Altro nulla da segnalare

Anna Pacchioni, Patrizia Santinon

Avvertenza: il virgolettato corsivo è utilizzato nelle citazioni del testo da cui partono le nostre riflessioni

Il 13 maggio 1978 entrava in vigore la Legge Basaglia: ha i miei stessi anni e l’incontro con i Matti da slegare, film documentario del 1975 di Bellocchio, Agosti, Rulli e Petraglia, e L’istituzione negata ha profondamente segnato lo sguardo della nostra generazione sull’altro e anche una decisa assunzione di responsabilità individuale e sociale.

Mi torna in mano un libro dell’aprile 2022, Altro nulla da segnalare, di Francesca Valente, testo che ha vinto all’unanimità il Premio Italo Calvino 2021, “un testo corale che incrocia storie di pazienti, psichiatri, infermieri di uno dei primi reparti aperti di un grande ospedale italiano” come si legge in copertina.

“Altro nulla da segnalare” è una nota che ricorre nei “rapportini” che gli infermieri del SPDC dell’Ospedale Mauriziano di Torino compilavano a fine turno perché tutti “fossero a conoscenza di tutti gli accadimenti e le preoccupazioni che riempivano quelle stanze”. Luciano Sorrentino, psichiatra che abbracciò Psichiatria Democratica fino ad entrare nel Direttivo Nazionale, vi lavorò dal 1980 al 1984 per poi spostarsi al centro di salute Mentale di Via Monti. E’ nella sede del Lungo Dora Savona che lo conobbi, richiedente asilo nel suo Dipartimento di Salute Mentale Franco Basaglia per completare un dottorato sul rapporto tra relazioni intergenerazionali, pratiche transnazionali e costruzioni identitarie di adolescenti e giovani adulti in situazione transculturale.  D’altra parte lui, migrante a sua volta di terza generazione in Italia, dal sud al nord, e di seconda generazione in USA, da Torino al New Jersey, non poteva che accogliere questa domanda con curiosità e apertura.

Sorrentino conservò per trentanni quei quaderni con i rapportini, delizioso diminutivo come quello che ingentiliva il SPDC con il nome di repartino, ben consapevole del fatto che non avrebbero avuto altra destinazione alternativa al macero: “dentro quelle pagine c’erano un sacco di storie che aveva conosciuto e un mucchio di storie che ancora gli giravano nella testa. Persone e storie come fantasmi che gli facevano compagnia”. Fu possibile riaprirli solo in presenza di un altro, sufficientemente generoso e distante da quelle storie per poterle ascoltare.

Solo qualche mese fa nel contesto del master CCW sul welfare culturale ho conosciuto Pino Fiumanò, infermiere dell’A.O. Ordine Mauriziano dal 1987 il cui ruolo di manutentore del gruppo negli anni è stato riconosciuto proprio da una delibera aziendale: un infermiere dunque che facendo tutt’altro, dalla rianimazione al teatro sociale e di comunità, esprime perfettamente ciò che oggi noi decidiamo sia cura e cultura.

Fiumanò ci mostrava il Giardino parlante del Mauriziano con l’albero di ulivo piantato nel periodo pandemico del 2020,“un albero del quale prenderci cura tutti insieme (perchè) noi siamo la terra che abitiamo, siamo gli altri con i quali la condividiamo”, come si legge nel Manifesto del gruppo “salutearte”. Qui, nel repartino abbandonato da Sorrentino nel 1984 perché gli sembrava tradita la sua visione della salute mentale, chiuso dal marzo 2020 nel corso del COVID e mai più riaperto, è passato Carlo Colnaghi nel modo che all’epoca era consentito agli ospiti. Potevano i pazienti entrare ed uscirvi allenando, una volta dimessi dall’Ospedale psichiatrico, la capacità di stare fuori, con qualche ricaduta, stortura e patimento. Qualche volta con successo.

Così si legge in uno dei rapportini: “Questa sera il signor Pautasso che utilizza il Repartino a suo piacimento come albergo diurno o notturno ha coinvolto tutto il reparto in scene di violenza sino a dover chiamare il 113”.

