Giuseppe Moscati: tra scienza, fede e progresso medico

Giuseppe Moscati (1880-1927) rappresenta una delle figure più straordinarie della medicina italiana del primo Novecento. La sua capacità di coniugare innovazione scientifica, profonda umanità e spiritualità lo rende un esempio senza tempo per tutti i professionisti della salute. Medico e ricercatore, Moscati ha dedicato la sua vita alla cura del prossimo, con particolare attenzione ai più poveri e bisognosi.

Originario di Benevento, ma formatosi e operante a Napoli, Moscati si laureò in medicina presso l’Università di Napoli Federico II. Fin da giovane si distinse per le sue capacità diagnostiche, il rigore scientifico e un’attenzione straordinaria alla dignità del paziente. Operò negli ospedali napoletani, dove affrontò in prima linea le grandi emergenze sanitarie del tempo, come l’epidemia di colera e la tubercolosi.

Moscati, soprannominato “il medico santo”, vedeva la medicina non solo come una professione, ma come una missione al servizio dell’umanità. Era noto per curare gratuitamente i poveri e per la sua capacità di donare non solo cure mediche, ma anche conforto spirituale.

Gli strumenti del progresso: la testimonianza del Museo delle Arti Sanitarie

Gran parte del contesto medico in cui Moscati operò è oggi documentato nel Museo delle Arti Sanitarie di Napoli, situato nello storico Complesso degli Incurabili. Questo museo, sotto la guida del dottor Gennaro Rispoli, rappresenta un vero e proprio scrigno di memorie e testimonianze della storia della medicina.

Tra i reperti conservati, spiccano strumenti simili a quelli utilizzati da Moscati, come il dispositivo per pneumotorace artificiale di Kuss, essenziale per il trattamento della tubercolosi, e lo sterilizzatore elettrico per strumenti chirurgici, testimonianza dell’importanza attribuita già allora alla prevenzione delle infezioni. Questi strumenti riflettono l’attenzione di Moscati verso l’adozione di tecnologie moderne per migliorare la qualità delle cure, in un’epoca di grandi trasformazioni scientifiche.

Gennaro Rispoli, direttore scientifico del museo, ha sottolineato come queste collezioni non siano semplicemente esposizioni storiche, ma racconti di uomini e donne che hanno dedicato la loro vita alla medicina, spesso in condizioni difficili. Attraverso il lavoro di Rispoli e del suo team, il Museo delle Arti Sanitarie non è solo un luogo di conservazione, ma un punto di incontro tra passato e presente, dove la storia della medicina diventa fonte di ispirazione per le nuove generazioni.

Canonizzato nel 1987 da Papa Giovanni Paolo II, Giuseppe Moscati è ricordato come il simbolo di un medico che unisce competenza scientifica, innovazione e profonda empatia. La sua vita e il suo lavoro ci insegnano che il progresso tecnologico deve essere sempre accompagnato da un profondo rispetto per la persona umana.

Visitare il Museo delle Arti Sanitarie di Napoli significa riscoprire non solo la figura di Moscati, ma anche un pezzo di storia della medicina italiana. Grazie all’impegno di Gennaro Rispoli, il museo è un luogo vivo che continua a trasmettere i valori di dedizione, passione e umanità, incarnati da figure come Moscati.

La vita e l’opera di Giuseppe Moscati ci ricordano che la medicina non è solo scienza, ma anche arte e missione. Il suo esempio, custodito e valorizzato grazie al lavoro del Museo delle Arti Sanitarie, resta una guida per medici e ricercatori di ogni epoca, sottolineando l’importanza di unire innovazione tecnologica, compassione e cura per la dignità di ogni essere umano.

Il tempo della cura: arte, memoria e relazione nell’ambulatorio del medico di famiglia

Intervista a Romano Ravazzani, medico di famiglia a cura di Patrizia Santinon

Sono entrata nel tuo ambulatorio in Cit Turin, in parte preparata rispetto a ciò che avrei trovato. Eppure, l’effetto di stupore è arrivato subito: l’ingresso in un contesto “onirico” appena aperta la porta della sala d’attesa, segnato dal tempo ma anche sospeso in un tempo “altro”. I numerosi riferimenti all’arte, che collezioni in tante forme, sono veicoli di suggestioni che, come mi hai raccontato, promuovono a volte una coincidenza affettiva vissuta nella relazione medico-paziente. La fruizione artistica permette di entrare in contatto con una visione viva dell’umano, che parla immediatamente alle ferite altrui. Cosa è troppo, e come lo misuri? Mi piacerebbe che raccontassi l’esperienza che specifiche tipologie di pazienti hanno del tuo spazio: i bambini, gli adulti, gli anziani, quelli che chiami “i miei pazienti”.

Il mio spazio è aperto e accoglie persone non selezionate per tipo di patologia, età, sesso, ecc., a differenza di ambulatori specifici dedicati a patologie o tipi di pazienti (dislipidemie, ipertensione, ambulatorio pediatrico, geriatrico, ginecologico…). Entrano bambini appena nati e anziani centenari; fortunatamente non sempre portano con sé ferite: a volte arrivano solo per un certificato di buona salute o per un controllo pressorio, ma ognuno ha la sua storia e le sue passioni, e un ambiente così personalizzato aiuta la condivisione. Non visito bambini piccoli, ma ho sempre qualcosa da regalare loro: mi piace vederli uscire contenti quando accompagnano la mamma. Al tempo stesso, mi piace vedere una persona avanti negli anni uscire con una nuova idea per un’attività o un interesse.

