Ars Curandi

di Elena Franco

Gli antichi complessi ospedalieri di Beaune in Francia, Lessines in Belgio e Siena in Italia sono accomunati da una storia che ha le proprie radici nel Medioevo e che testimonia come cura e accoglienza siano, da sempre, uno dei pilastri su cui si fonda la civiltà europea. Luoghi di scienza e di pensiero, città nelle città, sono stati centri di innovazione, ma anche di solidarietà, di cui hanno perfezionato i meccanismi.

ospedale di Notre-Dame à la Rose di Lessines in Belgio

L’ospedale di Notre-Dame à la Rose di Lessines in Belgio è stato fondato nel 1242 da Alix de Rosoit, vedova di Arnould IV d’Audenaerde, signore di Lessines e gran balivo di Fiandra, mentre l’Hôtel-Dieu di Beaune è stato fondato nel 1443 da Nicolas Rolin, cancelliere del Duca di Borgogna, e da sua moglie Guigone de Salins. Dell’ospedale senese di Santa Maria della Scala precocissima è la fama: almeno due relazioni, redatte tra fine Trecento e metà Quattrocento e richieste rispettivamente da Gian Galeazzo Visconti nel 1399 e da Francesco Sforza nel 1452, documentano come l’ospedale, ormai compiuto e strutturato nei suoi elementi fondamentali, costituisse un modello da imitare sia dal punto di vista della distribuzione degli spazi che da quello della gestione amministrativa.

Questi luoghi raccontano, dunque, la storia delle donne e degli uomini che, nel corso dei secoli, si sono impegnati per stare accanto ai più fragili, a coloro che soffrono, dando loro un sostegno materiale e spirituale e preoccupandosi della salute dei singoli individui e della collettività.
Sono luoghi in cui l’arte ha sempre avuto un ruolo centrale nel processo di cura, mettendo al centro la persona nella sua interezza di corpo e spirito, e luoghi in cui si è affidata all’arte la narrazione iconografica della cura e della beneficienza.

Esemplare in tal senso è il Polittico del Giudizio finale che Nicolas de Rolin commissionò all’artista di Bruxelles Roger de la Pasture o Rogier Van der Weyden, che mostra sul retro anche gli stessi benefattori fondatori dell’ospedale, ma interessante è anche la ricchissima collezione artistica e di arredi dell’ospedale belga di Notre-Dame à la Rose, caratterizzata dagli stili gotico, Renaissance e barocco. Iconica è, poi, la decorazione del Pellegrinaio maschile del Santa Maria della Scala di Siena – i cui affreschi furono affidati a Domenico di Bartolo, Lorenzo di Pietro e Priamo della Quercia – vero emblema di quel legame tra Cultura e Salute così centrale all’epoca e che necessita, oggi, di una rinnovata attenzione.

Santa Maria della Scala

Questi siti ospedalieri, inoltre, erano centri da cui la cura si estendeva al paesaggio, ai possedimenti agricoli legati alle amministrazioni ospedaliere tramite lasciti dai rappresentanti della società civile di tutte le epoche. Erano i luoghi in cui si decideva la politica agricola dei territori di riferimento, attraverso cui si garantiva un’altra forma di inclusione e assistenza territoriale: grazie al sistema delle grange senesi, attraverso i vigneti ancor oggi caratterizzanti gli Hospices de Beaune. In forma autarchica, come nel caso belga di Lessines, dove sullo stesso sito troviamo ospedale e fattoria.

Quando alla fine del XX secolo, l’evoluzione della scienza medica ha reso impossibile mantenere la funzione ospedaliera in questi edifici, è stata scelta per essi una funzione comunitaria e culturale.
È così che i tre siti sono diventati musei e oggi – sotto forma di archivi della cura, vivi e accessibili a tutti – rendono disponibile un patrimonio straordinario di scienza e umanesimo.

Ho scelto di fotografarli, nel percorso iniziato nel 2012 con il progetto Hospitalia, che si rinnova oggi nel volume dal titolo Ars Curandi, edito da ARTEMA e sostenuto dai tre musei, perché credo sia importante guardarli senza nostalgia e retorica, ma per rispondere al forte bisogno – contemporaneo – di approfondimento di quegli aspetti più legati alle discipline umanistiche in medicina, così come si sta definendo nel campo delle medical humanities.

