Opoterapia, ormoni e la figura eccentrica di Charles Édouard Brown-Séquard

L’opoterapia è – nella definizione della enciclopedia Treccani – una terapia ‘sostitutiva’ di una data sostanza. Riguarda generalmente l’uso di ormoni allo scopo di ripristinarne livelli fisiologici, in caso di ipofunzione della ghiandola endocrina responsabile. Rispetto al passato in cui l’opoterapia si basava esclusivamente sulla somministrazione di estratti di organi di animali (tiroide, pancreas ecc.), oggi si impiegano composti purissimi prodotti grazie alle tecniche del DNA ricombinante (insulina, gonadotropine ecc.).
Definita anche organoterapia è un’antica terapia medica che consisteva nella somministrazione al malato, per via orale o per via ipodermica, di pozioni preparate con estratti di succhi di organi. Con questo metodo terapeutico si intendevano curare, in particolare, insufficienze funzionali di ghiandole e altri organi, come reni e fegato, e si somministravano i succhi prelevati dall’organo o dalla ghiandola omonima di un animale. Oggi questo metodo è stato soppiantato dalla pratica dell’ormonoterapia, diffusasi con la scoperta delle secrezioni endocrine, la quale utilizza ormoni purificati o sintetici. Il termine stesso “opoterapia” è diventato sinonimo di “ormonoterapia”

L’opoterapia ebbe fin dai tempi preistorici un precursore, la Organoterapia, di cui vale la pena di citare qualche esempio tratto dalla letteratura antica medica e non medica. La mitologia greca ci tramanda che il centauro Chirone somministrava al giovinetto Achille midollo di leone per dargli la forza e il coraggio del re degli animali. Giovinette romane mangiavano mammelle di animali per ottenere seni prosperosi e la controparte maschile di diversi popoli si nutriva di testicoli di gallo o di cinghiale per aumentare la potenza virile. Molti bevevano sangue di animali nel corso dei secoli per combattere l’anemia.

Chirone e Achille
https://www.uffizi.it/opere/il-centauro-chirone-e-achille

Si può dire che, dopo Galeno la maggior parte di queste usanze cadde in totale abbandono. L’organoterapia si riaffacciò alla ribalta per breve tempo quando Paracelso affermò che l’assunzione di cuore, polmoni e milza di animali sani era benefica alla salute e Cardano consigliò l’uso di testicoli di animali per vincere l’astenia della convalescenza.

Il momento di svolta, che portò alla ribalta in medicina gli estratti di organi animali, fu rappresentato dalla pubblicazione degli studi compiuti da Claude Bernard, teorico dell’ “ambiente interno”. Bernard, infatti, ipotizzò l’esistenza di un sistema chiuso, autoregolato dal singolo vivente attraverso sostanze liberate all’interno dagli organi, studiando il funzionamento del fegato e dei suoi secreti.
La strada parzialmente già tracciata dal Bernard fu poi seguita anche dal suo successore alla cattedra di medicina sperimentale presso il Collège de France: Charles Édouard Brown-Séquard. Grande osservatore e sperimentalista in vari ambiti, contribuì in buona parte all’allargamento delle conoscenze sul sangue, sul sistema nervoso e sulla fisiologia degli animali e umana. È stato il primo scienziato a lavorare sulla fisiologia del midollo spinale e una sindrome riguardante la tematica ha preso il suo nome. Nel 1889, formulò l’ipotesi della secrezione endogena integrativa per consentire un’organoterapia; non è un caso se Brown-Sequard viene considerato uno dei padri della endocrinologia moderna  dato che intuì l’esistenza di sostanze in grado di svolgere il compito di controllori e di regolatori fisiologici (ormoni), per di più secrete dall’organismo stesso.

