Medicina romana: il terzo periodo – La scuola metodica

Il terzo periodo della storia della medicina romana viene distinto in tre epoche dagli storici: pregalenica, caratterizzata dalla presenza di numerose scuole mediche. Galenica, che vide nella figura di Galeno l’unificazione delle precedenti tradizioni mediche. Postgalenica, con un progressivo decadimento che terminò nell’oscurantismo medievale.

La scuola metodica, pneumatica, eclettica ed enciclopedica: sono le quattro scuole mediche romane.
Asclepiade fu ispiratore della scuola metodica, anche se il fondatore è considerato Temisone.
Giunto a Roma nell’epoca del proconsolato di Pompeo (77 a.C.), dopo studi ad Atene e Alessandria, si distinse anche come abile oratore. Secondo Plinio, abbandonò l’ars oratoria per dedicarsi alla, più redditizia, attività medica.

Asclepiade rappresenta a Roma il primo esempio di una nuova concezione della medicina , intesa come disciplina scientifica. Applicò infatti i principi dell’atomismo, ponendoli accanto all’umoralismo ippocratico.

Una teoria che ipotizzava la materia costituita da atomi e pori di varia grandezza, che si muovono in modo più o meno regolare. Quando le proporzioni fra atomi e pori sono perfette, si ha lo stato di salute, diversamente si ha la malattia.
Lo stato di salute e malattia è quindi determinato dalla strettezza o larghezza dei pori: la terapia aveva quindi lo scopo di riportare alla normalità tale ampiezza. Per la terapia, Asclepiade ricorse ai mezzi fisici, principalmente: esercizi fisici, massaggi, dondolamenti su amache erano le cure da lui preferite rispetti ai medicinali, che prescriveva raramente.
Egli basava la terapia essenzialmente sulla dieta, sui massaggi, sui bagni, sul vino, sui rimedi gradevoli, rifiutando recisamente i modi violenti, i purganti drastici e i salassi troppo frequenti.

Inventò la tecnica di tracheotomia in caso di difterite, suddivise le malattie in acute e croniche, si interessò di geriatria, e auspicò un trattamento più umano per gli le persone con problemi mentali.

Alla morte del maestro, Temisone si propose di dare corpo alle sue idee, ma nell’opera di semplificazione le adattò ai ragionamenti degli empirici, abbassando il livello dottrinale.

Enrico Bottini: un maestro nella storia dell’antisepsi

“Per guarire le ferite si deve favorire l’insorgenza in esse della suppurazione” sosteneva Ippocrate, avendo intuito che la suppurazione fosse un fenomeno naturale e utile per la guarigione delle ferite.

Il termine sepsi – che deriva dal greco e significa “putrefazione” – venne inizialmente usato per indicare le infezioni delle ferite in generale.

Fino alla metà del XIX secolo, la chirurgia era gravata da una elevata mortalità, tanto che il chirurgo scozzese James Young Simpson (1811-1870) scriveva che “il paziente steso sul tavolo operatorio di uno dei nostri ospedali chirurgici, corre maggior pericolo di morte che il soldato inglese sul campo di battaglia di Waterloo”.

Le cause erano principalmente tre:

  • emorragia per scarsa validità dei mezzi con cui si praticava l’emostati
  • shock neurogeno da dolore per mancanza di anestesie efficaci
  • infezioni chirurgiche per l’assenza di qualsiasi principio antisettico

Fra coloro che si misero il luce nella lotta contro le infezioni chirurgiche, va ricordato Enrico Bettini, a cui è dedicata questa pubblicazione Bottini. Un maestro della scuola chirurgica pavese nella storia dell’antisepsi insigne maestro della scuola pavese, da molti annoverato tra i pionieri dell’antisepsi.

Il primo studioso ad utilizzare l’acido fenico come antisettico fu Lister, che nel 1865 trattò per la prima volta una ferita con il suo metodo, che descrisse su Lancet nel 1867. Ma tale metodo venne utilizzato anche dal Bottini, che trattò nella sua pubblicazione “Dell’acido fenico nella chirurgia pratica e nella tassidermica” apparsa nel 1866 sugli annali di Universali di Medicina.

Sesto Centenario della Chirurgia a Pavia

In occasione della ricorrenza del Sesto Centenario dell’Insegnamento della Chirurgia nell’Università di Pavia, il 3 novembre 1986, nell’Aula Scarpa dell’Università, il prof. Maconi fu chiamato a tenere la relazione dal Magnifico Rettore.

Durante la commemorazione per celebrare il Sesto Centenario della Chirurgia a Pavia, il prof. Maconi tracciò la storia, breve, dal suo inizio nel 1386 fino all’epoca di Antonio Scarpa, a cavallo tra il 1700 e il 1800.

Fino a metà del 1700, l’insegnamento teorico della chirurgia avveniva tramite le “letture” ordinarie e straodinarie, le “disputaiones” e le “ripetitiones”, come per le altre discipline.

Questa la relazione del prof. Maconi

“Medicina romantica”

rasoriIn questa pubblicazione di storia della medicina risalente al 1984 Giovanni Maconi traccia la biografia di Giovanni Rasori, una delle figure più rappresentative del panorama italiano dei primi decenni dell’Ottocento.

Oltre ad essere scienziato ideatore di una dottrina medica, Giovanni Rasori fu filosofo, poeta, giornalista e ardente patriota.

Fu esponente di quella che venne definita “medicina romantica”, che subirono in quel periodo numerose trasformazioni, adattate alla medicina moderna da Giacomo Tommasini. Le teorie “romantiche”, pur in mezzo a numerose critiche, resistettero a lungo e alcune di esse entrarono anche nei trattati di medicina. Per la loro artificiosità e mancanza di supporto sperimentale scomparvero, lasciando il posto alla patologia basata sul positivismo anatomico- clinico, microbiologico e fiosipatologico.

Qui la pubblicazione completa “Giovanni Rasori e la “Medicina Romantica”

“Ernie e laparoceli”

La pubblicazione realizzata in occasione del 93° Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia ernie-e-laparoceli_maconi-1991

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