I Benefici del Verde sulla Salute

Il verde, sia inteso come giardinaggio che come spazi naturali, rappresenta un potente strumento terapeutico con numerosi benefici per la salute fisica e mentale. Questo concetto, che ha origini storiche, è stato ampiamente studiato e continua a ricevere attenzione all’interno della comunità scientifica. Esplorando il tema attraverso la lente delle Medical Humanities, possiamo comprendere come il rapporto tra uomo e natura influenzi profondamente il benessere e la qualità della vita.

Il giardinaggio, storicamente utilizzato come forma di terapia occupazionale, ha dimostrato di essere un valido supporto per la salute mentale e fisica. Sin dai tempi della Prima Guerra Mondiale il giardinaggio è stato introdotto come attività terapeutica per i veterani affetti da disturbi psicologici, promuovendo la guarigione attraverso il contatto con la natura. Questa pratica è tuttora utilizzata per supportare persone con disturbi cronici, traumi o condizioni di disagio emotivo. Il semplice atto di coltivare e curare le piante può ridurre lo stress, migliorare l’umore e promuovere la socializzazione, offrendo un senso di realizzazione e scopo.

L’accesso agli spazi verdi è associato a una serie di benefici documentati da numerosi studi recenti. Le persone che vivono in prossimità di parchi o giardini riportano livelli più bassi di ansia e depressione, una maggiore soddisfazione generale e un miglioramento della qualità del sonno. Inoltre, il tempo trascorso all’aperto è stato collegato a una riduzione del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e a una diminuzione dei livelli di cortisolo, l’ormone dello stress.

Le evidenze della letteratura sono numerose, si ricordano qui alcuni recenti articoli, partendo dagli effetti psicosociali del giardinaggio evidenziati dallo studio pubblicato su BMC Psychiatry nel 2022 nel quale emerge come il giardinaggio comunitario possa migliorare la coesione sociale e ridurre il senso di isolamento tra le persone anziane. Partecipare a queste attività non solo favorisce l’interazione sociale, ma offre anche un contesto di supporto reciproco e condivisione delle esperienze.

In tema di verde urbano, una indagine del 2023, apparsa su Environmental Research, ha analizzato l’impatto del verde sulla salute mentale in contesti densamente popolati. I risultati indicano che la presenza di parchi e spazi verdi riduce significativamente i livelli di ansia e depressione nei residenti, promuovendo un miglior equilibrio emotivo.

Una ricerca del 2021 ha esplorato l’uso del giardinaggio come intervento terapeutico per i veterani affetti da PTSD. I partecipanti hanno riportato una riduzione dei sintomi di ansia e una maggiore capacità di gestione dello stress. Nel 2022, uno studio su Nature Human Behaviour ha mostrato che l’esposizione agli spazi verdi può migliorare la memoria e l’attenzione, soprattutto nei bambini e negli adolescenti, suggerendo che il contatto con la natura è essenziale per lo sviluppo cognitivo.
Passando ad un altro fronte, di grande attualità come il microbioma, una pubblicazione del 2023 ha discusso l’influenza del verde e come la biodiversità ambientale possa influenzare la salute mentale umana attraverso modifiche del microbiota. Vengono esplorate tre principali associazioni: biodiversità ecologica e microbiota umano, microbiota umano e disturbi neuropsichiatrici, e biodiversità ecologica e disturbi neuropsichiatrici. I risultati supportano l’ipotesi che l’ambiente possa trasferire microbi agli esseri umani, influenzando la patofisiologia dei disturbi neuropsichiatrici. L’articolo propone nuove metodologie per studiare questi effetti attraverso l’uso di prescrizioni verdi e analisi del microbioma.

Anche in Italia sono numerosi gli studi e i progetti realizzati, si cita su tutti il Libro Bianco “Verde e Salute”, un documento che raccoglie evidenze scientifiche e buone pratiche sull’importanza degli spazi verdi per la salute e il benessere delle comunità. Questo documento evidenzia come gli spazi verdi possano contribuire a ridurre i costi sanitari, migliorare la qualità dell’aria e favorire l’inclusione sociale. In particolare, vengono presentati esempi di città italiane e europee che hanno investito nella creazione e manutenzione di parchi urbani, con risultati positivi sulla qualità della vita dei cittadini.

Nell’ambito delle Medical Humanities, è fondamentale considerare come l’ambiente e l’interazione con il verde possano influenzare il benessere globale delle persone. Integrare spazi verdi nei percorsi di cura e riabilitazione non solo amplia le opzioni terapeutiche, ma risponde a una visione olistica della salute, che riconosce l’interconnessione tra corpo, mente e ambiente. L’inserimento di giardini terapeutici nelle strutture ospedaliere, ad esempio, offre ai pazienti uno spazio di rifugio e contemplazione, facilitando il recupero fisico ed emotivo.