Subentrato nel 1878, questo intraprendente fisiologo, ispirato dai lavori di Arnolph Berthold sui galli castrati, decise di sperimentare su sé stesso l’effetto dell’estratto testicolare di cavie e di cane, iniettandolo sottocute. I risultati dello studio furono giudicati per l’epoca scandalosi: improvvisamente un uomo di 72 anni sosteneva di sentirsi ringiovanito e rinvigorito, sia nel corpo che nello spirito, tanto da riprendere le sue funzioni sessuali. I colleghi del Collège de France non tardarono a deridere e a sminuire il lavoro del fisiologo, criticandolo di essere rimasto vittima dell’autosuggestione, mentre un po’ ovunque venivano creati rimedi ciarlataneschi sotto il nome di “Elisir di Brown-Séquard” e l’estratto testicolare fu relegato al trattamento della nevrastenia come autosuggestivo, alla stregua delle Pillole Pink o della Cintura Elettrofor. Anche a livello internazionale la pubblicazione dello studio nel 1889 fu recepita in maniera altalenante a causa dell’argomento tabù. Successivamente però fu accettata con entusiasmo dai medici statunitensi, soprattutto in seguito alla conferma dell’efficacia del metodo da parte del Brainerd e dell’Hammond, e fu avviata la produzione di estratto testicolare su larga scala in Germania, Russia e Ungheria. L’osservazione sull’efficacia dell’estratto testicolare da parte di Fritz Pregl pose le basi per l’indagine sull’effetto dell’estratto di ovario nella donna e portò i fisiologi ad interessarsi di quegli organi umani che all’epoca si pensava non avessero una funzione ben definita, come tiroide, pancreas e surrene.

L’inferno della malattia mentale

la rappresentazione della follia nella mostra l’Inferno

Rappresentazioni della malattia mentale sono state inserite nella mostra Inferno, a cura di Jean Clair, ospitata alle Scuderie del Quirinale in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri.

“Il fascino del male è noto da tempo, la novità sta nella sua estetizzazione. In questo senso, la “bellezza del male” è un’invenzione del tutto moderna. Questa bellezza mortifera non ha più nulla a che vedere con quella consolatrice di Baudelaire – in cui tutto è lusso, calma e voluttà. È la maschera del piacere che gli uomini assumono quando contemplano l’orrore o stuzzicano le passioni più oscure” – Philippe Comar, nel suo testo “L’inferno della psiche”

La follia, intesa come alterazione della personalità umana, è stata accolta nel grande repertorio figurativo dell’arte inizialmente come Arcano, ovvero come immagine nella quale confluivano misteriosamente componenti umane, elementi magici e astrologici ispirati all’antica scienza della cabala. È solo nel corso del Rinascimento che la follia diventa oggetto di indagine speculativa, testimoniata da scritti, da trattati e da numerose rappresentazioni. La follia, considerata per di più come una sorta di punizione inflitta all’uomo per la continua caduta nel peccato e per il perseguimento di piaceri personali, si manifestava, secondo l’opinione comune dell’epoca, fortemente improntata ad un rigoroso moralismo, attraverso la perdita della ragione e l’alterazione dell’aspetto fisico.

Sotto un segno diverso viene affrontato il tema della follia nell’arte dell’Ottocento. La sensibilità romantica, analizzando tutte le possibili e varie manifestazioni dell’animo umano, fa rientrare nell’ambito della sua indagine anche quelle derivanti da disturbi delle facoltà mentali. Sempre nell’Ottocento una diversa visione del problema della follia, osservato nei suoi risvolti sociali è affrontato da Telemaco Signorini (1835-1901), un pittore che aderisce alla corrente italiana dei Macchiaioli: Il dipinto La sala delle agitate nel manicomio di San Bonifacio, realizzato nel 1865 provocò delle violente reazioni in un pubblico che era abituato a contemplare stucchevoli soggetti storici o religiosi di stampo ancora romantico. L’accoglienza ricevuta dall’opera può essere misurata dalle parole di Giuseppe Giacosa che così si espresse: “La sala delle agitate al manicomio di Firenze è un quadro che vi mette addosso i brividi della paura: è un quadro che non mi piace, ma che esercita le spaventose attrazioni dell’abisso e che rivela nell’autore una giustezza e una robustezza quale a pochi è dato di raggiungere”.

