Nell’antica Roma si parlava di cataratta?

L’Oculistica incominciò a diffondersi a Roma verso il I secolo a.C., come viene attestato da un certo numero di stele funerarie in cui sono menzionati i “medici oculari” e i “chirurghi oculari”, inizialmente distinti, poi riuniti in una unica figura.

Il V e il VII libro del “De Medicina” di Celso sono dedicati all’Oculistica e vengono descritte trentasei malattie, tra cui congiuntiviti, ulcere, tumori – è stato Celso ad individuare l’epitelioma delle palpebre – la cataratta e altre patologie. Accanto ad ogni patologia, veniva descritta anche la terapia medica e chirurgica. La forma farmacologica più diffusa era il collirio, che poteva essere solido o liquido. I colliri solidi, più frequenti, si ottenevano mediante l’impasto di più ingredienti, generalmente costituiti da grasso di maiale, miele e cera d’api. Gli elementi chimici ed organici erano sali di zinco, piombo, di mercurio, di arnica. Quando la pasta era ancora molle, il medico imprimeva il suo sigillo, in cui era inciso il nome del collirio, quello del medico e quello della malattia. Al momento dell’uso, il collirio solido veniva diluito a seconda dei casi con acqua, aceto, vino, latte, albume.

Celso descrive alcuni interventi chirurgici, tra cui la cataratta, al pari delle complicazioni postoperatorie. La bleferoplastica, il raschiamento del tracoma e numerose altre. Lo strumentario chirurgico descritto da Celso non risulta molto abbondante: uno specillo per raschiare il tracoma, un ago finissimo per abbassare il cristallino nell’operazione di cataratta, un uncino, un cauterio per distruggere le ciglia, coltelli di piccole dimensioni.

Anche Galeno si è occupato di oculistica, sia dal punto di vista anatomico che fisiologico e terapeutico: affermò che i nervi ottici formano la prima coppia dei nervi cranici. Espose la teoria della visione, secondo la quale il cristallino raccoglie i raggi luminosi che passano attraverso la pupilla e la cornea e li dirige sulla retina e sul nervo ottico, che trasmette la sensazione visiva al cervello.

Dagli inizi del II secolo d.C. l’oculistica ebbe uno sviluppo straordinario in Gallia, fatto questo che viene documentato in alcune sculture e nella scoperta di sigilli oculistici e di sette astucci chirurgici di oculisti rinvenuti nelle loro tombe.

L’Ostetricia in epoca romana

Ostetricia, ginecologia, urologia, oculistica, otorinolaringoiatria, odontoiatria: tutte specialità chirurgiche che furono oggetto di interesse dei romani.

L’ostetricia, in particolare, costituì un argomento così rilevante da entrare a far parte del corpo normativo, per tutelare donne gravide e puerpere.

Già all’epoca dei re di Roma, Numa Pompilio aveva emanato la “Lex Regia” che stabiliva che il cesareo andava eseguito su una donna non viva, ma subito dopo la sua morte, per salvare il nascituro. La legge Cornelia puniva coloro che proponevano sostanze abortive e qualora la donna fosse morta per le pratiche criminose era prevista la deportazione o la pena capitale.
Nonostante l’aborto fosse punito, erano permesse pratiche antifecondative, descritte in modo minuzioso nei testi dell’epoca: consistevano generalmente nella chiusura dell’utero attraverso sostanze grasse, unguenti, lana impregnata di grasso.
Altre disposizioni consideravano la gestante come sacra, prevedendo severe pene per chi recasse danno morale o materiale.
L’ostetricia e la ginecologia destarono perciò vivo interesse fra i medici dell’epoca, in particolare vi si dedicarono Rufo d’Efeso, Celso, Sorano d’Efeso e Galeno.
Rufo si occupò di anatomia dell’apparato genitale, con una descrizione sommaria dell’utero. Celso non scrisse molto, ma ebbe il merito di comprendere la difficoltà del parto in posizione podalica, che poteva comunque essere realizzato senza far girare il feto.
Nel periodo imperiale, la “lex regia” di Numa Pompilio venne trasformata in “lex cesarea”, sebbene la tradizione che lega Cesare al parto cesareo sia inesatta, in quanto, come ricorda Plutarco, la madre di Cesare era ancora viva quando egli combatteva la guerra gallica.
Fu Plinio a indicare la denominazione “cesarea” in relazione alla nascita di Scipione l’Africano, anche se va sottolineato che Cesone deriva dal verbo latino coedere che significa tagliare.

Sorano d’Efeso, considerato il più grande ostetrico dell’antichità, fu il primo a far progredire l’ostetricia: nella sua opera principale “Delle malattie delle donne” riassunta dal suo allievo Moschione e usata fino al 1800, si rivolge alle levatrici, fornendo consigli di ordine deontologico.


