Quale cura? Vediamo dove tira il vento, dicevano in India

La medicina indiana viene classificata in tre periodi distinti: quello vedico (dal 1500 al 500 a.C.), bramaico buddista (dal 500 a.C. al 1100 d.C.) e quello musulmano (dal 1100 al 1700 d.C.).
Veda in sanscrito significa scienza e Ayurveda significa scienza della vita: questi scritti, che secondo la leggenda sarebbero stati scritti da Dhavantari il dio della medicina, sono la fonte principale del periodo vedico su argomenti vari. Erano divisi in otto parti, relative a chirurgia, oculistica, otorinolaringoiatria, terapeutica, demonologia, ostetricia, pediatria, tossicologia, medicine tonificanti e medicine afrodisiache.
Purtroppo questi testi andarono persi e il loro posto fu preso dalla Susruta samhita e dalla Carakasamhita, testi autorevoli scritti da Susrtura, che viene comunemente considerato il padre della chirurgia indiana e da Caraka, medico altrettanto famoso, che, pare, visse e operò nel primo secolo dopo Cristo.
La medicina vedica aveva elaborato alcuni concetti di anatomia; la nomeclatura anatomica aveva circa trecento termini e la fisiologia era principalmente basata sul “vento”, ritenuto anima del mondo e quindi anche elemento vitale per l’uomo, in forma di “soffio organico”. Va però detto che la medicina vedica continuava ad essere animistica, magico-religiosa. Erano numerose le divinità che potevano causare le malattie e i rimedi, seppur di natura vegetale, animale o minerale, erano legati a virtù come il colore e la forma.
Successivamente la medicina indiana fu più razionale e coerente, ma nel periodo bramaico-buddista la medicina indiana trovò il suo momento di maggiore rilevanza: la medicina di Susrtura e Caraka, fondata sull’osservazione, si oppose a quella rituale del periodo vedico.
Va annoverato a questo periodo lo sviluppo della chirugia e della farmacologia, mentre l’anatomia rimase pressochè simile al periodo precedente. Questo a causa del divieto posto ai medici di dissezionare i cadaveri; l’alternativa trovata fu quella di lasciare i corpi in decomposizione per sette giorni nel fiume. Certamente gli organi interni venivano portati alla luce, ma le condizioni in cui si trovavano non consentivano uno studio per la loro conoscenza.
Secondo la medicina indiana, il corpo umano era diviso in sei parti; erano presenti circa trecento ossa; erano noti i polmoni, lo stomaco e l’intestino. Vennero anche descritti un centinaio di “punti vitali”, che il chirurgo doveva conoscere in quanto il loro ferimento generava la morte. Le conoscenze sulla respirazione erano molto approssimative, così come sulla circolazione. Interessanti invece le valutazioni sull’alimentazione, a cui veniva attribuito un importante ruolo nell’economia dell’organismo.
Le malattie erano classificate in base alla loro origine: malattie ereditarie (e qui venivano inserite anche la sordità, la cecità, la lebbra); malattie provocate da ferite; malattie provocate da cambiamenti di stagione, vecchiaia e cause soprannaturali.
La diagnosi era basata sull’esame del paziente, sulla palpazione, ascoltazione, esaminando le urine, ma anche sui sogni fatti dal malato.
La prognosi era basata sull’arte divinatoria e teneva conto di elementi esterni come il vestire o il parlare del paziente, ma anche su come soffiava il vento. La terapia teneva conto delle cause della malattia che l’avevano generata e si fondava su medicamenti di origine vegetale, di cui si conoscevano oltre quattrocento tipologie.

Ma come si curavano gli Egizi?