In conclusione, promuovere il verde e il contatto con la natura come parte integrante delle politiche di salute pubblica può avere un impatto significativo sul benessere collettivo. Coniugare la scienza medica con una maggiore consapevolezza ambientale rappresenta un passo importante verso un approccio più umano e inclusivo alla cura e alla promozione della salute.

riferimenti 

https://circulatingnow.nlm.nih.gov/2024/08/22/gardening-as-occupational-therapy/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8345884/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8621109/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8456374/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8125471/

https://www.mdpi.com/1660-4601/19/19/11882

 

L’importanza del Social Prescribing: Un Ponte tra Salute e Cultura in Italia

Il social prescribing, o prescrizione sociale, è un modello innovativo di assistenza sanitaria che promuove il benessere complessivo dei pazienti, collegandoli a risorse comunitarie e culturali oltre che a trattamenti clinici tradizionali. Nato nel Regno Unito, questo approccio si sta diffondendo in tutto il mondo come risposta alla crescente domanda di cure personalizzate e al bisogno di un’assistenza più integrata e centrata sulla persona.

Il social prescribing permette ai medici di indirizzare i pazienti verso attività non cliniche come gruppi di supporto, attività fisica, arte, e volontariato. Recenti studi mostrano che questa pratica può migliorare la qualità della vita, ridurre l’isolamento sociale e persino diminuire l’uso di farmaci e servizi sanitari.

In Italia, l’applicazione del social prescribing si trova ancora in una fase sperimentale, ma le potenzialità sono enormi e l’Istituto Superiore di Sanità ha tradotto recentemente le linee guida dell’OMS (ne avevamo parlato qui). Secondo il rapporto “Io sono Cultura 2023” di Unioncamere e Fondazione Symbola, il settore culturale e creativo gioca un ruolo cruciale nell’economia e nel benessere del Paese: il rapporto evidenzia che nel 2022, la spesa turistica per consumi culturali ha raggiunto quasi 35 miliardi di euro, dimostrando quanto l’accesso alla cultura sia un elemento trainante per il benessere e la coesione sociale.

L’integrazione del social prescribing con le risorse culturali potrebbe contribuire a valorizzare ulteriormente questo patrimonio, offrendo ai cittadini opportunità per migliorare la propria salute mentale e fisica attraverso il coinvolgimento in attività artistiche e culturali. Esperienze come la visita a musei, la partecipazione a laboratori creativi o il volontariato in iniziative culturali locali possono essere prescritte come parte di un piano terapeutico personalizzato.

Il successo del social prescribing richiede la collaborazione tra servizi sanitari, enti culturali e comunità locali. In questo contesto, le istituzioni italiane potrebbero svolgere un ruolo centrale nel promuovere questa pratica, incentivando la formazione di reti tra ospedali, medici di base e organizzazioni culturali. Inoltre, l’implementazione di programmi di social prescribing potrebbe contribuire a ridurre la pressione sui servizi sanitari, promuovendo un modello di salute più sostenibile e inclusivo.

Il social prescribing rappresenta una nuova frontiera nell’assistenza sanitaria, che va oltre la cura delle malattie per abbracciare il benessere globale delle persone, proprio come indicato nel concetto di salute OMS quale condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale e non esclusivamente l’assenza di malattia o infermità. In Italia, grazie al ricco patrimonio culturale, questa pratica potrebbe trovare un terreno fertile per crescere e svilupparsi, offrendo una risposta innovativa e sostenibile ai bisogni di salute della popolazione. Il coinvolgimento delle comunità e l’accesso alla cultura diventano così strumenti essenziali per promuovere una salute integrata e partecipativa.

 

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17933954/
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17933955/
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/24770587/ 
https://www.coe.int/it/web/compass/health
https://www.unioncamere.gov.it/focus/presentato-io-sono-cultura-2023-il-rapporto-annuale-di-unioncamere-e-fondazione-symbola
https://www.epicentro.iss.it/politiche_sanitarie/oms-toolkit-social-prescribing

 

Disturbi alimentari negli uomini: un progetto che ne parla grazie ad arte e narrazione


I disturbi alimentari sono nella narrazione corrente declinati al femminile: “Hungry for Words: Raising Awareness of Eating Disorders in Men” è un articolo pubblicato dall’Università di Nottingham che affronta un invece il tema delicato e spesso trascurato legato ai disturbi alimentari negli uomini.