Carlo Colnaghi, un tempo attore al Piccolo di Milano poi perdutosi nella nebbia della malattia, arriva alla porta dello studio di Daniele Segre, regista alessandrino, non perché lo manda lo psichiatra ma perché ci vuol finire lui. Segre accetta di lavorare con Carlo, anzi è costretto a farlo perché quell’uomo è “un precipitato nella sua testa, gli ronza intorno per settimane”. Daniele accetta di costruire qualcosa con quel “ours mal léché, un orso leccato male, misantropo e maleducato”. Così Sorrentino parlava di Carlo ai colleghi, cercando di interrogare quel loro fastidio per il paziente, per rivelarne il violento controtrasfert, un preciso affondo per  un basagliano puro. Il film Manila Paloma Blanca è nato da un soggetto scritto a due mani, da Daniele Segre e Carlo Colnaghi, in seguito al loro primo incontro avvenuto nel 1983: un lavoro abbastanza lungo, come un’analisi, visto che il film è stato girato solo nel 1992.

Carlo e Luciano, il suo psichiatra, l’hanno presentato a Venezia e poi a New York, insieme. Di questo resta testimonianza in una foto (e questo libro è pieno di foto che sono citate e non si vedono, come un adattamento a questi tempi di moltiplicazione ed eccesso del patrimonio iconografico in cui verrebbe da chiedersi se l’immenso lavoro di Berengo Gardin avrebbe avuto oggi lo stesso effetto di allora, di denuncia e produzione di scandalo).

Luciano aveva criticato l’organizzazione dei servizi di salute mentale nel New Jersey dove si era trasferito insieme ai genitori e aveva pensato di togliersi dalla lordura di una guerra inutile in Vietnam iscrivendosi a Medicina. Lo ha fatto in Italia, a Torino, città di migrazione dei suoi nonni dove il primo nucleo, la casa del ritorno, era nella periferia oggi cuore della movida torinese, “Porta Palazzo, tenuto come una reliquia impolverata, umile e verde come Itaca”.

La foto del 1993 di cui l’autrice ci parla senza mostrarcela, l’anno di Paloma Blanca a New York, “immortala due uomini che hanno condiviso un lungo periodo e un progetto, e li rende più simili e vicini di quanto si possa immaginare di un dottore e il suo paziente. Forse, di un dottore e i suoi pazienti, tutti, dal primo all’ultimo”.

I medici del manicomiaccio, quelli vecchia maniera prima di Paolo Henry a Torino e di Franco Basaglia a Gorizia, ancora negli anni sessanta entravano in scena-dell’Ospedale Psichiatrico-come in una lezione di Kraepelin sub specie theatri, inconsapevolmente imprigionati in una parte specifica dello spettacolo offerto dalle loro visite-prestazioni-performance. La loro parte fissa era quella del medico, sfuggiva loro del tutto quella di narratore complessivo della scena in cui erano coinvolti (l’attore deve anche vedersi per cogliere la sua interazione con gli altri). La follia è per definizione il fuori posto, l’esperienza spostata: essa è fuori, oltre, diversa, aliena (outré, rende il concetto di eccedere fuori, trasgressivo e perturbante). Freud ha dimostrato i limiti della narrazione biografica della clinica psichiatrica e l’insufficienza intrinseca dell’anamnesi tradizionale e dell’apparato osservativo  e diagnostico che le corrisponde. Non ci si può fermare all’apparenza clinica quale si può determinare con un esame di superficie mediante gli strumenti semeiologici tradizionali. Oggi questo è ancor più vero.

In questa prospettiva i sintomi non hanno alcun carattere essenziale, non possono essere a rigore mostrati in modo ostensivo a terzi, ad esempio agli studenti di psichiatria nel corso di una lezione senza modificare il quadro stesso dell’osservazione, il campo relazionale implicato.

Così con lo stesso metodo ostensivo il 7 novembre 1954 il signor Borgese, personaggio citato nel libro di Francesca Valente, poteva condurre la moglie in via Carlo Ignazio Giulio, presso l’Ospedale dei Pazzerelli perché Libera era stata spesso “ghermita dalla malinconia per la vita casalinga che conduceva e che non sembrava darle gioia”.

Dallo stato di agitazione in via Cernaia dove in sottoveste aveva “infastidito diversi uomini esibendosi in un atteggiamento erotico” era passata al ricovero in camicia in Via Giulio e poi a Collegno. Aveva fatto seguito una lobotomia transorbitale, il transito nel 1980 nel repartino del Mauriziano, poi Villa Rosa a Grugliasco e nel 1985 la comunità il Fiordaliso.

