Biblioteche e Health Humanities: un’alleanza per la salute

Il 5 dicembre 2024, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ospiterà a Roma il convegno “Biblioteche e Health Humanities: un’alleanza per la salute”, organizzato in collaborazione con la Sapienza Università di Roma, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Cultural Welfare Center. Questo evento si inserisce nel calendario della Social Sustainability Week, che si terrà dal 2 all’8 dicembre 2024.

Biblioteche come promotrici di alfabetizzazione sanitaria

Il ruolo delle biblioteche nella promozione della salute è centrale, soprattutto quando si considera il loro contributo all’alfabetizzazione sanitaria. La alfabetizzazione sanitaria non si limita alla capacità di comprendere informazioni mediche, ma include la possibilità di utilizzare tali conoscenze per prendere decisioni consapevoli riguardo alla propria salute e al benessere collettivo.

Grazie alla loro accessibilità e alla capacità di essere luoghi di incontro culturale e sociale, le biblioteche rappresentano un ponte fondamentale tra la conoscenza scientifica e le comunità. Durante il convegno, saranno esplorati modelli e approcci innovativi che collegano la promozione della salute all’equità sociale, all’interno degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 e nel rispetto dei determinanti sociali della salute.

Health Humanities: il valore della narrazione e della cultura nella salute

Il convegno sarà anche un’opportunità per approfondire il ruolo delle Medical Humanities, in particolare delle Health Humanities, nel sistema bibliotecario italiano. Questo approccio multidisciplinare sottolinea l’importanza di narrazioni, arte, storia e letteratura nella comprensione e nella gestione della salute. Verranno presentati i risultati del progetto LIMeNar, che mette in luce l’efficacia della Medicina Narrativa come strumento per migliorare la relazione tra paziente e professionista, e per favorire percorsi di cura più umani e personalizzati.

In questo contesto, verrà valorizzato il contributo del Laboratorio di Health Humanities dell’ISS, un centro di ricerca e innovazione dedicato a studiare e applicare strumenti narrativi e culturali nel campo della salute pubblica. Questo laboratorio si pone come punto di riferimento per sviluppare e integrare progetti di alfabetizzazione sanitaria, narrazione e promozione del benessere.

Il convegno prevede una serie di interventi che metteranno in luce il potenziale delle biblioteche per:

  • La promozione della salute attraverso la lettura e altre attività culturali.
  • Il miglioramento del benessere psicologico e sociale attraverso pratiche di prescrizione sociale, come l’inserimento di attività culturali nei percorsi di cura.
  • L’impatto della lettura e delle Health Humanities come strumenti di contrasto alla disuguaglianza sanitaria.

Uno spazio significativo sarà dedicato alla presentazione del Fondo Bert della Biblioteca dell’ISS, che rappresenta un esempio concreto di integrazione tra cultura e cura, con testi fondamentali per la riflessione sui temi della salute e delle Medical Humanities.

L’evento è gratuito e aperto a tutti, previa iscrizione entro il 2 dicembre 2024 tramite il modulo disponibile sul sito dell’ISS.

link e programma completo

https://www.iss.it/web/guest//news/-/asset_publisher/gJ3hFqMQsykM/content/id/9773061


https://www.iss.it/documents/20126/0/Brochure_Convegno+Biblioteche%26HealthHumanities_05.12.24_ISS.Roma.pdf/e91b0d8b-5587-9c56-d572-524c705921d6?t=1732195743065

Il tempo della cura: arte, memoria e relazione nell’ambulatorio del medico di famiglia

Intervista a Romano Ravazzani, medico di famiglia a cura di Patrizia Santinon

Sono entrata nel tuo ambulatorio in Cit Turin, in parte preparata rispetto a ciò che avrei trovato. Eppure, l’effetto di stupore è arrivato subito: l’ingresso in un contesto “onirico” appena aperta la porta della sala d’attesa, segnato dal tempo ma anche sospeso in un tempo “altro”. I numerosi riferimenti all’arte, che collezioni in tante forme, sono veicoli di suggestioni che, come mi hai raccontato, promuovono a volte una coincidenza affettiva vissuta nella relazione medico-paziente. La fruizione artistica permette di entrare in contatto con una visione viva dell’umano, che parla immediatamente alle ferite altrui. Cosa è troppo, e come lo misuri? Mi piacerebbe che raccontassi l’esperienza che specifiche tipologie di pazienti hanno del tuo spazio: i bambini, gli adulti, gli anziani, quelli che chiami “i miei pazienti”.

