Imperato e gli studi naturalistici

Ferrante Imperato (1550- 1631) fu attivo a Napoli, città nella quale pare sia sempre vissuto, esercitando la professione di farmacista: per primo aveva condotto varie prove sulla preparazione dei fogli d’amianto e formulato ipotesi sul loro possibile uso. Ma la sua fama è legata agli studi naturalistici, all’Orto botanico da lui fondato e ad una famosa raccolta di minerali che faceva parte di un vero e proprio Museo di storia naturale che egli creò affiancando ai minerali un notevolissimo numero di esemplari imbalsamati di fauna europea ed esotica (pesci, uccelli, mammiferi) raggruppati e distribuiti in diversi settori secondo un pregevole ordine logico.

Historia naturale di Ferrante Imperato napolitano nella quale ordinatamente si tratta della diversa condition di minere, pietre pretiose, ed altre curiosità. Con varie historie di piante, ed animali, sin’hora non date in luce [Ferrante Imperato]
Egli ne dà orgogliosamente una bella illustrazione nella sua opera De Historia Naturale Libri XXVIII, pubblicata a Napoli nel 1599. Si tratta di un enorme catalogo ragionato del mondo vegetale, animale e minerale allora conosciuto: la disposizione, che rispondeva al tipico canone estetico dei musei tardorinascimentali, prevedeva scaffali e armadi lungo le pareti e pezzi d’ingombro, soprattutto grossi animali imbalsamati, sul soffitto.

Nella sua opera principale Dell’Historia Naturale libri XXVIII (Napoli 1599), l’Imperato dà un catalogo ragionato
del suo famoso Museo e dell’Orto botanico. Fornisce anche precise illustrazioni dei diversi esemplari, come questa che raffigura la raccolta della Laminaria saccharina, compiuta da un subacqueo in apnea.
La pianta, definita dall’lmperato Fuco giganteo o Palmifoglio giganteo, era usata per ricavarne lo iodio, al quale già si riconoscevano virtù terapeutiche.

I materiali esposti provenivano da campagne naturalistiche condotte personalmente o commissionate da Imperato, da acquisti, doni e scambi con altri studiosi di tutta Europa, molti dei quali conosciuti a Francoforte, durante l’annuale fiera-mercato del libro che, a quanto risulta, fu frequentata dall’Imperato con una certa regolarità.
Parte integrante delle collezioni era poi un copioso e celebre erbario secco, che l’incisione dell’Historia mostra come collocato su una scaffalatura sulla sinistra dell’area espositiva.

I numerosi viaggi in Italia meridionale gli permisero di raccogliere molti esemplari minerali, vegetali e animali, ma anche di osservare in dettaglio gli affioramenti geologici. Si occupò anche intelligentemente di fossili, ai quali dedicò il trattato De Fossilioas (Sui fossili), pubblicato a Napoli nel 1610. In esso Imperato avanzò l’acuta ipotesi che il mare avesse un tempo occupato le attuali montagne e che i fossili ne fossero, appunto, la testimonianza evidente. Fondava questa interpretazione su una serie di osservazioni geologiche esposte, poi, nel Discorso sopra le montagne dei paesi, pubblicato a Venezia nel 1672—fra le quali spicca l’abbozzo di una concezione dei movimenti bradisismici cui egli riconduceva l’origine delle montagne.

Nella sua professione Imperato godette di una notevole autorità e stima, tanto che già prima del 1572 fu eletto (lo si ricava dalla dedica del Della theriaca et del mithridato libri due di B. Maranta) dai suoi colleghi partenopei membro del Consiglio di ispezione e sorveglianza dell’arte degli speziali, il Consiglio degli otto, che, oltre a controllare la correttezza dell’attività dei membri della corporazione, aveva anche il compito di sovrintendere alla preparazione dei composti farmaceutici più delicati. D’altronde, era ben nota la sua tempra non solo di “prattico”, ma anche di studioso e ricercatore.

