La “paralisi infantile”

Questa è la prima fotografia clinica pubblicata della poliomielite, un tempo nota come “paralisi infantile”. Fu commissionato dal famoso neurologo Jean-Martin Charcot, (1825-1893). Era un sostenitore della fotografia nelle pubblicazioni mediche ed è stato autore/editore di numerosi testi e riviste fotografiche. L’oftalmologo parigino diventato fotografo medico A. de Montméja ha scattato questa fotografia. Nel 1870, Charcot, in collaborazione con Alexis Joffroy, (1844-1908), scoprì che la lesione primaria della malattia era l’atrofia delle cellule del corno anteriore del midollo spinale. In riferimento a questa infiammazione della materia grigia, alla condizione è stato dato il nome di “poliomielite”. Non sarebbe stata riconosciuta come una malattia trasmissibile fino al 1905.

 

La poliomielite esiste fin dai tempi antichi, ma è diventata un’epidemia solo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Si tratta di una malattia virale acuta causata dal poliovirus, un enterovirus che distrugge i neuroni motori del corno anteriore del midollo spinale e i nuclei motori dei nervi cranici, provocando una paralisi dei muscoli innervati da tali neuroni. Il virus si contrae ingerendo acqua o alimenti contaminati: è stato ipotizzato che la malattia, diffusa per via oro-fecale, fosse così diffusa da essere contratta dai neonati mentre erano ancora protetti dagli anticorpi materni. La maggior parte dei bambini manifestava solo sintomi minimi mentre acquisiva un’immunità permanente e, successivamente, trasmetteva questa immunità. L’esposizione precoce è diminuita grazie al miglioramento delle condizioni igieniche, sviluppando in una generazione una popolazione suscettibile. Questo ha portato all’aumento di piccoli focolai locali, con una grande epidemia verificatasi a New York City nel 1916, con oltre 9.000 casi. Mentre quasi tutti gli affetti avevano meno di cinque anni, la malattia si sarebbe diffusa tra gli adulti entro decenni. La poliomielite ha paralizzato milioni di persone con una varietà di immobilità, ma è stata la paralisi respiratoria associata a ucciderne migliaia. Lo sviluppo di dispositivi di respirazione a pressione positiva e negativa ha contribuito a preservare alcuni di quelli con paralisi respiratoria.

Lo sviluppo della metà del secolo dei vaccini antipolio iniettabili e orali ha contribuito a sradicare il flagello nella maggior parte dei paesi.

Può comunque essere contratta da un soggetto non vaccinato, o che non si è sottoposto a tutti i richiami del vaccino, nel corso di un viaggio in uno dei Paesi a endemia persistente oppure nelle aree a rischio (Africa subsahariana, Egitto e India settentrionale). L’obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di debellare completamente la poliomielite entro il 2000 non è stato raggiunto.

Jean-Martin Charcot

Nacque a Parigi nel 1825 e mori nel 1893 presso il lago di Settons nel dipartimento della Nièvre. Ebbe nel 1862 il posto di medico presso l’ospedale della Salpêtrière e nel 1872 gli venne conferita la cattedra di anatomia patologica all’Università della Sorbona. Da questa passò alla cattedra di clinica neurologica per lui creata alla Salpêtrière e ch’egli occupò sino alla morte. Scoprì e descrisse le crisi gastriche e le lesioni articolari che accompagnano l’atassia locomotrice; identificò nell’isterismo una nevrosi derivata da suggestione, assimilandolo all’ipnosi; descrisse gli aneurismi delle arterie cerebrali e ne evidenziò l’importanza nei casi di emorragia cerebrale; eccellenti furono i suoi scritti sulle malattie del fegato, sulla gotta, sull’endocardite, sulla tubercolosi e sui reumatismi. Ma la sua massima gloria è quella di essere stato, in pratica, il fondatore della moderna neurologia e di aver creato, oltre alla più grande clinica d’Europa per lo studio delle malattie nervose, la più vigorosa scuola di neurologia di tutti i tempi, sì che giustamente lo storico della medicina Fielding H. Garrison ha affermato che «la neurologia moderna è principalmente di origine francese», riferendosi esplicitamente a Charcot.
https://jnnp.bmj.com/content/76/1/128 
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3782271/
https://www.burnsarchive.com/

 

Voci oltre il muro a Collegno dal 24 al 26 giugno

Scuola di storia orale nel paesaggio della liberazione dal manicomio.
A Collegno dal 24 al 26 giugno la scuola di storia orale si concentra sul processo di superamento dei manicomi