Il mio spazio è aperto e accoglie persone non selezionate per tipo di patologia, età, sesso, ecc., a differenza di ambulatori specifici dedicati a patologie o tipi di pazienti (dislipidemie, ipertensione, ambulatorio pediatrico, geriatrico, ginecologico…). Entrano bambini appena nati e anziani centenari; fortunatamente non sempre portano con sé ferite: a volte arrivano solo per un certificato di buona salute o per un controllo pressorio, ma ognuno ha la sua storia e le sue passioni, e un ambiente così personalizzato aiuta la condivisione. Non visito bambini piccoli, ma ho sempre qualcosa da regalare loro: mi piace vederli uscire contenti quando accompagnano la mamma. Al tempo stesso, mi piace vedere una persona avanti negli anni uscire con una nuova idea per un’attività o un interesse.

Attraversando le stanze della tua bottega-ambulatorio, passo in rassegna ciò che si può sapere sulla storia e la teoria dell’arte di curare. La psicologia come pratica mitopoietica, il teatro dei burattini, l’esercizio dell’immaginazione rappresentativa, la reverie, la pratica degli esercizi spirituali, tra ex voto e pratiche orientali, sono richiamati nell’ottica di un possibile impiego nell’opera di cura. Da Aristotele a Sartre, da Platone a Ignazio di Loyola, da Pirandello a Stanislavskij, da Galileo a Leibniz, da Freud a Musatti: oggi tutto questo si realizza con forza nell’ambulatorio di un medico di medicina generale. Cosa è per te l’arte nella vita personale e familiare? E cosa rappresenta nella tua professione?

Sono una persona curiosa, non un collezionista. Il collezionista vuole avere tutto di un argomento, mentre io ho tantissime realtà diverse che mi appassionano e mi accompagnano dall’infanzia: dalle auto a pedali, ai burattini del teatro delle marionette dove mi accompagnava mia nonna, dai fossili alle opere d’arte, dalle polene, che mi affascinavano nei film d’avventura, agli ex voto che cerco sempre quando entro in una chiesa. Amo dire che il mio studio è il mio test di Rorschach: contiene tutto ciò che mi ha segnato dall’infanzia a oggi. Mi piace molto la tua definizione di “bottega”; infatti, l’impatto visivo è quello di un negozio di un rigattiere, e questa distanza dall’ambiente che uno si aspetterebbe in un ambulatorio mi diverte.
In questo ambiente mi presento senza maschere e spero che i pazienti riescano a entrare in una comunicazione più profonda in un tempo più breve, rispetto a quanto accadrebbe in uno studio asettico e freddo.

Hai accettato di partecipare al progetto Cultura di Base, uno dei quattro progetti pilota del Cultural Wellbeing Lab promosso all’interno di Well Impact, il percorso intrapreso dalla Fondazione Compagnia di San Paolo per individuare progetti, luoghi, linguaggi e relazioni culturali di prevenzione e cura. Cosa è cambiato per te e per i tuoi pazienti nell’esperienza al Museo Egizio? Ce lo racconti a partire dalla sua progettazione? È interessante perché il tuo ambulatorio non è uno spazio neutro.

Sono stato onorato di essere coinvolto nella progettazione di “Cultura di Base”. L’inserimento di un ambulatorio in uno spazio museale si configurava come una sfida non semplice. L’idea di collocare un’attività clinica ASL in un contesto intenso come quello di un museo era entusiasmante. L’Italia ha musei dappertutto, una risorsa che non tutte le nazioni hanno la fortuna di possedere.
Tutto quello che abbiamo vissuto nell’infanzia ha un impatto emotivo molto forte. A Torino, molti di noi alle scuole elementari o medie sono stati accompagnati dagli insegnanti al Museo Egizio. Per alcuni pazienti, quella visita era rimasta l’unica esperienza, e vederli tornare in un ambiente che nel frattempo era diventato un lontano ricordo è stato fantastico. Entrare in un’“architettura intensa” emoziona immediatamente. Cercare l’ambulatorio accompagnati dai volontari era quasi un gioco, e venire visitati in un contesto così particolare evocava una simbolica equivalenza tra la cura dell’ambiente e lo sforzo di cura dell’operatore sanitario. Il gran finale della visita, con l’accesso diretto alla Sala dei Re, rendeva l’esperienza indimenticabile.

