Io avrò cura di te.

al via le iscrizioni per la seconda edizione del master “Cronicità e Leniterapia: il fine della cura verso la fine della vita”

di Donatella Lippi, Professore Ordinario, Storia della Medicina e Medical Humanities, Delegata della Rettrice al Coordinamento delle Relazioni Esterne UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica (DMSC), Presidente Fondazione Scienza e Tecnica

Siamo di fronte a una transizione epidemiologica nella patologia emergente: da una situazione in cui erano predominanti le malattie infettive e carenziali, si è passati a una prevalenza di quelle cronico-degenerative: se, da un lato, l’aumento della speranza di vita alla nascita rappresenta una grande conquista, determinata dal miglioramento delle condizioni di vita e dai progressi della medicina, dall’altro necessita di una rinnovata capacità di programmazione di interventi di politica sanitaria e di un cambiamento di mentalità.
A fronte del cambiamento della patocenosi, anche la formazione dei professionisti della salute deve attraversare una rilettura generale.
Per il secondo anno è stata attivata a Firenze una Scuola di Specializzazione in Medicina Palliativa e un Master, dal titolo “Cronicità e Leniterapia: il fine della cura verso la fine della vita”.
Non solo: in questo anno accademico, grazie alla prof. Linda Vignozzi, nei sei anni del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, sono state attivate numerose occasioni di Attività Didattica Elettiva, con esperti di comunicazione (Laboratorio di Comunicazione Generativa Unifi), della ATT-Associazione Toscana Tumori e FILE- Fondazione Italiana Leniterapia, per educare da subito i nostri Studenti a fronteggiare situazioni cliniche complesse o irreversibili.

“Io avrò cura di te”.
Sono esemplari le parole della canzone-capolavoro di Franco Battiato, “La cura”, per porre l’accento sullo spirito di questo master.

“Palliativo”, nella accezione comune, è percepito come provvedimento che non risolve una difficoltà o una situazione critica, ma ne allontana provvisoriamente le conseguenze: in realtà, vuole indicare, tra l’altro, quell’insieme di cure, non solo farmacologiche, volte a migliorare il più possibile la qualità della vita sia del malato in fase terminale e della sua famiglia.

Per questo, era stato tentato di usare il termine “Leniterapia”.
«In Italia il significato di cure palliative è ancora poco conosciuto. Così spiegava Donatella Bartolozzi, quando era presidente di FILE, alla cui memoria il master è dedicato: palliativo è infatti un termine che talvolta viene interpretato in modo riduttivo come inutile o poco efficace. Le cure palliative sono invece terapie e tecniche nate per aiutare chi deve affrontare la sofferenza fisica, la paura e la disperazione del dolore e della morte. Per questo abbiamo coniato il neologismo leniterapia, che porta con sé l’idea di dolcezza, di cura, di solidarietà». (Repubblica, 10 dicembre 2004, Firenze, p. XV).
Oggi, i nostri medici e i nostri studenti devono imparare a confrontarsi con polimorbilità, con situazioni complesse, con situazioni sempre più numerose in cui non possono più guarire, ma possono curare: questo master si propone di inquadrare la cura di questi pazienti secondo una “postura palliativista”.
Io avrò cura di te.

qui tutte le info sul master https://www.leniterapia.it/formazione/master-cronicita-e-leniterapia/ e qui il programma completo

il Master, della durata di un anno, promosso dal Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università di Firenze, con FILE e Fondazione CR, si è proposto per la formazione dei professionisti delle cure palliative in campo medico, assistenziale e psicologico, che agiscano a diversi livelli assistenziali: medicina generale, assistenza in Unità di Cure Palliative, a domicilio, in Hospice, in servizi territoriali pubblici e privati (profit e non profit).

