Ristrutturata la Lancisana, nata da Giovanni Maria Lancisi

Restituita al pubblico la Biblioteca Lancisana ideata da Giovanni Maria Lancisi nel 1714

Nel luglio 2021 ha riaperto al pubblico la Biblioteca Lancisiana di Santo Spirito in Saxia a Roma, a seguito di lavori di consolidamento strutturale e di restauro conservativo che hanno riportato all’antico splendore un patrimonio unico nel suo genere, grazie ad un finanziamento della Regione Lazio di oltre 4,5 milioni di euro alla ASL Roma 1. Il restauro ha permesso di recuperare l’affresco sulla volta della sala di lettura, un’opera del XVIII secolo attribuita a Gregorio Guglielmi, e di portare a compimento gli interventi di miglioramento statico, della volta, del tetto, della pavimentazione e degli impianti.
La pulitura e l’attenta osservazione dello stato di conservazione di tutte le superfici della biblioteca, comprese le scaffalature lignee, ha consentito il ripristino del patrimonio bibliografico custodito in un deposito temporaneo, il riposizionamento dei cartigli e i coronamenti rimossi, nonché il ripristino di alcune porzioni lacerate delle reti metalliche delle ante delle scaffalature, oltre che la rimessa in funzione del binario su cui scorre lo sportello segreto sul lato est della sala lettura.

La Biblioteca Lancisiana, incastonata nel loggiato superiore del cinquecentesco Palazzo Commendatore, fu fondata nel 1711 da Giovanni Maria Lancisi, illustre medico e archiatra pontificio, e venne inaugurata il 21 maggio 1714. I suoi armadi, creati dall’architetto Tommaso Mattei, arredano la sala di lettura che conserva due globi del XVII secolo di Vincenzo Coronelli, dove la conoscenza geografica si arricchisce di cartigli, figure, stemmi e dettagli di straordinaria erudizione. qui il video https://youtu.be/O2brPCZOCzY
La Biblioteca custodisce una collezione di circa 19.000 volumi, suddivisi in tre fondi principali (Fondo Lancisi, Fondo Severino e Nuove Acquisizioni) tra cui incunaboli, circa 1600 cinquecentine, numerose edizioni del ‘600, del ‘700 e dell’800 e manoscritti risalenti ai secoli XIV-XIX. In questa preziosa raccolta spicca il codice miniato Liber Fraternitatis Sanctis Spiritus in Saxia de Urbe, con migliaia di firme autografe di Papi, Re, nobili e popolani di tutto il mondo cristiano che entravano a far parte della Confraternita Ospitaliera di Santo Spirito, divenendo benefattori a vita dell’Ospedale.

Il Complesso Monumentale di Santo Spirito in Saxia, eretto sulle rovine della villa di Agrippina Maior, costituisce il più rilevante insieme di edifici quattrocenteschi romani ed è inserito nel network di ACOSI (Associazione Culturale degli Ospedali Storici Italiani) come uno dei più prestigiosi ospedali d’Europa, che ha segnato nei secoli un modello di accoglienza, assistenza e cura della persona, oltre che di formazione e storia della medicina.

Lancisi ebbe l’idea della creazione di una Biblioteca fin dal 1711, sebbene essa venne appunto inaugarata tre anni dopo, alla presenza del Pontefice Clemente XI, accompagnato da Porporati, da Prelati, da Letterati di tutta Roma. L’inaugurazione della Biblioteca fu anche l’occasione della presentazione delle Tavole Anatomiche di Bartolomeo Eustachio, illustrate da Lancisi con prefazione e note. Lancisi, pensando che la Biblioteca sarebbe stata la sede della istituenda Accademia, tra le disposizioni lasciava scritto: “XI – Bramo inoltre che il Bibliotecario vada eccitando congressi, e particolarmente le Accademie pubbliche di Anatomia, di Medicina e di Cirurgia, facendole fare almeno due volte al mese dai Medici Assistenti, dai Cirurgi Sostituti, e dai Giovani più abili”. Nella sede della Biblioteca, il 25 aprile del 1715, venne inaugurata l’Accademia di Medicina e Chirurgia, con l’intervento di Lancisi che recitò un discorso su «De recta medicorum Studiorum ratione», presentando la figura del Medico perfetto. Lancisi riteneva che non vi fosse argomento più degno di essere trattato e, per la sua esperienza di più di quarant’anni, egli poteva ben dare consigli in proposito. E concludeva che la medicina non s’impara in breve tempo: Ars longa, Vita brevis. Che l’ignoranza dei medici arreca grave danno alla società, che per loro è necessaria la conoscenza della lingua greca per l’interpretazione dei termini scientifici, e la conoscenza della lingua latina, perché questa è la lingua di tutti i Dotti del mondo.