La sperimentazione, durata circa 6 mesi, da maggio a ottobre 2022, ha visto coinvolti 7 medici di famiglia suddivisi in quattro musei e una biblioteca, con un numero totale di pazienti pari a circa 10.500. Dopo lo stop forzato del Covid, riportare le persone a fruire di “architetture intense” e provare forti emozioni legate all’ambiente dove si svolge una determinata esperienza – necessariamente diverso dall’ambiente domestico – non sembrava facile, ma bisognava tentare al fine di promuovere o recuperare corretti stili di vita.
In letteratura si descrivono già gli effetti benefici delle visite a musei, mostre, cinema o teatro. Al contrario, la fruizione di questi stimoli nell’ambiente domestico non ha attualmente dimostrato effetti positivi, se non in casi particolari (malattie gravi temporanee o persistenti che impediscono gli spostamenti): questo dato non stupisce, poiché non si verifica né una riduzione della sedentarietà, né un incremento della socializzazione o una riduzione del rischio di depressione dell’umore. La fruizione virtuale dovrebbe essere quindi riservata a casi particolari.
La valutazione dello svolgimento dell’attività è stata affidata al Nodo Group tramite osservazione istituzionale (questionari, interviste…) e prossemica (osservazione diretta della natura dello spazio e del comportamento delle persone) nei luoghi di cura e cultura coinvolti: Museo dell’Automobile, Museo Egizio, Biblioteca Civica Primo Levi, Parco d’Arte Vivente, Polo del ‘900.
Gli indicatori non riguardavano il miglioramento del quadro clinico, considerando la molteplicità delle patologie trattate, ma il benessere percepito dall’utenza e dai medici curanti, e l’alleanza di lavoro fra medici e pazienti (riduzione dei conflitti e dei malintesi, migliore comunicazione, maggiore compliance).
L’osservazione prossemica ha evidenziato differenze tra i vari ambienti utilizzati: la biblioteca si è rivelata di minor impatto rispetto ai musei, mentre le aree dedicate all’attività ambulatoriale a volte si integravano nella struttura, altre volte (se raggiungibili con scale o ascensori) sembravano escluse dal contesto.
È emerso inoltre il ruolo fondamentale dei volontari all’accoglienza: era loro compito offrire informazioni adeguate e fare accompagnamento, per evitare che il paziente si sentisse spaesato, potesse usufruire degli spazi messi a disposizione e, al termine, compilare eventuali questionari. Non sono state utilizzate app per gestire l’arrivo e la canalizzazione dei pazienti, proprio per evitare che l’attenzione fosse concentrata sul cellulare, distraendo dall’ambiente in cui si trovavano.
L’osservazione istituzionale ha evidenziato, in primo luogo, un rinforzo dell’alleanza medico-paziente grazie all’utilizzo di spazi a funzione culturale primaria, con una differenza di intensità e immersività a seconda delle strutture utilizzate. In ogni caso, portare la funzione di cura fuori da un contesto spesso anonimo o troppo connotato da dettagli sanitari si è rivelata un’intuizione positiva e vincente.
Un altro aspetto emerso è stato l’alto gradimento del contatto empatico dei pazienti con i volontari, tanto da rendere difficile pensare di replicare l’esperienza senza il loro aiuto. In un momento caratterizzato da un rapporto difficile tra la popolazione e gli operatori sanitari, è invece emerso in questo contesto un minor livello di aggressività sia tra gli operatori che tra gli utenti, e una maggiore apertura alla relazione, con un atteggiamento di fiducia reciproca favorito dalla condivisione di un’esperienza piacevole.
Le osservatrici hanno avuto la sensazione di far parte di una “bella” sperimentazione, orientata a migliorare l’esperienza di cura su vari livelli. L’elemento culturale ha pervaso l’esperienza diretta e incrementato la curiosità verso gli spazi utilizzati.
Se il progetto dovesse in futuro essere strutturato sul lungo periodo, andrebbero considerati due aspetti: la possibile abitudine al luogo, inizialmente inconsueto, e qualche criticità della struttura ospitante nel gestire ambienti normalmente destinati ad altro, specialmente con grandi afflussi di pubblico. Particolare cura andrebbe poi riservata alle aree di attesa, che concentrano le emozioni “difficili” degli utenti, in particolare ansia e paura.

