Galeno

Galeno fu il primo fisiologo che studiò il sistema nervoso: grazie a esperimenti condotti principalmente su maiali, descrisse le conseguenze dell’interruzione del midollo spinale a diversi livelli.
La patologia galenica è frutto della fusione della dottrina umorale ippocratica, con quella meccanica (dottrina dei pori di Asclepiade).
Sull’alterazione funzionale degli organi, secondaria ad una loro lesione, Galeno fondò la definizione di vari quadri clinici, in quanto i sintomi costituiscono gli effetti della malattia.

Galeno distinse quattro gruppi di malattie: malattie dei quattro umori; malattie delle parti semplici o tessuti (infiammazioni); malattie organiche o delle parti strumentali formate dalle parti semplici (vene, arterie, nervi, muscoli, ossa); malattie traumatiche.

La patologia galenica è contenuta nell’ “Ars medica” che costituì per secoli il testo fondamentale dell’insegnamento in medicina.

Nella clinica, Galeno diede grandissima alla semeiotica: per conoscere gli effetti della malattia sull’organismo in generale e sui singoli organi ricercò scrupolosamente gli scrupoli.

Da questa sua minuziosa ricerca risultarono numerose e preziose nuove cognizioni, anche se spesso intramezzate con discussioni teoriche e con formule filosofiche.

L’importanza attribuita alla semeiotica permise a Galeno di di porre diagnosi fini che oggi meravigliano: stabilì la diagnosi differenziale fra emottisi ed ematemesi; descrisse le vomiche, le febbri e i sintomi dell’infiammazione. Diede molta importanza all’esame delle urine e a quella del polso.

Anche nella terapia Galeno si discostò da Ippocrate: non riconoscendo nella natura l’unico mezzo curativo, fece ricorso ad un impiego non indifferente di farmaci.
Ma questo sarà l’argomento del prossimo articolo!

L’epoca galenica

Si tratta del periodo in cui Galeno svolse le sue attività mediche a Roma, dal 164 d.C. alla morte, avvenuta circa nel 201 d.C.

Galeno rappresenta una figura nuova nel panorama culturale dei tempi: non apparteneva a nessuna scuola, anzi, ideò e costruì un complesso e completo sistema medico, basato sulla medicina ippocratica, che durò fino all’epoca di Vesalio, primo a metterlo in discussione.

Nato a Pergamo, in Asia minore, nel 129 d.C. iniziò giovanissimo gli studi in filosofia, che proseguì insieme a quelli di medicina a Smirne, a Corinto e ad Alessandria, dove si fermò a lungo.

Tornato a Pergamo nel 157, venne nominato medico della scuola dei gladiatori e qualche anno dopo, nel 164, si trasferì a Roma, dove seppe imporre la sua presenza come medico e scrittore. La sua affermazione ebbe come conseguenza inimicizie e dissapori, dovuti anche al suo carattere arrogante. Dopo pochi anni, pertanto, tornò nella sua città natale, ma fu richiamato nel 169 dall’imperatore Marco Aurelio che lo volle per curare i disturbi che i suoi medici non erano in grado di affrontare.
Si fermò poi a Roma, dove morì nel 201.

Fu autore di oltre quattrocento opere mediche, in cui sono affrontati tutti gli aspetti della medicina; di queste, soltanto una parte è rimasta conservata, circa 119.

Le opere, scritte da Galeno in greco, vennero tradotte in parte in latino, in parte in arabo da medici arabi che le commentarono ampiamente, interpretandole talvolta in modo erroneo.

L’anatomia di Galeno è trattata nell’opera “Administrationes anatomicae”: per studiarla, egli fu costretto a ad eseguire dissezioni di animali, come maiali o scimmie, essendo vietato effettuare dissezioni e anche tardarsi a ad osservare individui con ferite vaste, che potessero rivelare gli organi interni.

Effettuò quindi studi sull’anatomia osservando gli animali e praticando il concetto dell’analogia tra funzione e morfologia, secondo il quale organi con di esseri viventi che svolgono la stessa funzione possiedono la medesima struttura anatomica. Teoria rimasta valida fino al 1800, che porta a con se il concetto dell’anatomia quale studio anatomo-funzionale degli organi.

Gli argomenti dell’opera anatomica di Galeno riguardano l’osteologia (cioè lo studio dello scheletro e delle ossa), la miologia (ossia lo studio dell’apparato muscolare), la neurologia e l’angiologia.