Spero che rileggere questi luoghi attraverso l’immagine possa contribuire al dibattito sulla cura del futuro, fermamente convinta che, se la guarigione non può essere data per scontata, esista un diritto alla cura – fisica e spirituale – e un’arte della cura che debbano guidarci nelle scelte di evoluzione della nostra società di fronte alle questioni etiche che la medicina ci porrà. E che, allo stesso modo, esista la necessità di allargare il campo della cura al Pianeta, così come da sempre hanno fatto le donne e gli uomini impegnati nella gestione ospedaliera con il sistema dei beni rurali ad essi collegati.

ars curandi

Nelle trecento pagine del volume scorre per immagini il viaggio che ho compiuto in questi tre luoghi e nella loro storia, accompagnata da Bruno François a Beaune, Raphaël Debruyn a Lessines e Debora Barbagli a Siena. A loro si devono i testi che accompagnano le fotografie di ciascun sito e il racconto delle vicende che ne hanno segnato la storia. Quasi un’introduzione che vuol suggerire al lettore un futuro approfondimento “sul campo”, l’inizio di un cammino di conoscenza o una rinnovata riflessione che sappia trovare ispirazione nelle vicende delle comunità che per secoli hanno gestito questi luoghi, per meglio focalizzare sull’improcrastinabile necessità di trasformare la nostra collettività in una società che cura.

Elena Franco
ARS CURANDI

Formato: 20 x 26 cm Pagine: 300
Lingue: francese e italiano Prezzo: 55,00 €

ISBN: 978-88-8052-103-7
ARTEMA - Corso Monte Cucco, 73 - 10141 Torino – Tel. 011 385.36.56 – Fax 011 382.05.49

Storia -breve- dell’Ospedale di Alessandria

L’Ospedale Santi Antonio e Biagio nella sua doppia dedica, risalente al 1566-1567, sembra già contenere in sé il suo destino e la sua storia che ancora oggi si sta sviluppando in piena coerenza con l’originario legame tra il luogo di cura e i bisogni di salute della comunità già afflitta da quelle patologie che verranno poi indicate come “ambientali”.

Questa significativa intitolazione, infatti, rispondeva alla precisa volontà di porre l’ospedale e quindi la città intera dei sofferenti sotto la protezione dei due principali santi medievali della pietà.

Nello specifico si tramanda che i fedeli accorressero numerosi per ottenere guarigioni da Sant’Antonio, l’eremita che veniva considerato il difensore dei poveri ma anche il protettore da tutti i tipi di contagio come l’erpes zoster, ovvero quel fuoco di Sant’Antonio che si ritrova simbolicamente nella sua iconografia. A San Biagio, invece, venne attribuita la capacità di difendere dal mal di gola dopo aver salvato un bambino che stava per morire soffocato a causa di una lisca di pesce. Entrambi i santi quindi incarnano la protezione dai mali del corpo e dello spirito, rappresentando i maestri di carità che, grazie alla loro salda fede e alta moralità, riescono a sopportare il dolore e le privazioni. Concetti davvero importanti e sentiti dagli uomini del Medioevo ai quali le malattie contagiose, le carestie e le miserie apparivano come prove imposte da Dio o addirittura punizioni.

Facendo un passo indietro, l’ospedale di San Biagio e quello di Sant’Antonio costituivano due degli originari undici ospedali della città di Alessandria.