Nell’opera sono tracciati elementi di anatomia e circa la fisiologia dell’apparato genitale femminile, stabilisce che l’utero può essere asportato senza provocare la morte della donna; che il ciclo è fisiologico e intuì che tra le mammelle e l’utero esiste una correlazione.

In riferimento alla generazione, accettò la teoria aristotelica che attribuiva uguali proprietà procreatici al seme maschile e a quello femminile.
Descrisse, nella sezione della distocia, la presentazione podalica, affermò che le primipare partoriscono con difficoltà così come quelle dai fianchi stretti. Consigliò la difesa del perineo durante l’espulsione del feto, praticò la doppia legatura del cordone ombelicale e limitò l’embriotomia.

Nell’opera di Sorano non mancano nozioni di puericultura e pediatria: dalle indicazioni per riconoscere la maturità del neonato, i lavaggi, le unzioni, le regole dell’allattamento, lo svezzamento e la dentizione. Sono inoltre descritte le malattie infantili e le loro cure.

La chirurgia nell’Italia antica e a Roma

La chirurgia era considerata in subordine rispetto alla medicina: nell’Italia antica e nel periodo etrusco non vi sono notizie da segnalare, se non la particolare perizia degli Etruschi in campo odontoiatrico.
Nell’antica Roma, dal 753 a.C. al 476 d.C., la chirurgia iniziò ad essere praticata, anche grazie all’influenza dei greci. Arcagato, nel 220 a.C., diffuse alcune pratiche, sebbene egli fosse piuttosto un medico empirico molto abile a medicare le ferite: nei primi tempi passati della sua attività, le sue guarigioni furono così spettacolari che il Senato gli concesse il titoli di cittadino romano ed permise l’apertura a spese dello stato di una bottega, chiamata “Medicatrina”. Con il tempo, perse tale favore e – secondo Plinio il Vecchio – venne cacciato da Roma, con il nome di “carnefice”.
All’inizio del I secolo a.C., giunse a Roma Asclepiade, ottimo medico ma chirurgo di scarsa audacia, giudicato da Galeno con grande severità. Di lui si ricorda il salasso, sebbene sapesse praticare anche la laringotomia nei casi di soffocamento.

Ad Asclepiade è attribuita la formula di operare con sicurezza, rapidamente e senza arrecare troppa sofferenza al malato: tuto, cito, iucunde.

Celso ricorda che tra i migliori chirurghi ai tempi di Augusto, va ricordato Megete, di formazione alessandrina: praticò per primo la riduzione della lussazione del ginocchio, fu esperto nel trattamento delle fistole anali e inventò il litotomo.
A cavallo del I secolo d.C. Celso scrisse il De re Medica, che raccoglie tutte le conoscenze mediche dell’epoca pregalenica, con specifici libri sulla chirurgia generale (il settimo libro) e sulla chirurgia delle ossa (l’ottavo libro).
Celso, non medico e nemmeno chirurgo, ma grande genio enciclopedico, descrisse uno strumentario chirurgico di oltre duecento pezzi, corrispondenti anche a quelli rinvenuti negli scavi di Pompei. Fabbricati in bronzo, con lama in ferro, erano riccamente decorati e possono essere suddivisi in taglienti (coltelli, forbici, seghe) pinze (forcipes, pinze a dente di topo, pinze da denti), specilli (a punta olivare, a spatola, a bottone), sonde (per drenaggi, toracentesi), aghi sa sutura, trapani di vario tipo.
Il materiale da medicazione era costituito da bende di lino, dalla lana e dalla stoppa, usata per le sue proprietà assorbenti.

La dovizia di tale armamentario chirurgico fa pensare che il campo di intervento si fosse ampliato, come dimostrano i numerosi interventi descritti da Celso: egli descrive il trattamento delle ferite profonde dell’addome, le differenti tipologie di cura per le ferite superficiali, l’amputazione degli arti, per la quale veniva praticata la legatura preventiva dei vasi e la preparazione dei lembi per ricoprire il moncone.

Descrive il trattamento delle varici, trattate con legature e cauterizzazione; gli interventi di emorroidi e fistole anali. Celso inoltre si sofferma nella descrizione delle ernie delle pareti addominali e un posto importante è occupato dalla descrizione del procedimento di autoplastica cutanea del naso e della guancia: principio da lui descritto per primo, poi dimenticato e reinventato dai chirurghi francesi.
Interessante, nel capitolo dedicato alla chirurgia delle ossa, la sezione sulla trapanazione del cranio: intervento praticato mediante perforazioni multiple, con il trapano conico ed escissione dei punti ossei intercalari. Viene esplicitamente messa in luce l’indicazione fornita dalla rottura di un vaso della dura madre con effusione sanguigna intracranica.
Nel I secolo d.C. non vi sono personaggi da segnalare, mentre nel II secolo, sotto l’impero di Traiano, comparvero insigni chirurghi come Sorano d’Efeso, Archigene, Rufo d’Efeso ed Eliodoro.
Sorano d’Efeso viene considerato il padre dell’ostetricia.
Archigene, chirurgo audace, operò il cancro della mammella, si occupò di quello dell’utero, creò una tecnica per l’amputazione degli arti.
Rufo d’Efeso fu autore di un trattato di cui sono pervenuti solo alcuni frammenti e il chirurgo che godette di maggior stima fu Eliodoro. Pare sia stato il primo a praticare la legatura e la torsione a scopo emostatico; descrisse la trapanazione nei traumi cranici; eseguì l’amputazione di mani e piedi per gangrena, ponendo al di sopra della zona da sezionare un laccio emostatico, precedendo di secoli la scoperta di Esmark per la compressione temporanea dei vasi dell’arto da amputare.