L0032294 G.M. Lancisi, De motu cordis et aneurysmatib
Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images
Giovanni Maria Lancisi nacque a Roma nel 1654 e morì nella città natale nel 1720. Dopo aver compiuto gli studi letterari, si dedicò a quelli della medicina e conseguì la laurea nel 1672. Nel 1685 ebbe la cattedra di anatomia alla Sapienza e, durante la sua intensa attività di docente, cooperò con estrema intelligenza alla riforma degli studi medici. Raggiunse grande celebrità, tanto che, oltre ad essere stato medico personale di tre papi, Innocenzo X, Innocenzo XII e Clemente XI, venne da quest‘ultimo nominato Archiatra pontificio e priore del Collegio medico. Non fu solo grande anatomico e genialissimo fisiologo, ma fu anche il benemerito editore delle Tavole anatomiche di Bartolomeo Eustachi.
Nel campo dell'anatomia, particolarmente notevoli furono le sue osservazioni sul cuore e la scoperta delle strie longitudinali del corpo calloso del cervello. Importanti i suoi contributi alle ricerche sulla peste bovina, cui dedicò un De peste bovilla (Sulla peste bovina), pubblicato a Roma nel 1712: nell’opera, al contrario di coloro che sostenevano ancora le ragioni dell'antico umoralismo, affermò la possibilità della trasmissione della malaria per mezzo delle zanzare, incoraggiando la bonifica delle paludi nell'Agro Pontino e nel successivo De noxiis paludum effluviis eorumque remediis (1717) egli sosteneva che la malaria fosse una vera pestem, e che la sua origine fosse un'infezione trasmessa attraverso il contagio.
Importante il De motu cordîs et aneurysmatibus (Sul movimento del cuore e sugli aneurismi), pubblicato postumo a Roma nel 1728.

 

Infermo istruito: l’alfabetizzazione sanitaria nel 1719

una pubblicazione del 1719 dedicata a ‘chi desidera vivere lungamente’

L’Infermo istruito nella scuola del disinganno. Opera composta dal dottore Domenico Gagliardi. … Divisa in due parti che contengono veglie 31. salutari. Parte 1. [-2.]. – Roma : nella stamperia di S. Michele a Ripa Grande, 1719-1720. – 2 v. ; 8º.

Infermo istruito

Questa curiosa opera del 1719 – appartenente al fondo antico della Biblioteca Biomedica dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria – è stata pubblicata, nelle intenzioni dell’autore, “a beneficio di chi desidera vivere lungamente” e rappresenta un testo di health literacy ante litteram.

“La pietra del paragone con la quale si può conoscere come sia vissuto l’Uomo è appunto l’infermità, mentre se in delizie, e piacere, e se in continue risse e rancori, se in crapule, ed altre dissolutezze egli visse, lo dimostrerà per l’appunto quanto egli giacerà infermo; nel qual tempo vorrà ancor’egli continuare l’abito cattivo, acquistato in sanità; se poi sarà stato superiore a detti vizi, lo farà vedere il male, in cui, conforme ai vizi, s’avanzano, così ancora si perfezionano le virtù”