Semmelweis: eroico e sventurato pioniere dell’asepsi

Semmelweis fu un eroico e sventurato pioniere dell’asepsi e dell’ antisepsi, conquiste fondamentali nella storia della medicina

L’intervento chirurgico, grazie alle scoperte fatte in campo anestesiologico, si era ormai liberato dal dolore, ma per diventare sicuro occorreva liberarlo anche dal rischio delle infezioni.
La mortalità operatoria causata, in massima parte, dalle infezioni era ancora molto elevata e frenava l’iniziativa dei chirurghi. All’infuori dei casi d’urgenza in cui l’operazione era inevitabile, i chirurghi esitavano sempre ad intervenire. Sapevano che anche la più piccola incisione in una zona infetta poteva provocare una complicazione mortale, per cui si limitavano a fare quello che potevano, anche se I’anestesia aveva concesso loro di operare con maggior accuratezza e di tentare qualche volta le operazioni addominali.
Nelle grandi amputazioni, che allora costituivano l’intervento più impegnavo, la mortalità era molto elevata. L’amputazione della coscia, durante la guerra di Crimea del 1854, comportò nell’esercito francese una mortalità del 91% , che, nel 1859, durante la guerra di Napoleone III in Italia, si abbassò all’85%. La causa principale di questa elevata mortalità era l’infezione, contratta in massima parte in ospedale.

Le ‘malattie d’ospedale’, infatti, rappresentate dall’eresipela, dalla cancrena, dal tetano e dal tetano e dalla setticemia, complicavano e spesso funestavano il decorso post-operatorio nei reparti chirurgici. Invece si era osservato che, assai spesso, i soggetti operati al loro domicilio sfuggivano alle complicazioni infettive insorgenti negli operati in ospedale. Questo fatto fu verosimilmente uno dei motivi che contribuì a mantenere vivo un certo senso di diffidenza verso le istituzioni ospedaliere da parte dei malati. I motivi che avevano trasformato gli ospedali in fonti di infezioni erano molteplici e andavano dalle pessime condizioni igieniche in cui versavano locali di degenza e di cura, alla pratica delle medicazioni che venivano effettuate con strumenti e materiale (strisce di tessuti sfilacciato e liso) scarsamente puliti; allo stesso abbigliamento del chirurgo, costituito da una giacca da lavoro, per lo più sporca da vecchia data di sangue e di pus. A ciò si aggiunga la mancanza di un disinfettante veramente efficace contro le infezioni.
Tale era la situazione quando nel 1847 l’ungherese Ignazio Filippo Semmelweis (1818-1865), assistente presso la Clinica Ostetrica di Vienna, riferì di aver notato che le morti per febbre puerperale erano più frequenti nei reparti di ostetricia in cui gli studenti passavano dalle esercitazioni di medicina operatoria sul cadavere alle esplorazioni ostetriche sulle partorienti con le man non sempre adeguatamente pulite. Pensando che questa fosse la causa principale della febbre puerperale, Semmelweis ordinò agli studenti il lavaggio delle mani in una soluzione di cloruro di calce prima dell’ingresso in Clinica. L’effetto di questa misura fu immediato e la mortalità scese dal 18 al 2,45%.

Un’altra battaglia era vinta e alla chirurgia era stata offerta un’altra valida risorsa.

Quando Semmelweis comunicò questi suoi risultati non parlò di batteri, bensì di una <materia animale decomposta> trasmessa attraverso le manipolazioni degli studenti alle ferite od escoriazioni presenti nei
genitali delle puerpere. Egli, però, aveva individuato il problema e nella sua monografia sulla febbre puerperale pubblicata nel 1861 precisava che questa febbre era la stessa malattia che colpiva i chirurghi e gli anatomici che si ferivano accidentalmente o che si sviluppava in seguito alle operazioni chirurgiche.

La concezione di Semmelweis non ebbe una fortuna immediata.

Essa, malgrado l’appoggio di numerosi scienziati fra cui Rokitanski, Skoda e Hebre, venne avversata per motivi vari, compresi gli intrighi personali, da una massa di avversari comprendente anche il celebre Virchow. Di tutto ciò Semmelweis (che nel frattempo era diventato clinico ostetrico di Budapest) soffrì al punto che nel 1865 fu ricoverato in un ospedale psichiatrico per una grave forma di psicosi, e quivi nello stesso anno venne a morte a seguito di una setticemia contratta alcuni mesi prima, per una ferita prodottasi durante un’autopsia.

