Arte e Medicina per la formazione degli operatori di cura

l’arte come strumento per la formazione in area medica e sanitaria

Molte volte, su questo blog, abbiamo utilizzato opere d’arte per raccontare il percorso e l’evoluzione della medicina e dei molteplici tentativi dell’uomo di migliorare la propria condizione, individuare nuove terapie, scoprire come migliorare le diagnosi e rispondere ai quesiti posti dalla natura. L’arte consente di rendere visibile questo percorso, ma può essere uno strumento oggi per la formazione in area medica e sanitaria?
Una risposta chiara e decisa arriva da Vincenza Ferrara, direttrice del Laboratorio di Arte e Medical Humanities della Facoltà di Farmacia e Medicina dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”: “L’arte può avere un ruolo centrale nell’ambito della formazione del Personale di Cura per lo sviluppo delle competenze e per l’Umanizzazione del percorso terapeutico. L’applicazione dell’Arte come strumento per l’apprendimento e la sua relazione storica con la Medicina possono essere un valido supporto per lo sviluppo di capacità quali l’osservazione, l’ascolto attivo, il problem solving e l’empatia, utili a migliorare la professione e il rapporto con il paziente. È possibile riscoprire il legame tra arte, medicina e cura per aiutare i professionisti della salute a migliorare la loro attività e suggerire alle istituzioni museali come supportare il loro benessere”.

L’ambito di ricerca di Ferrara riguarda l’uso del Patrimonio Culturale come strumento di apprendimento, di inclusione sociale e per la promozione del benessere adottando metodi innovativi.
“Il considerare l’arte come strumento utile per la professione Medica al pari altre “scienze umane” già applicate in questo settore, rientra nell’approccio Bio- Psicologico-Sociale che pone al centro del processo di cura il paziente. Attraverso l’arte è possibile costruire un messaggio narrativo legato al racconto della malattia, alla sua prevenzione o alla costruzione del rapporto empatico con il paziente e relazionale con familiari e colleghi. È attraverso un viaggio nella rappresentazione del corpo umano nell’arte, della professione medica o delle attività di cura attraverso i secoli o l’applicazione della Iconodiagnostica per il supporto alla storia dell’arte o allo studio di patologie al momento scomparse che si vuole dare una visione degli studi internazionali e di attività ormai consolidate e delle esperienze italiane che cominciano a introdurre questa disciplina per la formazione e l’aggiornamento dei Medici”.

Questo approccio non è solo frutto dell’esperienza di Ferrara, che svolge attività seminariali e di insegnamento in corsi universitari di area medica e sanitaria, formazione per insegnanti e operatori museali in relazione ad ambiti legati alla pedagogia, psicologia speciale, museologia e Medical Humanities. Le evidenze scientifiche danno un fondamento molto strutturato a questo approccio: “Numerosi studi americani – spiega ancora Ferrara – dimostrano che gli studenti di storia dell’arte o di belle arti hanno una maggiore elasticità mentale e una maggior capacità di problem solving. Importante in questo ambito è la ricerca di Rudolf Arnheim, che spiega in modo convincente la connessione tra la percezione visiva e il pensiero. Identificare ciò che vediamo, secondo Arnheim, è un atto di conoscenza. Quando si guarda qualcosa, si attuano rapidamente dei meccanismi di comprensione per riconoscere e afferrare il senso di ciò che ci viene messo dinanzi agli occhi. Inoltre grazie agli stimoli visivi si mettono in moto automaticamente pensieri e abilità atti a risolvere problemi. L’osservazione attenta di un’opera d’arte attiva, in maniera quasi istintiva, molteplici ragionamenti capaci di arrivare a soluzioni logiche e analitiche”

Per fare alcuni esempi, possiamo citare alcuni dei settori di studio che vengono affrontati da Ferrara e dallo staff di giovani medici e storici dell’arte che sono parte del suo gruppo di ricerca: la relazione tra artisti e medici è fortemente legata alla rappresentazione dell’arte medica.