Autore della pubblicazione è Domenico Gagliardi (1660-1745)  medico, scrittore e filosofo e il cui nome è legato all’anatomia, in particolare del sistema osseo di cui pubblicò nel 1689 “Anatome ossium novis inventis illustrata”, nella quale, tra gli altri argomenti, descrive la struttura lamellare delle ossa.
Testimonianze dell’attività di Gagliardi sono reperibili nella “Storia della medicina in Italia del cav. Salvatore De Renzi, medico Napolitano” (Dalla tipografia del Filiatre-Sebezio, 1846 – 583 pagine): “Domenico Gagliardi di Roma occupassi con molta cura dell’esame delle ossa proccurando di conoscerne la struttura per mezzo di osservazioni microscopiche diligentissime non solo ma anche col mezzo de reattivi chimici pei quali l’anatomia fina acquistò novelli mezzi di progresso anch’essi per opera di un Italiano. Egli diede l’anatomia delle ossa nello stato sano con una esatta descrizione della struttura intima della sostanza ossea mostrandone le fibre riunite da un glutine e somministrando chiara idea del modo come si forma lo scheletro. Ha parlato assai minutamente ed esattamente dei vasi che serpeggiano nelle ossa, specialmente del cranio e delle vertebre, fecondando in tal modo il germe di molte scoverte moderne. Egli infine cercò di corroborare le sue osservazioni coi fatti somministrati dalla anatomia patologica, dando la storia di un rilevante ammollimento delle ossa”.

Infermo istruito

Si interessò anche di deontologia medica e di quella che oggi si chiamerebbe divulgazione scientifica e sensibilizzazione al concetto di alfabetizzazione sanitaria.

Nella prima edizione qui rappresentata, infatti, Gagliardi mette in guardia i pazienti contro l’attività dei ciarlatani, che nella Roma papale sembrano avere un grande seguito: ad esempio, si legge che è meglio “valersi de medici moderni” che “de galienisti”, facendo esplicito riferimento quindi ai medici ancora legati alla medicina galenica e alla teoria degli umori.

Infermo istruito

L’opera consta di due volumi, dedicati a temi morali e deontologici, che, scritti espressamente per il profano chiariscono i limiti dell’arte della medicina.

Nella presentazione Gagliardi spiega: “… La troverete divisa in due parti, per vostro comodo maggiore, poiché nella prima si tratta di quanto a voi appartiene sapere, per ben’istruirvi del vostro mal, e nell’altra che in breve verrà alla luce, si parlerà di molte materie utili a sapersi anche da voi, per vostro buon regolamento; consistendo in molti documenti pratici, per isfuggure ciocché potrai esservi dannoso, venendovi proposto da qualche malizioso e ignorante impostore…”

Infermo istruito

Lo stile di scrittura è erudito, in conformità al gusto dei tempi, e queste opere sono piene di precetti per raggiungere un’età avanzata seguendo determinate regole di igiene.
Nelle varie sezioni dell’opera vengono dati vari consigli, a partire dalla prima, “nella quale si mostra in genere ciò che debba fare chi desidera d’essere istruito”, oppure nella quarta dedicata al “vantaggio che ne risulta dal trattar bene il Medico; e quanto danno ne riceve chi per diversamente”. Curiosa la Veglia XII “nella quale si mostra di quanto danno sia all’infermo la Politica ed il voler applicare e pensare troppo”.

Infermo istruito

Ricordiamo che il concetto di Health Literacy viene introdotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1998, con questa definizione: “l’insieme delle capacità cognitive e sociali che determinano la motivazione e l’abilità degli individui per accedere, comprendere e utilizzare le informazioni, sì da promuovere e mantenere un buon livello di salute”. L’OMS inquadra, di fatto, il concetto nella dimensione delle life skills, affermando che la health literacy implica il raggiungimento di un livello di conoscenza, abilità e consapevolezza utili a
intraprendere azioni per migliorare la salute individuale e della comunità, promuovendo il cambiamento degli stili e delle condizioni di vita.

L’alfabetizzazione alla salute (health literacy) e le conoscenze relative alla salute favoriscono la partecipazione: l’accesso all’istruzione e all’informazione é essenziale per ottenere la partecipazione efficace e l’empowerment delle persone e delle comunità.