La ricerca condotta dalla Dr. Heike Bartel si pone l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e i professionisti sanitari su questo argomento, sfidando lo stereotipo secondo cui tali disturbi riguardano esclusivamente le donne.

Una delle sfide principali evidenziate dall’articolo è la difficoltà nel riconoscere i disturbi alimentari negli uomini, sia da parte degli stessi pazienti che dei professionisti sanitari. Gli uomini, infatti, spesso non vengono diagnosticati o vengono diagnosticati tardivamente, a causa di una percezione culturale che associa queste patologie prevalentemente al sesso femminile. Tuttavia, i disturbi come anoressia, bulimia e binge eating colpiscono una percentuale significativa di uomini, portando a gravi conseguenze sulla loro salute fisica e mentale.

Il progetto di ricerca di Bartel è incentrato sull’uso delle storie personali per aiutare a rompere il silenzio attorno ai disturbi alimentari negli uomini. Questo approccio narrativo è al centro del progetto “Hungry for Words”, che raccoglie testimonianze autentiche per creare una connessione emotiva e intellettuale con il pubblico. L’obiettivo è far emergere la voce di coloro che lottano con questi disturbi, al fine di educare e aumentare la consapevolezza sia nella popolazione generale che tra i professionisti sanitari. Attraverso il progetto, sono stati sviluppati strumenti creativi, come video-poesie e animazioni, che vengono utilizzati nei contesti di formazione per favorire una comprensione più profonda del problema. La formazione non si limita agli operatori sanitari, ma si estende anche a educatori e altre figure professionali che possono avere un impatto sulla salute mentale e fisica degli individui.

Un aspetto particolarmente interessante del progetto è l’utilizzo delle arti visive e letterarie per veicolare messaggi complessi e sfumati riguardo ai disturbi alimentari. Attraverso l’uso di immagini potenti e narrazioni poetiche, Bartel e il suo team cercano di superare le barriere linguistiche e culturali che spesso impediscono agli uomini di cercare aiuto. Questi strumenti creativi, utilizzati nelle campagne di sensibilizzazione e nei materiali educativi, rappresentano una forma di comunicazione alternativa, capace di raggiungere diverse fasce della popolazione e di avere un impatto duraturo.

Un altro punto rilevante trattato nell’articolo è l’importanza della formazione specifica per i professionisti della salute. Molti medici e infermieri, pur riconoscendo la serietà dei disturbi alimentari, non dispongono delle competenze necessarie per identificarli negli uomini. Il progetto “Hungry for Words” ha collaborato con diversi partner per sviluppare corsi di formazione specifici che forniscono strumenti pratici per migliorare la diagnosi e il trattamento di questi pazienti. I risultati sono stati positivi: i partecipanti ai corsi hanno riferito un aumento della consapevolezza e una maggiore capacità di affrontare casi di disturbi alimentari negli uomini.

L’impatto del progetto si riflette anche nel riconoscimento internazionale che ha ricevuto. Nel 2021, “Hungry for Words” è stato premiato per il suo contributo alla ricerca e alla sensibilizzazione, dimostrando come la combinazione tra narrazione personale e strumenti creativi possa effettivamente fare la differenza nella lotta contro i disturbi alimentari.

In conclusione, l’articolo dell’Università di Nottingham mette in luce un aspetto poco esplorato dei disturbi alimentari e fornisce un’analisi approfondita del lavoro svolto dal progetto “Hungry for Words”. Il focus sull’uso delle storie personali e degli strumenti creativi rappresenta un approccio innovativo e promettente per sensibilizzare l’opinione pubblica e formare i professionisti sanitari, migliorando così la diagnosi e il trattamento dei disturbi alimentari negli uomini.

Articolo completo disponibile qui https://www.nottingham.ac.uk/vision/vision-hungry-for-words

Un “ponte naturale” tra Medical Humanities e tecnologia

L’articolo Natural Bridge: Science and Technology Studies Connect Scientists, Humanists, pubblicato dalla Rice University, discute un progetto innovativo che promuove la collaborazione tra scienziati e umanisti per affrontare questioni globali complesse. Questa iniziativa, chiamata “Natural Bridge,” è sostenuta dalla Fondazione Andrew W. Mellon e intende collegare le discipline scientifiche e umanistiche per produrre soluzioni più integrate e inclusive. Il progetto parte dal presupposto che le questioni legate al cambiamento climatico, alle tecnologie emergenti e alla sostenibilità richiedano approcci che vadano oltre i confini tradizionali delle singole discipline, combinando competenze scientifiche con intuizioni umanistiche.