Il primo, già documentato in un atto del 1353, era situato nel quartiere Rovereto e ospitava soltanto ricoverati maschi. L’ospedale di Sant’Antonio, posto nell’attuale via Treviso, viene ricordato in atti di fine Quattrocento: era forse il più importante e in esso venne incorporato proprio l’ospedale di San Biagio attraverso una ristrutturazione che durò circa un quinquennio dal 1566, primo anno di pontificato del papa alessandrino Pio V Ghislieri, al 1570.
Lo Spedal Grande Santi Antonio e Biagio  occupava un intero isolato di circa 6.000 mq ed era dotato di una piccola chiesa presso la quale aveva sede una confraternita laicale istituita nel 1585 “per compiere opere di pietà e misericordia verso i poveri ricoverati”.
Nel 1584 fu poi creata una Congregazione generale che procedeva ogni anno ad eleggere la Congregazione dell’Ospedale, composta da un Priore (di solito un medico del Collegio cittadino) e da quattro deputati o regolatori i cui compiti erano molteplici e interessavano sia il campo amministrativo sia quello sanitario, assistenziale e anche religioso.
Il binomio assistenza-sanità, in cui il primo termine prevale, resta la chiave di volta della storia di questo Spedal Grande a cui è necessario sommare la beneficenza pubblica e privata come mezzo di espiazione di peccati individuali e collettivi attraverso l’elargizione testamentaria di beni e rendite. L’ospedale accolse così negli anni numerose Opere Pie, assumendo gradatamente la fisionomia di argine contro la miseria e di erogatore di aiuti alle persone bisognose, fisionomia che mantenne fino al XX secolo.
Verso la fine del 1700, poi, gli amministratori dello Spedal Grande decisero di costruire un nuovo ospedale.
Venne così dato inizio all’esecuzione del progetto dell’architetto Giuseppe Caselli di Castellazzo Bormida e il 10 giugno 1772 fu posta la prima pietra della nuova struttura, aperta ufficialmente il 2 settembre 1790. Le corsie, a forma di T, occupavano la parte centrale del complesso: quella disposta verticalmente era dedicata alle donne, mentre quella disposta trasversalmente era dedicata agli uomini. Nella parte della struttura rivolta a nord si trovavano la camera mortuaria, i sepolcri, l’alloggio del seppellitore e il teatro anatomico per le autopsie; a nord-est si trovavano invece i locali “di servizio” come il magazzino e la scuderia; più a est la cucina e l’atrio; nel lato a sud la farmacia, la camera del portinaio, la sala delle riunioni, il museo e l’accesso ai piani superiori.
Fra il 1887 e il 1890 venne poi completata la monumentale facciata al centro della quale originariamente si apriva l’ampio atrio su colonne, in rapporto con lo scalone in marmo di accesso al piano superiore, in cui si trovava il Salone di Rappresentanza riccamente decorato e contenente i busti dei benefattori.
Molto frenetica fu l’attività dell’Ospedale a partire dalla fine del 1800 quando cominciarono ad avviarsi numerose discipline tra cui la Pediatria dell’Ospedale Infantile nel 1890, l’ambulatorio di Otorinolaringoiatria nel 1895, il Gabinetto di Clinica Microscopica nel 1896 e la Biblioteca Biomedica nel 1902.
Con gli anni Trenta del 1900, poi, si specializzò sempre di più in discipline anche complesse e all’avanguardia per l’epoca con l’apertura ad
esempio del Gabinetto radiologico (1935) e del Centro provinciale diagnosi e cura dei tumori (1938).
Nel 1935 venne inaugurato anche il Sanatorio antitubercolare “Borsalino”, una struttura che a partire dal 1986 venne destinata alle attività di pneumologia e dopo l’alluvione del 1994 subì un restauro completo divenendo attivo come Centro Riabilitativo, quale è ancora oggi.
Nel dopoguerra si assistette poi a una notevole evoluzione dell’Ospedale e della sua offerta medica grazie allo sviluppo, dal 1947 al 1961, dell’Ambulatorio neurologico, dei reparti di Ortopedia e Traumatologia, Cardiologia, Chirurgia, Urologia, Anestesiologia e Neurologia.

Imago Pietatis: arte in archivio

La rappresentazione della cura e della comunità: Imago Pietatis

La cura e la comunità nei secoli hanno trovato una connessione sempre molto profonda, basti pensare alle “chiese di spedale” come luoghi di assistenza ai pellegrini.
Mentre l’altro elemento, che ha accompagnato la “caritas” introdotta dalla religione cattolica e che trova le proprie radici fin dal tardo Medioevo, è quello della solidarietà che si è realizzato con l’istituzione dei Monti di Pietà. Si tratta di una istituzione di tipo assistenziale, presente in Italia dalla seconda metà del Quattrocento, principalmente grazie all’apostolato di Bernardino da Feltre e dei francescani dell’Ordine dei Minori Osservanti. Il loro scopo era quello di contrastare l’usura, liberando le classi meno abbienti ed erogare prestiti di bassa entità in cambio di un pegno.

I Monti di Pietà derivano la loro denominazione dall’insegna da essi assunta: la Pietà raffigurata nel Cristo deposto dalla Croce.

Elena Franco, fotografa architetto e artista, ha realizzato un’indagine fotografica sull’archivio storico del Monte di Pietà di Bologna, conservato presso la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna intitolata proprio «Imago Pietatis».

