Disturbi alimentari negli uomini: un progetto che ne parla grazie ad arte e narrazione


I disturbi alimentari sono nella narrazione corrente declinati al femminile: “Hungry for Words: Raising Awareness of Eating Disorders in Men” è un articolo pubblicato dall’Università di Nottingham che affronta un invece il tema delicato e spesso trascurato legato ai disturbi alimentari negli uomini.

La ricerca condotta dalla Dr. Heike Bartel si pone l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e i professionisti sanitari su questo argomento, sfidando lo stereotipo secondo cui tali disturbi riguardano esclusivamente le donne.

Una delle sfide principali evidenziate dall’articolo è la difficoltà nel riconoscere i disturbi alimentari negli uomini, sia da parte degli stessi pazienti che dei professionisti sanitari. Gli uomini, infatti, spesso non vengono diagnosticati o vengono diagnosticati tardivamente, a causa di una percezione culturale che associa queste patologie prevalentemente al sesso femminile. Tuttavia, i disturbi come anoressia, bulimia e binge eating colpiscono una percentuale significativa di uomini, portando a gravi conseguenze sulla loro salute fisica e mentale.

Il progetto di ricerca di Bartel è incentrato sull’uso delle storie personali per aiutare a rompere il silenzio attorno ai disturbi alimentari negli uomini. Questo approccio narrativo è al centro del progetto “Hungry for Words”, che raccoglie testimonianze autentiche per creare una connessione emotiva e intellettuale con il pubblico. L’obiettivo è far emergere la voce di coloro che lottano con questi disturbi, al fine di educare e aumentare la consapevolezza sia nella popolazione generale che tra i professionisti sanitari. Attraverso il progetto, sono stati sviluppati strumenti creativi, come video-poesie e animazioni, che vengono utilizzati nei contesti di formazione per favorire una comprensione più profonda del problema. La formazione non si limita agli operatori sanitari, ma si estende anche a educatori e altre figure professionali che possono avere un impatto sulla salute mentale e fisica degli individui.

Un aspetto particolarmente interessante del progetto è l’utilizzo delle arti visive e letterarie per veicolare messaggi complessi e sfumati riguardo ai disturbi alimentari. Attraverso l’uso di immagini potenti e narrazioni poetiche, Bartel e il suo team cercano di superare le barriere linguistiche e culturali che spesso impediscono agli uomini di cercare aiuto. Questi strumenti creativi, utilizzati nelle campagne di sensibilizzazione e nei materiali educativi, rappresentano una forma di comunicazione alternativa, capace di raggiungere diverse fasce della popolazione e di avere un impatto duraturo.

Un altro punto rilevante trattato nell’articolo è l’importanza della formazione specifica per i professionisti della salute. Molti medici e infermieri, pur riconoscendo la serietà dei disturbi alimentari, non dispongono delle competenze necessarie per identificarli negli uomini. Il progetto “Hungry for Words” ha collaborato con diversi partner per sviluppare corsi di formazione specifici che forniscono strumenti pratici per migliorare la diagnosi e il trattamento di questi pazienti. I risultati sono stati positivi: i partecipanti ai corsi hanno riferito un aumento della consapevolezza e una maggiore capacità di affrontare casi di disturbi alimentari negli uomini.

L’impatto del progetto si riflette anche nel riconoscimento internazionale che ha ricevuto. Nel 2021, “Hungry for Words” è stato premiato per il suo contributo alla ricerca e alla sensibilizzazione, dimostrando come la combinazione tra narrazione personale e strumenti creativi possa effettivamente fare la differenza nella lotta contro i disturbi alimentari.

In conclusione, l’articolo dell’Università di Nottingham mette in luce un aspetto poco esplorato dei disturbi alimentari e fornisce un’analisi approfondita del lavoro svolto dal progetto “Hungry for Words”. Il focus sull’uso delle storie personali e degli strumenti creativi rappresenta un approccio innovativo e promettente per sensibilizzare l’opinione pubblica e formare i professionisti sanitari, migliorando così la diagnosi e il trattamento dei disturbi alimentari negli uomini.