Nella precedente edizione il Programma del MASTER è iniziato, dopo le prove di ammissione, il 14 di Ottobre 2022 ed è proseguito, con regolarità, con incontri quindicinali. Al Master si sono iscritti 14 Discenti, provenienti da esperienze differenti: alcuni di loro lavoravano già in contesti dedicati e hanno intrapreso questo percorso per potenziare le loro competenze, mentre, per altri, si trattava di un’esperienza nuova, alla quale si volevano avvicinare per approfondire un tema che reputano, giustamente, di grande attualità.
Le lezioni sono state tenute prevalentemente in presenza, offrendo a coloro che fossero stati impossibilitati a partecipare, l’opportunità del collegamento on line.
Questo metodo ha contribuito, unitamente a lezioni di tipo esperienziale e ai focus group regolarmente organizzati, a creare un’unione molto solida ed affiatata tra i Discenti, sostenuta da grande spirito di solidarietà e di collaborazione, anche coi Docenti.
Ogni incontro è stato vissuto con particolare intensità, coinvolgendo i Discenti in discussioni aperte, nelle quali ognuno ha portato la propria esperienza, le difficoltà incontrate nel lavoro e le aspettative riposte in questo tipo di percorso formativo.
Attraverso la condivisione e la verbalizzazione delle informazioni possedute e condivise, infatti, si è sempre attivato un processo di rielaborazione, che ha valutato le idee enunciate, esponendole alla critica e ridefinendole.
 Mediante la discussione, si è sviluppato, infatti, il pensiero argomentativo, favorendo la dialettica e agevolando la formulazione di problemi e i tentativi di rielaborazione delle ipotesi.
Al termine di ogni modulo, è stato sottoposto ai Discenti un questionario, per verificare le eventuali criticità, i punti di forza, i temi e i Relatori più apprezzati oppure meno graditi.
Le risposte sono state sempre molto positive, soprattutto nelle occasioni in cui i Discenti hanno potuto partecipare attivamente alla lezione.
Le attività formative sono state articolate, rispettando l’assunto iniziale della divisione in tre grandi sezioni, Visione, Azione, Organizzazione, a loro volta declinate in Ragione-Cultura-Sentimenti; Luoghi-Pazienti-Tecniche; Team-Rete-Sistema.
 Da un punto di vista generale, sono stati presi in considerazione i grandi temi della cronicità, della oncologia e della geriatria, inquadrati sia dal punto di vista epidemiologico e biologico, sia dal punto di vista sociale e culturale, con particolare attenzione verso i pazienti affetti da malattie croniche, in particolare di quelli molto anziani con multimorbilità e di quelli in fasi avanzate di malattia, nelle quali sia ragionevole aspettarsi una prognosi sfavorevole e a relativamente breve scadenza.
L’ottica privilegiata è stata, quindi, comprensiva non solo degli aspetti biomedici relativi alle patologie, ma anche di quelli riguardanti la sofferenza psichica, relazionale e spirituale, della persona interessata e di coloro che se prendono cura.
Il bilancio nel gradimento dei Discenti relativamente al master è, quindi, pienamente positivo e, ad oggi, gli obiettivi possono dirsi raggiunti, in quanto, al termine del Master, i Discenti hanno dimostrato di aver acquisito le conoscenze adeguate per individuare i pazienti ed inquadrarne i bisogni verso la fine della vita, secondo l’ottica della complessità e delle necessarie relazioni organizzative finalizzate ad integrare le diverse competenze professionali, nell’ambito di una nuova cultura palliativista, che potrà incidere e trasformare il loro modo di agire in diversi setting assistenziali.
La Fondazione File, grazie al contributo della Fondazione CR, ha sostenuto con grande impegno il corso, mettendo a disposizione il pagamento del 50% dell’iscrizione dovuta all’Università.

La musica come terapia

La nascita del gruppo come costituzione di un’Équipe Psico-Musicoterapica (EPMt) in collaborazione con il Conservatorio Vivaldi di Alessandria e il Dipartimento DAIRI dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria

articolo a cura di Marzia Zingarelli, Direttrice di Dipartimento di Didattica della Musica, Conservatorio Vivaldi Alessandria e Patrizia Santinon, Direttrice Scientifica Centro Studi Medical Humanities Cura e Comunità

Il 21 giugno del 1982 con l’iniziativa del Ministero della Cultura Francese in tutta la Francia musicisti dilettanti e professionisti hanno preso a invadere le strade, i cortili, le piazze, le stazioni, i musei per la Festa della Musica, un appuntamento che celebra pratiche musicali plurali e gratuite, inclusive. È la Festa di chi la musica la produce.