La vita 
SEMMELWEISS nacque a Buda nel 1818 e morì a Vienna nel 1865. Fu discepolo di K. Rokitansky e, nominato assistente nel 1846 al reparto di ostetricia presso il Policlinico di Vienna, dove potè studiare a fondo la febbre puerperale che mieteva vittime su vittime, riuscì a stabilire che essa era un'infezione generale del sangue, penetrata attraverso lesioni e causata dalla impurità presente sulle mani e sugli strumenti di chi assisteva le partorienti. Sostenne, perciò, che il flagello poteva essere vinto solo ricorrendo alla asepsi degli assistenti al parto, degli strumenti e delle medicazioni. La sua teoria venne combattuta dai massimi ostetrici del tempo e persino dal grande Virchow, finché Semmelweis abbandonò, amareggiato, Vienna nel 1850. Cinque anni dopo ebbe la cattedra di ostetricia all'Universita di Budapest, dove pubblicò il suo trattato fondamentale Die Aetiologie, der Begrif und die Prophylaxis des Kindbertfiehers (Exiologia, idea e profilassi della febbre puerperale), pubblicato contemporaneamente anche a Vienna, contro il quale si scagliarono ancora una volta le violente critiche del mondo scientifico. 

Oggi noi riconosciamo in Semmelweis un eroico e sventurato pioniere dell'asepsi e dell' antisepsi, conquiste fondamentali nella storia della medicina.

Chirurgia e arte: una storia di secoli

“Medicina come spettacolo: aspettative del pubblico dei medici vista attraverso l’arte e la televisione” il suggestivo titolo di un articolo disponibile a questo link  a cura di Rachel Martel, ‘student at NYU Grossman School of Medicine’ come definito nella sua bio.

Il punto di partenza dell’autrice è quello della sala operatoria come palcoscenico: descrive alcuni esempi, a partire da Rembrandt fino a Eakins (che noi abbiamo descritto a questo link) da un punto di vista interessante, ossia quello della visione della risposta del pubblico e delle aspettative dei chirurghi in quel momento. “La pratica di avere osservatori durante un’operazione fornisce una lente attraverso la quale esaminare la prospettiva storica del laico sulla pratica medica. Non solo medici, studenti di medicina e membri della famiglia erano presenti durante la procedura, ma gli artisti potevano essere incaricati di immortalare l’intervento chirurgico in un dipinto”

E strettissimo è il rapporto tra gli artisti e i medici, un rapporto nel quale i primi sono chiamati a dare testimonianza e a documentare l’attività della pratica medica. Rappresentazioni che offrono un indispensabile e affascinante spaccato della società, degli stili di vita e della storia stessa della medicina. Una storia che attraverso l’arte consente di comprendere le tappe e i traguardi raggiunti.

Proprio con la figura del chirurgo è possibile effettuare un viaggio nella storia di questa disciplina considerata inferiore a quella della medicina (fin dai tempi più antichi, come si può leggere qui). Un disciplina indegna, che costringeva a sporcarsi le mani, toccare il sangue e i cadaveri: ecco che la figura del ‘barbiere-chirurgo’ essendo essi già avvezzi all’utilizzo di lame, proprio come i Norcini, ossia i chirurghi di Norcia, che esercitarono per molte generazioni l’operazione della pietra e quella della cataratta.

Va detto che prima dell’introduzione di alcune misure igieniche basilari e dell’anestesia – entrambe introdotte nell’Ottocento – l’abilità del chirurgo era dettata dalla velocità di esecuzione su interventi come l’estrazione dei calcoli, la cauterizzazione di ferite, l’asportazione di piccoli tumori e l’incisione di ascessi, fino alle amputazioni.

Un esempio di attività, con la rappresentazione dello studio del chirurgo, si trova nel dipinto del fiammingo Davis Teniers – Il chirurgo – del 1670, nel quale l’espressione dell’assistito fa emergere chiaramente il dolore dell’intervento. Ma oltre al dolore del paziente, emerge con chiarezza l’ambiente: dalla totale mancanza di ogni pratica igienica alla presenza di numerosi assistenti, che operano in abiti quotidiani e in una grande confusione.

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Physicians_by_David_Teniers_the_Younger?uselang=it#/media/File:The_Surgeon_by_David_Teniers_the_Younger
Davis Teniers – Il chirurgo – 1670

Grazie alla collezione della Welcome library possiamo invece scoprire una delle altre pratiche eseguite, ossia quella della cauterizzazione, che consisteva nel nell’arroventare un ferro e metterlo a contatto con la ferita, producendo un effetto emostatico -ma anche dolorosissimo- attraverso la bruciatura.

la cauterizzazione delle ferite – Gersdorff, Hans von, -1529.