Che cosa vuol dire quartiere? Ho in mente che apri la porta a una signora che ricorda ancora il tuo babbo farmacista, dispensatore di consigli.

Mi entusiasma il fatto che molti pazienti prima si rivolgessero a mio padre e ora abbiano me come punto di riferimento: mi dà un’idea di continuità.
Il Cit Turin ha uno dei pochi mercati quadrati della città (di solito sono disposti lungo una via), e la piazza centrale, sia con il mercato al mattino sia con le panchine e i chioschi al pomeriggio, è sempre popolata di persone che si conoscono, chiacchierano e interagiscono. La chiesa occupa un lato della piazza ed è molto attiva, specie con giovani e anziani. Ci sono molti locali di ristorazione, soprattutto ora che abbiamo nel quartiere il tribunale, la RAI, il grattacielo di Intesa Sanpaolo, la nuova stazione ferroviaria di Porta Susa ecc. (tutte realtà che non esistevano quando io ho aperto lo studio).

Mi racconti del radiatore e di tuo nonno, che correva e collaudava i motori con orecchio assoluto. Che rapporto c’è tra cura e tempo? Il tempo della cura: che cosa vuol dire per te e in generale per un medico di medicina generale oggi?

Hai notato che il tempo mi appassiona. Ho riempito lo studio con gli orologi più strani, tutti meccanici: un orologio da campanile, pendoli di ogni genere, una vecchia obliteratrice, orologi pubblicitari ecc. Non sappiamo quanto tempo abbiamo a disposizione; meglio non sprecarlo.
Come lavagna magnetica ho usato un vecchio radiatore di un’auto FIAT, chiaramente (a Torino è stata una realtà fondamentale dall’epoca di mio nonno fino alla mia giovinezza), e su di esso ho messo a disposizione dei pazienti pensieri che trovavo in libri, pubblicazioni, riviste ecc. Erano gli anni ‘90, prima dell’era dei social, e nel mio ambulatorio avevo solo quel radiatore come fonte di riflessione. Ho notato che le persone leggevano e commentavano quei pensieri, e allora, poco per volta, ho continuato ad aggiungere stimoli fino alla situazione attuale, in cui lo studio sembra il negozio di un rigattiere.
Nell’ambulatorio c’è il mio passato: ho anche cimeli di mio nonno materno, ex pilota di Formula Uno (ha vinto il primo Gran Premio d’Europa a Monza) e poi capo collaudatore alla FIAT.
Ho cercato di valorizzare il tempo che le persone trascorrono in sala d’attesa e, a questo riguardo, voglio condividere un’esperienza emozionante. Nel 2020 ho partecipato all’ultimo concerto di Ezio Bosso, scomparso pochi mesi dopo. Durante la sua lunga frequentazione degli ambienti sanitari, a causa della sua malattia degenerativa, ha condiviso con noi una riflessione sulle sale d’attesa: “L’attesa è un momento sospeso: attesa di una diagnosi, di una cura, di sentire il battito del bambino che ho nella pancia… con l’attesa si tende a qualcosa. L’autobus si aspetta.”

Che cosa ti commuove nella vita e nella professione? Quale pensi sia il senso delle Medical Humanities nella clinica del quotidiano in cui ci impegniamo? È una forma di impegno e di investimento nelle nuove generazioni di operatori, così impregnate di cultura della performance. Io la sento così. Ma forse serve anche a noi per manutenerci?

Noi facciamo una professione diversa dalle altre: veniamo in contatto con persone in momenti di vulnerabilità, e interagire senza una maschera è un privilegio che crea momenti di condivisione profonda. È questo che mi emoziona.
La possibilità di conoscere gli altri membri della famiglia aiuta a contestualizzare meglio la situazione della persona che abbiamo davanti. Mi piace, infatti, la definizione di “medico di famiglia”. Favorire questo tipo di relazione, anche curando l’ambiente, è per me l’aspetto essenziale delle Medical Humanities. In questo si inserisce anche l’aspetto scientifico, che però è bene non sia unicamente tecnico. La medicina è una realtà sempre più sfaccettata, ed è chiaro che questo tipo di approccio non possa riguardare tutti gli aspetti di questo settore.