È stato ricordato in occasione nell’ultimo degli appuntamenti del ciclo di Incontri “Aspettando il Festival” lo scorso 22 giugno, il giorno successivo al Wold Music Day, divenuta Festa mondiale nel giorno del solstizio d’estate.

Nasce nel marzo 2019 l’Equipe Métis Psico-musicoterapeutica come tensione conoscitiva di professionisti di differente formazione e appartenenza e come collaborazione tra due enti, il Conservatorio Vivaldi e l’Azienda Ospedaliera di Alessandria.

In una prima fase di costruzione dell’équipe volta a conoscerci meglio e a costruire un setting adeguato all’intervento musicoterapeutico, meglio definibile allora come laboratorio di musicalità per un gruppo di pazienti ricoverati in quel tempo nel SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) dell’Azienda Ospedaliera, recuperammo nel corso di una esplorazione degli spazi dell’ospedale generale un ammezzato che ospitava le varie sigle sindacali come luogo neutro rispetto al reparto di psichiatria, con caratteristiche strutturali e sonore che ci fecero pensare ad un “ventre materno”.

Ci colpirono le parole dei colleghi musicisti e musicoterapeuti attenti al recupero di un patrimonio sonoro individuale con l’implicito di una specificità d’intervento riabilitativo, pensato e costruito per l’individuo e specifico della specificità umana della persona del terapeuta e del paziente.

Il patrimonio sonoro rimanda alle esperienze percettive del neonato che non coglie le singole parole nell’esperienza percettiva in cui è immerso: per il neonato il suono, il tono della voce, il ritmo del discorso sono fusi all’interno di un evento globale di percezione e apprendimento, di scambio emotivo.

Così un intervento musicale può richiamare la vita emotiva primaria attraverso reverie acustiche e s’inscrive in un atto originale di intuizione poetica creativa che da spazio all’emersione di contenuti non ancora istituiti e mai nati piuttosto che contenuti già istituiti.

L’esperienza musicale consente di mettere in comunicazione la realtà interna con quella esterna proprio come avviene nella dimensione pre-natale e pre-verbale del legame madre-bambino in cui il sonoro fatto di escursioni respiratorie, battito cardiaco, movimenti come suoni del materno, del  paterno, dell’ambiente familiare filtrato attraverso la madre, colpisce il feto e lo accompagna in una “esperienza di specularità acustica primaria” (Fornari, 1984).

Lo spazio transizionale e potenziale cui la musica conduce è tale poiché da lì si origina la potenza creativa in un linguaggio che “diversamente dagli altri linguaggi che si muovono dal corpo alla mente si muove dalla mente al corpo, dal simbolico al sensoriale, verso una matrice semantica con un largo potenziale e con una natura di carattere affettiva” (Di Benedetto, 1991).

Il sonoro è la dimensione più autentica del sé, la dimensione sonora e fonetica delle parole materne colpisce il feto e lo accompagna e rappresenta pertanto fin dall’inizio il luogo e il tempo dell’origine dell’Essere in senso winnicottiano.

All’inizio era il Suono, il Suono era presso la madre. La Madre era il Suono (Fornari, 1984) dove viene parafrasato il prologo del vangelo di San Giovanni o Inno al Logos “in principio era il Logos, e il Logos era verso Dio e Dio era il Logos” (1,1-5): il valore affettivo della musica è da riconnettersi con la madre, il primigenio ed è di qui che derivano i legami con la vita emotiva. Proprio nel non verbale in una sorta di regressione alla dimensione primaria l’arte musicale ci permette di connettersi al familiare nel non familiare, Unheimliche, di recuperare esperienze di fusionalità ma anche di separazione. La musica permette dunque in un istante sonoro di risperimentare la gamma emotiva e istintuale che si ha nello sviluppo del sé.