I luoghi di cui parliamo sono diventati altro nel tempo, e la loro trasformazione segna il passaggio dal manicomio come hortus conclusus, contrapposto allo spazio della cultura, a luoghi in cui si produce anche con l’arte benessere: via Giulio si riaccende di musica nella porzione che è un Arci, la Cricca. Poco distante c’è lo studio di un analista che, non so se è riuscito a farlo e se si può fare con una valutazione puntuale come quella che determinava l’ingresso in manicomio, avrebbe dovuto decifrare la mia sofferenza perché potessi diventare analista a mia volta.

Fare i compiti con la follia non è solo un compito dello psichiatra ma una questione che investe il gruppo umano in generale.

Come Basaglia dichiarò a Bruno Orsini, che gli indicava la difficoltà a realizzare certe idee: “solo una società più giusta garantirà una psichiatria più giusta”.

Priorità assoluta al problema del potere, dunque alla distruzione del potere psichiatrico e rovesciamento della posizione usuale del clinico come esponente ipersicuro della norma, solidale con il sistema dei poteri costituiti.

Cos’è la Psichiatria?, parafrasi di “Cos’è la letteratura?” di Sartre, comparve nel 1967 con copertina di Hugo Pratt e prefazione del ministro socialista Mariotti, che l’anno prima aveva definito “lager nazisti e bolge dantesche” i manicomi.

In quel testo c’è la fenomenologia, cara a Ennio Piantato, ma anche un riconoscimento del ruolo della comunità terapeutica e del pensiero psicoanalitico.

Mi sembra che il detrimento dei servizi di salute mentale abbia anticipato di un decennio almeno la sorte degli altri servizi che su quel modello straordinario si erano strutturati, per oscena scarsità di risorse, per disattenzione politica e amministrativa, ma anche per il prevalere di nuove istanze oggettualizzanti e istituzionalizzanti.  Alcune conquiste si sono rivelate illusioni, in specie l’idea di liberare completamente la cura dalla contaminazione con l’antico mandato di protezione sociale che è perfettamente rappresentato dalla porta chiusa dei reparti.

Nel libro emerge anche il tradimento originario insito nella 180 che si consumò nel giugno 1999 con la chiusura definitiva degli ex OP di Collegno e Grugliasco, ove ancora risiedevano 524 pazienti: “Non si era tenuto conto di un concetto chiave, cioè della libertà di scelta del paziente. Quello che si verificò allora  nel 1999 fu il tradimento di una promessa: un patto tra medici, assistenti e pazienti per il quale il luogo in cui gli ex internati avevano scelto di vivere dopo un lungo e faticoso lavoro di restituzione e di riacquisizione di fiducia in se stessi sarebbe stato la loro casa per sempre: da lì non se ne sarebbero mai andati. La dottoressa Bianca ricorda quell’evento come una deportazione”.

E delle donne di cui l’autrice racconta smarrimento e disperazione, scrive che “non avevano immaginato neanche per un secondo che a distanza di decine di anni dalla prima volta potesse verificarsi una nuova sparizione della casa, una sottrazione che avrebbe segnato l’ennesima interruzione dell’esistenza, relegando la manciata di anni trascorsi in comunità nello stesso quadro nebbioso di ciò che era stato prima dell’internamento”.

Una piccola storia alessandrina mi appare riprendendo in mano il libro di Luciano, di Tornior, “un camminatore, un contadino, un cacciatore”, infermiere che lasciò il repartino nel 1984 insieme a Sorrentino per l’avventura costitutiva del CSM di Via Monti, dei tanti uomini e donne che hanno attraversato i diversi muri che hanno preso forma nella storia con le loro storie coraggiose.

Mirna, qualche anno prima di essere ricoverata nel repartino aveva ricevuto “una lettera di una donna di Alessandria, per lei una sconosciuta, che includeva una fotografia di suo padre. Diceva di essere una professoressa e di essere entrata in possesso di documenti e materiale fotografico che stava usando per una ricerca su Alessandria negli anni dopo la guerra”.

La mamma di Mirna aveva lavorato come infermiera al Teresio Borsalino “una struttura circondata da un grande parco verso Valmadonna e l’aveva incontrato lì il suo futuro marito Giuseppe che andò alla guerra. L’ospedale era un sanatorio. Come potesse essere un posto per asmatici o tubercolotici non si capisce, trovandosi ad appena un tratto di parco dal Tanaro. Giuseppe andava a tagliare il prato e taglia l’erba una volta, taglia l’erba due volte, mise incinta Lea”.