La sala delle agitate nell’ospizio di San Bonifacio, noto anche come La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze o semplicemente come La sala delle agitate è un dipinto del pittore macchiaiolo Telemaco Signorini, eseguito nel 1865

Uno stanzone enorme e spoglio, riempito violentemente da una luce intensa e abbacinante, ritaglia in controluce le sagome delle pazze. Poche sono in piedi, la maggior parte è bloccata dietro allineati contro il muro, che formano una ulteriore barriera in un ambiente chiuso da grate e da cancelli. Questa spettrale visione di un luogo destinato al ricovero dei malati di mente, doveva far riflettere l’opinione pubblica della nazione appena formatasi, sull’esistenza di una condizione umana diversa e ignorata. Una attenzione che il nuovo stato avrebbe dovuto affrontare e che la denuncia fatta da un’arte, ritenuta fino a quel momento, espressiva solo di valori estetici, segnalava in maniera urgente e perentoria.

Giacomo Balla, La Pazza (1905), olio su tela, cm 175 x 115

Giacomo Balla, La Pazza (1905), olio su tela, cm 175 x 115
Una figura di donna dall’atteggiamento stravolto, le cui movenze disarticolate si stagliano imponenti in controluce e suscitano nell’osservatore sensazioni di sgomento e pietà; è un’opera che ben rappresenta la stagione pre-futurista di Balla, caratterizzata dall’adesione formale al divisionismo e, per quanto riguarda i contenuti, ai soggetti di impianto verista. In questi primi anni di residenza a Roma il pittore applica la sua spiccata sensibilità cromatica e luministica a figure e ambienti tratti dalla realtà dell’emarginazione sociale, condividendo la scelta con una cerchia di intellettuali vicini alle tesi del Socialismo umanitario.

Bassi e la teoria del contagio

Agostino Bassi (1773—1856), nativo di Viairago presso Lodi, laureato in legge all’Università di Pavia, biologo e naturalista appassionato, fu colui che diede la prima dimostrazione che il «contagio» di una malattia infettiva è dovuto alla trasmissione di un germe vivente.
Lo spunto per questa ricerca pervenne al Bassi dall’osservazione che nella pianura padana gli allevamenti primaverili del baco da seta andavano incontro ad una vera strage per il ripetersi di ondate epizootiche provocate dal «mal del segno» (detto anche «mal calcino» o «calcinario»). I bachi colpiti da tale malattia perdevano la motilità e l’appetito e si coprivano di una pellicola pulverulenta biancastra, simile alla calcina (donde il nome della malattia) e poi morivano. Interessato ai problemi agrario—zootecnici, il Bassi affrontò anche questo problema che risolse nel 1826. Comunicò, però, i risultati solo nel 1835 per quanto riguardava la parte tecnica e nel 1836 per quella pratica, giungendo alla conclusione che il «mal del segno è sempre causato da un essere organico vivente, vegetabile, da una pianta del genere delle crittogame: un fungo parassita». Riportò i risultati delle sue ricerche in un libro intitolato «Del mal del segno, calcinaccio o moscardino, malattia che affligge i bachi da seta, e sul modo di liberarne le bigattaje, anche le più infestate».
Quindi il Bassi non si limitò a scoprire l’agente di questa malattia, ma si preoccupò anche di trovare il metodo per prevenirla e combatterla. Fu questo l’aspetto della scoperta che in un primo tempo interessò maggiormente per le applicazioni pratiche che implicava, mentre il principio fondamentale, che rivoluzionò la biologia, non fu, salvo rare eccezioni (Schönlein e Henle), subito riconosciuto nella sua reale e profonda importanza.
Il tedesco Johann Lukas Schönlein (1793—1864), professore di clinica medica dell’Università di Wiirzburg, stimolato dalla scoperta del Bassi, pensò che anche nell’uomo potesse verificarsi quanto era stato osservato nei bachi da seta. Studiò a lungo la tigna favosa e scoprì che era provocata da un fungo parassita, un ifomicete (1839), chiamato in seguito achorion Schönlein.
Nel 1840 il tedesco Giacobbe Henle (1809—1885) scrisse un libro sui miasmi e sui contagi, in cui sostenne, ma solo attraverso una logica stringente e non attraverso l’esperimento, che la materia contagiosa delle malattie epidemiche doveva essere costituita da esseri viventi simili a quelli scoperti da Bassi e Schönlein. Il lavoro di Henle era indubbiamente geniale, ma essendo soltanto speculativo e non sperimentale, non venne preso in grande considerazione. Dovettero passare circa venticinque anni prima che Pasteur convalidasse sperimentalmente le idee di Henle e circa quarantadue prima che lo facesse Koch.