Riportare la dimensione sonora solo all’origine materna potrebbe essere riduttivo poiché il suono non è solo materno ma è anche il suono del mondo esterno (sebbene filtrato dalla reverie materna nella vita intrafetale e nella perinatale) e riguarda anche il non familiare e il paterno. È anche il primo contatto con l’altro.

Le sedute musicoterapeutiche implicano una preparazione minuziosa prima dell’inizio della seduta stessa e implicano un lavoro successivo di intervisione corale sul materiale registrato (musicisti e psicoanalista in qualità di supervisore) e di valutazione qualitativa attraverso lo strumento della scheda del patrimonio sonoro e le schede di valutazione: c’è un lavoro artigianale e personalizzato che coinvolge la persona del musicoterapeuta prima e dopo la seduta.

Esiste contemporaneamente qualcosa che ha a che fare con l’improvvisato, il non preparato, l’insaturo, l’impromptu in un “equilibrio instabile tra ordine e trasgressione, tra libere invenzioni e i vincoli stabiliti dall’armonizzazione e da altro ancora” (Petrella, 2014)

Quello che si costruisce in una seduta musicoterapeutica ha in sé qualcosa di artistico che pertiene l’artista-paziente in seduta senza che questi conosca necessariamente la musica o senza che questi mostri una consapevolezza di quanto accade mentre accade: nel corso dei laboratori di musicalità le proposte musicali dei musicoterapeuti sono trasformate da ciascun paziente/partecipante. Le varie e possibili torsioni trasformative della proposta iniziale sono Trasformazioni appunto (Veranderungen) piuttosto che Variazioni.

In una seduta musicoterapeutica accade di produrre suono prima di pensare in analogia con la regola fondamentale delle libere associazioni in seduta psicoanalitica in cui alla prescrizione pedagogica del “cogito deinde dico” si sostituisce quella del parlare senza pensare nella direzione di una libertà assoluta che qualche volta anche in seduta psicoanalitica diventa puro sonoro, canto spontaneo, respiro o silenzio.

Nei pazienti gravi in specie sopravvissuti alla catastrofe psichica per i quali sembra impossibile mettere a fuoco vissuti traumatici non trasferibili (ancora) nell’area del linguaggio sembra utile spostare l’attenzione al non verbale, alle tracce sensoriali inscritte nella memoria somatica del paziente.

Con pazienti molto regrediti per stabilire una connessione con la mente primitiva occorre diventare oggetti presenti ai sensi prima ancora che all’intelletto: “Occorre esercitare la propria sensibilità estesica a cogliere segni, normalmente non percepiti, nelle componenti fisiche del setting” (odori, suoni, luci colori della stanza) ( Di Benedetto, 2000)

Come scrive Fornari “Il significato inconscio della musica corrisponde al significato inconscio della vita. Il significato inconscio della musica è dato dal recupero della situazione intrauterina (il paradiso perduto). (…) In un certo senso è il significato di tutti i significati, l’Ur – significato senza il quale tutti gli atri significati sarebbero senza significato (Fornari, 1984)

Mi piace pensare che questo linguaggio comune trovato tra operatori della salute mentale e musicisti che fanno musicoterapia, terapeuti dunque e professionisti della musica, abbia come prerequisito l’intuizione della complessità dei vissuti di operatori e pazienti, del reciproco riverbero in una storia di interdipendenze reciproche in continuo divenire la cui comprensione può avvenire solo veicolando i nostri sensi tutti “udire, vedere, odorare e persino sentire emotivamente che informazione sta cercando di farci pervenire il paziente” (Bion 1983)  forgiando una particolare qualità d’ascolto che in contatto con i livelli di base del funzionamento mentale incide sulla forma del manifestarsi del disagio mentale.