Articolo completo disponibile qui https://www.nottingham.ac.uk/vision/vision-hungry-for-words

Un “ponte naturale” tra Medical Humanities e tecnologia

L’articolo Natural Bridge: Science and Technology Studies Connect Scientists, Humanists, pubblicato dalla Rice University, discute un progetto innovativo che promuove la collaborazione tra scienziati e umanisti per affrontare questioni globali complesse. Questa iniziativa, chiamata “Natural Bridge,” è sostenuta dalla Fondazione Andrew W. Mellon e intende collegare le discipline scientifiche e umanistiche per produrre soluzioni più integrate e inclusive. Il progetto parte dal presupposto che le questioni legate al cambiamento climatico, alle tecnologie emergenti e alla sostenibilità richiedano approcci che vadano oltre i confini tradizionali delle singole discipline, combinando competenze scientifiche con intuizioni umanistiche.

I promotori di questa iniziativa riconoscono che, nel mondo contemporaneo, molte delle sfide che affrontiamo sono non solo scientifiche o tecnologiche, ma anche sociali e culturali. Problemi come il riscaldamento globale, l’impatto delle nuove tecnologie sull’occupazione e sulla privacy, e il miglioramento delle condizioni di vita in contesti svantaggiati richiedono soluzioni che tengano conto sia delle implicazioni scientifiche che delle dimensioni etiche e culturali. In questo senso, il progetto punta a creare una “ponte naturale” che permetta alle diverse discipline di lavorare insieme per comprendere meglio questi fenomeni complessi e trovare risposte più efficaci.

Un aspetto cruciale del progetto è il coinvolgimento delle scienze umane, considerate non come discipline ausiliarie, ma come partner alla pari nel dialogo con le scienze dure. Le questioni etiche, le implicazioni culturali, e le sfide sociali vengono quindi trattate insieme agli aspetti scientifici e tecnologici. Questo approccio integrato è destinato a facilitare la comprensione dei contesti più ampi in cui le scoperte scientifiche vengono applicate, aiutando a evitare approcci riduttivi o tecnocentrici che potrebbero ignorare le ripercussioni sociali.

Gli studiosi coinvolti nella “Natural Bridge” riconoscono inoltre la necessità di formare le future generazioni di scienziati e umanisti affinché possano dialogare tra loro. Questo obiettivo viene perseguito attraverso la creazione di programmi educativi che incoraggiano gli studenti a sviluppare competenze sia nelle scienze che nelle discipline umanistiche. In particolare, il progetto sottolinea l’importanza di coltivare una mentalità interdisciplinare fin dai primi anni di formazione, in modo che i giovani ricercatori siano meglio equipaggiati per affrontare le sfide del futuro con una visione d’insieme.

Infine, l’articolo sottolinea che l’interazione tra scienze e umanità non è un fenomeno nuovo. Nel corso della storia, molte delle più grandi scoperte scientifiche sono state accompagnate da riflessioni filosofiche e culturali. Tuttavia, con l’avvento della specializzazione nel mondo accademico, queste connessioni si sono indebolite. Il progetto “Natural Bridge” mira a ristabilire questi legami, mostrando come le intuizioni umanistiche possano arricchire la pratica scientifica e viceversa.

In conclusione, l’iniziativa rappresenta un passo importante verso una maggiore integrazione tra scienza e umanità, con l’obiettivo di affrontare in modo più completo e consapevole le sfide globali contemporanee.

qui l’articolo completo https://news.rice.edu/news/2024/natural-bridge-science-and-technology-studies-connect-scientists-humanists

 

NAME Piemonte: presentati i risultati

Obiettivo validare l’efficacia della Medicina Narrativa e valutarne l’impatto nella pratica clinica

Quali benefici può avere la Medicina Narrativa nella pratica clinica? La risposta a questa domanda è stata data oggi, venerdì 12 luglio, in una conferenza stampa online che ha visto presentare i risultati del progetto regionale NAME.

Un progetto di formazione e ricerca che aveva come obiettivo proprio quello di validare l’efficacia della Medicina Narrativa e a valutarne l’impatto nella pratica clinica, nell’ottica di una sempre maggiore attenzione alla relazione tra operatore di cura e persona assistita. NAME Piemonte è stato sviluppato dal DAIRI R (diretto da Antonio Maconi), dal Centro Studi per le Medical Humanities (Mariateresa Dacquino) e dalla Società Italiana di Medicina Narrativa – Simen (Stefania Polvani e Giovanni Melani), in collaborazione con l’Istituto di Management, Scuola Superiore Sant’Anna (gruppo di studio Giuseppe Turchetti e Ilaria Palla) e il coordinamento operativo di Apertamente (Giulio Bigagli).