Giuseppe che aveva aiutato i partigiani ospitandoli nell’osteria di proprietà in Santa Maria di Castello, finì riempito di botte e calci e trascinato “dall’altra parte del fiume, dove c’era una struttura in cui i partigiani rinchiudevano i sospetti traditori. Nel tempo trascorso in quella prigione Giuseppe ebbe modo di innamorasi di una collaborazionista, una carogna, l’opinione che Mirna ebbe di lei. Da bambina la detestò, da grande la definì”. E Mirna bambina ha vissuto con una matrigna, donna di una stolta ferocia, autrice di piccole cattiverie che la divertivano, “come mangiare ridacchiando davanti a lei l’ultima fetta biscottata rimasta”.

Ecco che in queste settimane abbiamo ripreso ad abitare il giardino: nel giorno di Fili rossi per la pace alla fine del settembre 2023 i pazienti guardavano la performance di Brera consumarsi dalle stanze del repartino. Oggi il filo rosso s’intreccia, si snoda e s’inguaia come fu prima del covid portandoci e portandoli fuori e dentro.

Sono entrata un giorno mentre i colleghi erano fuori in coppie miste di due, pazienti e operatori: siamo spesso roboanti nel portare fuori il disagio nostro e dei nostri pazienti, non siamo né sobri né silenziosi. Pensiamo che uscire fuori sia un modo di combattere la rassegnazione indolente cui ci eravamo abitutati, comodamente indovati nella nostra lamentazione per i ricoveri lunghi come internamenti col vuoto intorno, per le evacuzioni all’interno del reparto chiuso che rispondono ancora a logiche di esclusione. Pensiamo come Luciano di dover uscire (dal repartino) in tutti i modi che conosciamo per farlo. Tra questi luoghi che immaginiamo e il fuori si disegna una soglia che definisce lo spazio dell’incontro, dell’ascolto, dell’aiuto, della terapia che contrasta il rischio della sottomissione e dell’assoggettamento implicito quando c’è la malattia, la fragilità, il bisogno.

Riporto una ultima nota dei rapportini del 29-5-1980:

“La signora Agosta veniva subito riaccompagnata in reparto dalla proprietaria (della pensione ove era ospitata) dopo averla prima però portata a votare nella scuola dove ha la residenza, in San Donato: per fortuna dice di aver votato PCI.

Altro nulla da segnalare”.

 

Prima mappatura dei patrimoni storici degli ospedali piemontesi

copertina e-book comunità e identità

Presentata lo scorso 29 settembre nel Salone di Rappresentanza dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria la prima mappatura dei patrimoni storici degli ospedali piemontesi all’interno del convegno “Comunità e identità: l’evoluzione dell’Ospedale tra passato, presente e futuro” organizzato dal Centro Documentazione Storia dell’Assistenza e della Sanità Piemontese.

L’obiettivo della giornata è stata la riflessione sul valore degli ospedali quali luoghi identitari per le comunità, attraverso la rilettura dei patrimoni artistici, architettonici e documentali, spesso di grande valore, di cui sono proprietarie le aziende sanitarie del Piemonte. Si tratta di un patrimonio storico meritevole di essere reso accessibile alla comunità nell’ottica di un rinnovato rapporto di fiducia con il sistema sanitario regionale: ecco il perché di un e-book dedicato, facilmente scaricabile e consultabile dal sito dell’Ospedale di Alessandria.

La conoscenza del passato rappresenta, infatti, un importante mezzo per favorire il coinvolgimento della cittadinanza, sensibilizzarla sulle attuali attività sanitarie e di cura, rafforzare il legame con i benefattori. Le relazioni degli esperti sono state mirate a evidenziare il filo conduttore che lega il patrimonio storico all’ospedale contemporaneo nella prospettiva di una visione futura orientata al paziente e alla comunità.
In particolare l’evento è stato strutturato in cinque sezioni. Dopo la presentazione del censimento da parte di Paola Cosola, Archivista del Centro Documentazione – Biblioteca Biomedica dell’Ospedale di Alessandria, si è parlato di “Ospedali storici, risorse e patrimonio per la comunità” insieme a Paolo Galimberti, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, Daniela Caffaratto, ispettore onorario della Soprintendenza archivistica e bibliografica del Piemonte e della Valle d’Aosta e Sara Abram, Segretaria Generale della Fondazione Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” di Torino, moderati da Elena Franco, membro Cultural Welfare Center e architetto – fotografa del Centro Studi Cura e Comunità per le Medical Humanities. “L’ospedale tra presente e futuro, una città nella città” è invece il titolo della seconda sessione, che è stata moderata da Federico Goria del Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università del Piemonte Orientale, con gli interventi di Giovanna Perino, Dirigente dell’Area Salute e Sviluppo del Sistema Sanitario dell’Istituto Ricerche Socio Economiche del Piemonte (IRES), e Francesco Novelli del Dipartimento di Architettura e Design (DAD) del Politecnico di Torino. La mattinata si è conclusa con la presentazione delle buone pratiche del Piemonte rappresentate dall’Azienda Ospedaliero Universitaria Maggiore della Città di Novara, con Alberto Scanferla, dall’Ordine Mauriziano di Torino, con la Direttrice dell’Archivio Storico Cristina Scalon, dall’Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo, con la Responsabile della Struttura Patrimonio e Attività Amministrative Trasversali Rita Aimale, e infine dall’ASL Città di Torino, con il Direttore della Struttura Tecnico Area Territoriale Carlo Sala.