Così viene da dire che una mente contenitiva che cura e contiene all’interno di una autentica relazionalità può rispondere al bisogno del paziente di essere contenuto e accolto nel suo livello primitivo mediante l’ascolto e la ritmicità delle sedute. Il lavoro sulla qualità dell’ascolto favorito all’interfaccia di disclipline e linguaggi dotati ciascuno di una propria epistemologia nel dispiegarsi di una mente del gruppo dei terapeuti consente un contenimento che previene la contenzione come atto ultimo di fallimento di ogni relazione terapeutica. Nuovi luoghi di tirocinio, scambio, formazione si stanno costruendo per una pratica musicale di scambio irriverente e plurale!

Bion W. R., 1983, Seminari italiani, Roma, Borla Editore
Di Benedetto, 1991, Listening to the Pre-Verbal: The Beginning of the Affects, Rivista di Psicoanalisi, 37: 400-426
Di Benedetto A., 2000, Prima della parola. L’ascolto psicoanalitico del non detto attraverso le forme dell’arte. Angeli, Milano
Fornari F., 1984, Psicoanalisi della musica, Longanesi, Milano
Petrella F., 2014, Impromptus sull’improvvisazione: in musica, nel lavoro clinico”, Rivista di Psicoanalisi, LX

MUSICOFILIA, IN MOSTRA A MANTOVA IL GESTO MUSICALE CHE CURA

A cura di Elena Miglioli, RESPONSABILE AREA UFFICIO STAMPA E COMUNICAZIONE ASST DI MANTOVA

Nella hall dell’ospedale di Mantova un racconto in 20 scatti del fotografo Nicola Malaguti

Hallart è uno spazio espositivo permanente creato nella hall dell’ospedale di Mantova nell’ottobre del 2022. Ospita mostre a ciclo continuo che si alternano nel corso di tutto l’anno.

Dopo le giovani donne in fiore di Marzia Roversi, questo spazio, nato dall’idea dell’area Ufficio Stampa e Comunicazione di Asst Mantova, nell’ambito del più ampio progetto Arte in ospedale, (che dal 2009 diffonde la bellezza nei luoghi di cura, grazie a svariati interventi artistici nelle strutture aziendali) ospita la musica che cura con la mostra fotografica di Nicola Malaguti, Musicofilia.

La mostra – inaugurata lo scorso 13 giugno – si è aperta con un intervento musicale del violinista Eugjen Gargjola per fare parlare subito la musica, mettendola in primo piano. Al termine della mostra (12 settembre) i pannelli saranno esposti in via permanente nel reparto di Nefrologia e Dialisi del Poma, nell’ambito di un progetto in via di definizione per la valutazione dell’impatto dell’arte sui pazienti.

Il titolo della mostra fa riferimento all’amore per la musica – significato del termine musicofilia – ma anche al titolo di un libro del celebre neurologo e scrittore Oliver Sacks (Musicofilia, 2008). Nel suo lavoro, il medico esplora la “straordinaria forza neurale” della musica e i suoi nessi con le funzioni e disfunzioni del cervello.  

Nicola Malaguti rappresenta e valorizza in questo viaggio fotografico il gesto musicale, paragonabile al gesto di cura, nella misura in cui genera emozioni, slanci dell’immaginazione, pensieri, speranze che hanno un potere terapeutico. L’occhio del fotografo ci consegna alle mani, ai movimenti del musicista capaci di produrre bellezza e stupore. Ci abbandoniamo così con fiducia fra le braccia della musica, come faremmo con qualcuno che si adopera per guarirci dalla malattia, dalla sofferenza o dalle preoccupazioni della vita.   

La musica, unica fra le arti, è al tempo stesso completamente astratta e profondamente emozionale. Non ha il potere di rappresentare nulla di particolare né alcun oggetto esterno ma ha la capacità esclusiva di esprimere sentimenti o stati interiori. La musica può penetrarti il cuore direttamente: non ha bisogno di mediazione. Non occorre sapere nulla di Didone ed Enea per essere toccati dal lamento della regina: chiunque abbia perduto qualcuno sa bene che cosa stia esprimendo. Qui, infine, c’è un paradosso profondo e misterioso: perché proprio mentre questa musica fa vivere in modo più intenso l’esperienza del dolore e del lutto, al tempo stesso dona sollievo e consolazione”. 