Un’altra delle pratiche, come detto, era quella dell’eliminazione dei tumori: in questa immagine è possibile vedere l’asportazione di un tumore alla mammella di un uomo, eseguita all’interno di quello che sembra essere un salotto: siamo all’inizio dell’Ottocento, ma l’immagine appare ancora molto cruenta.


Solo grazie all’introduzione della pratica del lavaggio delle mani, con Semmelweis che intuì la trasmissione batterica attraverso le mani, e grazie a Joseph Lister con i suoi studi di batteriologia e con l’introduzione dell’acido fenico nell’ambiente operatorio, cambia anche la rappresentazione della scena operatoria.

Come poteva essere un campo operatorio è descritto nell’opera Antiseptic surgery : its principles, practice, history and results / by W. Watson Cheyne, anche grazie alla figura 23 nella quale si vede in modo chiaro lo strumento per la nebulizzazione, che consentiva un ampio spazio di disinfezione.

È bianco, segno di pulizia e igiene, il campo operatorio del teatro anatomico presente nell’opera dell’artista austriaco Adalbert Seligmann, del 1888-90 (Dr.Theodor Billroth in the Lecture Room at Vienna General Hospital) con il paziente addormentato.

Due gli elementi da sottolineare: la presenza del teatro anatomico, che ospitava studenti ma non solo, in quanto le dissezioni pubbliche sono state nei secoli veri e propri eventi mondani, come emerge anche dall’immagine di copertina di Skarbina Franz, del 1907.

Il paziente addormentato: l’anestesia, infatti, è stato l’altro elemento che ha profondamente cambiato la chirurgia.

Con il contrasto al dolore, il chirurgo poté lavorare con il paziente sedato, e senza la necessaria rapidità che era richiesta fino a quel momento, con molta maggiore conoscenza di quello che poteva trovare, e con armi adeguate per combattere le possibili complicanze.

La visita di Lister negli Stati Uniti

Chirurghi e storici hanno a lungo apprezzato e applaudito Joseph Lister e il suo sistema antisettico per rendere le operazioni più sicure ed avere una visione ancora più ampia della chirurgia.
Disciplina che egli portò anche negli Stati Uniti, in un viaggio di due mesi effettuato nel 1876, nel tentativo di convincere i medici che avrebbero dovuto accettare le sue idee sull’antisepsi chirurgica: oggi la visita di Lister è considerata come una tappa fondamentale nella storia della medicina.
Lister, chirurgo di Glasgow, in Scozia, introdusse il suo concetto di antisepsi nell’esecuzione di operazioni chirurgiche e nel trattamento delle lesioni nel 1867: il lavoro di Lister si basava sui risultati della ricerca del chimico francese Louis Pasteur (1822–1895), che aveva studiato il processo di fermentazione dimostrando essere causato dalla crescita di microrganismi viventi.
Visita che lo vide viaggiare in treno attraverso il continente nordamericano, suscitando polemiche mentre i medici si sforzavano di comprendere la relazione tra batteri e malattie: invitato ad affrontare la questione e tenne una serie di conferenze a Filadelfia, Boston e New York. Va infatti evidenziato che tra gli argomenti più dibattuti nel mondo medico americano del 1876 c’era se accettare i principi di antisepsi chirurgica di Joseph Lister. Le presentazioni hanno segnato l’inizio di un cambiamento significativo nella consapevolezza dei medici americani sulla correlazione tra ferite, germi e pus.
Va anche ricordata l’attenzione di Lister per le legature che assume un ruolo di secondo piano nonostante la sua importanza nelle sue ricerche e pubblicazioni, nonché la sua influenza sulla pratica della chirurgia nella sua epoca. Lister riuscì a trasformare le pratiche chirurgiche trans-atlantiche per la legatura arteriosa, un’innovazione che, sebbene alla fine eclissata da chirurghi successiva, colpì in modo significativo.