Attraversando le stanze della tua bottega-ambulatorio, passo in rassegna ciò che si può sapere sulla storia e la teoria dell’arte di curare. La psicologia come pratica mitopoietica, il teatro dei burattini, l’esercizio dell’immaginazione rappresentativa, la reverie, la pratica degli esercizi spirituali, tra ex voto e pratiche orientali, sono richiamati nell’ottica di un possibile impiego nell’opera di cura. Da Aristotele a Sartre, da Platone a Ignazio di Loyola, da Pirandello a Stanislavskij, da Galileo a Leibniz, da Freud a Musatti: oggi tutto questo si realizza con forza nell’ambulatorio di un medico di medicina generale. Cosa è per te l’arte nella vita personale e familiare? E cosa rappresenta nella tua professione?

Sono una persona curiosa, non un collezionista. Il collezionista vuole avere tutto di un argomento, mentre io ho tantissime realtà diverse che mi appassionano e mi accompagnano dall’infanzia: dalle auto a pedali, ai burattini del teatro delle marionette dove mi accompagnava mia nonna, dai fossili alle opere d’arte, dalle polene, che mi affascinavano nei film d’avventura, agli ex voto che cerco sempre quando entro in una chiesa. Amo dire che il mio studio è il mio test di Rorschach: contiene tutto ciò che mi ha segnato dall’infanzia a oggi. Mi piace molto la tua definizione di “bottega”; infatti, l’impatto visivo è quello di un negozio di un rigattiere, e questa distanza dall’ambiente che uno si aspetterebbe in un ambulatorio mi diverte.
In questo ambiente mi presento senza maschere e spero che i pazienti riescano a entrare in una comunicazione più profonda in un tempo più breve, rispetto a quanto accadrebbe in uno studio asettico e freddo.

Hai accettato di partecipare al progetto Cultura di Base, uno dei quattro progetti pilota del Cultural Wellbeing Lab promosso all’interno di Well Impact, il percorso intrapreso dalla Fondazione Compagnia di San Paolo per individuare progetti, luoghi, linguaggi e relazioni culturali di prevenzione e cura. Cosa è cambiato per te e per i tuoi pazienti nell’esperienza al Museo Egizio? Ce lo racconti a partire dalla sua progettazione? È interessante perché il tuo ambulatorio non è uno spazio neutro.

Sono stato onorato di essere coinvolto nella progettazione di “Cultura di Base”. L’inserimento di un ambulatorio in uno spazio museale si configurava come una sfida non semplice. L’idea di collocare un’attività clinica ASL in un contesto intenso come quello di un museo era entusiasmante. L’Italia ha musei dappertutto, una risorsa che non tutte le nazioni hanno la fortuna di possedere.
Tutto quello che abbiamo vissuto nell’infanzia ha un impatto emotivo molto forte. A Torino, molti di noi alle scuole elementari o medie sono stati accompagnati dagli insegnanti al Museo Egizio. Per alcuni pazienti, quella visita era rimasta l’unica esperienza, e vederli tornare in un ambiente che nel frattempo era diventato un lontano ricordo è stato fantastico. Entrare in un’“architettura intensa” emoziona immediatamente. Cercare l’ambulatorio accompagnati dai volontari era quasi un gioco, e venire visitati in un contesto così particolare evocava una simbolica equivalenza tra la cura dell’ambiente e lo sforzo di cura dell’operatore sanitario. Il gran finale della visita, con l’accesso diretto alla Sala dei Re, rendeva l’esperienza indimenticabile.