Mundinus

Numerosi sono gli esempi, a partire dalle prime pubblicazioni di anatomia (tra i primi ‘de Anatomia’ di Mondino De Liuzzi 1270-1326) nel quale è possibile trovare l’applicazione delle migliori tecniche del disegno dal vero per la rappresentazione di organi. In questo filone va citato Andrea Vesalio (1514-1564) che disegnò personalmente la rappresentazione del corpo umano sulla sua De Humani Corporis Fabrica.

L0063832 Andreae Vesalii Bruxellensis
Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images
Andreae Vesalii Bruxellensis, scholae medicorum Patauinae professoris De humani corporis fabrica libri septem …
1543 Andreae Vesalii Bruxellensis, scholae medicorum Patauinae professoris De humani corporis fabrica libri septem …
Andreas Vesalius
Published: anno salutis reparatae 1543. Mense Iunio.
Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

Ancora, in questo ambito possono essere inserite le rappresentazioni delle dissezioni, e quindi l’insegnamento dell’anatomia, la cui più famosa lezione della storia forse è rappresentata da Rembrandt nella Lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632

Altri esempi interessanti sono le rappresentazioni del Quattrocento, dove emerge una analisi e un profondo studio dell’anatomia umana di cui Leonardo Da Vinci è stato la massima espressione.

Ferrara utilizza uno specifico metodo, quello delle Visual Thinking Strategies, per il quale è autrice di numerosi articoli scientifici e divulgativi; l’arte come strumento utile in ambienti di apprendimento è stato descritto in un libro “L’arte come strumento per la formazione in area medica e sanitaria” edito da Aracne Editore, 2020.
Ma cosa sono le Visual Thinking Strategies? Risponde l’esperta : “Si tratta di una metodologia che si basa sugli studi, negli anni 70, di Abigail Housen, una psicologa cognitivista americana che ha approfondito l’interesse e le diverse reazioni sviluppate dal pubblico osservando opere d’arte. Nel lungo percorso della ricerca Housen identifica cinque tipologie di osservatori, ma in tutti, dopo l’osservazione dell’arte, riscontra una crescita sul piano estetico. Dopo anni di osservazioni e dialogo con i visitatori, nel 1979 descrive la vastità di tipologie di pensiero che l’arte è capace di suscitare. Nel 1988 gli studi della Housen si intrecciano con quelli dell’educatore museale Philip Yenawine (worked at Museum of Modern Art, NY). Insieme comprendono la potenzialità che l’osservazione dell’opera d’arte può avere nello sviluppo di importanti competenze cognitive. Partendo da queste idee mettono a punto il metodo didattico della VTS. Inizialmente applicato nelle scuole ha avuto una sua applicazione anche nel settore della formazione medica e sanitaria. Questo sviluppo è collegato al significato dell’osservazione e ai due concetti che risultano collegati l’osservazione dell’arte e l’arte dell’osservazione”.

Vincenza Ferrara sarà uno degli ospiti che parteciperanno a Iconografia della Salute, il Festival delle Medical Humanities organizzato dal Centro Studi Cura e Comunità per le Medical Humanities dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria: questo il link per seguire l’appuntamento su YouTube.

La pietra della follia

iconografia dell’estrazione della pietra della follia

Da sempre, l’uomo si è cimentato con le problematiche legate alla salute mentale, cercando, in maniera più o meno scientifica, di comprenderne le dinamiche, capirne il funzionamento, tentando anche di prevenire l’amplificarsi del fenomeno o quantomeno di arginare ulteriori peggioramenti.