https://www.britannica.com/science/history-of-medicine/Verification-of-the-germ-theory#ref412832

Pasteur e i ‘cacciatori di microbi’

Pasteur è considerato il fondatore della moderna microbiologia

Il mito di Pasteur si costruisce intorno a quattro elementi: il controllo della fermentazione, che ha permesso l’«addomesticamento» della vita microbica e la sua utilizzazione in modo mirato; la scoperta del principio della «vaccinazione»; la «dimostrazione pubblica» a Pouilly-le-Fort nel 1881 del valore pratico della vaccinazione e della sua efficacia nella lotta contro il carbonchio; l’applicazione della vaccinazione all’uomo nel caso della rabbia nel 1885.

Sino a Pasteur, il termine «germe» veniva ancora utilizzato in senso tradizionale, in riferimento a un’entità capace di dare origine a una nuova entità, un organismo simile a esso.

Nel 1865 Louis Pasteur fu indotto allo studio delle malattie infettive da una doppia sollecitazione: scientifica, perché l’ipotesi che germi potessero essere responsabili delle malattie contagiose era una conseguenza diretta delle sue ricerche sulla fermentazione e della ‘teoria dei germi’ che ne era l’espressione teorica e pratica, perché su pressante richiesta dei produttori, Pasteur decise di occuparsi delle malattie del baco da seta, responsabili di una disastrosa riduzione della produzione di seta in Francia.


L’opera di Pasteur segna un’epoca, separando due periodi ben distinti della storia della medicina: nell’ottocento avanza il progresso delle conoscenze mediche a cui l’ospedale partecipava appieno, anche grazie alle conoscenze legate alle scoperte di Pasteur e di Koch, che permisero di affrontare finalmente il drammatico problema delle febbri nosocomiali.

Louis Pasteur nasce a Dale, nel Giura, nel 1822 e muore a Villeneuve l’Étang, nei pressi di Garches, nel 1895. Conseguì nel 1840 il baccalaureato in lettere a Besangon e nel 1842 quello in scienze matematiche all’Università di Digione. Assistente alla cattedra di chimica dell’École normale di Parigi, scoprì la costituzione dell’acido paratartarico, spiegando le cause della «polarizzazione rotatoria» e della «emiedria» dei cristalli. Studiando—come supplente alla cattedra di chimica dell’Università di Strasburgo— lo sviluppo di una particolare muffa, il Penicillum glaucum, da lui coltivata in acido paratartarico, scoprì che la muffa si sviluppava a spese dell’acido tartarico.