Si tratta di uno dei primi progetti italiani che misura specifici indicatori di medicina narrativa, articolato su 6 laboratori in 4 città, per un totale di 96 ore di formazione che hanno coinvolto 119 professionisti, 12 docenti e facilitatori. La progettualità, avviata a febbraio con focus group e la costituzione di una cabina di regia composta da professionisti del sistema sanitario regionale con l’obiettivo di supervisionare e migliorare il percorso, è terminata lo scorso mese di maggio. NAME è un progetto pilota che è stato calato in realtà aziendali con specificità diverse e in aule in cui i professionisti avevano background e profili professionali differenti, ognuno portatore di esperienze lavorative diverse.

Stefania Polvani, già presidente di Simen, ricorda le fasi del progetto: “Nella fase iniziale del progetto è stata realizzata un’analisi dei bisogni dei professionisti sanitari tramite la realizzazione di un Focus Group che, con la supervisione di una Cabina di Regia che si è occupata della validazione e del monitoraggio del progetto, ha raccolto e approfondito i bisogni di professionisti, pazienti, caregiver e Associazioni di pazienti rispetto alla Medicina Narrativa, in particolare nell’ambito delle malattie rare e croniche. Dal Focus Group con i professionisti e dagli incontri del gruppo di progetto, sono derivati i tre indicatori su cui lavorare: ridurre il conflitto, migliorare l’aderenza al trattamento e integrare la Medicina Narrativa nel Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA). La seconda fase si è concretizzata con lo svolgimento di azioni formative in forma laboratoriale, da maggio 2023 a marzo 2024, con la partecipazione di ben 119 professionisti. Infine, nella terza fase si sono analizzati gli indicatori utilizzati per misurare l’impatto della Medicina Narrativa nella formazione e nella pratica clinica”.

Gli indicatori sono stati misurati attraverso questionari e per ogni indicatore sono stati realizzati questionari costruiti ad hoc: l’obiettivo del questionario relativo ai conflitti in ambito lavorativo consisteva nell’indagare i possibili conflitti che il professionista ha vissuto e/o vive e quali soluzioni sono state adottate per risolverli, mentre il questionario sull’aderenza al trattamento era teso a indagare la percezione dei professionisti rispetto all’aderenza al trattamento dei pazienti. Entrambi i questionari, somministrati in modo anonimo, sono stati sottoposti ai professionisti all’inizio (T0), a metà (T1) e al termine del percorso formativo (T2). I risultati hanno fatto emergere una diminuzione nelle quattro edizioni e una percentuale maggiore di conflitti risolti al termine del percorso (con una percentuale pari al +8.5%). L’analisi semantica relativa ai conflitti ne ha evidenziato la natura: ne emergono molti relativi sia agli aspetti relazionali e comunicativi, nonché legati ad aspetti organizzativi e di gestione del paziente (sia tra colleghi che tra professionisti e pazienti/familiari).

In riferimento all’aderenza, i questionari registrano un aumento del valore tra l’avvio (T0) e il termine del progetto (T1) relativamente alla comunicazione medico-paziente quale aspetto incidente sull’aderenza del paziente al trattamento, unitamente alla scarsa consapevolezza della malattia. Rispetto alle azioni utili per incrementare l’aderenza, emerge un aumento dei valori tra T0 e T1 per le voci relative all’educazione terapeutica, il coinvolgimento e sensibilizzazione dei caregiver e il counseling. Un’altra azione utile per la quale si è osservato un aumento notevole (+6.04%) è il controllo delle prescrizioni tramite propri gestionali e/o attraverso personale dedicato e reminder.

Per quanto concerne gli strumenti di lavoro – in particolare diari narrativi e PDTA – gli  elaborati dei partecipanti rappresentano un’ottima base per esser portati nella pratica di cura, costituendo la prima applicazione, a livello nazionale, di percorsi integrati con la Medicina Narrativa, che devono però vedere il coinvolgimento di attori fondamentali come i pazienti e le Associazioni dei pazienti.

L’analisi degli indicatori del progetto consente pertanto di evidenziare che la Medicina Narrativa può fornire un contributo importante in termini di comunicazione medico-paziente, presa in carico del paziente, coinvolgimento del familiare e tempo dedicato dal medico per la spiegazione della terapia come tempo di cura.