Il vero problema era che, nell’antichità, quando la stessa medicina arrancava parecchio dal punto di vista scientifico e le nozioni erano poche e miste per lo più a fantasie popolari e superstizioni, risultava davvero complesso comprendere e studiare (quindi curare) una patologia mentale. Erano ancora troppo lontani gli anni della psicoanalisi e dei primi studi sull’immenso universo della mente umana; soprattutto nei secoli più antichi, vi era ancora la tendenza a voler necessariamente spiegare qualsiasi patologia attraverso processi fisici, secondo dinamiche logiche e meccanicistiche, mediante un’analisi di segni tangibili, o mediante lo studio dell’anatomia e a tutto ciò che si poteva toccare con mano; la mente umana sfugge a tutto questo!

la follia, secondo una credenza popolare, era provocata da una serie di pietre conficcate nella testa

Dunque, la malattia mentale è sempre stata avvolta da un alone di mistero, poiché nulla si conosceva di essa e così, mentre i medici azzardavano rimedì più pittoreschi che scientifici, brancolando letteralmente nel buio, i malati erano perennemente relegati ai margini della società, che li vedeva inevitabilmente come “diversi”, come soggetti devianti e pericolosi o comunque da evitare o schernire.

Una delle più curiose rappresentazioni è collegata all’estrazione della ‘pietra della follia’ ritenuta responsabile della malattia e della sua degenerazione: la follia, secondo una credenza popolare, era provocata da una serie di pietre conficcate nella testa che un medico, con una semplice operazione, poteva estrarre. Questa credenza era perfettamente in linea con le teorie ippocratiche, legate al concetto di equilibrio del corpo, che riconducevano ogni patologia ad una alterazione fisica: se un malato mostrava disturbi mentali, la causa doveva essere obbligatoriamente nella sua testa e doveva essere toccata con mano. Il cervello umano era all’epoca immaginato come un ingranaggio, la pietra della follia era appunto quell’elemento che aveva fatto inceppare il corretto funzionamento dell’ingranaggio, quindi andava rimossa.
Nonostante l’assurdità (nonché il grande dolore fisico che essa comportava), erano molti i folli che sceglievano di sottoporsi (o venivano costretti) a questa pratica chirurgica, che prevedeva l’incisione del cranio, culminando nell’atteso momento dell’estrazione di questo sassolino.

La follia, intesa come alterazione della personalità umana, è stata accolta nel grande repertorio figurativo dell’arte, ma è solo nel corso del Rinascimento che diventa oggetto di indagine. Da questo punto di vista il pittore fiammingo Hieronymus Bosch (1450-1516) può essere considerato un singolare interprete della follia.

Hieronymus Bosch, L’estrazione della pietra della follia (o La cura della follia), 1484 ca., Madrid, Museo del Prado

Una assurda mescolanza di esseri umani con oggetti, animali e vegetali, creature fantastiche e mostruose, popolano i suoi quadri in una delirante atmosfera surreale. In particolare nella sua opera  “L’estrazione della pietra della follia (o La cura della follia)”, 1484 ca., Madrid, Museo del Prado sono presenti figure come una suora e un monaco che non intervengono all’operazione che sta eseguendo il chirurgo (rappresentato con un imbuto in testa simbolo di stupidità) che vuole rimuovere la follia da un forellino nella testa. L’imbuto e il libro, attributi tipici della sapienza utilizzati in maniera impropria, diventano nella visione di Bosch motivi di derisione della pratica medica che solo la stoltezza degli individui può ritenere capace della guarigione dalla follia. Una analisi ancora più dettagliata è disponibile in questo articolo.

Sono numerosi gli esempi dell’estrazione della pietra della follia anche definita “pierres de tête”: di seguito la rappresentazione di un seguace del fiammingo Jan van Hemessen (Estrazione della pietra della follia, XVII secolo), molto esaustivo sull’argomento che con crudo realismo mostra la pratica chirurgica in tutta la sua ferocia: chi opera è un barbiere—chirurgo, intento nell’incidere il cranio del paziente con un bisturi. Attorno a lui due donne assistenti: una prepara un misterioso unguento, forse lenitivo; a sinistra, un personaggio curioso (probabilmente un parente del malato), con le mani intrecciate, intento a pregare il Signore per la buona riuscita dell’operazione. Protagonista il folle, il quale ci viene restituito dall’artista con una realistica mimica facciale che esprime chiaramente tutto il suo dolore; da notare, appena sotto la lama del bisturi, il tanto bramato sassolino che emerge dalla ferita: la giusta ricompensa di tanto lavoro!

