e virata verso tonalità più calde, come i bruni, i gialli e gli aranci. Questo è proprio uno dei sintomi della cataratta, ossia l’ingiallimento dei colori, percepito dall’occhio malato.

Dettagli di otto diversi dipinti di Monet raffiguranti ninfee nella sua tenuta a Giverny
(tratto dall’articolo di M Marmor)

La perdita della percezione del colore ha creato in Monet un grave problema: il suo obiettivo in pittura era quello di evidenziare le variazioni tra le ore del giorno, le stagioni, l’illuminazione e le ombre; queste sfumature sono diventate quasi impossibili durante gli anni precedenti all’intervento di cataratta.

(Continua)

Immagine di copertina: L’occhio, Salvador Dalì, 1945

https://www.nature.com/articles/eye2015197 

Painter’s Biggest Fear: The Blindness of Claude Monet
https://www.ibs.it/occhio-dell-artista-lettura-oftalmologica-libro-cesare-fiore/e/9788889024867?lgw_code=1122-B9788889024867&gclid=Cj0KCQjwgMqSBhDCARIsAIIVN1XAPDb6lmC6NdTG4BOq-SxBbKhAr10itRx1Yd71Aw3q7dyYAjWME6YaAlgjEALw_wcB