Franco Ripa, Direttore del Settore Programmazione dei servizi sanitari e socio-sanitari della Regione Piemonte ha sottolineato di essere particolarmente lieto di questa progettualità che si pone nella logica di rigenerazione del sistema sanitario regionale: “NAME ha visto il coinvolgimento di tutte le aziende sanitarie piemontesi, suddivise in quattro quadranti (Alessandria, Cuneo, Novara e Torino), in un percorso di connessione tra formazione e ricerca. Un progetto costruito insieme ai professionisti, al termine del quale è emerso un giudizio complessivo positivo sia per quanto concerne la formazione, sia per il valore generato per il sistema. I professionisti possono mettere in pratica nelle proprie realtà aziendali pratiche a partire dai lavori che sono stati svolti per l’indicatore relativo all’integrazione degli strumenti di Medicina Narrativa nei percorsi di cura. L’idea è quella di presentare in autunno questi ottimi lavori, anche nella prospettiva di proseguire con una seconda fase, per rendere sempre più concreta l’applicazione di questi strumenti”.

Come la “art on prescription” può integrarsi dal suo punto di vista alla medicina tradizionale?

Intervista a Elena Molinari, a cura di Patrizia Santinon

Elena Molinari, medico pediatra e psicoanalista, è membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, di cui è segretario scientifico nazionale, e dell’International Psychoanalytical Association. Dal 2005 insegna come professoressa a contratto nel corso di perfezionamento in Teoria e pratica della terapeutica artistica dell’Accademia di Belle Arti di Brera.

Come la “art on prescription” può integrarsi dal suo punto di vista alla medicina tradizionale?

La “art prescripion” non fa che richiamare la medicina al suo compito radicale di occuparsi delle persone e non solo del malanno specifico di un singolo organo. Le persone anche quando affette da una malattia conservano una grande quota di salute che deve essere sostenuta perché ben sappiamo come questa parte sana giochi un ruolo cruciale nei processi di guarigione.

Faccio un esempio storico: Archie Cochrane il famoso medico scozzese da cui prende il nome uno dei più condivisi metodi di validazione epidemiologica degli studi scientifici conservò fino alla fine della sua vita ciò che aveva imparato durante il periodo in cui prestò servizio come ufficiale medico in diversi campi di prigionia a seguito della sua cattura durante la Seconda guerra mondiale: occorre rimanere dubbiosi rispetto alle conoscenze mediche che venivano date per acquisite. Sulla scorta di questa sua radicale curiosità riuscì a dimostrare che i pazienti che avevano subito un intervento cardiologico guarivano molto più in fretta se dimessi precocemente. Andò quindi contro l’idea che l’ospedale fosse il luogo migliore, il più sicuro per guarire.

Archie Cochrane dimostrò in modo inequivocabile che fare esperienze di cura impregnate di affetto e di confort è un vantaggio anche economico per il sistema sanitario. Fare esperienze artistiche è “essere a casa” perché l’arte offre sempre un incontro emotivo appagante.

Come possiamo sgombrare il campo da clamorosi fraintendimenti: che un approccio escluda l’altro o all’altro si sostituisca. Abbiamo esempi in cui un’applicazione eterodossa di prescrizione sociale o di consulenza esistenziale in ambito clinico finisca con il supportare posizioni di negazione rispetto alla patologia psichiatrica. Ci sono cose che non sostituiscono altre ma giocano ad un livello differente e complementare. Ci porti il tuo punto di vista anche a partire dalla tua esperienza di docente in Brera?

L’accademia di Brera opera da molti anni in modo strutturato all’interno del Carcere di Bollate. Non offre la libertà ai detenuti che frequentano il laboratorio d’arte ma crea insieme a loro un’oasi di libertà. La “art prescription” non guarisce dal Parkinson o dalla malattia mentale, ma offre un’esperienza di mettersi in contatto con la parte sana di sé che non sparisce con la malattia.

Se ripetutamente facciamo esperienze di salute, la malattia non ha quell’impatto pervasivo sulla vita che spesso comporta il moltiplicarsi dei sintomi o una complicazione della malattia stessa.