Oliver Sacks  

L’ARTISTA

Nicola Malaguti è nato a Mantova nel 1961: “Attorno ai 10 anni avevo già una macchina fotografica in mano, una vecchia Polaroid di famiglia. Negli anni del liceo ha cominciato a partecipare a qualche concorso fotografico, dapprima in provincia e poi a livello nazionale. Intanto ero passato a usare una Olympus OM2. Nel 1980 ho vinto un concorso indetto dalla Levi Strauss & Co. Come premio ho esposto le mie fotografie in una galleria a Milano”.

Da allora, oltre 40 anni di fotografie e musica. Oggi è proprio la passione per la musica, in particolare il jazz, a portare il fotografo in giro per il mondo a ritrarre grandi artisti. Miles Davis, Chet Baker, Clarke Terry, George Benson sono solo alcuni dei volti straordinari che Malaguti ha immortalato e incrociato in questi anni. Ha seguito in particolare Paolo Fresu ed è presente nella sua gallery fotografica. Il fotografo si dedica anche all’insegnamento e tiene workshop specifici. Collabora con l’Enaip di Mantova, con altre realtà pubbliche e private, festival nazionali e internazionali di musica e teatro.

A volte ci fanno un effetto curioso, ma molto semplice: a prima occhiata vediamo cose che poi scopriamo non essere affatto. O piuttosto, quando le guardiamo meglio notiamo certi particolari che inizialmente ci erano sfuggiti. Proprio il fatto che non sia come la ricordiamo è un punto di forza di qualsiasi foto perché, nonostante colga un attimo infinitesimale della realtà, la durata percettiva di quell’immagine si estende per parecchi secondi, sia al di qua che al di là del momento congelato dallo scatto, fino a includere – o così almeno ci sembra – ciò che è appena successo e ciò che sta per succedere. Le buone fotografie vanno dunque ascoltate, sono soltanto guardate: quanto più una foto è bella, tanto più c’è da ascoltare. 

Nicola Malaguti

LO SPAZIO HALLART

I primi passi sono stati mossi il 24 ottobre, con la mostra di Mario Fiorito, che ora ha continuato il suo viaggio nel municipio di Curtatone, dove resterà fino al 31 marzo.

La parola chiave è partecipazione. La comunità contribuisce infatti a costruire una sanità dal volto umano.

Così Asst potrà scegliere di propria iniziativa le opere da esporre, ma offrirà anche l’opportunità agli artisti o ai fotografi di candidarsi, proponendo le loro opere per un’esposizione (le modalità di presentazione della propria candidatura sul sito www.asst-mantova.it, sezione Ufficio Stampa e Comunicazione). Un comitato istituito dall’azienda – composto da dipendenti e membri esterni appartenenti al mondo dell’arte – ne valuterà l’idoneità e il valore artistico.

Per gli Aggiornamenti dedicati alle Medical Humanities 
👉https://servizinewsletter.emailsp.com/f/rnl.aspx/?kjc=uz_vr_3b.dl=/1dd&x=pv&=_ztx:e6.:=e&69bmadf&x=pp&q2gig5&8b&/8d5.e3a9j=pzw_yNCLM

 

Il latte fa bene alla salute?

Perché il latte vaccino è stato considerato essenziale per una buona dieta nel Regno Unito? Quali forze modellano i modi in cui nutriamo i nostri bambini? Come è stato usato il latte per legare le idee di salute al candore? Come valutiamo il latte e coloro che lo producono?

