La scuola enciclopedica: Celso

Le opere enciclopediche esistono da circa 2000 anni: la più antica che si è tramandata, la Naturalis historia, fu scritta nel I secolo da Plinio il Vecchio.
La scuola enciclopedica, pertanto, rappresentò un movimento culturale – importato a Roma dalla Grecia – che non aveva limiti di interessi, occupandosi di ogni branca, ivi compresa la medicina.
Tra le figure che se ne occuparono, vanno ricordati Aulo Cornelio Celso e Caio Plinio Secondo.
Nel periodo in cui Celso compose il suo manuale enciclopedico “Artes” la letteratura scientifica romana, che si opponeva alla tradizione del poema didascalico, era ancora agli inizi: basti pensare che, prima di Celso, soltanto Vitruvio si inserisce nel filone scientifico. Dimostrando, dunque, grande coraggio, Celso trattò di discipline pratiche assieme a discipline teoriche, ponendosi l’obiettivo di riunire tutto lo scibile in un’unica raccolta, come più tardi venne fatto anche da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia.

Non si conosce molto in merito alla sua figura: si ingnorano gli anni precisi della sua nascita e della sua morte, ma certamente fece parte della corte letteraria del giovane Tiberio nel 21 a.C. secondo quanto riportato da Orazio.

Inoltre, non è nemmeno certo che fu un medico, anzi la maggioranza degli storici ritiene fosse un “compilatore”.

Nel trattato De Artibus, Celso riunì tutte le conoscenze dell’epoca, dall’agricoltura all’arte militare, dalla retorica alla filosofia, dalla giurisprudenza alla medicina.
Mentre tutti gli altri scritti sono andati perduti, quello sulla medicina (De re medica) si è fortunosamente salvato: fu ritrovato dopo quattordici secoli da Papa Niccolò V nella chiesa di S. Ambrogio a Milano quando egli si chiamava solo Tommaso Perentucelli ed era semplice suddiacono della sede apostolica.

Il codice di Celso fu il primo libro di medicina pubblicato a mezzo della stampa, e comparve a Firenze nel 1478.
Il De re medica (scritto tra il 25 e il 35 d.C.) tratta della dieta, dell’igiene, della diagnosi e prognosi delle malattie, delle febbri, della terapia. In questa opera la medicina viene esposta secondo la dottrina ippocratica, di cui Celso era seguace, seppur non disdegnava altre dottrine qualora più convincenti per chiarire alcuni problemi.
L’esposizione della patologia e della clinica sono esposte secondo uno schema sintomatologico, così come è molto accurata la descrizione dell’infiammazione.
In quest’ultimo libro Celso sottolinea anche l’importanza del clistere e ricorda tra i purganti l’aloe e l’elleboro, e tra i medicamenti per uso esterno molte piante ricche di tannino. Nella cura delle ferite raccomanda come antisettici l’olio di timo, il catrame, la trementina e l’arsenico, mentre contro il dolore si vale del giusquiamo, della mandragora, dell’oppio e del solanum.
Degna di rilievo la parte dedicata all’igiene e alla dietetica,
offre, infatti, la ricetta sicura per dimagrire: mangiare una sola volta al giorno, prendere molti purganti, dormire poco, fare bagni e massaggi in acqua salata, muoversi molto.
Ma la sezione migliore è quella dedicata alla chirurgia: alcuni degli interventi da lui descritti molti sono divenuti classici, come la litotomia laterale, l’operazione per cancro del labbro inferiore, gli interventi di plastica per le perdite di tessuto, l’asportazione di cataratta, la tonsillectomia. Venivano eseguiti con strumenti appositamente ideati, come gli scalpelli (scalpri) di varia forma, le sonde (specili), gli uncini (unci), le pinze (forceps), le tenaglie, i trapani, le seghe, le spatole, oltre che le ventose (cucurbitae), le compresse, le corregge.
Uno dei meriti del De re medica è aver riportato tradotta (o raccolta) in latino la terminologia medica greca che aveva dominato sino ad allora il linguaggio dei medici.

Si tratta di un vero e proprio dizionario, che dominerà la scienza medica per due millenni.