La pietra della follia

iconografia dell’estrazione della pietra della follia

Da sempre, l’uomo si è cimentato con le problematiche legate alla salute mentale, cercando, in maniera più o meno scientifica, di comprenderne le dinamiche, capirne il funzionamento, tentando anche di prevenire l’amplificarsi del fenomeno o quantomeno di arginare ulteriori peggioramenti.

Il vero problema era che, nell’antichità, quando la stessa medicina arrancava parecchio dal punto di vista scientifico e le nozioni erano poche e miste per lo più a fantasie popolari e superstizioni, risultava davvero complesso comprendere e studiare (quindi curare) una patologia mentale. Erano ancora troppo lontani gli anni della psicoanalisi e dei primi studi sull’immenso universo della mente umana; soprattutto nei secoli più antichi, vi era ancora la tendenza a voler necessariamente spiegare qualsiasi patologia attraverso processi fisici, secondo dinamiche logiche e meccanicistiche, mediante un’analisi di segni tangibili, o mediante lo studio dell’anatomia e a tutto ciò che si poteva toccare con mano; la mente umana sfugge a tutto questo!

la follia, secondo una credenza popolare, era provocata da una serie di pietre conficcate nella testa

Dunque, la malattia mentale è sempre stata avvolta da un alone di mistero, poiché nulla si conosceva di essa e così, mentre i medici azzardavano rimedì più pittoreschi che scientifici, brancolando letteralmente nel buio, i malati erano perennemente relegati ai margini della società, che li vedeva inevitabilmente come “diversi”, come soggetti devianti e pericolosi o comunque da evitare o schernire.

Una delle più curiose rappresentazioni è collegata all’estrazione della ‘pietra della follia’ ritenuta responsabile della malattia e della sua degenerazione: la follia, secondo una credenza popolare, era provocata da una serie di pietre conficcate nella testa che un medico, con una semplice operazione, poteva estrarre. Questa credenza era perfettamente in linea con le teorie ippocratiche, legate al concetto di equilibrio del corpo, che riconducevano ogni patologia ad una alterazione fisica: se un malato mostrava disturbi mentali, la causa doveva essere obbligatoriamente nella sua testa e doveva essere toccata con mano. Il cervello umano era all’epoca immaginato come un ingranaggio, la pietra della follia era appunto quell’elemento che aveva fatto inceppare il corretto funzionamento dell’ingranaggio, quindi andava rimossa.
Nonostante l’assurdità (nonché il grande dolore fisico che essa comportava), erano molti i folli che sceglievano di sottoporsi (o venivano costretti) a questa pratica chirurgica, che prevedeva l’incisione del cranio, culminando nell’atteso momento dell’estrazione di questo sassolino.

La follia, intesa come alterazione della personalità umana, è stata accolta nel grande repertorio figurativo dell’arte, ma è solo nel corso del Rinascimento che diventa oggetto di indagine. Da questo punto di vista il pittore fiammingo Hieronymus Bosch (1450-1516) può essere considerato un singolare interprete della follia.

Hieronymus Bosch, L’estrazione della pietra della follia (o La cura della follia), 1484 ca., Madrid, Museo del Prado

Una assurda mescolanza di esseri umani con oggetti, animali e vegetali, creature fantastiche e mostruose, popolano i suoi quadri in una delirante atmosfera surreale. In particolare nella sua opera  “L’estrazione della pietra della follia (o La cura della follia)”, 1484 ca., Madrid, Museo del Prado sono presenti figure come una suora e un monaco che non intervengono all’operazione che sta eseguendo il chirurgo (rappresentato con un imbuto in testa simbolo di stupidità) che vuole rimuovere la follia da un forellino nella testa. L’imbuto e il libro, attributi tipici della sapienza utilizzati in maniera impropria, diventano nella visione di Bosch motivi di derisione della pratica medica che solo la stoltezza degli individui può ritenere capace della guarigione dalla follia. Una analisi ancora più dettagliata è disponibile in questo articolo.