Gli studi maggiormente completi risultano essere quelli sull’osteologia, in particolare sullo scheletro della testa e le sue connessioni con la colonna vertebrale: vengono ben descritte le vertebre, le coste, lo sterno, la clavicola.
In miologia sono, invece, descritti i muscoli più esterni, alcuni dei quali sono stati scoperti proprio da Galeno: il platisma, il popliteo e i muscoli della laringe.
In neurologia Galeno fece il maggior numero di scoperte: descrisse per primo i nervi laringei inferiori, i nervi olfattori, la prima e la terza branca del trigemino. Inoltre fu lui a mettere in evidenza che la “quinta coniugatio”, ossia il quinto paio dei nervi cranici, è composta non da un solo tronco, ma dall’acustico e dal facciale.
Negò, come fino ad allora si credeva, che i nervi avessero origine dal cuore, affermando invece che i nervi sensitivi partissero dal cervello e quelli motori dal midollo spinale.
Descrisse con chiarezza l’origine del nervo frenico e della catena gangliare del simpatico. Nel sistema nervoso centrale, Galeno scoprì il setto pellucido, il corpo calloso, le eminenze quadrigemine e i ventricoli cerebrali.
In angiologia continuò a credere che il cuore fosse l’origine delle arterie e il fegato delle vene, nonché la separazione dei sistemi venoso e arterioso.

Delle numerose altre opere di Galeno, parleremo nei prossimi articoli.

La scuola enciclopedica: Plinio il Vecchio

Gaio Plinio Secondo, o Plinio il Vecchio, per distinguerlo dal nipote detto Plinio il Giovane, nacque a Como nel 23 d.C.
Recatosi a Roma da giovanissimo, raggiunse in breve tempo importanti posizioni politiche e militari, che lo portarono a viaggiare in Germania e in Spagna.
Al ritorno a Roma, divenne comandante della flotta navale e inviato a Miseno; morì durante l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, secondo la testimonianza del nipote stesso, che lo rappresenta, come un uomo dedito allo studio ed alla lettura, intento ad osservare i fenomeni naturali ed a prendere continuamente appunti, dedicando poco tempo al sonno ed alle distrazioni.

La Naturalis historia, opera che rese famoso Plinio e lo fece entrare nella storia della medicina, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione.
Nonostante le sua grande fama, Plinio non fu uno scienziato,  ma come Celso, un compilatore, con il valore di aver citato la fonte di di ogni nozione riferita.

L’opera di Plinio, sebbene limitata dal punto di vista scientifico, ha un notevole valore storico enorme, perché ha trasmesso il livello delle conoscenze e della scienza all’inizio dell’era volgare.

La sua Historia fu immediatamente apprezzata e per oltre 15 secoli rappresentò un riferimento, così come l’opera di Galeno.

La scuola enciclopedica: Celso

Le opere enciclopediche esistono da circa 2000 anni: la più antica che si è tramandata, la Naturalis historia, fu scritta nel I secolo da Plinio il Vecchio.
La scuola enciclopedica, pertanto, rappresentò un movimento culturale – importato a Roma dalla Grecia – che non aveva limiti di interessi, occupandosi di ogni branca, ivi compresa la medicina.
Tra le figure che se ne occuparono, vanno ricordati Aulo Cornelio Celso e Caio Plinio Secondo.
Nel periodo in cui Celso compose il suo manuale enciclopedico “Artes” la letteratura scientifica romana, che si opponeva alla tradizione del poema didascalico, era ancora agli inizi: basti pensare che, prima di Celso, soltanto Vitruvio si inserisce nel filone scientifico. Dimostrando, dunque, grande coraggio, Celso trattò di discipline pratiche assieme a discipline teoriche, ponendosi l’obiettivo di riunire tutto lo scibile in un’unica raccolta, come più tardi venne fatto anche da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia.

Non si conosce molto in merito alla sua figura: si ingnorano gli anni precisi della sua nascita e della sua morte, ma certamente fece parte della corte letteraria del giovane Tiberio nel 21 a.C. secondo quanto riportato da Orazio.

Inoltre, non è nemmeno certo che fu un medico, anzi la maggioranza degli storici ritiene fosse un “compilatore”.

Nel trattato De Artibus, Celso riunì tutte le conoscenze dell’epoca, dall’agricoltura all’arte militare, dalla retorica alla filosofia, dalla giurisprudenza alla medicina.
Mentre tutti gli altri scritti sono andati perduti, quello sulla medicina (De re medica) si è fortunosamente salvato: fu ritrovato dopo quattordici secoli da Papa Niccolò V nella chiesa di S. Ambrogio a Milano quando egli si chiamava solo Tommaso Perentucelli ed era semplice suddiacono della sede apostolica.