I ricercatori americani Robert e Samuel Kaplan chiamano “restorative effect” l’effetto dato dall’esperienza di una visita al museo. Un esempio è il progetto ASBA (Anxiety, Stress, Brain-friendly museum Approach), svoltosi a Milano a cavallo tra 2022 e 2023. Ha coinvolto diversi musei cittadini, che sono diventati terreno di studio dei ricercatori dell’Università degli Studi Milano-Bicocca sull’effetto benefico delle esperienze culturali.
Come vedi si possa correlare la partecipazione culturale alla salute mentale e più in generale al benessere delle persone in senso di prevenzione? Hai sentito l’esperienza torinese di studi medici e pediatrici trasferiti in luoghi di cultura (come, ad esempio, il museo dell’automobile o il museo egizio)? Che cosa ne pensi rispetto al setting psicoanalitico e all’evoluzione, dunque, della stanza d’analisi dopo Freud, tra gli estremi della neutralità e gli eccessi di una self disclosure della stanza con l’esibizione di una iconografia privata, come dice Bolognini. Il tuo dove lo collocheresti temporaneamente? Dove lo collocano i tuoi pazienti in seduta?

Una domanda molto interessante e articolata.

Istituzioni artistiche come l’Accademia di Brera e l’Università degli Studi di Milano Bicocca collaborano da anni in modo sistematico per studiare sia i processi pedagogici che quelli di efficacia delle pratiche artistiche e su questa strada di documentare i risultati in termini di promozione della salute o di miglioramento del benessere mentale delle persone affette da una malattia organica.  In particolare, il Biennio specialistico di terapeutica artistica promuove interventi in gruppi di persone portatori di bisogni sanitari o sociali specifici sia in gruppi di popolazione sana. Questi ultimi hanno appunto un valore di prevenzione molto importante ad esempio sul disagio giovanile, la depressione post partum, il disadattamento sociale dei migranti ecc. I paesi nordici lavorano molto più di noi in questo senso e per imitarli occorrono scelte politiche non miopi e non troppo informate dall’ultimo sondaggio elettorale. La ricerca sistematica e la partecipazione attiva di tutti noi cittadini è l’unico antidoto a questa deriva.

Ho letto di questo esperimento unico in Italia sulla possibilità di avere un accesso al medico in luoghi d’arte. Non sono però abbastanza informata su quali risultati tale esperimento si proponga. Penso però che sia più efficace in termini di promozione della salute tutto ciò che non si propone come un’esperienza puntuale ed estemporanea. Penso che se tale pratica fa parte di un progetto articolato può avere un senso. Un po’ come la pubblicità progresso: sicuramente utile a livello informativo ma come sappiamo questo livello rischia di rimanere distante dai processi trasformativi se non affiancato da altre pratiche sociali più educative, di ascolto attivo e di promozione. Quando dico promozione intendo proprio pratiche in cui chi propone e chi usufruisce di un servizio si muovono insieme verso un obiettivo di salute.

Il setting si configura come un luogo in cui la memoria dei processi arcaici che danno forma all’esperienza terapeutica può riattualizzarsi: la relazione fisica con  gli oggetti presenti nella stanza di terapia  può riattivare le esperienze di contatto e di comunicazione pre-verbale quali si sono date nella storia del paziente, e le particolari relazioni oggettuali internalizzate; invece la potenzialità del processo creativo che si genera nella relazione  cui sia il paziente che il terapeuta partecipano, inaugura una potenzialità trasformativa.

Io non ho una stanza neutra, ho la mia stanza, alcuni oggetti, quadri, piante. Dopo un certo tempo di terapia I pazienti conoscono il terapeuta profondamente anche se l’analista giustamente rispetta il dovere di non invadere con la propria soggettività quella del paziente. Il punto è poter utilizzare qualche commento o qualche notazione sul setting esterno per farne un’occasione di esplorazione congiunta degli aspetti inconsci che è lo specifico della psicoanalisi.

Solo sapendo di poter trarre un beneficio non solo culturale dall’arte si può sfruttare a pieno tutto il suo potenziale. Quale il contributo della psicoanalisi su questo tema? Tu che lavori da sempre in un contesto mixed artisti / clinici che cosa pensi ci possa essere di innovativo nell’utilizzo di pratiche artistiche in ambito terapeutico? Ci fai un esempio?

L’esperienza estetica affonda le sue radici nel vissuto primario, quando è la madre che dà forma e trasforma – seguendo Bollas – l’esperienza interna ed esterna del neonato, prendendosi cura di lui in modi specifici (lo sfama, lo lava, ecc.). Con la crescita questo potenziale trasformativo viene poi riposto in altri oggetti (oggetti-soggettivati) concreti o concettuali, investiti della capacità di promuovere un profondo cambiamento del Sé; l’esperienza artistica occupa in questo contesto un posto di primo piano.