 

Come la “art on prescription” può integrarsi dal suo punto di vista alla medicina tradizionale?

Intervista a Elena Molinari, a cura di Patrizia Santinon

Elena Molinari, medico pediatra e psicoanalista, è membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, di cui è segretario scientifico nazionale, e dell’International Psychoanalytical Association. Dal 2005 insegna come professoressa a contratto nel corso di perfezionamento in Teoria e pratica della terapeutica artistica dell’Accademia di Belle Arti di Brera.

Come la “art on prescription” può integrarsi dal suo punto di vista alla medicina tradizionale?

La “art prescripion” non fa che richiamare la medicina al suo compito radicale di occuparsi delle persone e non solo del malanno specifico di un singolo organo. Le persone anche quando affette da una malattia conservano una grande quota di salute che deve essere sostenuta perché ben sappiamo come questa parte sana giochi un ruolo cruciale nei processi di guarigione.

Faccio un esempio storico: Archie Cochrane il famoso medico scozzese da cui prende il nome uno dei più condivisi metodi di validazione epidemiologica degli studi scientifici conservò fino alla fine della sua vita ciò che aveva imparato durante il periodo in cui prestò servizio come ufficiale medico in diversi campi di prigionia a seguito della sua cattura durante la Seconda guerra mondiale: occorre rimanere dubbiosi rispetto alle conoscenze mediche che venivano date per acquisite. Sulla scorta di questa sua radicale curiosità riuscì a dimostrare che i pazienti che avevano subito un intervento cardiologico guarivano molto più in fretta se dimessi precocemente. Andò quindi contro l’idea che l’ospedale fosse il luogo migliore, il più sicuro per guarire.

Archie Cochrane dimostrò in modo inequivocabile che fare esperienze di cura impregnate di affetto e di confort è un vantaggio anche economico per il sistema sanitario. Fare esperienze artistiche è “essere a casa” perché l’arte offre sempre un incontro emotivo appagante.

Come possiamo sgombrare il campo da clamorosi fraintendimenti: che un approccio escluda l’altro o all’altro si sostituisca. Abbiamo esempi in cui un’applicazione eterodossa di prescrizione sociale o di consulenza esistenziale in ambito clinico finisca con il supportare posizioni di negazione rispetto alla patologia psichiatrica. Ci sono cose che non sostituiscono altre ma giocano ad un livello differente e complementare. Ci porti il tuo punto di vista anche a partire dalla tua esperienza di docente in Brera?

L’accademia di Brera opera da molti anni in modo strutturato all’interno del Carcere di Bollate. Non offre la libertà ai detenuti che frequentano il laboratorio d’arte ma crea insieme a loro un’oasi di libertà. La “art prescription” non guarisce dal Parkinson o dalla malattia mentale, ma offre un’esperienza di mettersi in contatto con la parte sana di sé che non sparisce con la malattia.

Se ripetutamente facciamo esperienze di salute, la malattia non ha quell’impatto pervasivo sulla vita che spesso comporta il moltiplicarsi dei sintomi o una complicazione della malattia stessa.

I ricercatori americani Robert e Samuel Kaplan chiamano “restorative effect” l’effetto dato dall’esperienza di una visita al museo. Un esempio è il progetto ASBA (Anxiety, Stress, Brain-friendly museum Approach), svoltosi a Milano a cavallo tra 2022 e 2023. Ha coinvolto diversi musei cittadini, che sono diventati terreno di studio dei ricercatori dell’Università degli Studi Milano-Bicocca sull’effetto benefico delle esperienze culturali.
Come vedi si possa correlare la partecipazione culturale alla salute mentale e più in generale al benessere delle persone in senso di prevenzione? Hai sentito l’esperienza torinese di studi medici e pediatrici trasferiti in luoghi di cultura (come, ad esempio, il museo dell’automobile o il museo egizio)? Che cosa ne pensi rispetto al setting psicoanalitico e all’evoluzione, dunque, della stanza d’analisi dopo Freud, tra gli estremi della neutralità e gli eccessi di una self disclosure della stanza con l’esibizione di una iconografia privata, come dice Bolognini. Il tuo dove lo collocheresti temporaneamente? Dove lo collocano i tuoi pazienti in seduta?