Nel pomeriggio l’approfondimento di Stefano Benedetto, Direttore dell’Archivio di Stato di Torino e Soprintendente ad interim della Soprintendenza archivistica e bibliografica del Piemonte e della Valle d’Aosta, che ha tracciato una prospettiva di lavoro nella generazione di competenze comuni per la rete dei referenti dei patrimoni.

Proprio questo, infatti, è il prossimo obiettivo da raggiungere: un gruppo di lavoro piemontese che possa valorizzare in modo sinergico questo patrimonio, talvolta nascosto, talvolta non pienamente colto.

Per questo motivo è stato istituito il Centro di Documentazione Storia della Assistenza e della Sanità Piemontese quale articolazione dell’Infrastruttura Ricerca, Formazione, Innovazione (SC IRFI) afferente al Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria. Il Centro di Documentazione è un luogo di progettazione di eventi legati alla tutela, conservazione e valorizzazione dei patrimoni storici della sanità piemontese: le aziende sanitarie e ospedaliere del Piemonte, infatti, sono proprietarie di beni storici e artistici di grande valore, ad oggi non censiti in modo strutturato e aggiornato, meritevoli di essere resi accessibili alla comunità.

La mappatura realizzata rappresenta il primo di una serie di step, anche finalizzati alla catalogazione dei patrimoni che consentirebbe di mettere in luce la quantità e qualità di beni culturali, molto diversi per tipologia, garantendo una maggiore consapevolezza del ruolo dell’assistenza e della sanità da parte dei cittadini fruitori dei servizi sanitari. Inoltre, l’accesso a un ricco patrimonio storico e la conoscenza del passato, rappresentano un importante mezzo per promuovere il coinvolgimento della cittadinanza, sensibilizzarla sulle attuali attività sanitarie e di cura, rafforzare il legame con i benefattori, promuovere il volontariato.

Il fine è rendere consapevoli le istituzioni sanitarie di un loro patrimonio storico (sia librario che archivistico, documentario e artistico) per la maggior parte sconosciuto e per il quale non esistono figure professionali, normative e finanziamenti tali da garantire l’adempimento di adeguati progetti di ricognizione, conservazione, tutela e valorizzazione. Il Centro di Documentazione rappresenta una istituzione che, operando al di fuori delle aziende sanitarie ma in stretto contatto, sensibilizza sull’argomento e promuove attività e progetti la cui realizzazione rischia di rimanere priva di un interlocutore adeguato. 

La giornata, coordinata dal DAIRI Regionale diretto da Antonio Maconi a cui afferisce il Centro di Documentazione Storia della Assistenza e della Sanità piemontese, è stata quindi l’occasione presentare la mappatura dei patrimoni e avviare la rete e le azioni sinergiche funzionali allo sviluppo di  di progetti di valorizzazione.

San Gennà pensaci Tu!

A cura di Ileana Parascandolo, Medico Specialista Scienza dell’Alimentazione  e Cure Supportive IRCCS Pascale Asl NA1

La devozione dei Napoletani per San Gennaro è notoria. Il vescovo trentatreenne nato nel 271 dopo Cristo e martirizzato a Pozzuoli nel 305 durante la persecuzione di Diocleziano, è il Patrono della città ed è ritenuto uno dei Santi Patroni più miracolosi di Napoli, insieme ad altri  55 Santi e Sante tra cui Santa Patrizia, San Gregorio Armeno e San Biagio.

A San Gennaro si rivolgono tutti i credenti, per qualunque richiesta di soccorso; infatti grande o piccola che sia, essa viene con fiducia rivolta al Patrono  nella certezza che Lui l’ascolterà.