L’archivio custodisce oltre un centinaio di volumi con la raffigurazione del Cristo in Pietà dipinta sul taglio di testa. “Il progetto fotografico – spiega l’artista – è incentrato sull’estetica dell’archivio, per offrirne una lettura originale e creativa che, forte dei riferimenti storici, possa, però, comunicare a un pubblico ampio il messaggio insito nelle Imagines pietatis, attualizzandolo”.

Scorrendo il catalogo disponibile a questo link, è possibile apprezzare alcuni passaggi dell’introduzione di Giusella Finocchiaro, Presidente Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che ricordano la rilevanza di indagini come questa, finalizzata a “contestualizzare, nel tempo e nello spazio, quei grandi Libri Giornali e Libri Mastri, ma al contempo consentono di apprezzarne le tipicità iconografiche, che ci hanno tramandato quasi involontariamente, raffigurazioni di notevole pregio culturale e di non irrilevante valore artistico”.

L’Archivio Storico del Monte di pietà di Bologna conserva oltre un centinaio di volumi con la raffigurazione dell’Imago Pietatis dipinta sul taglio superiore di ogni tomo.

Il lavoro di Elena Franco ne reinterpreta l’immagine creandone di nuove, significanti, offrendoci così una rilettura originale e contemporanea di questi antichi volumi, che si rinnovano nelle opere create dall’artista.

Immagini che tornano a vivere, in modo differente, e fanno rivivere questo archivio del passato.
Immagini che trasmettono però un grande senso di modernità, nell’iconografia già allora  in uso, come evidenzia il testo di Luca Panaro: “Vedere l’uomo che soffre porta alla solidarietà, l’immagine era così utilizzata per far arrivare il messaggio più velocemente”.

E proprio come evidenzia l’autrice “elemento di interesse per il mio lavoro riguarda il fatto che l’iconografia della Pietà dell’Archivio Storico del Monte di pietà di Bologna rimandi a quella della solidarietà e della cura, nel senso più ampio del termine”.

http://elenafranco.it/home/imago-pietatis/

Archivi
https://www.cittadegliarchivi.it/in-primo-piano/imago-pietatis-archivi-e-arte-contemporanea

Gino Aldi Mai – Il Filantropo Mancianese e il suo lascito alla Comunità

Questo blog nasce anche per valorizzare come le comunità hanno costruito intorno agli ospedali una identità molto forte: ci hanno scritto Chiara Zella, Elisa Bellumori e Anthony Fedeli per raccontare la storia dell’ospedale di Manciano, nato proprio grazie alla figura di Gino Aldi Mai, un filantropo che ha lasciato un segno fortissimo nel suo paese.

A Manciano (Grosseto), la storia dell’assistenza ospedaliera ha origini molto antiche; già dal 1572 è segnalata la presenza di uno “Spedale”, ossia un ospizio con la funzione di assicurare cure ai malati poveri e alloggiare i pellegrini.
 Nel corso del XIX secolo, come conseguenza delle varie prese di coscienza della popolazione sulla propria realtà, riscontrata in tutta la Maremma, sorsero enti e associazioni di carattere assistenziale e ricreativo, come la “Società Operaia di Mutuo Soccorso e la Compagnia del Santissimo Sacramento e Misericordia”.

La genesi del nuovo Ospedale fu lunga e complessa. Il Comune ed altre istituzioni del tempo, riconoscevano l’esigenza di doversi dotare a proprio carico di un’apposita struttura ospedaliera al passo con i tempi, malgrado la mancanza di fondi.

Giuseppe Gino Aldi Mai

La Figura di Gino Aldi Mai
In risposta a ciò, la realizzazione della nuova struttura sanitaria, fu possibile grazie all’intervento risolutivo dell’Onorevole Giuseppe Gino Aldi Mai (1877-1940), importante figura del regime fascista, avvocato e uomo politico, sindaco e podestà di Manciano, tra il 1926 e il 1938.

