Addison e il Bacchino di Caravaggio

La diagnosi su tela proposta dal prof. Zamboni sulla malattia di Addison del  Bacchino di Caravaggio


La malattia, o morbo, di Addison (nota anche come insufficienza surrenalica primaria o iposurrenalismo) è una malattia rara che riguarda due piccole ghiandole, chiamate surrenali, che si trovano sopra i reni e producono due ormoni essenziali: cortisolo e aldosterone.
Nella malattia di Addison, le ghiandole surrenali sono danneggiate e non producono una quantità adeguata dei due ormoni.
Non si conosce l’esatta causa del morbo di Addison ma nel 70% delle persone si riscontra un interessamento del sistema di difesa dell’organismo (sistema immunitario) che attacca e distrugge lo strato più esterno della ghiandola surrenale (la corteccia), interrompendo la produzione degli ormoni steroidei, aldosterone e cortisolo.

Prende il nome da Thomas Addison, medico inglese, nato a Long-Benton, presso Newcastle-on-Tyne nel 1793, morto a Brighton nel 1860, considerato uno dei “grandi medici” del Guy’s Hospital di Londra che identificò la malattia nel 1849 descrivendola come «uno stato morboso devastante», contrassegnato da «anemia, languore, astenia», da «consunzione del corpo» e da cute «come sporca e annerita dal fumo» (colorito bronzino), che all’autopsia risultava caratterizzato dall’atrofia o tisi delle ghiandole surrenali.

Addison divenne professore di materia medica a Londra nel 1827: fu successivamente professore di medicina pratica insieme con Bright. Pubblicò: Elements of Practice of Medicine (1839); On disease of the suprarenal Capsules (1855). I suoi lavori sono stati riuniti sotto il titolo: A collection of the Published Writings, ecc. (1868). Viene ricordato come uno dei fondatori dell’endocrinologia. 
Maggiori dettagli sulla vita e sull’opera di Addison sono disponibili in questo articolo https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1079500/

Proprio queste sono le caratteristiche che si possono trovare nel Bacchino di Caravaggio, come descrive Paolo Zamboni, un medico appassionato d’arte, nel volume Nascoste sulla tela: “Il Bacchino è un dipinto dove la sofferenza e la malattia sono facilmente percepibili e come tali tramandate nella storia dell’arte a partire dal titolo. Quello che balza subito all’occhio a una prima osservazione è l’aspetto «poco sano» della cute”. Zamboni esamina il dipinto in modo molto puntuale e invita il lettore stesso a “fare un gioco di intelligenza artificiale applicato alla Medicina” digitando sui motori di ricerca i sintomi descritti: il risultato è appunto la malattia che sarà descritta da Addison a metà dell’Ottocento.

Oggi la malattia viene curata somministrando gli ormoni mancanti (terapia sostitutiva). In questo modo, i disturbi possono essere ampiamente alleviati. La maggior parte delle persone, infatti, vive una vita normale, con poche limitazioni.

Gli studi di Thomas Addison sulle ghiandole surrenali fondano all’epoca una tradizione metodologica, particolarmente forte all’interno della tradizione endocrinologia, che integra metodologicamente clinica e patologia sperimentale.

L’arte nei luoghi di cura: una terapia per l’anima

ospedale di mantova: Studenti e artisti dipingono un muro di 295 metri. concluso il progetto di street art che ha gettato un ponte verso la comunità

Di Elena Miglioli, responsabile Ufficio stampa e comunicazione Asst Mantova

Nell’epoca Covid, che ha rivendicato la sacralità e il potere degli sguardi sopra le mascherine, ci sono anche i loro occhi. Gli occhi dei grandi artisti che hanno scritto una pagina memorabile della storia di Mantova: Andrea Mantegna, Leon Battista Alberti, Giulio Romano, Claudio Monteverdi. E altri ancora. Ti osservano misteriosi e quasi imploranti dal muro che costeggia il parcheggio dell’ospedale di Mantova. Sembrano dire a te, proprio a te che passi in questo istante: fermati e contempla la bellezza che può salvare il mondo, come a giusto titolo ipotizzò Dostoevskij. Quella bellezza che se non arriverà a salvare il mondo, lo renderà almeno migliore. Trasfigurando la sofferenza, i disagi, i limiti e la finitezza umana.