Sono numerosi gli esempi dell’estrazione della pietra della follia anche definita “pierres de tête”: di seguito la rappresentazione di un seguace del fiammingo Jan van Hemessen (Estrazione della pietra della follia, XVII secolo), molto esaustivo sull’argomento che con crudo realismo mostra la pratica chirurgica in tutta la sua ferocia: chi opera è un barbiere—chirurgo, intento nell’incidere il cranio del paziente con un bisturi. Attorno a lui due donne assistenti: una prepara un misterioso unguento, forse lenitivo; a sinistra, un personaggio curioso (probabilmente un parente del malato), con le mani intrecciate, intento a pregare il Signore per la buona riuscita dell’operazione. Protagonista il folle, il quale ci viene restituito dall’artista con una realistica mimica facciale che esprime chiaramente tutto il suo dolore; da notare, appena sotto la lama del bisturi, il tanto bramato sassolino che emerge dalla ferita: la giusta ricompensa di tanto lavoro!

An operation for stone in the head. Oil painting by a follower of Jan Sanders van Hemessen. Hemessen, Jan Sanders van, approximately 1500-approximately 1563.

Un altro interessante esempio lo offre Pieter Brueghel il Giovane (Estrazione della pietra della follia, 1568): da notare, oltre al clima chiassoso e dinamico che di certo non si confà a uno studio di un chirurgo, il fatto che i pazienti sono stati legati con delle fasce alle poltrone, così da evitare movimenti bruschi durante le dolorose operazioni.

Pieter Brueghel il giovane, Operando sulla pietra della pazzia, 1564-1638)

Il soggetto iconografico fu assai sfruttato tra Cinquecento e Seicento, soprattutto tra gli artisti nordeuropei, ai limiti del ridondante, come dimostrano alcuni esempi qui.

Operation for ‘pierre de tete’, after Hemessen, 16thC. Pieter Huys
A surgeon extracting pierres de tête. Oil painting after H. Weydmans.
A surgeon removing pierres de tête. Oil painting after Jan Steen. Steen, Jan, 1626-1679.
An operator extracting pierres de tête from behind a man’s ear, with four other people in attendance. Oil painting by a follower of Pieter Jansz. Quast. Quast, Pieter Jansz., 1606-1647.

Un’interessante versione del tema, rivisitata in chiave contemporanea, è proposta da Giovanni Gasparro (Estrazione della pietra della follia, 2012, ): l’opera ritrae, sulla destra, una donna nuda che impersona la Verità, e che indossa un collare, allusivo alla condizione di scomodità. La donna sorride in modo cinico, assistendo all’intervento chirurgico, perché la Verità irride la menzogna, la superstizione e i rituali magico alchemici, sottesi al mito dell’estrazione della pietra della follia. L’opera, a differenza di tutte le altre segnalate, è realizzata in epoca contemporanea, quindi rivela, giustamente, l’inutilità e l’assurdità della pratica, attraverso la Verità che vince sulla superstizione.

Giovanni Gasparro (Estrazione della pietra della follia, 2012)

La lebbra, malattia simbolo della sofferenza dell’uomo

malattia  considerata  nei secoli come una forma di punizione divina per le  mutilazioni e deformazioni che procura

In tempi di pandemia è naturale che le argomentazioni siano centrate sulle epidemie e su quell’arma, a basso costo, che è in grado di salvare più vite umane. Sui vaccini già molto è stato scritto e molto altro verrà pubblicato in futuro.
Questa la riflessione contenuta in un interessante articolo di disponibile a questo link che pone l’attenzione sulla rivoluzionaria tecnica di Jenner, ma con un interessante focus: “Voglio ripercorrere questo sentiero con quanto l’archeologia, la biologia molecolare, la letteratura e la storia ci mette a disposizione, ponendo il lavoro di Edward Jenner come il punto di arrivo del nostro cammino” scrive l’autore.