Una domanda molto interessante e articolata.

Istituzioni artistiche come l’Accademia di Brera e l’Università degli Studi di Milano Bicocca collaborano da anni in modo sistematico per studiare sia i processi pedagogici che quelli di efficacia delle pratiche artistiche e su questa strada di documentare i risultati in termini di promozione della salute o di miglioramento del benessere mentale delle persone affette da una malattia organica.  In particolare, il Biennio specialistico di terapeutica artistica promuove interventi in gruppi di persone portatori di bisogni sanitari o sociali specifici sia in gruppi di popolazione sana. Questi ultimi hanno appunto un valore di prevenzione molto importante ad esempio sul disagio giovanile, la depressione post partum, il disadattamento sociale dei migranti ecc. I paesi nordici lavorano molto più di noi in questo senso e per imitarli occorrono scelte politiche non miopi e non troppo informate dall’ultimo sondaggio elettorale. La ricerca sistematica e la partecipazione attiva di tutti noi cittadini è l’unico antidoto a questa deriva.

Ho letto di questo esperimento unico in Italia sulla possibilità di avere un accesso al medico in luoghi d’arte. Non sono però abbastanza informata su quali risultati tale esperimento si proponga. Penso però che sia più efficace in termini di promozione della salute tutto ciò che non si propone come un’esperienza puntuale ed estemporanea. Penso che se tale pratica fa parte di un progetto articolato può avere un senso. Un po’ come la pubblicità progresso: sicuramente utile a livello informativo ma come sappiamo questo livello rischia di rimanere distante dai processi trasformativi se non affiancato da altre pratiche sociali più educative, di ascolto attivo e di promozione. Quando dico promozione intendo proprio pratiche in cui chi propone e chi usufruisce di un servizio si muovono insieme verso un obiettivo di salute.

Il setting si configura come un luogo in cui la memoria dei processi arcaici che danno forma all’esperienza terapeutica può riattualizzarsi: la relazione fisica con  gli oggetti presenti nella stanza di terapia  può riattivare le esperienze di contatto e di comunicazione pre-verbale quali si sono date nella storia del paziente, e le particolari relazioni oggettuali internalizzate; invece la potenzialità del processo creativo che si genera nella relazione  cui sia il paziente che il terapeuta partecipano, inaugura una potenzialità trasformativa.

Io non ho una stanza neutra, ho la mia stanza, alcuni oggetti, quadri, piante. Dopo un certo tempo di terapia I pazienti conoscono il terapeuta profondamente anche se l’analista giustamente rispetta il dovere di non invadere con la propria soggettività quella del paziente. Il punto è poter utilizzare qualche commento o qualche notazione sul setting esterno per farne un’occasione di esplorazione congiunta degli aspetti inconsci che è lo specifico della psicoanalisi.

Solo sapendo di poter trarre un beneficio non solo culturale dall’arte si può sfruttare a pieno tutto il suo potenziale. Quale il contributo della psicoanalisi su questo tema? Tu che lavori da sempre in un contesto mixed artisti / clinici che cosa pensi ci possa essere di innovativo nell’utilizzo di pratiche artistiche in ambito terapeutico? Ci fai un esempio?

L’esperienza estetica affonda le sue radici nel vissuto primario, quando è la madre che dà forma e trasforma – seguendo Bollas – l’esperienza interna ed esterna del neonato, prendendosi cura di lui in modi specifici (lo sfama, lo lava, ecc.). Con la crescita questo potenziale trasformativo viene poi riposto in altri oggetti (oggetti-soggettivati) concreti o concettuali, investiti della capacità di promuovere un profondo cambiamento del Sé; l’esperienza artistica occupa in questo contesto un posto di primo piano.

La teorizzazione Bioniana ha messo al centro della terapeuticità gli aspetti estetici tanto che nell’ultimo seminario tenuto a Parigi nel 1977  Bion, rivolgendosi ad un pubblico di psicoanalisti afferma provocatoriamente i “Se non sapete che tipo di artista  siete allora avete sbagliato mestiere”.