Lo scorso ottobre è stato completato il progetto Wallart, che a partire dal 2012 ha visto impegnati gli studenti del liceo artistico di Mantova e Guidizzolo, nonché dell’Accademia Laba di Brescia – coordinati da popolari street artistis – nella realizzazione di un’opera muraria di grande valore da molti punti di vista. Un muro di 295 metri che, anziché separare, ha unito la comunità all’ospedale cittadino, coinvolgendo partner privati e istituzioni. Sì, la forza dell’arte sa trasformare un muro in un ponte. E può, a suo modo, curare. È una terapia che raggiunge direttamente l’anima dei malati. E anche degli operatori sanitari, perché tutti quanti hanno ferite aperte.

Sul primo tratto del muro compaiono i volti dei Nobel italiani Mario Capecchi, Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco e Salvador Luria, tratteggiati dl collettivo artistico Orticanoodles. Sul secondo, una frenetica Mantova, con alcuni dei suoi personaggi storici e dei luoghi più suggestivi, secondo la visione di Cristian Sonda. Poi scorci architettonici della città a cura di Cristian Sonda. Infine, gli artisti mantovani nei secoli, pensati da Davide Tolasi.

Da anni Asst Mantova parla questo linguaggio. La collaborazione con il mondo della scuola ha permesso ai ragazzi di portare il loro contributo e una ventata di freschezza in vari reparti. Gli interventi di decorazione all’Hospice, in Neuropsichiatria Infantile, nelle mense ospedaliere sono stati preceduti da incontri di sensibilizzazione in aula con i professionisti dell’azienda. Prima di impugnare i pennelli, gli adolescenti hanno riflettuto sul dolore, sulla malattia terminale, sull’epilessia, sul rapporto fra cibo e salute. Per poi esprimere il proprio talento, alla luce di una nuova consapevolezza. Sono stati idealmente al fianco dei camici bianchi, ciascuno al suo posto. Ciascuno insostituibile. “C’è un lavoro comune, un compito per ognuno. Ogni uomo al suo lavoro”, ci ricorda Eliot.

L’ultimo nato nel solco dell’arte nei luoghi di cura risale al gennaio di quest’anno. Si tratta dell’adesione alla rete italiana di Ospedali dipinti, che si propone di rendere più accoglienti i reparti. E che grazie alla generosità dei cittadini ha trasformato la Terapia Intensiva Neonatale del Carlo Poma in un bosco da favola, con il tocco del pittore di fama internazionale Silvio Irilli.

Gli occhi degli artisti che ci scrutano dal muro dell’ospedale, e che come Re Mida nei secoli tramutarono in oro ciò che toccavano, sono gli stessi degli studenti, degli operatori e dei malati. Sono gli occhi di tutti. E ci insegnano che il significato più profondo dell’atto di dipingere, scolpire, comporre musica, progettare palazzi e cattedrali o stare al letto di un malato è in fondo lo stesso: prendersi cura della realtà.

L’immagine del corpo umano

Il corpo è spesso paragonato a una macchina, eppure è molto di più. Funziona ventiquattr’ore su ventiquattro per decenni senza richiedere (in genere) manutenzione regolare né pezzi di ricambio, va ad acqua e a qualche altro composto organico, è morbido e alquanto gradevole, premurosamente mobile e duttile, si riproduce con entusiasmo, fa battute di spirito, prova affetto, apprezza un bel tramonto e una fresca brezza.

‘Lottatori’. Dettaglio degli affreschi nella Tomba degli Auguri a Tarquinia, VI secolo a.C.

L’immagine del corpo umano ha subito, nel corso dei secoli, trasformazioni radicali.