In Italia la storia orale ha una ricca tradizione che risale agli anni ’50 e l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO) è impegnata in nuovi ambiti come archivi orali e tecnologie digitali, e public history. È la registrazione dei ricordi, delle esperienze e delle opinioni delle persone su ciò che hanno vissuto. Significa incontrare persone faccia a faccia, dialogare con loro, ascoltare quel che hanno da dire, riflettere e utilizzare criticamente i loro racconti. Consente di far sentire la voce di individui e gruppi che hanno poco ascolto o che sono ai margini della società. Offre punti di vista originali e spesso sorprendenti sul passato e sul presente, che sovvertono, contraddicono o integrano le narrative dominanti. È un’opportunità per salvare racconti, tradizioni orali, lingue e “arti del dire” che sono in continua trasformazione.

La storia orale è la particolare metodologia della ricerca storica basata sulla produzione e l’utilizzo di fonti orali. Frutto di interviste con testimoni e portatori di memoria, tali fonti sono fortemente intenzionali, prodotte in quanto finalizzate a una ricerca, e per questo diverse da quelle archivistiche.

L’AISO si è costituita a Roma nel 2006 per rispondere all’invito rivolto dalla IOHA (International Oral History Association) agli studiosi e ai ricercatori italiani di storia orale, nel corso del Congresso Internazionale tenutosi a Roma nel 2004, a organizzare una struttura capace di raccogliere, organizzare e mettere in comunicazione le molte realtà di ricerca e di fruizione delle fonti orali, promosse sia da singoli che da enti, istituti e associazioni, presenti nel nostro Paese.

Nell’ambito delle iniziative AISO, sono previsti corsi di formazione in collaborazione con associazioni o istituti interessati a sviluppare la metodologia della storia orale. Fino al 10 giugno sarà possibile iscriversi alla scuola di storia orale Voci oltre il muro. Scuola di storia orale nel paesaggio della liberazione dal manicomio, che si svolgerà a Collegno (Torino) dal 24 al 26 giugno 2022, promossa da Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino, AISO  e Associazione Eutopia in collaborazione con Città di Collegno, ASL TO3 e Collegno Fòl Fest, organizzata nell’ambito dei progetti ‘Memorie che curano. Storia orale del superamento degli ospedali psichiatrici’ e ‘Patrimoni da curare. Laboratorio di storia visuale sulla Certosa di Collegno (1960-2000)’ del Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino. Il Coordinamento scientifico e organizzativo è a cura di Daniela Adorni, Patrizia Bonifazio, Antonio Canovi, Gianluigi Mangiapane, Marco Sguayzer, Chiara Stagno, Davide Tabor.

La scuola si concentra sul processo di superamento dei manicomi – iniziato alla fine degli anni Sessanta – e sulla successiva definizione di nuove pratiche di cura della persona, di politiche di salute mentale e di servizi territoriali, attraverso lo strumento della testimonianza orale.

La scuola si tiene a Collegno negli spazi del principale ospedale psichiatrico torinese, uno dei più grandi in tutta Italia. Si svolge attraverso momenti formativi in aula, geoesplorazioni del territorio e del patrimonio culturale materiale e immateriale (architetture, padiglioni, archivi, collezioni di opere d’arte, ecc.), l’ascolto dei testimoni del passato manicomiale e delle trasformazioni che, dopo la chiusura dell’ospedale psichiatrico, hanno portato a nuove rifunzionalizzazioni del luogo. L’attività formativa analizzerà in particolare i nessi tra soggettività e spazio nelle narrazioni delle realtà manicomiali, alla ricerca delle varie forme del racconto individuale di questa storia, delle memorie implicite e traumatiche, delle relazioni tra memorie personali, collettive e pubbliche e delle ri-narrazioni dei luoghi e delle loro trasformazioni.
La Scuola è aperta a chiunque sia interessato, ma è particolarmente indirizzata a studentesse e studenti universitari, dottorande e dottorandi, ricercatrici e ricercatori, docenti della scuola, professionisti del patrimonio culturale, operatrici e operatori sociali e sanitari, personale medico e di cura della persona, operatrici e operatori culturali, bibliotecarie e bibliotecari, dipendenti della pubblica amministrazione, socie e soci di cooperative e di associazioni, archiviste e archivisti, appassionate e appassionati di storia del territorio.