Premiato con la Croce al merito di guerra, ricoprì per tre legislature consecutive la carica di Segretario della Camera e nel 1934 fu eletto Senatore. Oltre all’ospedale, fra le sue opere più importanti va ricordato l’Acquedotto del 1913 da Santa Fiora a Manciano, la proposta di costruzione delle linee ferroviarie Orvieto-Orbetello, Massa Marittima-Siena e quella dell’Amiata e fu uno dei maggiori sostenitori e promotori della bonifica integrale della Maremma tra il 1925 e il 1928, tanto che arrivò a sollecitare più volte Mussolini.
Il 7 Novembre 1926, alle ore 10.00, venne inaugurato il nuovo “Ospedale Aldi Mai”, così intitolato per volere del finanziatore del progetto, che in una lettera incisa a caratteri d’oro sul nascente edificio (oggi perduta), asseriva:

“Ad onorare i miei morti, ai quali voglio sia dedicato, ho deciso, cessata la guerra, di costruire lo Spedale a mie spese”

Foto storica dell’inaugurazione dell’ “Ospedale Aldi Mai”

Il Giorno dell’Inaugurazione
L’evento ebbe grande risonanza in tutta la Regione e portò personalità di spicco a parteciparvi.
 Alle ore 10.30, un corteo composto da più di 5000 persone sfilò per le vie di Manciano, sino a raggiungere il nuovo Ospedale. Mentre la popolazione si radunava acclamante nella piazza adiacente, le Autorità prendevano posto, come testimoniato da numerose foto storiche, sui due terrazzini, al tempo parte della facciata principale. Rispettivamente le “Signore di Manciano”, la Signorina Ciacci e le due Signore Marsalia e Maddalena Ciacci, nipote, madre e moglie dell’Onorevole Aldi Mai. Dall’altra, oltre a quest’ultimo erano presenti anche il notaio Rossi, che lesse l’atto di donazione, il Monsignor Vescovo Matteoni venuto a benedire la struttura, il sindaco del paese Rosatelli, Guido Meloni e altre personalità del tempo.
La cerimonia si concluse in tarda sera, ma l’importanza di tale evento fu talmente sentita che la Congregazione di Carità di Manciano, un anno dopo, volle commemorarla con la pubblicazione di una locandina.

Con l’inaugurazione dell’Ospedale Aldi Mai, Manciano compiva un passo determinante sul piano dell’ammodernamento dei servizi sanitari; ancora oggi la figura del suo fondatore si conserva nella memoria storica di questo paese.

Bibliografia
Manciano – Guida al Centro Storico; Massimo Cardosa, Laurum Editrice; 
Manciano – Itinerario storioco-artistico; Lilio Niccolai, Comune di Manciano; 
La Misericordia di Manciano – Quattro secoli di storia; Lilio Niccolai, Comune di Manciano; 
Documentazione varia (lettere, verbali, locandine) presso l’Archivio Comunale di Manciano; 
Grossetopedia Wiki, https://grossetopedia.fandom.com/it/wiki/Gino_Aldi_Mai 
Fonti Giornalistiche 
Giornale d’Italia, 3 Novembre 1926; 
Giornale d’Italia, 7 Novembre 1926; 
Il Telegrafo, 7 Novembre 1926.

Sant’Antonio e la sua Festa all’Ospedale di Alessandria

L’Ospedale di Alessandria, dedicato ai Santi Antonio e Biagio, promuove una intera settimana di appuntamenti per festeggiare Sant’Antonio, il 17 gennaio, (il programma completo dell’iniziativa è disponibile qui) e rendere la festa ancora più inclusiva e partecipata, nonché di approfondimento costruttivo e di perno attorno al quale ruotano le molteplici attività dell’Ospedale: la festa di Sant’Antonio, infatti, costituisce un appuntamento ormai divenuto tradizionale e molto sentito dall’intera città di Alessandria.

Le celebrazioni si aprono con un pomeriggio dedicato alle Medical Humanities per riflettere sull’integrazione tra la dimensione tecnica dell’approccio medico tradizionale e la dimensione relazionale fornita dalle discipline umanistiche, da sempre motivo di contemplazione contro le malattie per i ricoverati.

Ampio spazio è dato al patrimonio “umano”: ai professionisti che vi operano con la valorizzazione dei progetti di ricerca; ai dipendenti in pensione, per ringraziarli dell’impegno; ai benefattori, che nel corso dei secoli e ancora oggi hanno rappresentato e continuano ad essere un valore aggiunto nella crescita dell’Ospedale.  Ospedale che nella sua doppia dedica, risalente al 1566-1567, sembra già contenere in se’ il suo destino e la sua storia che ancora oggi si sta sviluppando in piena coerenza con l’originario legame tra il luogo di cura e i bisogni di salute della comunità, già afflitta da quelle patologie che verranno poi indicate come “ambientali”.