La sperimentazione, durata circa 6 mesi, da maggio a ottobre 2022, ha visto coinvolti 7 medici di famiglia suddivisi in quattro musei e una biblioteca, con un numero totale di pazienti pari a circa 10.500. Dopo lo stop forzato del Covid, riportare le persone a fruire di “architetture intense” e provare forti emozioni legate all’ambiente dove si svolge una determinata esperienza – necessariamente diverso dall’ambiente domestico – non sembrava facile, ma bisognava tentare al fine di promuovere o recuperare corretti stili di vita.
In letteratura si descrivono già gli effetti benefici delle visite a musei, mostre, cinema o teatro. Al contrario, la fruizione di questi stimoli nell’ambiente domestico non ha attualmente dimostrato effetti positivi, se non in casi particolari (malattie gravi temporanee o persistenti che impediscono gli spostamenti): questo dato non stupisce, poiché non si verifica né una riduzione della sedentarietà, né un incremento della socializzazione o una riduzione del rischio di depressione dell’umore. La fruizione virtuale dovrebbe essere quindi riservata a casi particolari.
La valutazione dello svolgimento dell’attività è stata affidata al Nodo Group tramite osservazione istituzionale (questionari, interviste…) e prossemica (osservazione diretta della natura dello spazio e del comportamento delle persone) nei luoghi di cura e cultura coinvolti: Museo dell’Automobile, Museo Egizio, Biblioteca Civica Primo Levi, Parco d’Arte Vivente, Polo del ‘900.
Gli indicatori non riguardavano il miglioramento del quadro clinico, considerando la molteplicità delle patologie trattate, ma il benessere percepito dall’utenza e dai medici curanti, e l’alleanza di lavoro fra medici e pazienti (riduzione dei conflitti e dei malintesi, migliore comunicazione, maggiore compliance).
L’osservazione prossemica ha evidenziato differenze tra i vari ambienti utilizzati: la biblioteca si è rivelata di minor impatto rispetto ai musei, mentre le aree dedicate all’attività ambulatoriale a volte si integravano nella struttura, altre volte (se raggiungibili con scale o ascensori) sembravano escluse dal contesto.
È emerso inoltre il ruolo fondamentale dei volontari all’accoglienza: era loro compito offrire informazioni adeguate e fare accompagnamento, per evitare che il paziente si sentisse spaesato, potesse usufruire degli spazi messi a disposizione e, al termine, compilare eventuali questionari. Non sono state utilizzate app per gestire l’arrivo e la canalizzazione dei pazienti, proprio per evitare che l’attenzione fosse concentrata sul cellulare, distraendo dall’ambiente in cui si trovavano.
L’osservazione istituzionale ha evidenziato, in primo luogo, un rinforzo dell’alleanza medico-paziente grazie all’utilizzo di spazi a funzione culturale primaria, con una differenza di intensità e immersività a seconda delle strutture utilizzate. In ogni caso, portare la funzione di cura fuori da un contesto spesso anonimo o troppo connotato da dettagli sanitari si è rivelata un’intuizione positiva e vincente.
Un altro aspetto emerso è stato l’alto gradimento del contatto empatico dei pazienti con i volontari, tanto da rendere difficile pensare di replicare l’esperienza senza il loro aiuto. In un momento caratterizzato da un rapporto difficile tra la popolazione e gli operatori sanitari, è invece emerso in questo contesto un minor livello di aggressività sia tra gli operatori che tra gli utenti, e una maggiore apertura alla relazione, con un atteggiamento di fiducia reciproca favorito dalla condivisione di un’esperienza piacevole.
Le osservatrici hanno avuto la sensazione di far parte di una “bella” sperimentazione, orientata a migliorare l’esperienza di cura su vari livelli. L’elemento culturale ha pervaso l’esperienza diretta e incrementato la curiosità verso gli spazi utilizzati.
Se il progetto dovesse in futuro essere strutturato sul lungo periodo, andrebbero considerati due aspetti: la possibile abitudine al luogo, inizialmente inconsueto, e qualche criticità della struttura ospitante nel gestire ambienti normalmente destinati ad altro, specialmente con grandi afflussi di pubblico. Particolare cura andrebbe poi riservata alle aree di attesa, che concentrano le emozioni “difficili” degli utenti, in particolare ansia e paura.

Che cosa vuol dire quartiere? Ho in mente che apri la porta a una signora che ricorda ancora il tuo babbo farmacista, dispensatore di consigli.

Mi entusiasma il fatto che molti pazienti prima si rivolgessero a mio padre e ora abbiano me come punto di riferimento: mi dà un’idea di continuità.
Il Cit Turin ha uno dei pochi mercati quadrati della città (di solito sono disposti lungo una via), e la piazza centrale, sia con il mercato al mattino sia con le panchine e i chioschi al pomeriggio, è sempre popolata di persone che si conoscono, chiacchierano e interagiscono. La chiesa occupa un lato della piazza ed è molto attiva, specie con giovani e anziani. Ci sono molti locali di ristorazione, soprattutto ora che abbiamo nel quartiere il tribunale, la RAI, il grattacielo di Intesa Sanpaolo, la nuova stazione ferroviaria di Porta Susa ecc. (tutte realtà che non esistevano quando io ho aperto lo studio).

Mi racconti del radiatore e di tuo nonno, che correva e collaudava i motori con orecchio assoluto. Che rapporto c’è tra cura e tempo? Il tempo della cura: che cosa vuol dire per te e in generale per un medico di medicina generale oggi?

Hai notato che il tempo mi appassiona. Ho riempito lo studio con gli orologi più strani, tutti meccanici: un orologio da campanile, pendoli di ogni genere, una vecchia obliteratrice, orologi pubblicitari ecc. Non sappiamo quanto tempo abbiamo a disposizione; meglio non sprecarlo.
Come lavagna magnetica ho usato un vecchio radiatore di un’auto FIAT, chiaramente (a Torino è stata una realtà fondamentale dall’epoca di mio nonno fino alla mia giovinezza), e su di esso ho messo a disposizione dei pazienti pensieri che trovavo in libri, pubblicazioni, riviste ecc. Erano gli anni ‘90, prima dell’era dei social, e nel mio ambulatorio avevo solo quel radiatore come fonte di riflessione. Ho notato che le persone leggevano e commentavano quei pensieri, e allora, poco per volta, ho continuato ad aggiungere stimoli fino alla situazione attuale, in cui lo studio sembra il negozio di un rigattiere.
Nell’ambulatorio c’è il mio passato: ho anche cimeli di mio nonno materno, ex pilota di Formula Uno (ha vinto il primo Gran Premio d’Europa a Monza) e poi capo collaudatore alla FIAT.
Ho cercato di valorizzare il tempo che le persone trascorrono in sala d’attesa e, a questo riguardo, voglio condividere un’esperienza emozionante. Nel 2020 ho partecipato all’ultimo concerto di Ezio Bosso, scomparso pochi mesi dopo. Durante la sua lunga frequentazione degli ambienti sanitari, a causa della sua malattia degenerativa, ha condiviso con noi una riflessione sulle sale d’attesa: “L’attesa è un momento sospeso: attesa di una diagnosi, di una cura, di sentire il battito del bambino che ho nella pancia… con l’attesa si tende a qualcosa. L’autobus si aspetta.”