In generale, i chirurghi europei adottarono l’antisepsi listeriana prima delle loro controparti americane, che un decennio dopo la guerra civile, si consideravano attori emergenti nella scienza e nell’industria internazionali: in America Lister dovette affrontare un compito difficile per conquistare i chirurghi americani al suo sistema antisettico e al suo fulcro scientifico, il rapporto tra batteri e pus. L’antisepsi e la teoria dei germi furono prese d’assalto e il congresso medico che vide Lister tra i protagonisti si rivelò essere uno dei momenti fondamentali.

Oltre al viaggio di Lister negli Stati Uniti, due gli elementi che consentirono la diffusione delle teorie listerane: la letteratura medica e i medici che si recarono in Scozia per assistere ai suoi risultati.

Faneuil Weisse (1842-1915) di New York fu il primo allievo americano conosciuto di Lister. Nell’estate del 1868, il giovane medico fece un giro in Europa, dove i suoi viaggi includevano una breve visita ai reparti di Lister nell’infermeria reale di Glasgow. Weisse rimase sbalordito dai successi di Lister e dopo il suo ritorno in America, il giovane newyorkese presentò alcune osservazioni prima di una riunione della sua società medica locale. Le osservazioni di Weisse furono pubblicate nel numero del 1 ° marzo 1869 della cartella clinica, dove non solo diede una descrizione dettagliata dei trattamenti di Lister, ma discusse i modi al capezzale dell’inglese e i metodi di insegnamento. “Passando da un letto all’altro”, riportò Weisse, “[Lister] perora la sua causa e avanza le sue prove. … con un grado di modesta serietà che colpisce per le profonde convinzioni alle quali egli stesso lavora… Come chirurgo è più coscienzioso, paziente e scrupoloso di qualsiasi altro io abbia mai visto”.

La ‘sensazione viscerale’ di Van Helmont

Esiste un collegamento tra lo stomaco e le emozioni?

L’idea degli organi digestivi come sede dell’esperienza emotiva non sembra così folle o sciocca. Negli ultimi dieci anni, la ricerca sul microbioma intestinale e sul sistema nervoso enterico indica una relazione dinamica e multidirezionale tra pancia e cervello e gli scienziati stanno ora esaminando con una nuova prospettiva il ruolo della salute intestinale nel benessere sia mentale che fisico. Questo articolo pubblicato dalla Wellcome Library analizza come la “sensazione viscerale” ipotizzata da Van Helmont potrebbe essere una realtà medica.

Jan Baptista Van Helmont (1580-1644), istruito a Lovanio, non riuscì a decidere quale scienza perseguire professionalmente, scegliendo infine di diventare un medico, ma continuando a sperimentare in altri campi: è generalmente considerato il padre della chimica pneumatica e fu il primo a scoprire che esistono gas distinti dall’aria atmosferica. È stato un riferimento della direzione iatrochimica e paracelsiana: la sua pubblicazione Ortus medicinae (1648) costituisce una delle ultime grandi sintesi medico-filosofiche prima della presunta frattura cartesiana e sostiene che la localizzazione dell’“anima sensitiva” non sia affatto un’ipotesi peregrina.

«la penso come la gente comune che, quando vuole riferirsi al principio vitale o alla sede dell’anima, tutte le volte che si è incalzati dalle angustie, siano esse le ansie che derivano dalla vita e dal corpo o le afflizioni mentali, indica con la mano l’orifizio dello stomaco»

A suo avviso, la vita corporea sarebbe regolata da un duumvirato stomaco-milza – a cui ovviamente, nella donna, si aggiunge l’utero. Da esso dipende il controllo del ritmo sonno-veglia, la produzione dei sogni, l’istinto della fame e della sete, l’angoscia, la tristezza e la gioia.

Ed è una motivazione immediata, quasi di buon senso che, almeno a livello comunicativo, lo porta a sostenere questa teoria che sebbene non abbia alcun collegamento con la ricerca scientifica moderna, ricorda che ogni persona ha una relazione intuitiva con il proprio corpo che può essere difficile da esprimere e ancora più difficile da trasmettere agli altri.

È l’antico ‘ubi dolor, ibi digitus’ pricipio empirico della localizzazione, espresso da van Helmont in sintonia con l’antintellettualismo peculiare della sua cultura: anche quando i nostri sentimenti viscerali sembrano essere in contrasto con la conoscenza dei nostri giorni, potrebbero essere in grado di dirci qualcosa sul nostro corpo che è fondamentalmente vero.