La vaccinazione obbligatoria di massa ha costituito per secoli il solo rimedio contro il vaiolo.
Storicamente la medicina ha avuto uno sviluppo più orientato all’assistenza e alla cura che alla prevenzione: nel XIX secolo questa diventa elemento integrante nei programmi sanitari su larga scala.
I primi tentativi di arginare la diffusione di gravi infezioni, quando ancora non se ne conosceva l’eziologia, hanno introdotto misure di contenimento e quarantena, proprio come nell’ultima pandemia da Covid.

Ma tra le malattie dell’antichità, la lebbra, lenta e inesorabilmente fatale, ha lasciato una traccia culturale profonda, creando un forte impatto sulla realtà sociale antica, a causa della sua severità; gravata da deturpazioni dolori e disabilità e grazie alle molte storie di lebbrosi contenute nel libro più letto di tutti, la Bibbia, la lebbra è divenuta simbolo della sofferenza dell’uomo, la malattia ‘storica’ per eccellenza, considerata addirittura nei secoli come una forma di punizione divina, a causa delle terribili mutilazioni e deformazioni che procura al corpo. Secondo le antiche religioni, infatti, i peccati dell’animo si ripercuotevano sul corpo, causandone così l’abbrutimento, e poiché erano ritenuti perseguitati dalle divinità, i soggetti affetti da lebbra venivano anche emarginati dalla società e spesso processati da esponenti del Clero (poiché inizialmente si pensava che la trasmissione della malattia avvenisse per via sessuale, i lebbrosi erano condannati dalla Chiesa per peccati di lussuria).
La malattia, infettiva e cronica, era causata da un batterio, quindi il contagio avveniva per semplice contatto, e colpiva principalmente la pelle, con l’insorgenza di lesioni cutanee, macule e bolle; progressivamente, la patologia affliggeva anche le mucose, i nervi, le ossa, le articolazioni e i muscoli, generando dolori e difficoltà nella mobilità.
Nel Medioevo, dopo l’esplosione di violente epidemie giunte dall’Asia, favorite anche dalla tipica struttura urbanistica chiusa di cittadelle fortificate e cinte da mura, si decise, per limitare la diffusione di questa e di altre malattie contagiose, di isolare le persone malate. Furono allora costruiti i primi lazzaretti fuori città, dove venivano reclusi i lebbrosi, i quali erano riammessi entro le mura soltanto per grandi feste religiose, per le messe e le confessioni.

In relazione alla sua ampia diffusione, la lebbra compare quindi molto frequentemente negli scritti antichi e anche nelle opere d’arte, come piaga sociale e fenomeno purtroppo non raro; la malattia fu ampiamente sfruttata simbolicamente dalla Chiesa come segno della caducità della vita umana e del comune destino di morte. Questo spiega la grande frequenza, in ambito religioso, di immagini: tra le numerose rappresentazioni di episodi legati a questa patologia, famosa quella dell’Imperatore Costantino.

Nella Storia della guarigione di Costantino che si trova a Roma nella Chiesa dei Santi Quattro Coronati si riconosce la figura dell’Imperatore: secondo la tradizione all’Imperatore, malato di lebbra, fu consigliato da sacerdoti pagani di bagnarsi nel sangue di tremila bambini, come rimedio terapeutico per la sua malattia, ma egli, mosso a compassione, si rifiutò.

Se da un lato i malati di lebbra venivano emarginati dalla società ed evitati dal popolo, dall’altro, vi era chi, per spirito di fede e carità e animato da profonda umanità, decideva di dedicarsi a loro: nella Basilica della Porziuncola una miniatura sposta l’attenzione sull’assistenza dei frati francescani che sceglievano di offrire cure a chi, altrimenti, sarebbe stato abbandonato, esponendosi al contatto fisico con i malati e, di conseguenza, anche al pericolo per la loro stessa vita.

Röntgen, i raggi X e la storia della Radiologia

La scoperta dei raggi X si deve a Wilhelm Röntgen, primo vincitore del premio Nobel per la Fisica

Una delle scoperte che hanno rivoluzionato la storia della medicina è senza dubbio la scoperta dei raggi X: oggi non potremmo immaginare la medicina senza di essi, sebbene siano frutto di una scoperta casuale da parte del fisico tedesco Wilhelm Röntgen.