Che cosa ti commuove nella vita e nella professione? Quale pensi sia il senso delle Medical Humanities nella clinica del quotidiano in cui ci impegniamo? È una forma di impegno e di investimento nelle nuove generazioni di operatori, così impregnate di cultura della performance. Io la sento così. Ma forse serve anche a noi per manutenerci?

Noi facciamo una professione diversa dalle altre: veniamo in contatto con persone in momenti di vulnerabilità, e interagire senza una maschera è un privilegio che crea momenti di condivisione profonda. È questo che mi emoziona.
La possibilità di conoscere gli altri membri della famiglia aiuta a contestualizzare meglio la situazione della persona che abbiamo davanti. Mi piace, infatti, la definizione di “medico di famiglia”. Favorire questo tipo di relazione, anche curando l’ambiente, è per me l’aspetto essenziale delle Medical Humanities. In questo si inserisce anche l’aspetto scientifico, che però è bene non sia unicamente tecnico. La medicina è una realtà sempre più sfaccettata, ed è chiaro che questo tipo di approccio non possa riguardare tutti gli aspetti di questo settore.

 

Altro nulla da segnalare

Anna Pacchioni, Patrizia Santinon

Avvertenza: il virgolettato corsivo è utilizzato nelle citazioni del testo da cui partono le nostre riflessioni

Il 13 maggio 1978 entrava in vigore la Legge Basaglia: ha i miei stessi anni e l’incontro con i Matti da slegare, film documentario del 1975 di Bellocchio, Agosti, Rulli e Petraglia, e L’istituzione negata ha profondamente segnato lo sguardo della nostra generazione sull’altro e anche una decisa assunzione di responsabilità individuale e sociale.

Mi torna in mano un libro dell’aprile 2022, Altro nulla da segnalare, di Francesca Valente, testo che ha vinto all’unanimità il Premio Italo Calvino 2021, “un testo corale che incrocia storie di pazienti, psichiatri, infermieri di uno dei primi reparti aperti di un grande ospedale italiano” come si legge in copertina.

“Altro nulla da segnalare” è una nota che ricorre nei “rapportini” che gli infermieri del SPDC dell’Ospedale Mauriziano di Torino compilavano a fine turno perché tutti “fossero a conoscenza di tutti gli accadimenti e le preoccupazioni che riempivano quelle stanze”. Luciano Sorrentino, psichiatra che abbracciò Psichiatria Democratica fino ad entrare nel Direttivo Nazionale, vi lavorò dal 1980 al 1984 per poi spostarsi al centro di salute Mentale di Via Monti. E’ nella sede del Lungo Dora Savona che lo conobbi, richiedente asilo nel suo Dipartimento di Salute Mentale Franco Basaglia per completare un dottorato sul rapporto tra relazioni intergenerazionali, pratiche transnazionali e costruzioni identitarie di adolescenti e giovani adulti in situazione transculturale.  D’altra parte lui, migrante a sua volta di terza generazione in Italia, dal sud al nord, e di seconda generazione in USA, da Torino al New Jersey, non poteva che accogliere questa domanda con curiosità e apertura.

Sorrentino conservò per trentanni quei quaderni con i rapportini, delizioso diminutivo come quello che ingentiliva il SPDC con il nome di repartino, ben consapevole del fatto che non avrebbero avuto altra destinazione alternativa al macero: “dentro quelle pagine c’erano un sacco di storie che aveva conosciuto e un mucchio di storie che ancora gli giravano nella testa. Persone e storie come fantasmi che gli facevano compagnia”. Fu possibile riaprirli solo in presenza di un altro, sufficientemente generoso e distante da quelle storie per poterle ascoltare.

Solo qualche mese fa nel contesto del master CCW sul welfare culturale ho conosciuto Pino Fiumanò, infermiere dell’A.O. Ordine Mauriziano dal 1987 il cui ruolo di manutentore del gruppo negli anni è stato riconosciuto proprio da una delibera aziendale: un infermiere dunque che facendo tutt’altro, dalla rianimazione al teatro sociale e di comunità, esprime perfettamente ciò che oggi noi decidiamo sia cura e cultura.

Fiumanò ci mostrava il Giardino parlante del Mauriziano con l’albero di ulivo piantato nel periodo pandemico del 2020,“un albero del quale prenderci cura tutti insieme (perchè) noi siamo la terra che abitiamo, siamo gli altri con i quali la condividiamo”, come si legge nel Manifesto del gruppo “salutearte”. Qui, nel repartino abbandonato da Sorrentino nel 1984 perché gli sembrava tradita la sua visione della salute mentale, chiuso dal marzo 2020 nel corso del COVID e mai più riaperto, è passato Carlo Colnaghi nel modo che all’epoca era consentito agli ospiti. Potevano i pazienti entrare ed uscirvi allenando, una volta dimessi dall’Ospedale psichiatrico, la capacità di stare fuori, con qualche ricaduta, stortura e patimento. Qualche volta con successo.

Così si legge in uno dei rapportini: “Questa sera il signor Pautasso che utilizza il Repartino a suo piacimento come albergo diurno o notturno ha coinvolto tutto il reparto in scene di violenza sino a dover chiamare il 113”.