L’incontro estetico  realizza quel tipo di unisono emotivo che Bion considera massimamente trasformativo. La svolta epistemica della psicoanalisi che chiamiamo ontologica va in questa direzione cioè cerca di incontrare le emozioni più profonde che stanno all’origine dell’essere e del divenire. Possiamo dire che arte e psicoanalisi condividono una sensibilità estetica rispetto alla forma; la psicoanalissi verso la forma estetica  della relazione terapeutica, l’arte verso le forme concrete  in cui i vissuti emotivi  si incarnano  Come davanti ad una scultura, ad una pittura o ad una danza, l’intervento estetico appartiene a chi ha eseguito l’opera ma anche a chi la guarda (sintonizzandosi sul ritmo, sui movimenti interni, sulle risonanze), così nell’incontro terapeutico l’opera – o piuttosto l’operare – del paziente viene accolto da un terapeuta che ha coltivato durante la sua formazione una sensibilità ed una disponibilità specifica a quel tipo di ascolto, e che chiamiamo sensibilità estetica, avendo egli stesso sperimentato e affrontato le peripezie del divenire della forma, e l’indissolubile legame tra creazione e distruzione.

Nella mia pratica attuale mi capita di utilizzare strumenti artistici con i preadolescenti che trovano difficoltà ad utilizzare prevalentemente la parola e si sono allontanati dal gioco infantile; essi trovano in questo ambito strumenti idonei ad esprimere le loro emozioni e riescono a vedere nel concreto le trasformazioni che avvengono in terapia.

Posso dire però che utilizzo reverie artistiche, suggestioni che provengono dall’arte con tutti i pazienti. Nel mio ultimo libro “Binocula vision. An Inquiry into Psychoanalytic Techniques and Field Theory” ogni caso riportato contiene esempi in questo senso. Bion ha inteso la visione binoculare come la capacità di cogliere contemporaneamente il conscio e l’inconscio, le dinamiche interne al soggetto e quelle del gruppo in cui è inserito. Posso dire di avere apportato il mio contributo nel praticare una visione binoculare tra aspetti inconsci ed aspetti estetici.

 

LA CULTURA COME RISORSA PER LA SALUTE – SALUTE & CULTURA-L’ALTRA DIMENSIONE DELLA CURA

Il 4 e 5 giugno a Torino due eventi della rete Health Promoting Hospitals & Health Services sul ruolo delle arti nel migliorare la salute e il ben-essere

 La Rete Piemontese HPH – Health Promoting Hospitals & Health Services, con le Reti Italiane e Internazionali HPH, organizza per il 4 e il 5 giugno due inediti e importanti momenti di approfondimento sul ruolo della partecipazione e dell’espressione culturale per il ben-essere e la cura, acclarato da una mole crescente di evidenze scientifiche. In tale contesto verrà lanciata una task force internazionale Salute e Cultura promossa dalla Rete HPH nazionale.

Per martedì 4 giugno dalle 14 alle 19, nello Spazio BAC del Distretto Sociale Barolo, è in programma un workshop su invito, curato dalla Rete Piemontese HPH, indirizzato alle ASL e ASO che aderiscono alla Rete e alle aziende delle Reti Italiane. Uno spazio di confronto sulle pratiche in essere nella sanità che coniugano la Salute con gli strumenti e i linguaggi della Cultura. L’appuntamento si concluderà con “Arte Bella”, una performance teatrale sul ben-essere dei e delle curanti, fondamento della relazione di cura, di SCT – Social Community Theatre Centre.

Mercoledì 5 giugno, dalle 9 alle 17, nell’Aula Magna Cavallerizza Reale – Università di Torino, in via Verdi, 9, si terrà una giornata di studi con esperti nazionali e internazionali per dibattere e documentare l’impegno a ricercare nuovi percorsi per la salute delle persone, attraverso i linguaggi e le pratiche culturali, promuovere la ricerca, la valutazione e lo sviluppo delle competenze

Nella faculty sono presenti ENZO GROSSI, ANNALISA CICERCHIA, ILARIA LEGA, CHIARA BENEDETTO, CATTERINA SEIA, GIOVANNI CAPELLI, GIGLIANA MAINARDI, MONICA BONIFETTO, PATRIZIA LEMMA, ANTONELLA BENA, ILARIA SIMONELLI, ALESSANDRA D’ALFONSO, ELISABETTA CONFALON, AMELIA CECI, GIUSEPPINA VIOLA, ALDA COSOLA, CLAUDIO TORTONE, CRISTINA AGUZZOLI, SANDRA ALOIA, PIERLUIGI SACCO, KORNELIA KISS, OLIVER GRONE

L’evento del 5 giugno è aperto a tutte e tutti coloro che sono interessati al tema Salute e Cultura e sarà riconosciuto l’accreditamento ECM per le professioni sanitarie per chi partecipa in presenza.