An operation for stone in the head. Oil painting by a follower of Jan Sanders van Hemessen. Hemessen, Jan Sanders van, approximately 1500-approximately 1563.

Un altro interessante esempio lo offre Pieter Brueghel il Giovane (Estrazione della pietra della follia, 1568): da notare, oltre al clima chiassoso e dinamico che di certo non si confà a uno studio di un chirurgo, il fatto che i pazienti sono stati legati con delle fasce alle poltrone, così da evitare movimenti bruschi durante le dolorose operazioni.

Pieter Brueghel il giovane, Operando sulla pietra della pazzia, 1564-1638)

Il soggetto iconografico fu assai sfruttato tra Cinquecento e Seicento, soprattutto tra gli artisti nordeuropei, ai limiti del ridondante, come dimostrano alcuni esempi qui.

Operation for ‘pierre de tete’, after Hemessen, 16thC. Pieter Huys
A surgeon extracting pierres de tête. Oil painting after H. Weydmans.
A surgeon removing pierres de tête. Oil painting after Jan Steen. Steen, Jan, 1626-1679.
An operator extracting pierres de tête from behind a man’s ear, with four other people in attendance. Oil painting by a follower of Pieter Jansz. Quast. Quast, Pieter Jansz., 1606-1647.

Un’interessante versione del tema, rivisitata in chiave contemporanea, è proposta da Giovanni Gasparro (Estrazione della pietra della follia, 2012, ): l’opera ritrae, sulla destra, una donna nuda che impersona la Verità, e che indossa un collare, allusivo alla condizione di scomodità. La donna sorride in modo cinico, assistendo all’intervento chirurgico, perché la Verità irride la menzogna, la superstizione e i rituali magico alchemici, sottesi al mito dell’estrazione della pietra della follia. L’opera, a differenza di tutte le altre segnalate, è realizzata in epoca contemporanea, quindi rivela, giustamente, l’inutilità e l’assurdità della pratica, attraverso la Verità che vince sulla superstizione.

Giovanni Gasparro (Estrazione della pietra della follia, 2012)

Storia della medicina per immagini

medici, malati e farmacisti: una breve storia per immagini

La storia della medicina è, soprattutto, la storia dei medici, dei malati e dei farmacisti. A volte il medico fu anche farmacologo, ma quasi mai fu “farmacista”, così come in molti casi il medico fu anche chirurgo ma in moltissimi altri casi, e soprattutto in molte epoche, a partire dalla civiltà greca, il chirurgo venne considerato un “manovale” (come letteralmente significa la parola in greco) e quindi, guardato dall’alto in basso dal medico, che si considerava “scienziato”. 
Ma medicina, farmacologia e farmacia furono, soprattutto nelle antiche civiltà, strettamente legate alla religione e alla magia. Così si hanno medici-maghi e medici-sacerdoti, farmacisti-maghi e farmacisti-sacerdoti, e a volte il medico-mago o sacerdote coincide con il farmacista-mago o sacerdote.

A partire dal V secolo a.C. si può dire abbia inizio in Grecia la storia della medicina e della farmacologia impostate sotto la prospettiva della scientificità. Il cammino fu lento e faticoso; il concetto stesso di “scientificità” subì mutamenti e addirittura rivoluzioni, ma la strada non venne più abbandonata.

Qui alcune immagini che aiutano a dare un’idea di alcune delle più significative fasi della battaglia della medicina contro la malattia.