Carlo Colnaghi, un tempo attore al Piccolo di Milano poi perdutosi nella nebbia della malattia, arriva alla porta dello studio di Daniele Segre, regista alessandrino, non perché lo manda lo psichiatra ma perché ci vuol finire lui. Segre accetta di lavorare con Carlo, anzi è costretto a farlo perché quell’uomo è “un precipitato nella sua testa, gli ronza intorno per settimane”. Daniele accetta di costruire qualcosa con quel “ours mal léché, un orso leccato male, misantropo e maleducato”. Così Sorrentino parlava di Carlo ai colleghi, cercando di interrogare quel loro fastidio per il paziente, per rivelarne il violento controtrasfert, un preciso affondo per  un basagliano puro. Il film Manila Paloma Blanca è nato da un soggetto scritto a due mani, da Daniele Segre e Carlo Colnaghi, in seguito al loro primo incontro avvenuto nel 1983: un lavoro abbastanza lungo, come un’analisi, visto che il film è stato girato solo nel 1992.

Carlo e Luciano, il suo psichiatra, l’hanno presentato a Venezia e poi a New York, insieme. Di questo resta testimonianza in una foto (e questo libro è pieno di foto che sono citate e non si vedono, come un adattamento a questi tempi di moltiplicazione ed eccesso del patrimonio iconografico in cui verrebbe da chiedersi se l’immenso lavoro di Berengo Gardin avrebbe avuto oggi lo stesso effetto di allora, di denuncia e produzione di scandalo).

Luciano aveva criticato l’organizzazione dei servizi di salute mentale nel New Jersey dove si era trasferito insieme ai genitori e aveva pensato di togliersi dalla lordura di una guerra inutile in Vietnam iscrivendosi a Medicina. Lo ha fatto in Italia, a Torino, città di migrazione dei suoi nonni dove il primo nucleo, la casa del ritorno, era nella periferia oggi cuore della movida torinese, “Porta Palazzo, tenuto come una reliquia impolverata, umile e verde come Itaca”.

La foto del 1993 di cui l’autrice ci parla senza mostrarcela, l’anno di Paloma Blanca a New York, “immortala due uomini che hanno condiviso un lungo periodo e un progetto, e li rende più simili e vicini di quanto si possa immaginare di un dottore e il suo paziente. Forse, di un dottore e i suoi pazienti, tutti, dal primo all’ultimo”.

I medici del manicomiaccio, quelli vecchia maniera prima di Paolo Henry a Torino e di Franco Basaglia a Gorizia, ancora negli anni sessanta entravano in scena-dell’Ospedale Psichiatrico-come in una lezione di Kraepelin sub specie theatri, inconsapevolmente imprigionati in una parte specifica dello spettacolo offerto dalle loro visite-prestazioni-performance. La loro parte fissa era quella del medico, sfuggiva loro del tutto quella di narratore complessivo della scena in cui erano coinvolti (l’attore deve anche vedersi per cogliere la sua interazione con gli altri). La follia è per definizione il fuori posto, l’esperienza spostata: essa è fuori, oltre, diversa, aliena (outré, rende il concetto di eccedere fuori, trasgressivo e perturbante). Freud ha dimostrato i limiti della narrazione biografica della clinica psichiatrica e l’insufficienza intrinseca dell’anamnesi tradizionale e dell’apparato osservativo  e diagnostico che le corrisponde. Non ci si può fermare all’apparenza clinica quale si può determinare con un esame di superficie mediante gli strumenti semeiologici tradizionali. Oggi questo è ancor più vero.

In questa prospettiva i sintomi non hanno alcun carattere essenziale, non possono essere a rigore mostrati in modo ostensivo a terzi, ad esempio agli studenti di psichiatria nel corso di una lezione senza modificare il quadro stesso dell’osservazione, il campo relazionale implicato.

Così con lo stesso metodo ostensivo il 7 novembre 1954 il signor Borgese, personaggio citato nel libro di Francesca Valente, poteva condurre la moglie in via Carlo Ignazio Giulio, presso l’Ospedale dei Pazzerelli perché Libera era stata spesso “ghermita dalla malinconia per la vita casalinga che conduceva e che non sembrava darle gioia”.

Dallo stato di agitazione in via Cernaia dove in sottoveste aveva “infastidito diversi uomini esibendosi in un atteggiamento erotico” era passata al ricovero in camicia in Via Giulio e poi a Collegno. Aveva fatto seguito una lobotomia transorbitale, il transito nel 1980 nel repartino del Mauriziano, poi Villa Rosa a Grugliasco e nel 1985 la comunità il Fiordaliso.

I luoghi di cui parliamo sono diventati altro nel tempo, e la loro trasformazione segna il passaggio dal manicomio come hortus conclusus, contrapposto allo spazio della cultura, a luoghi in cui si produce anche con l’arte benessere: via Giulio si riaccende di musica nella porzione che è un Arci, la Cricca. Poco distante c’è lo studio di un analista che, non so se è riuscito a farlo e se si può fare con una valutazione puntuale come quella che determinava l’ingresso in manicomio, avrebbe dovuto decifrare la mia sofferenza perché potessi diventare analista a mia volta.

Fare i compiti con la follia non è solo un compito dello psichiatra ma una questione che investe il gruppo umano in generale.

Come Basaglia dichiarò a Bruno Orsini, che gli indicava la difficoltà a realizzare certe idee: “solo una società più giusta garantirà una psichiatria più giusta”.

Priorità assoluta al problema del potere, dunque alla distruzione del potere psichiatrico e rovesciamento della posizione usuale del clinico come esponente ipersicuro della norma, solidale con il sistema dei poteri costituiti.