Di qui ebbero inizio le sue ricerche sulle fermentazioni, continuate a Lilla, dove era stato nominato preside della Facoltà di scienze. Lì riuscì a dimostrare che la fermentazione alcoolica non era la conseguenza della morte e della putrefazione delle cellule, come avevano sostenuto Liebig e Berzelius, ma della vita delle «cellule fermento». Sviluppò, quindi, gli studi sulla fermentazione del vino e dimostrò che essa dipendeva dalla presenza e dalla moltiplicazione di microorganismi vegetali che si potevano eliminare riscaldando lievemente il vino per qualche minuto. La sua scoperta arrecò vantaggi incalcolabili all’industria vinicola.

Restava da risolvere il problema fondamentale: qual era l’origine di tali microorganismi? Erano il risultato della generazione spontanea che ancora qualcuno difendeva, o derivavano da altri microorganismi?
Osservando che nella fermentazione di diverse sostanze (vino, birra, latte ecc.) si riscontrava la presenza di organismi diversi, Pasteur pensò che essi non dovessero essere il prodotto del processo di fermentazione, ma la causa.

Come avrebbe un identico processo potuto generare microorganismi diversi? Era più logico pensare che microorganismi diversi, trovando ciascuno un ambiente a lui particolarmente adatto, vi producessero un identico processo chimico, ossia, appunto, la fermentazione: Pasteur ripeté gli esperimenti di Spallanzani, perfezionandoli e moltiplicandoli, e ne ricavò le prove definitive contro la generazione spontanea. Gli si oppose Félix Archimède Pouchet (1800—71), professore di zoologia presso l’Università di Rouen, ma all’emerito docente non toccò sorte diversa da quella toccata ad opera dello Spallanzani al Needham, del quale il Pouchet aveva ripreso le obiezioni, e soprattutto una: sottoponendo ad ebollizione, o anche solo scaldando una sostanza, essa non fermentava più e non generava, quindi, microorganismi perché il processo di riscaldamento ne alterava la natura.

Pasteur rispose con un esperimento di ineccepibile perfezione: prese diverse ampolle, vi pose del brodo e le sottopose ad altissima temperatura, ottenendo una completa sterilizzazione. Lasciò alcune di esse con il collo aperto, in modo che vi potesse liberamente entrare l’aria; ad altre, invece, adattò un collo ricurvo a perfetta tenuta, ma con la bocca aperta; nel collo introdusse dei batuffoli di cotone, sì che l’aria potesse penetrare nell’ampolla, ma venisse filtrata dal cotone. Nelle prime ampolle il brodo andò rapidamente in putrefazione, mentre nelle seconde non si ebbe putrefazione alcuna. Presi i batuffoli di cotone che ne chiudevano il collo e immersili in brodo sterile, essi provocarono una rapidissima putrefazione, il che significava che erano pieni di germi della putrefazione i quali, tuttavia, non erano riusciti a penetrare attraverso il collo delle ampolle, e non vi avevano, quindi, provocato putrefazione.
Al genio di Pasteur non poteva sfuggire l’ipotesi che anche le malattie potessero essere determinate dalla presenza di microorganismi, come aveva affermato l’umile e geniale avvocato di Lodi Agostino Bassi. E furono ancora una volta i bachi da seta quelli che aprirono la strada.
L’industria della seta aveva assunto, per l’economia francese, un’importanza di primissimo piano: le sete francesi erano le signore del buon gusto e dell’alta moda internazionale. È naturale, quindi, che di fronte alla pebrina, malattia che falciava gli allevamenti di bachi da seta, si muovesse addirittura il governo il quale si rivolse a Pasteur. Dopo lunghi ed attenti studi egli riuscì a scoprire che la malattia era prodotta da un microorganismo (il Nosema bombycis) che si diffondeva con l’aria e riuscì anche a mettere a punto le norme per combatterlo ed evitarne la diffusione. Di qui Pasteur passò a studiare l’origine anche di altre malattie, identificando il bacillo del carbonchio, del mal rosso, che falciava gli allevamenti di suini ed ovini, e finalmente, nell’uomo, scoprì il bacillo della rabbia e lo streptococco che causava la febbre puerperale.