Non si contano gli epiteti con i quali le “Commare di San Gennaro“ – una congrega di donne a lui devote – lo invocano incessantemente, in particolar modo il 19 settembre, nella ricorrenza del martirio che corrisponde a un  giorno di grande festa a Napoli, in cui avviene il principale “miracolo”: la liquefazione del Sangue del Santo.
Nella chiesa del Duomo gremita di persone, tra canti e incensi sfila il corteo sacro con il Cardinale che regge l’Ampolla del Sangue stretta tra le mani….”Faccia Gialla  Squaglia Squaglia”! -invocano le Commare di San Gennaro, per sollecitare il Miracolo, con una citazione popolare ripresa anche dal noto cantautore napoletano Enzo Avitabile. “Faccia Gialla” indica infatti la statua d’oro del Santo che troneggia sull’abside del Duomo di Napoli, mentre nella Cappella del Tesoro viene esposto parte del corredo aureo e argenteo degli ex voto, un Tesoro che appartiene alla Città e che per splendore e ricchezza ha un valore maggiore dei Gioielli della Corona d’Inghilterra. Tutti trattengono il fiato…E infine un applauso scroscia fortissimo quando il Cardinale alza l’Ampolla per mostrare la liquefazione del Sangue: finalmente può iniziare la festa per chiunque creda che il segno ricevuto porterà benefici alla Città e alla popolazione…. Il sacro e il profano si mescolano in un unico spirito.

Di secolo in secolo, tra progresso, tecnologia e digitalizzazione non si ferma l’entusiasmo del popolo napoletano per questo “Miracolo”. E davvero per miracolo esiste e resiste l’antico Ospedale San Gennaro, nel cuore del Rione Sanità, la cui vicenda è intrecciata a quella del Santo. Nel quinto secolo dopo Cristo, per ospitare le sue reliquie, venne costruita  la Basilica paleocristiana di San Gennaro e Sant’Agrippino, nel cui interno si trova un affresco raffigurante il Santo. Successivamente nell’anno 872 fu annesso un convento benedettino dal Vescovo Atanasio. Nel 1291 i Cavalieri Templari Ospitalieri con il consenso dei Monaci Benedettini, molto esperti della preparazione di medicamenti erboristici, si dedicarono agli ammalati ospitandoli nella struttura che diventò così “Ospizio dei Poveri dei SS. Pietro e Gennaro.” La volta antistante l’accesso presenta un ciclo di affreschi cinquecenteschi con immagini salienti della vita di San Gennaro ad opera di Andrea Sabatini. Nei tempi successivi si alternarono le gestioni ecclesiastiche e laiche ma il Complesso ospedaliero continuò nei secoli a fungere da struttura di cura e soccorso per ammalati e poveri.

Di gestione in gestione, tra chiusure e ristrutturazioni, oggi l’Ospedale è diventato “Struttura Polifunzionale per la Salute dell’Asl Napoli1 Centro” e accoglie numerosi servizi sociosanitari, tra cui un punto di Primo Soccorso, la riabilitazione cardiologica, un poliambulatorio specialistico e l’Unità di Cure Palliative Domiciliari.

Nelle commistioni multifattoriali che sono specifiche di Napoli, il Presidio San Gennaro esprime la sintesi dell’Arte e della Scienza tra patrimonio artistico mirabile; quale i busti dei SS Pietro e Gennaro  di Cosimo Fanzago all’esterno, e le volte affrescate del Chiostro che celebrano la vita ei miracoli del Santo e la Basilica Paleocristiana all’interno.

In tutto questo oggi si distingue, nonostante le difficoltà, il lavoro del personale Sanitario, Sociosanitario e Amministrativo dedicato all’orientamento e all’assistenza dei Pazienti e dei loro caregivers che popolano ogni giorno gli antichi corridoi.

San Genna’…. Pensaci tu!

 

“La cura attraverso l’arte”: una mostra organizzata dalla AUSL della Romagna

La mostra dal 4 al 16 aprile per scoprire le perle del patrimonio storico e artistico della Ausl Romagna

Gli ospedali storici raccontano la storia delle donne e degli uomini che, nel corso dei secoli, si sono impegnati per stare accanto ai più fragili, a coloro che soffrono, dando loro un sostegno materiale, spirituale e preoccupandosi della salute dei singoli individui e della collettività.
Sono luoghi in cui l’arte ha sempre avuto un ruolo imprescindibile nel processo di cura, che metteva al centro la persona nella sua interezza di corpo e spirito. Gli ospedali erano “ospitali”, strutture destinate ad una assistenza indifferenziata, dove le prime tecniche di medicina si mescolavano alla religione e alle credenze dell’epoca.
In quei tempi così diversi, lontani dalle conoscenze e dai reparti polifunzionali di oggi, gli ospedali erano anche luoghi ricchi di meravigliose opere d’arte.