Le iscrizioni sono aperte per tutti coloro che sono interessati, con iscrizione sulla piattaforma regionale https://www.formazionesanitapiemonte.it  

La rete HPH piemontese con questo convegno intende creare un’occasione di studio e confronto su una doppia sfida: riconsiderare la dimensione umana della relazione di cura attraverso l’approccio delle arti e della cultura, valorizzando le storie delle persone, le loro risorse e potenzialità nella cura nel promuovere la promozione della salute attraverso le arti.

LIMENAR: il 24 maggio a Roma la conferenza di presentazione

La Conferenza finale del progetto LIMeNar, che include la premiazione del LIMeNar Award, avrà luogo venerdì 24 maggio 2024, dalle ore 10 alle ore 13:30 all’Istituto Superiore di Sanità (Viale Regina Elena, 299, Roma).

Obiettivo dell’appuntamento che si svolgerà il 24 maggio è la disseminazione dei risultati del progetto di ricerca LIMeNar, che include il LIMeNar Award e promuovere la conoscenza della medicina narrativa.

Come si legge sulla pagina dedicata di ISS, l’evento è esclusivamente in presenza, la partecipazione è gratuita, ma i posti sono limitati e per iscriversi, è necessario compilare entro il 21/05/24 il modulo di iscrizione. Responsabili Scientifici della giornata sono Amalia Egle Gentile, Centro Nazionale Malattie Rare, Istituto Superiore di Sanità, Roma e Stefania Polvani, Società Italiana di Medicina Narrativa, Arezzo, mentre la Segreteria scientifica vede come protagoniste Cristina Cenci, Società Italiana di Medicina Narrativa, Roma e Agata Polizzi, Università degli Studi di Catania, Roma.

Da oltre quindici anni l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), con il Centro Nazionale Malattie Rare (CNMR), si impegna a promuovere in sanità l’uso della medicina narrativa, in particolare nell’ambito di patologie complesse come le malattie rare (Gentile et al., 2009, 2015; Luzi et al., 2013; De Santis et al. 2015).
La medicina narrativa può essere uno strumento utile in quanto offre l’opportunità di pensare e affrontare le malattie non esclusivamente in termini di “disease” (ovvero come conoscenze cliniche del professionista sulla malattia), ma anche come “illness” (vissuto soggettivo del paziente sulla malattia) e “sickness” (percezione sociale della malattia) ed è attuale l’interesse della comunità scientifica perla medicina narrativa [Launer, Wohlmann, 2023].

https://www.iss.it/documents/20126/0/Report+KoM_Progetto+LIMeNar_28.11.23.pdf/e609c47f-12a1-0382-2507-809a09e5bad5?t=1701185293775
clicca sull’immagine per la sintesi della presentazione del progetto

A distanza di nove anni dalla pubblicazione delle Linee di Indirizzo sulla medicina narrativa, l’Istituto Superiore di Sanità ha condotto in collaborazione con la Società Italiana di Medicina Narrativa (SIMeN)
il progetto di ricerca LIMeNar – Uso e contesti applicativi delle Linee di Indirizzo per l’utilizzo della Medicina Narrativa in ambito clinico-assistenziale e associativo per valutarne l’uso e i contesti applicativi, alla luce della trasformazione digitale e alla crescente rilevanza dell’utilizzo dei linguaggi artistici nell’ambito della salute, focalizzando l’attenzione sia sugli aspetti scientifici sia su quelli comunicativi, in continuità con quanto realizzato per le Linee di Indirizzo.

Il programma, disponibile a questo link, raccoglie l’elenco dei soggetti che hanno aderito in qualità di Associated Partners e di Collaborating Partners.

Per coloro che non potranno recarsi a Roma in presenza, si segnala che l’evento sarà audio/videoregistrata per realizzarne un video da diffondere successivamente tramite i canali web ISS.