Forse è strano, ma il concetto stesso di “corpo” come un tutto unitario sia pure articolato e mobile si è formato, nella cultura occidentale, in epoca relativamente assai recente. Basti osservare che in Omero (IX-VIII secolo a.C.) non esiste il vocabolo che indica il “corpo”: per esprimere questo concetto nell’Iliade e nell’Odissea troviamo o mélea e gjia, ossia “membra e forti muscoli” o kbros, che propriamente significa “pelle” o dérma, che significa “figura”, mentre sôma, che più tardi significherà “corpo” in Omero indica solo il cadavere. Citando Cosmacini: «Omero è il nostro più antico testimone; i poemi omerici costituiscono i nostri archivi più antichi». Il grande poeta è «il rappresentante di una civiltà e di una cultura notevolmente avanzate, senza dubbio più avanzate di quelle esistenti al tempo della guerra di Troia». Nozioni anatomo-chirurgiche reperibili in Omero sono non meno avanzate di quelle di Ippocrate, il padre della medicina occidentale vissuto tre secoli dopo la data presunta della morte del grande poeta (o degli aedi autori e cantori del poema). Il linguaggio poetico di Omero è dunque, press’a poco, lo stesso linguaggio tecnico della téchne ippocratica.

Le raffigurazioni del corpo umano nelle pitture vascolari arcaiche presentano una visione dove sono enfatizzate le “membra e forti muscoli” ed è assente qualsiasi accenno al corpo come un tutto unitario, sia pure articolato.

Solo verso la seconda metà del V secolo a.C. si giunge ad una concezione del “corpo” come unità ed a questo soprattutto si rivolsero la pittura e la scultura greca e romana, nelle quali si ha quasi un’esaltazione del corpo umano a scapito della natura e dell’ambiente.

La lettura del corpo formulata nel corso dell’alto medioevo dagli autori di ambiente monastico ne fa un elemento oscuro, che appesantisce, o imprigiona, l’anima umana nel mondo terreno, conducendola verso il peccato. Si assiste a una sempre più accentuata stilizzazione del corpo umano ed alla quasi totale scomparsa del “vero” anatomico (il cui culto era culminato nella scultura ellenistica); ciò fu conseguenza soprattutto della generale squalifica del “corpo”  e del “corporeo”  in funzione di più alti valori spirituali e religiosi. Il dominio dell’anima sul corpo, dello spirituale sul materiale e della volontà sull’istintuale è il fine ultimo del buon cristiano, che, prima ancora dei segni della bontà divina, sembra portare in sé le tracce della colpa originaria, che ne fa un discendente di Adamo.

Il beato Basilio raffigurato in una icona russo-bizantina
Giunta Pisano, particolare del Crocifisso di Santa Maria degli Angeli
Montanes, San Gerolamo, chiesa dei Geronomiti di Santiponce presso Siviglia

L’attenzione per il corpo umano (e animale) rinasce con l’Umanesimo e trionfa con il Rinascimento ma più ancora nel Seicento (non a caso si assiste in questi secoli alla rinascita dell’anatomia) e si svilupperà sempre più vigorosamente nei secoli successivi mentre è proprio nel Settecento che nasce e si afferma l’anatomia plastica con i capolavori del Lelli e del Susini.

Jan Van Eyck, Adamo, particolare del Polittico dell’Agnello Mistico
Masaccio, Adamo, Particolare dela Cacciata dei progenitori, Chiesa del Carmine di Firenze
Sandro Botticelli, Illustrazione del canto XXXIII
dell’Inferno dantesco

Vesalio è conosciuto per la sua opera “De Humani corporis fabrica”, dato alle stampe a Basilea nel 1543: si tratta di uno dei testi anatomici più noti anche un pubblico non specialistico e uno di quelli che hanno incontrato maggiore fortuna nella storia della medicina. Infatti è apprezzato per la qualità delle sue immagini prodotte in ambiente veneziano nella stretta cerchia di Tiziano, che rappresentano una vera rivoluzione dal punto di vista teorico sia per quanto riguarda l’uso didattico per cui essi erano state pensate.

Pur riconoscendo Andrea Vesalio come il più grande anatomico del Rinascimento, va ricordato che Leonardo da Vinci (1452-1519) è stato iniziatore dello studio dell’anatomia e della fisiologia su base scientifica, per mezzo di ricerche originali e di dissezioni sul cadavere ed è stato anche il primo ad avere illustrato l’anatomia con disegni dal vero.