Il codice di Celso fu il primo libro di medicina pubblicato a mezzo della stampa, e comparve a Firenze nel 1478.
Il De re medica (scritto tra il 25 e il 35 d.C.) tratta della dieta, dell’igiene, della diagnosi e prognosi delle malattie, delle febbri, della terapia. In questa opera la medicina viene esposta secondo la dottrina ippocratica, di cui Celso era seguace, seppur non disdegnava altre dottrine qualora più convincenti per chiarire alcuni problemi.
L’esposizione della patologia e della clinica sono esposte secondo uno schema sintomatologico, così come è molto accurata la descrizione dell’infiammazione.
In quest’ultimo libro Celso sottolinea anche l’importanza del clistere e ricorda tra i purganti l’aloe e l’elleboro, e tra i medicamenti per uso esterno molte piante ricche di tannino. Nella cura delle ferite raccomanda come antisettici l’olio di timo, il catrame, la trementina e l’arsenico, mentre contro il dolore si vale del giusquiamo, della mandragora, dell’oppio e del solanum.
Degna di rilievo la parte dedicata all’igiene e alla dietetica,
offre, infatti, la ricetta sicura per dimagrire: mangiare una sola volta al giorno, prendere molti purganti, dormire poco, fare bagni e massaggi in acqua salata, muoversi molto.
Ma la sezione migliore è quella dedicata alla chirurgia: alcuni degli interventi da lui descritti molti sono divenuti classici, come la litotomia laterale, l’operazione per cancro del labbro inferiore, gli interventi di plastica per le perdite di tessuto, l’asportazione di cataratta, la tonsillectomia. Venivano eseguiti con strumenti appositamente ideati, come gli scalpelli (scalpri) di varia forma, le sonde (specili), gli uncini (unci), le pinze (forceps), le tenaglie, i trapani, le seghe, le spatole, oltre che le ventose (cucurbitae), le compresse, le corregge.
Uno dei meriti del De re medica è aver riportato tradotta (o raccolta) in latino la terminologia medica greca che aveva dominato sino ad allora il linguaggio dei medici.

Si tratta di un vero e proprio dizionario, che dominerà la scienza medica per due millenni.

 

La scuola eclettica

Si tratta di una scuola a cui appartengono le figure più illustri della medicina pregalenica romana e lo stesso Galeno, da alcuni storici, viene annoverato tra gli eclettici.
Fondatore della scuola fu Agostino di Sparta, allievo di Ateneo: riunì nella scuola eclettica quelli che ritenne essere i migliori principi della scuola metodica e pneumatica.
Pose alla base dei fenomeni vitali il concetto umorale, mentre come metodico attribuì molta fiducia alla terapia fisica e alle cure idropiniche.  Si occupò di tossicologia e allo studio del polso. E allo studio del polso si dedicò anche anche Archigene di Apamea, in Siria, che visse a Roma sotto l’impero di Traiano. Alcuni lo considerano il fondatore della scuola, nonché uno dei maggiori rappresentanti della medicina romana. Descrisse molto bene alcune malattie, tra cui la difterite, la lebbra e l’ascesso del fegato.
Areteo di Cappadocia, vissuto tra la fine del II e l’inizio del II secolo d.C., fu un’altra figura di primo piano, tanto da essere reputato un secondo Ippocrate: concepì le malattie come dovute ad una rottura dell’equilibrio dei solidi, dei liquidi e del pneuma presente nell’organismo.

Areteo ha notevolmente contribuito al progresso delle conoscenze mediche: descrisse magistralmente alcune malattie come la pleurite, la sincope, le paralisi cerebrali, descrivendo per primo le paralisi “crociate” secondarie a lesione cerebrale, e l’ “ulcera siriaca” (difterite), e facendo acute osservazioni sul tetano (“nel quale il medico non può offrire assistenza ma solo pietà”), sul diabete mellito, sull’elefantiasi (non infrequente a Roma), sul morbo celiaco. In terapia diede particolare importanza alla dietetica, alla climatologia, alla fisioterapia.

Molto analitiche le sue descrizioni anatomo-patologiche, che fanno pensare che avesse ripetutamente esaminato cadaveri. I suoi scritti andarono perduti, e furono riscoperti solo nel XVI secolo.

Un altro eminente medico di questo periodo è Rufo di Efeso (circa 100 d.C.), grande anatomista cui si deve uno dei primi libri di terminologia medica (Dei nomi). Rufo è il primo a descrivere l’incrocio dei nervi ottici, e in modo dettagliato molti particolari strutturali dell’occhio (specie il cristallino), la laringe, il nervo vago, il mesentere, il pancreas, gli intestini, i dotti seminali, la prostata e le tube uterine. E’ anche il primo a descrivere la peste bubbonica e la lebbra.