La civiltà egizia si sviluppò contemporaneamente a quella mesopotamica, ebbe inizio intorno al 3.000 a.C. per terminare intorno al 300 a.C. con la vittoria di Alessandro Magno, che portò tutta l’area sotto l’influenza greca.
Sarebbe facile pensare che grazie alle cure poste dopo la morte, gli Egizi ben conoscessero l’anatomia. In realtà ai medici, che erano considerati sacerdoti anche tra gli Egizi e quindi una casta molto stimata, era affidato il ruolo di ministro della “casa della vita”. Le procedure di imbalsamazione erano invece proprie di un’altra casta, gli uomini della “casa della morte”, completamente estranei alla cura dei malati. Questa distinizione non ha permesso al popolo egizio di avere conoscenze anatomiche molto più evolute rispetto ai Sumeri e agli Assiri.
Gli egizi avevano un medico per ogni specialità: medici per gli occhi, per la testa, per le malattie occulte. L’insegnamento della medicina era impartito presso delle scuole mediche, in cui erano custoditi i libri Ermetici di Thoth, i cui papiri ci consentono oggi di conoscere quale era l’approccio del popolo egizio alla medicina.
Ma la caratteristica di maggiore modernità della medicina egizia era che alle scuole era consentito l’accesso anche alle donne: anch’esse infatti, potevano esercitare la medicina.
Pare che il primo e più conosciuto medico egizio sia stato Imhotep: visse intorno al 2900 a.C. e fu un alto funzionario statale, a cui si deve la costruzione della piramide di Sakkarah. Dopo la sua morte fu venerato come dio della medicina e in suo onore sorsero numerosi altri templi.
Gli egiziani ritenevano che il motore della vita fosse la respirazione, a differenza degli assiro-babilonesi, che lo attribuivano al fegato. Anche il cuore passava in secondo piano, in quanto “cessata la respirazione, il cuore taceva”.
I medici egizi avevano individuato un sistema di “vasi” in cui avevano inserito in modo improprio vene, arterie, nervi e tendini; erano distinti in due tipi, efferenti (quelli che partivano dal cuore e portavano aria agli organi) e afferenti, che portavano invece agli orifizi saliva, muco, urina e feci. Il sangue non era considerato.
Erano inoltre conosciute le ossa, tra cui la rotula, la clavicola, lo sterno; buona la conoscenza degli organi genitali e del cervello.
Nella patologia gli Egizi, pur continuando ad esistere alcuni concetti magico-religiosi, introdussero nuove idee che consentirono di introdurre una causa non innaturale alle malattie.
Le principali malattie descritte nei papiri sono quelle dello stomaco, dell’intestino e alcune patologie infettive a decorso febbrile. I medici egiziani visitavano gli ammalati e la loro era, per il tempo, una tecnica piuttosto progredita: tenevano conto del quadro generale, dell’odore del corpo, della temperatura e del polso.
Per ogni malattia i papiri indicavano un rimedio, basato su sostanze di origine vegetale, animale o minerale, così come per la medicina assiro-babilonese: a cambiare erano i tipi di scongiuri.

Medicina dei Goti e Cassiodoro

Il declino dell’Impero Romano, con l’invasione da parte dei barbari, portò un decadimento culturale nella scienza e nella medicina. Solo durante il regno di Teodorico, dal 493 al 526, grazie alla sensibilità del suo consigliere Cassiodoro, si registrò una attenzione per la cultura poi passata alla Chiesa, così come l’assistenza sanitaria.
Cassiodoro, di nobili origini calabresi e quindi romano, tentò vanamente di fondere la cultura del germanesimo con quella latina per la creazione di un unico grande impero.
I Goti avevano per il medico una così bassa considerazione da potergli fare ciò che volevano in caso di morte di un nobile in cura. Se moriva uno schiavo, il medico doveva rimborsare il padrone. Il medico era considerato un artigiano dai Goti. Cassiodoro ribaltò questa visione, introducendo la carica di Conte degli archiatri (l’autorità suprema dell’organizzaizone medica latina), la regolamentazione della professione medica e il ripristino dell’insegnamento della medicina.
Alla morte di Teodorico, Cassiodoro mantenne il suo incarico di consigliere fino al 540, quando si ritirò a Squillace, in Calabria nel suo paese natale. Qui fondò due conventi in cui i monaci si dedicavano allo studio della medicina e alla cura dei malati.
Con Cassiodoro inizia quindi a delinearsi la “medicina monastica” che in occidente si svilupperà nel monachesimo benedettino.