I promotori di questa iniziativa riconoscono che, nel mondo contemporaneo, molte delle sfide che affrontiamo sono non solo scientifiche o tecnologiche, ma anche sociali e culturali. Problemi come il riscaldamento globale, l’impatto delle nuove tecnologie sull’occupazione e sulla privacy, e il miglioramento delle condizioni di vita in contesti svantaggiati richiedono soluzioni che tengano conto sia delle implicazioni scientifiche che delle dimensioni etiche e culturali. In questo senso, il progetto punta a creare una “ponte naturale” che permetta alle diverse discipline di lavorare insieme per comprendere meglio questi fenomeni complessi e trovare risposte più efficaci.

Un aspetto cruciale del progetto è il coinvolgimento delle scienze umane, considerate non come discipline ausiliarie, ma come partner alla pari nel dialogo con le scienze dure. Le questioni etiche, le implicazioni culturali, e le sfide sociali vengono quindi trattate insieme agli aspetti scientifici e tecnologici. Questo approccio integrato è destinato a facilitare la comprensione dei contesti più ampi in cui le scoperte scientifiche vengono applicate, aiutando a evitare approcci riduttivi o tecnocentrici che potrebbero ignorare le ripercussioni sociali.

Gli studiosi coinvolti nella “Natural Bridge” riconoscono inoltre la necessità di formare le future generazioni di scienziati e umanisti affinché possano dialogare tra loro. Questo obiettivo viene perseguito attraverso la creazione di programmi educativi che incoraggiano gli studenti a sviluppare competenze sia nelle scienze che nelle discipline umanistiche. In particolare, il progetto sottolinea l’importanza di coltivare una mentalità interdisciplinare fin dai primi anni di formazione, in modo che i giovani ricercatori siano meglio equipaggiati per affrontare le sfide del futuro con una visione d’insieme.

Infine, l’articolo sottolinea che l’interazione tra scienze e umanità non è un fenomeno nuovo. Nel corso della storia, molte delle più grandi scoperte scientifiche sono state accompagnate da riflessioni filosofiche e culturali. Tuttavia, con l’avvento della specializzazione nel mondo accademico, queste connessioni si sono indebolite. Il progetto “Natural Bridge” mira a ristabilire questi legami, mostrando come le intuizioni umanistiche possano arricchire la pratica scientifica e viceversa.

In conclusione, l’iniziativa rappresenta un passo importante verso una maggiore integrazione tra scienza e umanità, con l’obiettivo di affrontare in modo più completo e consapevole le sfide globali contemporanee.

qui l’articolo completo https://news.rice.edu/news/2024/natural-bridge-science-and-technology-studies-connect-scientists-humanists

 

NAME Piemonte: presentati i risultati

Obiettivo validare l’efficacia della Medicina Narrativa e valutarne l’impatto nella pratica clinica

Quali benefici può avere la Medicina Narrativa nella pratica clinica? La risposta a questa domanda è stata data oggi, venerdì 12 luglio, in una conferenza stampa online che ha visto presentare i risultati del progetto regionale NAME.

Un progetto di formazione e ricerca che aveva come obiettivo proprio quello di validare l’efficacia della Medicina Narrativa e a valutarne l’impatto nella pratica clinica, nell’ottica di una sempre maggiore attenzione alla relazione tra operatore di cura e persona assistita. NAME Piemonte è stato sviluppato dal DAIRI R (diretto da Antonio Maconi), dal Centro Studi per le Medical Humanities (Mariateresa Dacquino) e dalla Società Italiana di Medicina Narrativa – Simen (Stefania Polvani e Giovanni Melani), in collaborazione con l’Istituto di Management, Scuola Superiore Sant’Anna (gruppo di studio Giuseppe Turchetti e Ilaria Palla) e il coordinamento operativo di Apertamente (Giulio Bigagli).

Si tratta di uno dei primi progetti italiani che misura specifici indicatori di medicina narrativa, articolato su 6 laboratori in 4 città, per un totale di 96 ore di formazione che hanno coinvolto 119 professionisti, 12 docenti e facilitatori. La progettualità, avviata a febbraio con focus group e la costituzione di una cabina di regia composta da professionisti del sistema sanitario regionale con l’obiettivo di supervisionare e migliorare il percorso, è terminata lo scorso mese di maggio. NAME è un progetto pilota che è stato calato in realtà aziendali con specificità diverse e in aule in cui i professionisti avevano background e profili professionali differenti, ognuno portatore di esperienze lavorative diverse.