Il medico Iapis Isiades estrae una punta di freccia dalla coscian di Enea. Affresco pompeiano
“Ero infermo e mi ha assistito”, scene della vita di Santa Elisabetta
I Francescani assistono i lebbrosi. Codice di Monteluce, Perugia
La cauterizzazione di San Francesco. Codice Antoni, Roma
L’applicazione di un cauterio ad un paziente. Bodleian Library, Oxford
Intervento chirurgico per l’estrazione di un calcolo vescicale. Dall’Hortus sanitatis (Orto della Salute) Juan de Cuba – Magonza 1491
Trapanazione del cranio, da Trattato completo sulle ferite di John Brown, Londra 1687

 

Imago Pietatis: arte in archivio

La rappresentazione della cura e della comunità: Imago Pietatis

La cura e la comunità nei secoli hanno trovato una connessione sempre molto profonda, basti pensare alle “chiese di spedale” come luoghi di assistenza ai pellegrini.
Mentre l’altro elemento, che ha accompagnato la “caritas” introdotta dalla religione cattolica e che trova le proprie radici fin dal tardo Medioevo, è quello della solidarietà che si è realizzato con l’istituzione dei Monti di Pietà. Si tratta di una istituzione di tipo assistenziale, presente in Italia dalla seconda metà del Quattrocento, principalmente grazie all’apostolato di Bernardino da Feltre e dei francescani dell’Ordine dei Minori Osservanti. Il loro scopo era quello di contrastare l’usura, liberando le classi meno abbienti ed erogare prestiti di bassa entità in cambio di un pegno.

I Monti di Pietà derivano la loro denominazione dall’insegna da essi assunta: la Pietà raffigurata nel Cristo deposto dalla Croce.

Elena Franco, fotografa architetto e artista, ha realizzato un’indagine fotografica sull’archivio storico del Monte di Pietà di Bologna, conservato presso la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna intitolata proprio «Imago Pietatis».

L’archivio custodisce oltre un centinaio di volumi con la raffigurazione del Cristo in Pietà dipinta sul taglio di testa. “Il progetto fotografico – spiega l’artista – è incentrato sull’estetica dell’archivio, per offrirne una lettura originale e creativa che, forte dei riferimenti storici, possa, però, comunicare a un pubblico ampio il messaggio insito nelle Imagines pietatis, attualizzandolo”.

Scorrendo il catalogo disponibile a questo link, è possibile apprezzare alcuni passaggi dell’introduzione di Giusella Finocchiaro, Presidente Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che ricordano la rilevanza di indagini come questa, finalizzata a “contestualizzare, nel tempo e nello spazio, quei grandi Libri Giornali e Libri Mastri, ma al contempo consentono di apprezzarne le tipicità iconografiche, che ci hanno tramandato quasi involontariamente, raffigurazioni di notevole pregio culturale e di non irrilevante valore artistico”.

L’Archivio Storico del Monte di pietà di Bologna conserva oltre un centinaio di volumi con la raffigurazione dell’Imago Pietatis dipinta sul taglio superiore di ogni tomo.

Il lavoro di Elena Franco ne reinterpreta l’immagine creandone di nuove, significanti, offrendoci così una rilettura originale e contemporanea di questi antichi volumi, che si rinnovano nelle opere create dall’artista.

Immagini che tornano a vivere, in modo differente, e fanno rivivere questo archivio del passato.
Immagini che trasmettono però un grande senso di modernità, nell’iconografia già allora  in uso, come evidenzia il testo di Luca Panaro: “Vedere l’uomo che soffre porta alla solidarietà, l’immagine era così utilizzata per far arrivare il messaggio più velocemente”.

E proprio come evidenzia l’autrice “elemento di interesse per il mio lavoro riguarda il fatto che l’iconografia della Pietà dell’Archivio Storico del Monte di pietà di Bologna rimandi a quella della solidarietà e della cura, nel senso più ampio del termine”.

http://elenafranco.it/home/imago-pietatis/

Archivi
https://www.cittadegliarchivi.it/in-primo-piano/imago-pietatis-archivi-e-arte-contemporanea