Cos’è la Psichiatria?, parafrasi di “Cos’è la letteratura?” di Sartre, comparve nel 1967 con copertina di Hugo Pratt e prefazione del ministro socialista Mariotti, che l’anno prima aveva definito “lager nazisti e bolge dantesche” i manicomi.

In quel testo c’è la fenomenologia, cara a Ennio Piantato, ma anche un riconoscimento del ruolo della comunità terapeutica e del pensiero psicoanalitico.

Mi sembra che il detrimento dei servizi di salute mentale abbia anticipato di un decennio almeno la sorte degli altri servizi che su quel modello straordinario si erano strutturati, per oscena scarsità di risorse, per disattenzione politica e amministrativa, ma anche per il prevalere di nuove istanze oggettualizzanti e istituzionalizzanti.  Alcune conquiste si sono rivelate illusioni, in specie l’idea di liberare completamente la cura dalla contaminazione con l’antico mandato di protezione sociale che è perfettamente rappresentato dalla porta chiusa dei reparti.

Nel libro emerge anche il tradimento originario insito nella 180 che si consumò nel giugno 1999 con la chiusura definitiva degli ex OP di Collegno e Grugliasco, ove ancora risiedevano 524 pazienti: “Non si era tenuto conto di un concetto chiave, cioè della libertà di scelta del paziente. Quello che si verificò allora  nel 1999 fu il tradimento di una promessa: un patto tra medici, assistenti e pazienti per il quale il luogo in cui gli ex internati avevano scelto di vivere dopo un lungo e faticoso lavoro di restituzione e di riacquisizione di fiducia in se stessi sarebbe stato la loro casa per sempre: da lì non se ne sarebbero mai andati. La dottoressa Bianca ricorda quell’evento come una deportazione”.

E delle donne di cui l’autrice racconta smarrimento e disperazione, scrive che “non avevano immaginato neanche per un secondo che a distanza di decine di anni dalla prima volta potesse verificarsi una nuova sparizione della casa, una sottrazione che avrebbe segnato l’ennesima interruzione dell’esistenza, relegando la manciata di anni trascorsi in comunità nello stesso quadro nebbioso di ciò che era stato prima dell’internamento”.

Una piccola storia alessandrina mi appare riprendendo in mano il libro di Luciano, di Tornior, “un camminatore, un contadino, un cacciatore”, infermiere che lasciò il repartino nel 1984 insieme a Sorrentino per l’avventura costitutiva del CSM di Via Monti, dei tanti uomini e donne che hanno attraversato i diversi muri che hanno preso forma nella storia con le loro storie coraggiose.

Mirna, qualche anno prima di essere ricoverata nel repartino aveva ricevuto “una lettera di una donna di Alessandria, per lei una sconosciuta, che includeva una fotografia di suo padre. Diceva di essere una professoressa e di essere entrata in possesso di documenti e materiale fotografico che stava usando per una ricerca su Alessandria negli anni dopo la guerra”.

La mamma di Mirna aveva lavorato come infermiera al Teresio Borsalino “una struttura circondata da un grande parco verso Valmadonna e l’aveva incontrato lì il suo futuro marito Giuseppe che andò alla guerra. L’ospedale era un sanatorio. Come potesse essere un posto per asmatici o tubercolotici non si capisce, trovandosi ad appena un tratto di parco dal Tanaro. Giuseppe andava a tagliare il prato e taglia l’erba una volta, taglia l’erba due volte, mise incinta Lea”.

Giuseppe che aveva aiutato i partigiani ospitandoli nell’osteria di proprietà in Santa Maria di Castello, finì riempito di botte e calci e trascinato “dall’altra parte del fiume, dove c’era una struttura in cui i partigiani rinchiudevano i sospetti traditori. Nel tempo trascorso in quella prigione Giuseppe ebbe modo di innamorasi di una collaborazionista, una carogna, l’opinione che Mirna ebbe di lei. Da bambina la detestò, da grande la definì”. E Mirna bambina ha vissuto con una matrigna, donna di una stolta ferocia, autrice di piccole cattiverie che la divertivano, “come mangiare ridacchiando davanti a lei l’ultima fetta biscottata rimasta”.

Ecco che in queste settimane abbiamo ripreso ad abitare il giardino: nel giorno di Fili rossi per la pace alla fine del settembre 2023 i pazienti guardavano la performance di Brera consumarsi dalle stanze del repartino. Oggi il filo rosso s’intreccia, si snoda e s’inguaia come fu prima del covid portandoci e portandoli fuori e dentro.

Sono entrata un giorno mentre i colleghi erano fuori in coppie miste di due, pazienti e operatori: siamo spesso roboanti nel portare fuori il disagio nostro e dei nostri pazienti, non siamo né sobri né silenziosi. Pensiamo che uscire fuori sia un modo di combattere la rassegnazione indolente cui ci eravamo abitutati, comodamente indovati nella nostra lamentazione per i ricoveri lunghi come internamenti col vuoto intorno, per le evacuzioni all’interno del reparto chiuso che rispondono ancora a logiche di esclusione. Pensiamo come Luciano di dover uscire (dal repartino) in tutti i modi che conosciamo per farlo. Tra questi luoghi che immaginiamo e il fuori si disegna una soglia che definisce lo spazio dell’incontro, dell’ascolto, dell’aiuto, della terapia che contrasta il rischio della sottomissione e dell’assoggettamento implicito quando c’è la malattia, la fragilità, il bisogno.