Stefania Polvani, già presidente di Simen, ricorda le fasi del progetto: “Nella fase iniziale del progetto è stata realizzata un’analisi dei bisogni dei professionisti sanitari tramite la realizzazione di un Focus Group che, con la supervisione di una Cabina di Regia che si è occupata della validazione e del monitoraggio del progetto, ha raccolto e approfondito i bisogni di professionisti, pazienti, caregiver e Associazioni di pazienti rispetto alla Medicina Narrativa, in particolare nell’ambito delle malattie rare e croniche. Dal Focus Group con i professionisti e dagli incontri del gruppo di progetto, sono derivati i tre indicatori su cui lavorare: ridurre il conflitto, migliorare l’aderenza al trattamento e integrare la Medicina Narrativa nel Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA). La seconda fase si è concretizzata con lo svolgimento di azioni formative in forma laboratoriale, da maggio 2023 a marzo 2024, con la partecipazione di ben 119 professionisti. Infine, nella terza fase si sono analizzati gli indicatori utilizzati per misurare l’impatto della Medicina Narrativa nella formazione e nella pratica clinica”.

Gli indicatori sono stati misurati attraverso questionari e per ogni indicatore sono stati realizzati questionari costruiti ad hoc: l’obiettivo del questionario relativo ai conflitti in ambito lavorativo consisteva nell’indagare i possibili conflitti che il professionista ha vissuto e/o vive e quali soluzioni sono state adottate per risolverli, mentre il questionario sull’aderenza al trattamento era teso a indagare la percezione dei professionisti rispetto all’aderenza al trattamento dei pazienti. Entrambi i questionari, somministrati in modo anonimo, sono stati sottoposti ai professionisti all’inizio (T0), a metà (T1) e al termine del percorso formativo (T2). I risultati hanno fatto emergere una diminuzione nelle quattro edizioni e una percentuale maggiore di conflitti risolti al termine del percorso (con una percentuale pari al +8.5%). L’analisi semantica relativa ai conflitti ne ha evidenziato la natura: ne emergono molti relativi sia agli aspetti relazionali e comunicativi, nonché legati ad aspetti organizzativi e di gestione del paziente (sia tra colleghi che tra professionisti e pazienti/familiari).

In riferimento all’aderenza, i questionari registrano un aumento del valore tra l’avvio (T0) e il termine del progetto (T1) relativamente alla comunicazione medico-paziente quale aspetto incidente sull’aderenza del paziente al trattamento, unitamente alla scarsa consapevolezza della malattia. Rispetto alle azioni utili per incrementare l’aderenza, emerge un aumento dei valori tra T0 e T1 per le voci relative all’educazione terapeutica, il coinvolgimento e sensibilizzazione dei caregiver e il counseling. Un’altra azione utile per la quale si è osservato un aumento notevole (+6.04%) è il controllo delle prescrizioni tramite propri gestionali e/o attraverso personale dedicato e reminder.

Per quanto concerne gli strumenti di lavoro – in particolare diari narrativi e PDTA – gli  elaborati dei partecipanti rappresentano un’ottima base per esser portati nella pratica di cura, costituendo la prima applicazione, a livello nazionale, di percorsi integrati con la Medicina Narrativa, che devono però vedere il coinvolgimento di attori fondamentali come i pazienti e le Associazioni dei pazienti.

L’analisi degli indicatori del progetto consente pertanto di evidenziare che la Medicina Narrativa può fornire un contributo importante in termini di comunicazione medico-paziente, presa in carico del paziente, coinvolgimento del familiare e tempo dedicato dal medico per la spiegazione della terapia come tempo di cura.

Franco Ripa, Direttore del Settore Programmazione dei servizi sanitari e socio-sanitari della Regione Piemonte ha sottolineato di essere particolarmente lieto di questa progettualità che si pone nella logica di rigenerazione del sistema sanitario regionale: “NAME ha visto il coinvolgimento di tutte le aziende sanitarie piemontesi, suddivise in quattro quadranti (Alessandria, Cuneo, Novara e Torino), in un percorso di connessione tra formazione e ricerca. Un progetto costruito insieme ai professionisti, al termine del quale è emerso un giudizio complessivo positivo sia per quanto concerne la formazione, sia per il valore generato per il sistema. I professionisti possono mettere in pratica nelle proprie realtà aziendali pratiche a partire dai lavori che sono stati svolti per l’indicatore relativo all’integrazione degli strumenti di Medicina Narrativa nei percorsi di cura. L’idea è quella di presentare in autunno questi ottimi lavori, anche nella prospettiva di proseguire con una seconda fase, per rendere sempre più concreta l’applicazione di questi strumenti”.