Andreae Vesalii Bruxellensis
Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images
images@wellcome.ac.uk
http://wellcomeimages.org
Andreae Vesalii Bruxellensis, scholae medicorum Patauinae professoris De humani corporis fabrica libri septem …
1543 Andreae Vesalii Bruxellensis, scholae medicorum Patauinae professoris De humani corporis fabrica libri septem …
Andreas Vesalius
Published: anno salutis reparatae 1543. Mense Iunio.
Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

Michelangelo, il Crepuscolo, Tomba di
Lorenzo de’ Medici nelle Cappelle medicee di Firenze

Fra Settecento e Ottocento si vedono risorgere una idealizzazione del corpo umano sui grandi modelli della scultura greca classica, per giungere, fra Ottocento e Novecento ad una netta e radicale distinzione fra la raffigurazione veristica del corpo umano (che, in generale, cadrà sotto il dominio della scienza e, in particolare, dell’anatomia) e la sua rappresentazione artistica che con la riproduzione del vero non ha più nulla a che fare e che offre una visione astratta, concettuale, spesso simbolica e comunque informale della figura umana.

Antonio Canova, Perseo, Vaticano
Pablo Picasso, particolare dei pannelli della Pace, Cappella di Vallauris

La memoria nel mondo greco antico

numero speciale di Medicina nei Secoli dedicato alla memoria nel mondo greco antico

La memoria, nella definizione della Treccani è la “Facoltà di richiamare alla mente eventi o conoscenze passati che hanno lasciato una traccia ripercorribile, oppure ambito nel quale essi continuano a essere virtualmente presenti”

Nel mondo greco antico, la memoria permea ogni aspetto della vita umana, come indicato nel primo fascicolo del 2022 della rivista di storia della medicina e medical humanities della Sapienza Università di Roma. Il testo, frutto delle penne di Marco Cilione (Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia) ed Elisabetta Sirgiovanni (Sapienza Università di Roma), prelude al numero speciale di Medicina nei Secoli dedicato alla memoria nel mondo greco antico.

Scrivono gli autori nell’abstract di presentazione: “La memoria svolge un ruolo centrale nelle fasi compositive ed ecdotiche della produzione letteraria degli antichi ed è stata a lungo legata a un modo di trasmissione orale-uditiva, in cui la poesia sopravvive senza il sostegno della scrittura. La metafora del “libro della memoria” appare nella filosofia antica. La trasformazione di figure e espressioni in μνήματα (registrazioni) mediante iconografia e scrittura porta gli antichi a un’interpretazione metaforica dei processi cognitivi. La memoria svolge un ruolo centrale nella medicina theurgica. Agendo come il perno attorno al quale ruota la terapia dei sogni, la memoria richiede il ricordo e la catalogazione dei sogni. La memoria svolge un ruolo centrale anche nella medicina razionale: i sogni amplificano i fenomeni percettivi, quindi analizzarli può migliorare la diagnosi clinica, come negli autori di Ippocrate, stabilendo un legame funzionale tra la fisiopatologia del corpo”

Il numero speciale di Medicina nei Secoli – disponibile a questo link – mira a indagare il ruolo attribuito alla memoria nel mondo greco antico.

Il numero copre vari argomenti, dal ruolo che la memoria svolge nelle spiegazioni dei processi cognitivi e nell’esercizio dell’arte medica, fino alla salienza emotiva che la memoria assume nella letteratura, specialmente nella dimensione privata della scrittura, o nella vita reale, comprese le manifestazioni patologiche.