 

La scuola enciclopedica: Celso

Le opere enciclopediche esistono da circa 2000 anni: la più antica che si è tramandata, la Naturalis historia, fu scritta nel I secolo da Plinio il Vecchio.
La scuola enciclopedica, pertanto, rappresentò un movimento culturale – importato a Roma dalla Grecia – che non aveva limiti di interessi, occupandosi di ogni branca, ivi compresa la medicina.
Tra le figure che se ne occuparono, vanno ricordati Aulo Cornelio Celso e Caio Plinio Secondo.
Nel periodo in cui Celso compose il suo manuale enciclopedico “Artes” la letteratura scientifica romana, che si opponeva alla tradizione del poema didascalico, era ancora agli inizi: basti pensare che, prima di Celso, soltanto Vitruvio si inserisce nel filone scientifico. Dimostrando, dunque, grande coraggio, Celso trattò di discipline pratiche assieme a discipline teoriche, ponendosi l’obiettivo di riunire tutto lo scibile in un’unica raccolta, come più tardi venne fatto anche da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia.

Non si conosce molto in merito alla sua figura: si ingnorano gli anni precisi della sua nascita e della sua morte, ma certamente fece parte della corte letteraria del giovane Tiberio nel 21 a.C. secondo quanto riportato da Orazio.

Inoltre, non è nemmeno certo che fu un medico, anzi la maggioranza degli storici ritiene fosse un “compilatore”.

Nel trattato De Artibus, Celso riunì tutte le conoscenze dell’epoca, dall’agricoltura all’arte militare, dalla retorica alla filosofia, dalla giurisprudenza alla medicina.
Mentre tutti gli altri scritti sono andati perduti, quello sulla medicina (De re medica) si è fortunosamente salvato: fu ritrovato dopo quattordici secoli da Papa Niccolò V nella chiesa di S. Ambrogio a Milano quando egli si chiamava solo Tommaso Perentucelli ed era semplice suddiacono della sede apostolica.

Il codice di Celso fu il primo libro di medicina pubblicato a mezzo della stampa, e comparve a Firenze nel 1478.
Il De re medica (scritto tra il 25 e il 35 d.C.) tratta della dieta, dell’igiene, della diagnosi e prognosi delle malattie, delle febbri, della terapia. In questa opera la medicina viene esposta secondo la dottrina ippocratica, di cui Celso era seguace, seppur non disdegnava altre dottrine qualora più convincenti per chiarire alcuni problemi.
L’esposizione della patologia e della clinica sono esposte secondo uno schema sintomatologico, così come è molto accurata la descrizione dell’infiammazione.
In quest’ultimo libro Celso sottolinea anche l’importanza del clistere e ricorda tra i purganti l’aloe e l’elleboro, e tra i medicamenti per uso esterno molte piante ricche di tannino. Nella cura delle ferite raccomanda come antisettici l’olio di timo, il catrame, la trementina e l’arsenico, mentre contro il dolore si vale del giusquiamo, della mandragora, dell’oppio e del solanum.
Degna di rilievo la parte dedicata all’igiene e alla dietetica,
offre, infatti, la ricetta sicura per dimagrire: mangiare una sola volta al giorno, prendere molti purganti, dormire poco, fare bagni e massaggi in acqua salata, muoversi molto.
Ma la sezione migliore è quella dedicata alla chirurgia: alcuni degli interventi da lui descritti molti sono divenuti classici, come la litotomia laterale, l’operazione per cancro del labbro inferiore, gli interventi di plastica per le perdite di tessuto, l’asportazione di cataratta, la tonsillectomia. Venivano eseguiti con strumenti appositamente ideati, come gli scalpelli (scalpri) di varia forma, le sonde (specili), gli uncini (unci), le pinze (forceps), le tenaglie, i trapani, le seghe, le spatole, oltre che le ventose (cucurbitae), le compresse, le corregge.
Uno dei meriti del De re medica è aver riportato tradotta (o raccolta) in latino la terminologia medica greca che aveva dominato sino ad allora il linguaggio dei medici.

Si tratta di un vero e proprio dizionario, che dominerà la scienza medica per due millenni.