Gli esperimenti compiuti da Pasteur inoculando in animali sani i bacilli di carbonchio di una coltura attenuata (ossia seguendo il procedimento già suggerito da Agostino Bassi), ed i risultati di scarsa ricettività o addirittura di immunità da lui ottenuti, valsero a far compiere alla tecnica della vaccinazione quei passi che la condussero sulla via della più completa modernità.

Quando Pasteur morì, la dottrina del contagio vivo aveva ormai definitivamente trionfato: i seminaria morbi (i «semi di malattia»), intuiti dal genio precorritore di Gerolamo Fracastoro, si erano rivelati all’occhio del genio armato di microscopio, dando, ancora una volta, la prova che, senza l’intuizione, la sola esperienza a poco o a nulla serve. Allo scienziato venne intitolato il grande Istituto Pasteur di Parigi.

I lavori di Pasteur sui microrganismi, la putrefazione e la fermentazione, riletti da Lister su questa base teorica, saranno il fondamento razionale delle prime misure di antisepsi proposte dall’igienista inglese. Sono ben note le applicazioni precoci dei principî pasteuriani nella conservazione degli alimenti, del latte, grazie alla ‘pastorizzazione’, nella produzione del vino e della birra. In campo strettamente medico, la prima applicazione pratica del pasteurismo fu l’antisepsi. Nel 1865 Lister osservò la presenza di germi nelle piaghe purulente e notò la somiglianza tra la fermentazione e la putrefazione delle ferite. Riprendendo l’idea di Pasteur della presenza di batteri responsabili della fermentazione, Lister attribuì ai batteri anche la putrefazione e saggiò una serie di sostanze chimiche capaci di distruggerli; tra queste scelse l’acido carbolico in forma spray che colpiva i batteri trasportati nell’aria, permettendo così lo sviluppo della chirurgia antisettica.

Pulci, pidocchi e malattie

Pulci, zecche, pidocchi: le grandi epidemie di peste, come quella della peste nera nel Medioevo, mietevano molte vittime causate da roditori, sovrappopolazione urbana e cattive condizioni igieniche. Proprio la scarsa igiene rappresenta il contesto ideale per la proliferazione dei batteri che causano la peste diffusi dalle pulci di ratto, che possono trasmettere l’infezione all’uomo attraverso le punture. In caso di contatto diretto con un animale infetto, l’uomo può contrarre l’infezione anche attraverso una ferita cutanea. Raramente, l’infezione si trasmette da persona a persona attraverso l’inalazione di goccioline diffuse con la tosse o gli starnuti. La diffusione tra esseri umani, di solito, si verifica soltanto tra gli individui che vivono con o accudiscono un paziente affetto da peste polmonare.

Presenti nell’arte senza mai essere stati rappresentati direttamente, pulci e pidocchi sono un tema ricorrente in molti dipinti, a partire dal Seicento, grazie alla diffusione della cosiddetta “pittura di genere”, volta a ritrarre, come mai si era visto prima, scene di vita quotidiana, interni di abitazioni anche umili, e attività legate al popolo. In questa crescente esigenza di realismo, svelare anche i momenti più intimi e riservati, ma spesso anche i bassifondi della società e le misere condizioni di vita, si collocano opere che consentono di vedere momenti finora riservati, offrendo uno spaccato anche di quelle che erano le situazioni igieniche e abitative dell’epoca.

Così, anche il rito dello spidocchiamento, tanto diffuso nel passato, assurse a dignità nelle narrazioni di cronaca da parte degli artisti che inseguivano il canone della realtà, e gli insetti vennero assai citati anche in letteratura e in poesia, con vesti più o meno satiriche.