 

(Matière et mémoire: essai sur la relation du corps à l’esprit) Opera (1896) di H. Bergson, rivista e accresciuta fino al 1911, anno della 7a edizione. Partendo dagli studi precedenti sul tempo (Essai sur les données immédiates de la conscience, 1889, Bergson affronta il problema della relazione fra materia e pensiero, aggiornando il classico problema del dualismo mente/corpo. L’analisi bergsoniana è incentrata sulla ‘percezione’ intesa alla luce del concetto di ‘immagine’, che rende possibile rimodulare la relazione fra corpo e spirito senza incorrere negli opposti errori dell’idealismo, esemplato nell’immaterialismo di Berkeley, che nega l’esistenza delle cose, e del realismo, che riconduce lo spirito, e dunque la coscienza e il pensiero, alla fisiologia dei processi psicologico-cerebrali. L’immagine, situata a metà strada fra la ‘cosa’ e la ‘rappresentazione’, è «più di ciò che l’idealista chiama rappresentazione, ma meno di ciò che il realista chiama cosa» (Prefazione, 7a ed.).

La memoria ci rende umani. Nelle sue “Lezioni Americane” Calvino, a proposito della visibilità, descrive il processo di rappresentazione delle idee: “La mente del poeta e in qualche momento decisivo la mente dello scienziato funzionano secondo un procedimento d’associazioni d’immagini che è il sistema più veloce di collegare e scegliere tra le infinite forme del possibile e dell’impossibile. La fantasia è una specie di macchina elettronica che tiene conto di tutte le combinazioni possibili e sceglie quelle che rispondono a un fine, o che semplicemente sono le più interessanti, piacevoli, divertenti. Mi resta da chiarire la parte che in questo golfo fantastico ha l’immaginario indiretto, ossia le immagini che ci vengono fornite dalla cultura, sia essa cultura di massa o altra forma di tradizione. Questa domanda ne porta con sé un’altra: quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la «civiltà dell’immagine»? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate? Una volta la memoria visiva d’un individuo era limitata al patrimonio delle sue esperienze dirette e a un ridotto repertorio d’immagini riflesse dalla cultura; la possibilità di dar forma a miti personali nasceva dal modo in cui i frammenti di questa memoria si combinavano tra loro in accostamenti inattesi e suggestivi. Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo. Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini. Penso a una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d’altra parte lasciarla cadere in un confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosufficiente, «icastica»”.

Physiognomie and chiromancie, metoposcopie, the symmetrical proportions and signal moles of the body, fully and accurately handled; with their natural-predictive-significations. The subject of dreams; divinative steganographical, and Lullian sciences. Whereunto is added the art of memorie / [Richard Saunders].
Saunders, Richard, 1613-1675.
Una sintesi sulla memoria si trova qui

Il dolore fisico nell’arte

Il dolore rappresenta il mezzo con cui l’organismo segnala un danno tissutale. Secondo la definizione della IASP (International Association for the Study of Pain – 2020) e dell’Organizzazione mondiale della sanità, il dolore «è un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata a (o simile a quella associata a) un danno tissutale potenziale o in atto».

Un chirurgo che applica una medicina a una ferita alla spalla di un uomo che soffre. Dipinto ad olio di Gerrit Lundens del 1649

Non c’è vita animale senza dolore, ma nella specie umana esso assume significati e implicazioni indissociabili dal sentimento di sé e dal significato stesso di esistere. Il dolore è veicolo di segnali di pericolo, ha utilità protettiva nei confronti dell’animale, segno di allarme in molte circostanze.
Il dolore ha avuto una funzione fondamentale nella sopravvivenza dell’individuo specialmente animale, ma anche umano, come messaggio della necessità di intraprendere una reazione necessaria a seguito di un’aggressione o di un danno all’integrità fisica. Per questo, i recettori del dolore sono in grado di identificare vari tipi di stimoli pericolosi che siano meccanici, chimici, termici. Non a caso, i recettori del dolore sono presenti praticamente nella totalità degli organismi viventi non vegetali, proprio perché durante la selezione naturale la loro utilità ne ha preservato la funzione.

Un ragazzo piange per il dolore tra le braccia della madre mentre lei cerca di lavargli il piede tagliato, un altro bambino tiene un vetro rotto sullo sfondo.