In questo percorso di valorizzazione dei luoghi e del binomio cultura e cura, si inserisce la mostra LA CURA ATTRAVERSO L’ARTE, curata da Sonia Muzzarelli e Paolo Trioschi, promossa congiuntamente dal Comune di Ravenna, dall’Ausl Romagna, dal MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna e da Acosi – Associazione culturale ospedali storici italiani visitabile dal 4 marzo al 16 aprile a Palazzo Rasponi dalle Teste, Ravenna.

Sonia Muzzarelli, Conservatore Beni Culturali Ausl della Romagna e curatrice della mostra “La cura attraverso l’arte”

L’Azienda USL della Romagna è proprietaria di un importante patrimonio storico, artistico, archivistico che documenta, attraverso la sua produzione artistica, e non solo, seicento anni di storia sociale e sanitaria di una delle più grandi Aziende sanitarie italiane.
Dopo un lungo periodo di studio e riordino che ha visto, dove era possibile, la ricollocazione di parte della collezione nelle città di origine, l’Ausl della Romagna ha reso fruibile la propria collezione arricchita da “quaderni tematici”, curati e pubblicati dall’Ausl della Romagna.

Il percorso pensato si divise in sei sezioni: nelle sale di Palazzo Rasponi dalle Teste, nel cuore di Ravenna, vengono presentati alcuni dei tesori dell’intera collezione Ausl Romagna, provenienti dai territori d’origine: Ravenna, Forlì, Cesena e Rimini.
In mostra sono presentati alcuni strumenti scientifici accanto a venticinque preziosi dipinti realizzati tra il XVI e XX secolo e con importanti presenze artistiche del nostro territorio come: Giambattista Bassi, Maceo Casadei, Luigi Folli, Francesco Longhi, Pietro Melandri.

Il patrimonio di proprietà aziendale, presente su tutto il territorio romagnolo, si caratterizza come “Museo diffuso di arte e storia sanitaria ” visitabile anche su prenotazione. Tutte le informazioni sono disponibili a questo link https://www.auslromagna.it/comunita/cura-attraverso-arte che contiene inoltre la serie delle pubblicazioni del patrimonio storico e le rubriche con le curiosità realizzate per la divulgazione di questa storia così affascinante.

Cura e Comunità: torna la settimana di eventi per Sant’Antonio

Dal 17 al 21 gennaio saranno numerose le iniziative che coinvolgeranno l’Azienda Ospedaliera di Alessandria

Dal 17 al 21 gennaio è in programma la tradizionale cerimonia di Sant’Antonio, patrono dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria da cui prende il nome il Presidio Civile. Dopo le restrizioni degli anni scorsi, tornano tutti gli eventi in presenza, confermando una serie di iniziative che andranno dalla ricerca alla cura, dalle Medical Humanities alla storia dell’ospedale, passando dalle patologie ambientali e il riconoscimento a coloro che quotidianamente hanno messo, e continua a mettere, la propria professionalità al servizio del paziente.

Martedì 17 si apriranno i festeggiamenti con la Santa Messa celebrata da S.E. Mons. Guido Gallese, Vescovo della Diocesi di Alessandria nella chiesa intitolata ai santi Antonio e Biagio all’interno del Presidio Civile. Al termine della celebrazione eucaristica si terrà poi la Cerimonia del Grazie: un momento di gioia in cui vengono ringraziati i benefattori e i volontari per la loro generosità e la costante attenzione che dimostrano nei confronti dei bisogni dei professionisti dell’Azienda Ospedaliera e per il benessere dei pazienti.

La prima giornata si concluderà con la visita alla quadreria storica dei benefattori, a testimonianza di come la solidarietà sia davvero un pilastro delle attività dell’Ospedale che da sempre sorregge anche il forte legame tra l’azienda e la comunità.