Il programma completo dell’iniziativa è disponibile qui e per ogni chiarimento, informazione o iscrizioni è possibile scrivere a davide.tabor@unito.it con oggetto “Scuola AISO Collegno”
Il progetto PATRIMONI DA CURARE. LABORATORIO DI STORIA VISUALE SULLA CERTOSA DI COLLEGNO (1960-2000) promuove azioni di studio, di ricomposizione e di valorizzazione del patrimonio culturale visuale (fotografie, video-interviste, documentari, produzioni televisive, oggetti, spazi fisici dell’internamento manicomiale) relativo al rapporto tra la comunità collegnese e il manicomio dagli anni Sessanta – quando grazie al movimento di riforma psichiatrica si avviarono nuove pratiche terapeutiche e si ridiscussero i fondamenti clinici della malattia mentale – fino alla definitiva chiusura.

Ars Curandi e il valore dei luoghi di cura

quarto appuntamento del ciclo di seminari dedicati ai luoghi di cura con l’artista elena franco

I luoghi di cura raccontano la storia delle donne e degli uomini che, nel corso dei secoli, si sono impegnati per stare accanto ai più fragili, a coloro che soffrono, dando loro un sostegno materiale e spirituale e preoccupandosi della salute dei singoli individui e della collettività.
Sono luoghi in cui l’arte ha sempre avuto un ruolo centrale nel processo di cura, mettendo al centro la persona nella sua interezza di corpo e spirito, e luoghi in cui si è affidata all’arte la narrazione iconografica della cura e della beneficienza.

Questi luoghi sono oggetto della attività di Elena Franco, (Torino, 1973) architetto e fotografa, che lavora su progetti artistici di valorizzazione urbana e territoriale. Dal 2014 espone con regolarità in sedi istituzionali e musei in Italia e all’Estero. La sua principale ricerca “Hospitalia. O sul significato della cura”, in corso dal 2012, dopo essere stata esposta e presentata in sedi istituzionali a Milano, Napoli, Vercelli, Losanna, Venezia, Firenze, Arles (FR), Lessines (BE), Siena, accompagnata da convegni e workshop ispirati dal suo lavoro, si è tradotta in un libro edito da ARTEMA (2017). Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private e con il progetto “Imago Pietatis” realizzato per la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna ed esposto da Studio Cenacchi Arte Contemporanea è tra i vincitori del Premio New Post Photography di MIA Fair 2020. Scrive per Il Giornale dell’Architettura. È direttore artistico di Fondazione Arte Nova e collabora come curatrice con il Museo Villa Bernasconi a Cernobbio (CO).

Luoghi di scienza e di pensiero, città nelle città, sono stati centri di innovazione, ma anche di solidarietà, di cui hanno perfezionato i meccanismi.

Martedì 31 maggio Elena Franco sarà ospite del quarto appuntamento del ciclo di seminari dedicati ai Luoghi della Cura, organizzati dal Centro Studi Medical Humanities dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria.


Questi siti ospedalieri, spiega l’artista, erano centri da cui la cura si estendeva al paesaggio, ai possedimenti agricoli legati alle amministrazioni ospedaliere tramite lasciti dai rappresentanti della società civile di tutte le epoche. Erano i luoghi in cui si decideva la politica agricola dei territori di riferimento, attraverso cui si garantiva un’altra forma di inclusione e assistenza territoriale: grazie al sistema delle grange senesi, attraverso i vigneti ancor oggi caratterizzanti gli Hospices de Beaune. In forma autarchica, come nel caso belga di Lessines, dove sullo stesso sito troviamo ospedale e fattoria.

Santa Maria della Scala

Esemplare è il Polittico del Giudizio finale che Nicolas de Rolin commissionò all’artista di Bruxelles Roger de la Pasture o Rogier Van der Weyden, che mostra sul retro anche gli stessi benefattori fondatori dell’ospedale, ma interessante è anche la ricchissima collezione artistica e di arredi dell’ospedale belga di Notre-Dame à la Rose, caratterizzata dagli stili gotico, Renaissance e barocco. Iconica è, poi, la decorazione del Pellegrinaio maschile del Santa Maria della Scala di Siena – i cui affreschi furono affidati a Domenico di Bartolo, Lorenzo di Pietro e Priamo della Quercia – vero emblema di quel legame tra Cultura e Salute così centrale all’epoca e che necessita, oggi, di una rinnovata attenzione.