La teorizzazione Bioniana ha messo al centro della terapeuticità gli aspetti estetici tanto che nell’ultimo seminario tenuto a Parigi nel 1977  Bion, rivolgendosi ad un pubblico di psicoanalisti afferma provocatoriamente i “Se non sapete che tipo di artista  siete allora avete sbagliato mestiere”.

L’incontro estetico  realizza quel tipo di unisono emotivo che Bion considera massimamente trasformativo. La svolta epistemica della psicoanalisi che chiamiamo ontologica va in questa direzione cioè cerca di incontrare le emozioni più profonde che stanno all’origine dell’essere e del divenire. Possiamo dire che arte e psicoanalisi condividono una sensibilità estetica rispetto alla forma; la psicoanalissi verso la forma estetica  della relazione terapeutica, l’arte verso le forme concrete  in cui i vissuti emotivi  si incarnano  Come davanti ad una scultura, ad una pittura o ad una danza, l’intervento estetico appartiene a chi ha eseguito l’opera ma anche a chi la guarda (sintonizzandosi sul ritmo, sui movimenti interni, sulle risonanze), così nell’incontro terapeutico l’opera – o piuttosto l’operare – del paziente viene accolto da un terapeuta che ha coltivato durante la sua formazione una sensibilità ed una disponibilità specifica a quel tipo di ascolto, e che chiamiamo sensibilità estetica, avendo egli stesso sperimentato e affrontato le peripezie del divenire della forma, e l’indissolubile legame tra creazione e distruzione.

Nella mia pratica attuale mi capita di utilizzare strumenti artistici con i preadolescenti che trovano difficoltà ad utilizzare prevalentemente la parola e si sono allontanati dal gioco infantile; essi trovano in questo ambito strumenti idonei ad esprimere le loro emozioni e riescono a vedere nel concreto le trasformazioni che avvengono in terapia.

Posso dire però che utilizzo reverie artistiche, suggestioni che provengono dall’arte con tutti i pazienti. Nel mio ultimo libro “Binocula vision. An Inquiry into Psychoanalytic Techniques and Field Theory” ogni caso riportato contiene esempi in questo senso. Bion ha inteso la visione binoculare come la capacità di cogliere contemporaneamente il conscio e l’inconscio, le dinamiche interne al soggetto e quelle del gruppo in cui è inserito. Posso dire di avere apportato il mio contributo nel praticare una visione binoculare tra aspetti inconsci ed aspetti estetici.

 

Prescrizione Sociale: un corso di presentazione

La prescrizione sociale è un mezzo che, basandosi sulle prove scientifiche relative all’impatto dei fattori socioeconomici sulla salute e sull’ipotesi che affrontare i determinanti sociali sia cruciale per migliorare gli esiti di salute, permette ai professionisti sanitari di ricorrere a servizi e risorse non cliniche della comunità a vantaggio del ben-essere dei pazienti, riaffermando la centralità del modello biopsicosociale.

Benché sia un concetto relativamente nuovo nell’assistenza sanitaria perché richiede l’inclusione di partner della comunità locale esterni al settore sanitario, la prescrizione sociale è una pratica già in uso in diversi Paesi europei ed extraeuropei, in particolare nel Regno Unito dove a livello locale è una realtà ben consolidata.

Il 27 giugno, dalle ore 9.00 alle ore 13.00, si terrà nel Salone di Rappresentanza dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Alessandria un evento formativo dedicato al Social Prescribing accreditato ECM, organizzato in collaborazione con Cultural Welfare Center che ha curato la traduzione italiana.

Saranno presentate esperienze internazionali sull’argomento con gli interventi di Mary Lynch, (RN, PGCE, SFHEA, MSc, PhD Executive Vice Dean for Research in Faculty of Nursing & Midwifery, RCSI University of Medicine and Health Sciences, Dublin) e Alejandre Julze (Research Fellow in Public Engagement Behavioural Research Unit, University of Edinburgh)

A presentare il manuale OMS dedicato alla prescrizione sociale saranno presenti la ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità Ilaria Lega che ha curato la traduzione italiana insieme al CCW, rappresentato da Annalisa Cicerchia (da remoto) Ricercatrice senior all’Istituto nazionale di statistica che dirige presso l’Istat una linea di ricerca su “Nuove domande di benessere e salute post-Covid: la strategia del welfare culturale per il contrasto alle disuguaglianze”.

il programma completo qui: Social prescribing