Pulci e pidocchi facevano parte di un contesto sociale in cui le condizioni igienico—sanitarie favorivano decisamente il loro proliferare, perciò, madre o nonna, nessuna donna di casa poteva esimersi dal compito di passare attentamente in rassegna le capigliature della famiglia durante le ore tranquille, e di solito, il compito di rimuovere i pidocchi era legato all’anzianità della persona, attività sempre e comunque a prerogativa femminile.

In molti villaggi esisteva persino una figura professionale, quella della “spidocchiatrice”, che aveva il compito di tenere il più possibile questi fastidiosi insetti ematofagi lontani dalle teste delle persone. Al di là del prurito immediato, essi erano potenziali portatori di malattie ben più gravi: la già citata peste e il tifo, la cui infezione è generalmente trasmessa dai pidocchi quando le feci penetrano nell’organismo attraverso le lesioni cutanee o, talvolta, attraverso le mucose degli occhi o della bocca.

Il dipinto di Giuseppe Maria Crespi (Cercatrice di pulci, 1720 circa), il quale dedica diverse opere al tema dello spidocchiamento e delle pulci, fissa un momento in cui le pulci stravolgono spiacevolmente il benessere e l’igiene della donna rappresentata, che, al suo risveglio si gratta per scacciare gli insetti invadenti; la protagonista è colta nell’intimità della sua camera da tetto, in un ambiente disordinato.

Giuseppe Maria Crespi (Cercatrice di pulci, 1720 circa)

Opere molto frequenti, come quella dell’olandese Gerard ter Borch (Madre che spidocchia la figlia, 1652) vanno oltre il gesto meccanico di rimuovere i parassiti dai capelli di figli e nipoti, quando i rimedi o meno fantasiosi non funzionavano, ma testimoniano anche l’affetto che legava i protagonisti del quadro tratti in tranquilli momenti di intimità familiare.

Gerard ter Borch (Madre che spidocchia la figlia, 1652)

Il dipinto dello spagnolo Bartolomé Esteban Murillo (Quattro personaggi, 1655—60) già molto interessante poiché mostra una delle rare apparizioni di occhiali nella storia dell’arte, riporta una scena scherzosa (come rivela il ragazzo che sorride a sinistra), che si riferisce allo spidocchiamento di un bambino: dallo stesso disturbo sembra afflitta la giovane donna che si sta togliendo il panno dai capelli e che fa una smorfia, forse infastidita dal prurito. La nonna (o la mamma) interviene con sapienza, inforcando occhiali che consentono di mettersi minuziosamente all’opera nonostante la presbiopia, legata all’età.

Bartolomé Esteban Murillo (Quattro personaggi, 1655—60)

Anche il dipinto del fiammingo Michiel Sweerts (Ragazzo che dorme e uomo che si spulcia, 1650 circa) ritrae un uomo intento nello scacciare insetti molesti dal proprio corpo, all’aperto, anche se stavolta si tratta di pulci. 

Michiel Sweerts (Ragazzo che dorme e uomo che si spulcia, 1650 circa)

Contrariamente a quel che può sembrare, pulci e pidocchi non infastidivano soltanto le classi sociali più umili, anzi interessavano anche i ceti più abbienti, persino la nobiltà, in periodi storici nei quali, evidentemente, l’igiene e la pulizia non dovevano sembrare poi così importanti, nemmeno all’interno dei sontuosi palazzi nobiliari. E così, dal momento che l’acqua e il sapone non parevano la strada più facilmente percorribile, e gli odori pesanti venivano “coperti” con essenze e profumi, i ceti sociali più alti (perlomeno le donne), potendoselo permettere, pensarono di risolvere il problema dei parassiti con uno stratagemma assai curioso: a cavallo del Cinquecento, l’abbigliamento femminile si arricchì di un nuovo, quanto mai bizzarro, accessorio di moda, la cosiddetta “pelliccia da pulci”, indossata anche in estate, poiché non serviva per riparare dal freddo, ma aveva lo scopo di attirare pulci e altri insetti molesti, così da lasciare “libera” la dama che la indossava.