Questa significativa intitolazione, infatti, rispondeva alla precisa volontà di porre l’ospedale e quindi la città intera dei sofferenti sotto la protezione dei due principali santi medievali della pietà.

Nello specifico si tramanda che i fedeli accorressero numerosi per ottenere guarigioni da Sant’Antonio, l’eremita che veniva considerato il difensore dei poveri ma anche il protettore da tutti i tipi di contagio come l’erpes zoster, ovvero quel fuoco di Sant’Antonio che si ritrova simbolicamente nella sua iconografia.

A San Biagio,invece, venne attribuita la capacità di difendere dal mal di gola dopo aver salvato un bambino che stava per morire soffocato a causa di una lisca di pesce.

Entrambi i santi quindi incarnano la protezione dai mali del corpo e dello spirito, rappresentando i maestri di carità che, grazie alla loro salda fede e alta moralità, riescono a sopportare il dolore e le privazioni. Concetti davvero importanti e sentiti dagli uomini del Medioevo ai quali le malattie contagiose, le carestie e le miserie apparivano come prove imposte da Dio o addirittura punizioni.

Ripercorriamo una prima parte della storia di questo Ospedale, che affonda le sue radici con la storia della Città di Alessandria, fin dall’anno 1168 in cui convenzionalmente si attribuisce la nascita della città di Alessandria. In realtà la dignità di città, Alessandria poté acquisirla dieci anni dopo, nel 1178, con la costruzione della Cattedrale e delle mura di cinta. Prima di quella data, infatti, era un agglomerato di case di terra con il tetto di paglia, affacciate a strade dove scorrevano a cielo aperto acqua piovana e scarichi, che, raccolti un un canale venivano convogliati nel Tanaro.
Per circa un secolo, a partire dal 1200, Alessandria fu attraversata da una serie di sanguinose battaglie tra guelfi e ghibellini, fino a perdere il suo stato di comune libero e consegnarsi nel 1316 al Ducato di Milano, dominio che venne mantenuto fino al primi anni del 1700.
Pur essendo parte di un grande stato, Alessandria non ebbe gli stessi benefici né economici né socio-culturali come la vicina Pavia, dove i Visconti avevano il loro castello e fondarono una delle prime università italiane. Alessandria era ritenuta importante per la difesa del Ducato: venne quindi fortificata con cura, ma poca attenzione venne data ad altri aspetti, in primis alla costruzione di un grande e importante ospedale, come quello di Pavia.

Ubicazione di alcune “Chiese di Spedale” di Alessandria nel 1500. (Da Storia dell’Ospedale dei santi Antonio e Biagio di Alessandria di G. Maconi)

In linea di massima, gli ospedali della città erano chiamati con il nome della chiesa a cui erano annessi. Erano chiamate “chiese di ospedale” quelle strutture che avevano annesso un ospedale, normalmente di piccole dimensioni. Erano adiacenti la chiesa stessa, ed erano luoghi dedicati sia all’assistenza di persone malate che pellegrini. Si trattava di edifici di piccole dimensioni, costituiti da tre o quattro locali, capaci di ospitare al massimo una decina di persone; svolgevano funzioni di assistenza più che di cura, infatti erano pochi quelli dotati di personale medico.

La popolazione, va precisato, era piuttosto reticente al ricovero ospedaliero come lo intendiamo oggi e si affidava ai rimedi della “medicina popolare”. Chi poteva pagava un medico per la cura a domicilio, evitando se possibile il ricovero in stanze buie, spesso sporche, con trattamenti eseguiti da personale non adeguatamente preparato.