Riporto una ultima nota dei rapportini del 29-5-1980:

“La signora Agosta veniva subito riaccompagnata in reparto dalla proprietaria (della pensione ove era ospitata) dopo averla prima però portata a votare nella scuola dove ha la residenza, in San Donato: per fortuna dice di aver votato PCI.

Altro nulla da segnalare”.

 

Prima mappatura dei patrimoni storici degli ospedali piemontesi

copertina e-book comunità e identità

Presentata lo scorso 29 settembre nel Salone di Rappresentanza dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria la prima mappatura dei patrimoni storici degli ospedali piemontesi all’interno del convegno “Comunità e identità: l’evoluzione dell’Ospedale tra passato, presente e futuro” organizzato dal Centro Documentazione Storia dell’Assistenza e della Sanità Piemontese.

L’obiettivo della giornata è stata la riflessione sul valore degli ospedali quali luoghi identitari per le comunità, attraverso la rilettura dei patrimoni artistici, architettonici e documentali, spesso di grande valore, di cui sono proprietarie le aziende sanitarie del Piemonte. Si tratta di un patrimonio storico meritevole di essere reso accessibile alla comunità nell’ottica di un rinnovato rapporto di fiducia con il sistema sanitario regionale: ecco il perché di un e-book dedicato, facilmente scaricabile e consultabile dal sito dell’Ospedale di Alessandria.

La conoscenza del passato rappresenta, infatti, un importante mezzo per favorire il coinvolgimento della cittadinanza, sensibilizzarla sulle attuali attività sanitarie e di cura, rafforzare il legame con i benefattori. Le relazioni degli esperti sono state mirate a evidenziare il filo conduttore che lega il patrimonio storico all’ospedale contemporaneo nella prospettiva di una visione futura orientata al paziente e alla comunità.
In particolare l’evento è stato strutturato in cinque sezioni. Dopo la presentazione del censimento da parte di Paola Cosola, Archivista del Centro Documentazione – Biblioteca Biomedica dell’Ospedale di Alessandria, si è parlato di “Ospedali storici, risorse e patrimonio per la comunità” insieme a Paolo Galimberti, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, Daniela Caffaratto, ispettore onorario della Soprintendenza archivistica e bibliografica del Piemonte e della Valle d’Aosta e Sara Abram, Segretaria Generale della Fondazione Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” di Torino, moderati da Elena Franco, membro Cultural Welfare Center e architetto – fotografa del Centro Studi Cura e Comunità per le Medical Humanities. “L’ospedale tra presente e futuro, una città nella città” è invece il titolo della seconda sessione, che è stata moderata da Federico Goria del Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università del Piemonte Orientale, con gli interventi di Giovanna Perino, Dirigente dell’Area Salute e Sviluppo del Sistema Sanitario dell’Istituto Ricerche Socio Economiche del Piemonte (IRES), e Francesco Novelli del Dipartimento di Architettura e Design (DAD) del Politecnico di Torino. La mattinata si è conclusa con la presentazione delle buone pratiche del Piemonte rappresentate dall’Azienda Ospedaliero Universitaria Maggiore della Città di Novara, con Alberto Scanferla, dall’Ordine Mauriziano di Torino, con la Direttrice dell’Archivio Storico Cristina Scalon, dall’Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo, con la Responsabile della Struttura Patrimonio e Attività Amministrative Trasversali Rita Aimale, e infine dall’ASL Città di Torino, con il Direttore della Struttura Tecnico Area Territoriale Carlo Sala.

Nel pomeriggio l’approfondimento di Stefano Benedetto, Direttore dell’Archivio di Stato di Torino e Soprintendente ad interim della Soprintendenza archivistica e bibliografica del Piemonte e della Valle d’Aosta, che ha tracciato una prospettiva di lavoro nella generazione di competenze comuni per la rete dei referenti dei patrimoni.

Proprio questo, infatti, è il prossimo obiettivo da raggiungere: un gruppo di lavoro piemontese che possa valorizzare in modo sinergico questo patrimonio, talvolta nascosto, talvolta non pienamente colto.

Per questo motivo è stato istituito il Centro di Documentazione Storia della Assistenza e della Sanità Piemontese quale articolazione dell’Infrastruttura Ricerca, Formazione, Innovazione (SC IRFI) afferente al Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria. Il Centro di Documentazione è un luogo di progettazione di eventi legati alla tutela, conservazione e valorizzazione dei patrimoni storici della sanità piemontese: le aziende sanitarie e ospedaliere del Piemonte, infatti, sono proprietarie di beni storici e artistici di grande valore, ad oggi non censiti in modo strutturato e aggiornato, meritevoli di essere resi accessibili alla comunità.

La mappatura realizzata rappresenta il primo di una serie di step, anche finalizzati alla catalogazione dei patrimoni che consentirebbe di mettere in luce la quantità e qualità di beni culturali, molto diversi per tipologia, garantendo una maggiore consapevolezza del ruolo dell’assistenza e della sanità da parte dei cittadini fruitori dei servizi sanitari. Inoltre, l’accesso a un ricco patrimonio storico e la conoscenza del passato, rappresentano un importante mezzo per promuovere il coinvolgimento della cittadinanza, sensibilizzarla sulle attuali attività sanitarie e di cura, rafforzare il legame con i benefattori, promuovere il volontariato.