Le espressioni fisiche della sofferenza, nella forma della reazione istintiva agli stimoli dolorosi, hanno spinto gli artisti del passato a un particolare interesse verso lo studio della fisionomica, per evidenziare i moti dell’animo, esprimendoli con le pieghe del volto e le posture del corpo.
Lo stesso Leonardo Da Vinci sosteneva che “il buon pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’uomo e il concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo è difficile, perché si ha a figurare con gesti e movimenti delle membra: e questo è da essere imparato dai muti, che meglio li fanno che alcun’altra sorte di uomini”: e ancora “farai le figure in tale atto il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non sarà laudabile”

Parlando di dolore nell’arte, il pensiero vola diretto alla produzione artistica, di forte stampo autobiografico, della messicana Frida Kahlo: lei dedicò moltissimi dipinti alle varie tematiche dolorose che permearono la sua difficile e breve esistenza, che si snodò tra problemi di salute (quindi sofferenze fisiche) e disagi sociali e familari (quindi sofferenze psicologiche).

Colonna Rotta - Frida Khalo
Colonna Rotta – Frida Khalo

Proprio poiché la sofferenza è parte della vita, diversi altri artisti hanno ritratto soggetti in preda a dolori fisici di differenti intensità, condizione facilmente individuabile e riconoscibile, grazie a mirabili e attenti trat-ti fisionomici che rasentano, in molti casi, veri e propri virtuosismi artistici; tra queste, forse la più nota è l’opera di Caravaggio (Ragazzo morso da un ramarro, 1595-1600), che mostra il preciso istante in cui un ragazzo viene morso da un animale. Il movimento improvviso del giovane, certamente studiato dal vero, consiste nell’allontanamento del braccio da uno stimolo doloroso acuto, che si percuote lungo tutti gli arti superiori, con entrambe le mani in contrazione, giungendo fino alla spalla in una posa del tutto innaturale, in condizioni normali. Tale fenomeno, descritto magistralmente dall’artista alla fine del Cinquecento, fu definito scientificamente soltanto a fine Ottocento, con il nome di “arco riflesso”: uno stimolo doloroso intenso, come una puntura o una bruciatura, ne provoca il repentino allontanamento; il gesto esprime un riflesso nervoso che avviene senza coinvolgere i centri nervosi superiori o la corteccia cerebrale, dunque indipendentemente dalla coscienza del soggetto, involontario.
La scoperta dell’arco riflesso, responsabile di questo meccanismo di difesa, deriva dagli studi di fisiologia del sistema nervoso, compiuti tra XIX e XX secolo, contribuendo alla nascita della neurologia moderna.

Caravaggio (Ragazzo morso da un ramarro, 1595-1600)

Molto più drammatico e teatrale si presenta il dipinto di Gaspare Traversi (L’operazione, 1753-54), artista napoletano che fa emergere le emozioni anche dal sangue che scorre a rivoli durante un intervento chirurgico, la cui descrizione non ha alcuna pretesa di documentazione scientifica, quanto, piuttosto, di rappresentazione delle diverse fisionomie espressive dei protagonisti: il malato mostra evidenti segni di estremo dolore, attraverso una mimica facciale molto accentuata; le mani serrate e le braccia contratte, a contrastare l’energico gesto dell’assistente del chirurgo, che cerca di tenere termo il paziente.

Gaspare Traversi (L’operazione, 1753-54)

Un altro esempio di rappresentazione – più o meno evidente – del dolore si torva nell’opera “La cura di Innocenzo di Cartagine: le preghiere di sant’Agostino d’Ippona e altri salvano Innocenzo da un doloroso intervento chirurgico”. Pittura a olio secondo Schelte Bolswert. Quest’opera raffigura un evento a Cartagine nel 388, ampiamente descritto da sant’Agostino d’Ippona nel ‘De civitate dei’, libro XXII, capitolo 8, dove discute la continuazione dei miracoli nella sua stessa epoca. Il malato è Innocenzo di Cartagine, ex avvocato della viceprefettura di Cartagine, in cura per diverse fistole anali (“curabatur a medicis fistulas quas numerosas atque perplexas habuit in posteriore et ima corporis parte”). Tuttavia, per motivi di decoro, l’artista lo mostra invece con una gamba fasciata che il chirurgo si aspetta di amputare con una sega.