Personalità giuridica del medico: a quando risale?

Il Medioevo viene ritenuto un periodo di stasi per tutte le scienze, compresa la Medicina. Ma nonostante la disciplina fosse ad un livello molto basso, in questo periodo rimasero centri molto attivi, tra cui Costantinopoli a cui fa riferimento la cosiddetta medicina bizantina, oltre che in alcune nazioni occidentali.
Con il termine “medicina bizantina” viene indicato il luogo dove sono nati i medici che l’hanno rappresentata e non una forma particolare di medicina: non ha, infatti, particolari caratteristiche che la rendano differente dalla medicina classica. A questi medici, denominati “compilatori bizantini”, va la gratitudine dei posteri in quanto hanno raccolto e trascritto le opere dei loro predecessori che altrimenti sarebbero andate distrutte. Oribasio, Aezio, Alessandro e Paolo di Egina: sono loro i “compilatori bizantini” che ci permettono di conoscere la tecnica di Antillo, il chirurgo romano che per primo effettuò l’aneurisma mediante legatura. Aezio si concentrò in particolare sulle patologie di occhi, orecchie naso e gola. Grazie ad Alessandro di Trales abbiamo minuziose descrizioni delle malattie dell’apparato respiratorio, mentre Paolo di Egina (isola situata vicino ad Atene) si concentrò sulla chirurgia, tanto che la sua opera veniva ancora commentata nel 1600 presso la Facoltà medica di Parigi.
Ma il contributo maggiore che va reso alla medicina bizantina è il riconoscimento della personalità giuridica del medico e lo sviluppo dell’assistenza ospedaliera religiosa, che avrà successivamente un grande diffusione in occidente: sarà poi l’elemento di maggiore caratterizzazione della medicina medievale.
E’ nel “Corpus juris Justinianeum” che compare per la prima volta la definizione della personalità giudica del medico: la legge prevede il conferimento di titoli onorifici per l’opera umanitaria svolta e conferisce l’incarico per l’assistenza medica e per l’insegnamento.

Perchè questo blog

Cura e comunità: due concetti strettamente connessi, legati al comune denominatore della persona,  che hanno subito una evoluzione nel corso dei secoli in funzione l’una dell’altra.
Questo blog ha come obiettivo raccontare come fosse in passato la cura alle persone e come l’assistenza ai malati abbia subito numerose evoluzioni, in virtù delle scoperte che nel corso dei secoli hanno permesso di arrivare fino ai giorni nostri, al concetto moderno di Medicina.
È fondamentale affrontare l’argomento parlando dell’opera dei professionisti dedicati a questa nobile arte, che hanno vissuto alti e bassi nella considerazione popolare, da grandi pensatori a poco più che “barbieri”, fino ai grandi professionisti e scienziati che conosciamo.
La storia è fatta da uomini, ma anche da luoghi: ecco perché l’evoluzione della cura resa possibile dagli uomini è inscindibile da quella dei contesti in cui era svolta l’assistenza. Dall’architettura e dalle strutture che via via, nel corso della storia, si sono modificate per meglio svolgere un ruolo sempre più adeguato e idoneo alle richieste dei professionisti della salute.
In questa cornice, le comunità assumono un ruolo di primo piano: talune hanno saputo cogliere le richieste della medicina e costruendo intorno ad essa il cuore della comunità, ne sono testimonianze Pavia e Bologna, solo per citarne un paio.
In tutti i casi, intorno all’ospedale è nato un interesse della comunità, che con generosità ha cercato di supportare e agevolare il processo di sviluppo e di innovazione, che in molti casi continua fino ad oggi. Poi ci sono le figure dei benefattori, grandi uomini che hanno segnato la storia.
Qui verranno portati esempi, in ordine sparso, di come la cura e la comunità, siano cresciute e cambiate insieme nel corso dei secoli.
Buona lettura!