The bones of a hand with a ring on one finger, viewed through x-ray. Photoprint from radiograph by W.K. Röntgen, 1895.
Röntgen, Wilhelm Conrad, 1845-1923.

L’8 novembre 1895 Röntgen stava lavorando con un tubo di Crookes, un apparecchio che si può considerare il precursore del tubo catodico dei televisori: è una particolare ampolla di vetro a forma di cono collegata a una pompa per creare il vuoto e al cui interno sono sistemate due piastre metalliche, chiamate elettrodi (anodo e catodo), ciascuna collegata a un generatore elettrico. Quando il gas all’interno del tubo è sufficientemente rarefatto, il flusso di elettricità provoca emissione di luce. Riducendo ulteriormente la pressione del gas, e cioè rendendo il vuoto ancor più spinto, l’emissione di luce cessa e si può osservare una macchia fluorescente sulla parete di vetro di fronte al catodo.
La fluorescenza prodotta dall’apparecchio è dovuta ai raggi catodici. Allora nessuno sapeva che erano fasci di particelle chiamate elettroni, accelerati dalla corrente dal catodo verso l’anodo. Molti materiali colpiti da una radiazione si eccitano riemettendo altre radiazioni, ed era proprio questo ciò che succedeva nel tubo quando gli elettroni accelerati oltrepassavano gli elettrodi e colpivano la parete di vetro. Quel giorno, però, Röntgen scoprì l’esistenza di una radiazione sconosciuta: i raggi X, appunto.

The door of Röntgen’s laboratory, with a platinum plate attached to the handle, viewed under x-ray. Photoprint from radiograph by W.K. Röntgen, 1895

La storia di questa scoperta è disponibile a questo link, con la la ricostruzione dell’apparato sperimentale utilizzato nelle primi esperimenti con i raggi X

Si tratta di una parte della collezione digitale del Museo della Radiologia dell’Università degli Studi di Palermo, dotata di oltre 170 reperti costituita da antichi apparati radioterapici, strumenti di misura, fotografie e documenti storici: costituita grazie alla disponibilità di numerosi responsabili di enti e dai familiari o eredi dei radiologi del passato, venne ordinata in più sezioni, tra le quali quelle più rilevanti furono sicuramente la raccolta di apparecchiature di radiologia e di strumenti della fisica, quest’ultima anche con strumenti del XIX secolo, nonché la collezione di radiogrammi risalenti agli inizi del Novecento.

https://artsandculture.google.com/story/gwJiLEpyGf0FIA?hl=it

Il Museo della Radiologia di Palermo, uno dei pochissimi esistenti al mondo, è stato inaugurato nel dicembre del 1995, in occasione delle celebrazioni per il centenario della scoperta dei Raggi X da parte di Wilhelm Conrad Röntgen. Un traguardo che alla fine dell’Ottocento ebbe il sapore di una rivoluzione, con un impatto straordinario sulla popolazione.

Wilhelm Röntgen nacque a Lennep nel 1845 e morì a Monaco nel 1923. Dopo aver compiuto i primi studi in Olanda (la madre era olandese), li continuò al Politecnico di Zurigo, diplomandosi nel 1866. Nel 1875 ebbe la cattedra di fisica alla Scuola superiore di agricoltura di Hohenheim, dalla quale passò, nel 1876, a quella di fisica teorica a Strasburgo. Dopo tre anni ebbe la stessa cattedra a Giessen e nel 1888 passò all’Università di Wiirzburg. Fu qui che, nel 1895 scoprì 1 raggi x. Rimase a Wiirzburg sino al 1920, anno nel quale ebbe a Monaco la cattedra che tenne sino alla morte. Per la sensazionale scoperta, che segnò una data gloriosa per le applicazioni pratiche ed umanitarie che ne derivarono e per le quali Röntgen non volle mai ricavare vantaggi economici, gli venne conferito il premio Nobel per la Fisica nel 1901.