Quando il paziente è un medico

La società ci porta a pensare che i medici siano invulnerabili: sicuramente una semplificazione che aiuta i pazienti stessi ad affidarsi a qualcuno che si prenderà cura di loro. Ma è naturale che i curanti, in quanto uomini, possano trasformarsi in pazienti. Quando i medici si trovano “dall’altra parte della alla scrivania del dottore, la loro abituale performance di ruolo è offuscata e di fronte a un ambiente medico che è allo stesso tempo familiare e distorto, la loro comprensione di come agire è confusa”.
Una analisi di alcuni medici affetti da patologie cardiache è contenuta in questo articolo che esplora l’esperienza della malattia tra i medici applicando un approccio storico e narratologico ai racconti di tre medici su casi personali.

L’autore esplora l’esperienza personale del medico affetto da patologia cardiaca applicando un approccio comparativo e narratologico alle narrazioni scritte della malattia, attingendo alle testimonianze del pneumologo Max Pinner negli anni ’40, del gastroenterologo Robert Seaver negli anni ’80 e della medicina d’urgenza medico John Mulligan nel 2015 (Pinner 1952; Seaver 1987; Mulligan 2015). Numerosi studi mostrano che quando i medici si ammalano, c’è spesso ambiguità nella divisione dei ruoli e delle responsabilità nell’incontro medico. Mentre negli ultimi decenni il tema del medico malato ha attirato un crescente interesse accademico, finora è stata prestata solo una modesta attenzione da parte degli studiosi a come sia cambiato nel tempo.

Attingendo ai principi di Erving Goffman dell’interazione sociale, l’autore sostiene che quando i medici cercano assistenza medica per se stessi, il “dramma” medico che ne deriva ne risente. Dal confronto delle tre narrazioni emerge che l’esperienza di diventare un paziente, pur rimanendo contemporaneamente un medico, è una sfida che è cambiata nel tempo. Nella narrativa di Pinner, l’identità del paziente è sia indesiderabile che inaccessibile; in Seaver l’ambivalenza di ruolo tra medico e paziente è la caratteristica più saliente; per Mulligan il tema principale della narrazione è la sua esperienza personale piuttosto che professionale della malattia.

Un medico malato deve mettere da parte il proprio ruolo professionale sia fisicamente che simbolicamente, quando è costretto a diventare paziente, e la ricerca di un ponte tra le due identità di medico e paziente potrebbe rivelarsi difficile.

L’articolo suggerisce che la consapevolezza di come il dramma medico cambia spesso quando i medici sono pazienti potrebbe rivelarsi benefica sia per i medici-pazienti che per gli operatori di cura.

Wistrand, J. Ailing Hearts and Troubled Minds: An Historical and Narratological Study on Illness Narratives by Physicians with Cardiac Disease. J Med Humanit 43, 129–139 (2022). https://doi.org/10.1007/s10912-020-09610-0

La misura della rifrazione

L’oftalmologo nella fotografia del 1880 sta praticando la retinoscopia utilizzando una prima forma di un forottero, un rifrattometro per determinare lo stato di rifrazione di un paziente. Sulla fotografia viene disegnata una fonte di luce riflettente e uno strumento ottico viene avvicinato all’occhio del medico indicando che sta esaminando il paziente. Nell’altra mano tiene un tubo che muove le lenti nel disco. I grandi dischi contengono una serie di lenti positive e negative, un adattamento del disco rotante di Rekoss che è stato costruito implementando l’oftalmoscopio di Herman von Helmholtz. Questa macchina sembra essere una delle prime forme di macchine rifrangenti.
L’oftalmologo olandese Frans Cornelius Donders (1818-1889) stabilì l’importanza della correzione degli errori di rifrazione negli anni ’60 dell’Ottocento: un punto di riferimento nella terapia non solo per i pazienti miopi, ipermetropi o astigmatici, ma anche per quelli che soffrono di mal di testa e squilibri muscolari.

Il suo lavoro è stato continuato dal suo assistente, Herman Snellen, (1834-1908) e altri oftalmologi. Silas Weir Mitchell di Filadelfia (1829-1914), neurologo pioniere d’America, ha sostenuto la terapia correttiva e ha fortemente promosso la pratica ai medici generici. Ha sottolineato l’importanza di inviare pazienti con mal di testa o “affaticamento degli occhi” dagli oftalmologi. Mitchell ha introdotto il termine “affaticamento degli occhi” nel lessico medico e la “cura del riposo” nelle terapie mediche. Con il riconoscimento che gli errori di rifrazione dovevano essere misurati, gli innovatori hanno ideato macchine per determinare in modo accurato e rapido lo stato di rifrazione. La correzione degli errori di rifrazione è stata una delle grandi conquiste degli oftalmologi del diciannovesimo secolo.