La narrazione, intesa come veicolo più naturale delle proprie esperienze, anche di malattia, sarà al centro della seconda giornata di celebrazioni che si svolgerà alla Biblioteca Civica “Francesca Calvo” di Alessandria. Alle ore 18,00 sarà inaugurata la mostra “L’Ospedale di Alessandria: storia di una Comunità”, che ripercorre le tappe dell’Ospedale e dei suoi Presidi – Ospedale Infantile e Istituto Borsalino – attraverso fotografie provenienti dall’Archivio storico della Biblioteca Biomedica dell’AO AL e dalla Fototeca Civica di Alessandria – Fondo Sartorio, oltre ad alcune immagini gentilmente concesse dall’architetto Elena Franco.

Il tema della narrazione verrà poi affrontato nelle sue diverse sfaccettature in un incontro che vedrà dialogare tra loro professionisti della cultura e della salute, al fine di indagare il legame tra il racconto e la comunità, la relazione e la terapia. Stefania Polvani, Presidente Società Italiana di Medicina Narrativa (Simen), parlerà di Narrazione e relazione, mentre a trattare di Narrazione e terapia: le esperienze dei professionisti AO AL saranno Davide Dealberti, Direttore Ginecologia e Ostetricia, Aldo Bellora, Direttore Geriatria, Marco Polverelli, Direttore Medicina Fisica e Riabilitazione.

A conclusione della seconda giornata ci sarà la presentazione della IV edizione del Concorso di Medicina Narrativa “Racconto la mia cura”, nato dalla collaborazione con l’Associazione Amici della Biblioteca dell’Ospedale di Alessandria, il Centro Studi Cura e Comunità per le Medical Humanities e la Biblioteca Civica di Alessandria e che si fregia del Patrocinio dell’AIB e della Società Italiana di Medicina Narrativa.

Giovedì 19 gennaio sarà dedicato a Cura, Ricerca e Comunità, dando spazio alle attività di ricerca condotte dal DAIRI, il Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione, diretto da Antonio Maconi. Nella Sala Consiglio del Comune di Alessandria alle ore 15,00 Daniele Mandrioli, Direttore Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni” – Istituto Ramazzini, terrà una relazione sulle patologie ambientali, oggetto del percorso di riconoscimento a Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) che l’Ospedale sta portando avanti insieme all’ASL AL in risposta sia a bisogni epidemiologici locali sia all’allarme globale lanciato dall’OMS.

Per ricordare come la ricerca sia un bene comune, seguirà l’intervento di Mara Scagni, Segretario regionale di Cittadinanzattiva dal titolo “La partecipazione dei cittadini nella ricerca sanitaria”. Il pomeriggio sarà infine l’occasione per presentare i progetti che hanno partecipato al bando dei Premi della Ricerca, cofinanziati dall’Ospedale e da Solidal per la ricerca, e premiare i vincitori delle due categorie “Miglior Paper – articolo pubblicato nell’anno 2021, con affiliazione dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria o dell’ASL AL” in memoria del dott. Nicola Giorgione e “Miglior Progetto di Ricerca Professioni Sanitarie” in memoria di Maria Rosa Monaco.

Un aperitivo solidale, aperto a tutta la comunità per raccogliere fondi a supporto della ricerca, concluderà la giornata. Appuntamento alle 18,00 all’Osteria Contemporanea Favorite! del Collegio Universitario Santa Chiara.

Sant’Antonio sarà anche l’occasione per l’inaugurazione di un nuovo, importante, servizio ospedaliero: il reparto di Terapia Intensiva Cardiochirurgica, che si inserisce nel piano straordinario di riorganizzazione della rete ospedaliera in emergenza. La cerimonia ufficiale si terrà alle 16,30 di venerdì 20 nel Salone di Rappresentanza dell’Azienda Ospedaliera in via Venezia, 16.

A chiudere i festeggiamenti, sabato 21, spazio a chi, quotidianamente, ha speso le proprie giornate all’interno dell’Azienda Ospedaliera con una Cerimonia delle Benemerenze, diventata nel tempo una grande e sentita tradizione. Quest’anno si tornerà a farlo in presenza, ringraziando così, in un momento di incontro e di festa, i professionisti che hanno lasciato il sevizio nel corso del 2022.

Questa giornata conclusiva vedrà però anche due grandi novità: la Direzione, infatti, vuole ringraziare, insieme ai colleghi andati in pensione, anche i dipendenti che lavorano nell’Ospedale di Alessandria da 10, 20, 30 e 40 anni e i primari emeriti che si sono distinti nei loro anni di attività per il miglioramento delle cure e dei servizi.

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