Ad Alessandria erano undici gli ospedali annessi alle Chiese, la cui presenza è testimoniata da documenti storici.
Il più antico era quello di sant’Antonio, nel quartiere di Bergoglio, fondato nel 1295 con i fondi di Giannino Guasco. Dopo la sua costruzione, l’ospedale passò ai canonici di Sant’Antonio, che si occupavano in particolare dell’assistenza agli ammalati del “fuoco sacro” o “fuoco di sant’Antonio”. Nel 1626 l’ospedale e la chiesa vennero uniti alla chiesa di san Marco (l’attuale Duomo).
Non si conosce invece la data precisa di fondazione dell’ospedale di San Giovanni in Bergoglio, chiamato anche “ospitale de porta Alexii” perchè si trovava vicino alla porta collocata sulla strada per Asti.
Anche dell’ospedale di san Cristoforo in Bergoglio non si conosce l’esatta fondazione, ma pare sia anteriore al 1350 in quanto il nome figura nell’elenco delle chiese compilate proprio quell’anno. I beni di questa chiesa e dell’ospedale furono donati da papa Pio V all’ospedale di sant’Antonio in Rovereto nel 1566 per completarne il finanziamento. Pare che questo ospedale fosse riservato alle sole donne.
L’ospedale di san Giacomo di Altopascio in Marengo fu terminato nel 1355 dopo un atto di fondazione datato 1350 e redatto proprio nella cittadina toscana, sede di tutti gli ospedali con lo stesso nome e sparsi per l’Europa, grazie a Guglielmo Gamberini, nobile alessandrino con parenti stretti a Lucca. Motivo per cui la famiglia Gamberini per diversi secoli nominò il Rettore dell’ospedale, scegliendo spesso tra la propria famiglia. Era collocato nel quartiere Marengo, affacciato su corso Lamarmora e si estendeva su via Ghilini; la presenza di medici lascia immaginare che fosse un ospedale inteso in senso moderno. Quando nel 1777 si estingue il ramo alessandrino della famiglia Gamberini, l’ospedale viene trasformato in “ospedale per pazzerelli”, essendo stato costruito nel frattempo l’Ospedal Grande dei Santi Antonio e Biagio.
Sempre nel quartiere di Marengo, nell’attuale via Parma, era collocato l’ospedale di San Bartolomeo, fondato nel 1389 da Fiorino Merlani, la cui famiglia mantenne il patronato pare fino al 1700. Sembra fosse il più antico esempio di ospedale organizzato in modo moderno, sebbene con il tempo, probabilmente a causa della cattiva amministrazione, si passò dai quattordici posti letto iniziali, ad otto, come si legge nei documenti delle visite pastorali del 1698 e del 1709, fino alla definitiva chiusura nel 1773 per ordine sovrano.
L’ospedale di san Giacomo venne invece trasferito da Asti ad Alessandria quando nel 1575 il re di Spagna Filippo II lascio la città al Ducato di Savoia. Sistemato nel quartiere Gamondio annesso ad alcune case presso il convento degli Umiliati, probabilmente in via Trotti, nel tratto che va da via Legnano a via Bergamo. Si trattava di un ospedale militare, trasferito poi nel 1792 in Cittadella, con la costruzione dell’ospedale ivi incluso.
L’ospedale di san Cristoforo era collocato in zona Gamondio, probabilmente verso piazza Marconi; il vescovo Bertolino nel 1408 lasciò i beni di questo ospedale e alla chiesa annessa ai frati agostiniani di San Giacomo della Vittoria, che ne entrarono in possesso solo nel 1428 dopo l’approvazione papale e una volta finita l’opera di ospitalità.
L’ospedale Santissima Trinità veniva anche chiamato dei santi Giacomo e Filippo degli Spandonari perché si trovava vicino alla chiesa che ne portava il nome, pur non essendone annesso. Costruito da due sole camere, era riservato ai soli pellegrini di passaggio. A metà seicento, dopo il lascito di un sacerdote, Michele Antonio Milhauser, l’ospedale ebbe una migliore fortuna. Verso la fine del settecento la chiesa, che si trovava in cattive condizioni, venne edificata in altro luogo e l’ospedale con il suo patrimonio passò poi all’ospedale dei pazzerelli.
L’ospedale di San Biagio era collocato fra via Verona e Via Milano, nel quartiere Rovereto; il documento più antico ad esso riferito è un atto notarile del 1353. Dagli atti delle visite pastorali pare che l’ospedale avesse dieci letti solo per uomini. Tra il 1565 e il 1567 questo ospedale venne annesso, come detto, a quello di san’Antonio dal punto di vista amministrativo, pur mantenendo la propria sede.
Il documento più antico relativo all’ospedale di Sant’Antonio è invece del 1524 in cui Giacomo Claro, nobile alessandrino, lo rendeva erede di tutti i suoi beni. Collocato in via Treviso, all’interno del quartiere rovereto, costituiva la parte più antica dello Spedal Grande dei Santi Antonio e Biagio.