Queste sono le domanda alla base della mostra ‘Milk’ organizzata da Welcome Library (tutte le info a questo link https://wellcomecollection.org/exhibitions/Y8VNbhEAAPJM-oki) che esplora il rapporto dell’uomo con il latte e il suo posto nella società, nelle politiche e nella cultura.
Una mostra che fa emergere, grazie alla raccolta di oltre 100 oggetti (tra cui oggetti utilizzati nell’agricoltura e nell’alimentazione infantile, pubblicità storica, manifesti di salute pubblica e opere d’arte contemporanee) come il latte sia stato visto così centrale per le percezioni della nutrizione e della “buona salute” nel Regno Unito.
Il sito, che contiene anche una sintesi della mostra a questo link https://wellcomecollection.org/exhibitions/Y8VNbhEAAPJM-oki, sottolinea come “le scelte che facciamo sul latte sono personali. Ma è anche un liquido altamente politicizzato che è stato usato per esercitare potere e fornire assistenza”.

La mostra è divisa in varie sezioni: si parte dall’analisi del cambiamento del ruolo del latte nella società dopo che è stato “messo in sicurezza”, passando poi al ruolo del latte nella maternità e nella crescita dei bambini. Una ulteriore sezione evidenzia attraverso le opere il concetto di “buona salute” e come la politica abbia promosso l’idea che il latte fa bene a tutti.

Sul ruolo del latte nella storia della medicina, è possibile ricordare che i medici antichi e medievali ritenevano il latte “fonte di vita e di salute” e quello di ovini e caprini migliore per sapore e qualità nutrizionali (l’articolo completo sul rapporto tra uomo e latte https://www.georgofili.info/contenuti/il-latte-dei-ruminanti-nella-storia/2749)

Nel Corpus Hippocraticum si fa cenno, per la prima volta, alla nutrizione del neonato ed al mistero della formazione del latte materno, per il quale il medico greco ipotizzò una relazione diretta tra utero e seni, relazione che avrà una rilevanza fondamentale fino al XVIII secolo (un articolo completo dedicato all’allattamento al seno è disponibile qui https://www.sicupp.org/langolo-della-storia/349-lallattamento-nella-storia)

L’oeuvre de la goutte de lait.
Il dottor Gaston Variot nelle diverse fasi del lavoro de La Goutte de Lait: pesare i neonati, effettuare esami medici e distribuire latte sterilizzato.
Dipinto di Jean Geoffrey

Rassegna Medical Humanities

BEAUTIFULLY DIVERSE

https://www.posterheroes.org/

Concorso internazionale di poster art nato a Torino 13 anni fa. Il tema 2023 è la narrazione che ruota attorno alla disabilità e la deadline è fissata al prossimo 27 agosto.

Abbiamo chiesto a 10 medici di interrogare ChatGPT. Ecco quello che è emerso

https://www.infodata.ilsole24ore.com/2023/05/02/abbiamo-chiesto-a-10-medici-di-interrogaregpt-4-ecco-quello-che-e-emerso/?refresh_ce=

Risultati di un esperimento fatto con il sistema di intelligenza artificiale: dieci specialisti in medicina hanno interrogato ChatGpt scegliendo le domande e ne hanno valutato le risposte.

Aborto e telemedicina

https://jacobinitalia.it/aborto-e-telemedicina/

Riflessione di un gruppo di ricercatrici universitarie e attiviste sul delicato tema dell’aborto e telemedicina.

Tōjisha Manga: Japan’s Graphic Memoirs of Mental Disability

https://thepolyphony.org/2023/05/03/tojisha-manga/

Yoshiko Okuyama (University of Hawaiʻi at Hilo) riflette sul valore dei manga tōjisha, i fumetti autobiografici del Giappone in cui l’autore racconta l’esperienza di una condizione mentale o neurologica.

Traces of the Paduan Medical School in Edinburgh: a connection between past and present

https://surgeonshallmuseums.wordpress.com/2023/04/12/traces-of-the-paduan-medical-school-inedinburgh-a-connection-between-past-and-present/

Post di Giovanni Magno, paleopatologo e curatore del Museo Morgagni di Anatomia Umana che sta trascorrendo tre settimane al Surgeons’ Hall Museums nell’ambito del programma Erasmus+ studiando il legame tra Padova ed Edimburgo nella storia della medicina.