Il fine è rendere consapevoli le istituzioni sanitarie di un loro patrimonio storico (sia librario che archivistico, documentario e artistico) per la maggior parte sconosciuto e per il quale non esistono figure professionali, normative e finanziamenti tali da garantire l’adempimento di adeguati progetti di ricognizione, conservazione, tutela e valorizzazione. Il Centro di Documentazione rappresenta una istituzione che, operando al di fuori delle aziende sanitarie ma in stretto contatto, sensibilizza sull’argomento e promuove attività e progetti la cui realizzazione rischia di rimanere priva di un interlocutore adeguato. 

La giornata, coordinata dal DAIRI Regionale diretto da Antonio Maconi a cui afferisce il Centro di Documentazione Storia della Assistenza e della Sanità piemontese, è stata quindi l’occasione presentare la mappatura dei patrimoni e avviare la rete e le azioni sinergiche funzionali allo sviluppo di  di progetti di valorizzazione.

San Gennà pensaci Tu!

A cura di Ileana Parascandolo, Medico Specialista Scienza dell’Alimentazione  e Cure Supportive IRCCS Pascale Asl NA1

La devozione dei Napoletani per San Gennaro è notoria. Il vescovo trentatreenne nato nel 271 dopo Cristo e martirizzato a Pozzuoli nel 305 durante la persecuzione di Diocleziano, è il Patrono della città ed è ritenuto uno dei Santi Patroni più miracolosi di Napoli, insieme ad altri  55 Santi e Sante tra cui Santa Patrizia, San Gregorio Armeno e San Biagio.

A San Gennaro si rivolgono tutti i credenti, per qualunque richiesta di soccorso; infatti grande o piccola che sia, essa viene con fiducia rivolta al Patrono  nella certezza che Lui l’ascolterà.

Non si contano gli epiteti con i quali le “Commare di San Gennaro“ – una congrega di donne a lui devote – lo invocano incessantemente, in particolar modo il 19 settembre, nella ricorrenza del martirio che corrisponde a un  giorno di grande festa a Napoli, in cui avviene il principale “miracolo”: la liquefazione del Sangue del Santo.
Nella chiesa del Duomo gremita di persone, tra canti e incensi sfila il corteo sacro con il Cardinale che regge l’Ampolla del Sangue stretta tra le mani….”Faccia Gialla  Squaglia Squaglia”! -invocano le Commare di San Gennaro, per sollecitare il Miracolo, con una citazione popolare ripresa anche dal noto cantautore napoletano Enzo Avitabile. “Faccia Gialla” indica infatti la statua d’oro del Santo che troneggia sull’abside del Duomo di Napoli, mentre nella Cappella del Tesoro viene esposto parte del corredo aureo e argenteo degli ex voto, un Tesoro che appartiene alla Città e che per splendore e ricchezza ha un valore maggiore dei Gioielli della Corona d’Inghilterra. Tutti trattengono il fiato…E infine un applauso scroscia fortissimo quando il Cardinale alza l’Ampolla per mostrare la liquefazione del Sangue: finalmente può iniziare la festa per chiunque creda che il segno ricevuto porterà benefici alla Città e alla popolazione…. Il sacro e il profano si mescolano in un unico spirito.

Di secolo in secolo, tra progresso, tecnologia e digitalizzazione non si ferma l’entusiasmo del popolo napoletano per questo “Miracolo”. E davvero per miracolo esiste e resiste l’antico Ospedale San Gennaro, nel cuore del Rione Sanità, la cui vicenda è intrecciata a quella del Santo. Nel quinto secolo dopo Cristo, per ospitare le sue reliquie, venne costruita  la Basilica paleocristiana di San Gennaro e Sant’Agrippino, nel cui interno si trova un affresco raffigurante il Santo. Successivamente nell’anno 872 fu annesso un convento benedettino dal Vescovo Atanasio. Nel 1291 i Cavalieri Templari Ospitalieri con il consenso dei Monaci Benedettini, molto esperti della preparazione di medicamenti erboristici, si dedicarono agli ammalati ospitandoli nella struttura che diventò così “Ospizio dei Poveri dei SS. Pietro e Gennaro.” La volta antistante l’accesso presenta un ciclo di affreschi cinquecenteschi con immagini salienti della vita di San Gennaro ad opera di Andrea Sabatini. Nei tempi successivi si alternarono le gestioni ecclesiastiche e laiche ma il Complesso ospedaliero continuò nei secoli a fungere da struttura di cura e soccorso per ammalati e poveri.

Di gestione in gestione, tra chiusure e ristrutturazioni, oggi l’Ospedale è diventato “Struttura Polifunzionale per la Salute dell’Asl Napoli1 Centro” e accoglie numerosi servizi sociosanitari, tra cui un punto di Primo Soccorso, la riabilitazione cardiologica, un poliambulatorio specialistico e l’Unità di Cure Palliative Domiciliari.

Nelle commistioni multifattoriali che sono specifiche di Napoli, il Presidio San Gennaro esprime la sintesi dell’Arte e della Scienza tra patrimonio artistico mirabile; quale i busti dei SS Pietro e Gennaro  di Cosimo Fanzago all’esterno, e le volte affrescate del Chiostro che celebrano la vita ei miracoli del Santo e la Basilica Paleocristiana all’interno.

In tutto questo oggi si distingue, nonostante le difficoltà, il lavoro del personale Sanitario, Sociosanitario e Amministrativo dedicato all’orientamento e all’assistenza dei Pazienti e dei loro caregivers che popolano ogni giorno gli antichi corridoi.

San Genna’…. Pensaci tu!