Arte e salute: una rassegna di evidenze

Sono sempre più numerose le evidenze a supporto dell’integrazione tra arte e cura, sia nella pratica clinica quotidiana che nei percorsi di formazione delle professioni sanitarie.

Il recente numero di International Review of Psychiatry si concentra proprio sul valore dell’introduzione delle scienze umane e dell’arte nella istruzione dei professionisti della salute, con approfondimenti e contenuti dedicati alla ricerca, recensioni, commenti, casi e riflessioni personali.

L’editoriale, nel suo incipit, cita proprio come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la National Academy of Science, Engineering, and Medicine e l’Association of American Medical Colleges riconoscono tutte le arti e le discipline umanistiche come fondamentali per l’educazione alle professioni sanitarie (Fancourt & Finn, Citation2019; Moniz et al., Citation2021; National Academies of Sciences E & Medicine, 2018).

Le evidenze suggeriscono che l’integrazione delle arti e delle discipline umanistiche nell’educazione delle professioni sanitarie può

  • migliorare varie abilità e atteggiamenti clinicamente rilevanti, tra cui l’osservazione, il pensiero critico, l’empatia
  • sostenere la formazione dell’identità professionale
  • supportare il lavoro di squadra

I documenti di questo numero speciale su The Arts and Humanities in Health Professions Education si concentrano su una serie di argomenti di interesse per curanti e curati, oltre che riflessioni personali di un gruppo eterogeneo di medici, educatori e studenti.

Sul salasso

Abbiamo detto qui cosa era e perché veniva praticato il salasso, prassi molto diffusa durante una visita medica, non con fini diagnostici, ma per profilassi e scopi terapeutici, praticato con flebotomia.

Sebbene il trattamento fosse tutt’altro che piacevole e non privo di conseguenze dolorose e varie potenziali complicanze, tra le quali anche la morte, il salasso fu molto in voga nell’antichità, fino ai primi decenni dell’Ottocento, sia tra i ceti più umili, che quelli più abbienti.

Divenendo ben presto anche una cospicua fonte di guadagno per i medici, veniva prescritto molto spesso senza alcun motivo preciso, semplicemente era ritenuto utile a scopo precauzionale, per far sì che il sangue venisse rinnovato velocemente: durante questa pratica si rimuovevano dal circolo sanguigno circa 500 ml di sangue (ma alcune fonti documentano anche fino a due litri, in caso di pazienti corpulenti!) e si credeva che in questo modo defluissero via gli “umori cattivi” responsabili delle malattie, oltre al fatto che c’era credenza che il sangue non defluito “ristagnasse” nel corpo umano e creasse disagi fisici; la pratica era quindi prescritta con molta frequenza, al primo sintomo di una non ancora accertata malattia.

Il prelievo di così tanto sangue da indurre una sincope (svenimento) era considerato benefico, e molte sessioni venivano concluse solamente quando il paziente cominciava a perdere i sensi.

Alla fine del Seicento, venne introdotto il cosiddetto “scarificatore“, ossia un ingegnoso apparecchio, che consisteva in una scatola di ottone o argento, dalla quale spuntavano a molla delle lame mobili, azionate da una levetta a scatto; la profondità del taglio nella cute, poteva essere anche regolata tramite una vite.

Tra fine Settecento e inizi Ottocento, il fisiologo francese François Broussais (1772-1838) incentivò l’utilizzo delle sanguisughe, già utilizzate fin dall’antichità, ma più raramente: fu così che milioni di questi anelidi ripugnanti vennero importati in Francia, mentre diverse personalità mediche dell’epoca si scontrarono con Broussais iniziando a teorizzare e dimostrare che il salasso non solo era inefficace per la cura di varie patologie, ma anche che la perdita copiosa di sangue fosse dannosa alla salute.

In molti ritengono che, sebbene il salasso potesse rivelarsi salutare per l’alta società, che viveva di larghi abusi alimentari, tante morti dell’antichità sarebbero state favorite e accentuate dai continui salassi che indebolivano popolazioni già stremate da a malnutrizione e malattie; celebre è il caso di George Washington, che fu trattato con salasso in seguito a un indisposizione: gli furono prelevati quasi 1,7 itri di sangue, contribuendo alla sua morte per infezione alla gola nel 1799. Lo stesso Re Luigi XIV subì trentotto salassi (oltre ad essere purgato circa duemila volte).

Una simpatica e caricaturale filastrocca è assai esaustiva sulle ampie aspettative che i medici dell’antichità riponevano nella pratica del salasso (ma anche dei clisteri), e spiega di conseguenza il suo largo uso, per qualsiasi malattia, e anche senza motivazione: “Siete afflitti dalla febbre quartana? Da calli ai piedi o dalla mattana? Allo spirito o al corpo avete dolori? Soffrite di dentro o soffrite di fuori? Purghe, salassi e clisteri abbondanti, o creperete o ne uscirete esultanti”.

A surgeon binding up a woman’s arm after bloodletting. Oil painting by Jacob Toorenvliet, 1666.
Toornvliet, Jacob, 1635-1719


Data la sua larga diffusione, la pratica compare in alcune opere d’arte, soprattutto seicentesche: il dipinto dell’olandese Jacob Toorenvliet (Il salasso, 1666), forse il più noto a tema, ci propone un dottore intento nella fasciatura del braccio della paziente, che è appena stata sottoposta a un salasso.

Quiringh van brekelankam, il salasso, 1660

L’opera del conterraneo Quiringh van Brekelenkam (Il salasso, 1660 circa) risulta interessante poiché stavolta, a praticare la terapia non è un medico, bensì una donna anziana, testimonianza di come il salasso venisse svolto anche da personale “non qualificato”, ma in ambito casalingo da familiari più “esperti”.

Tra le tante decantate potenziali virtù del salasso, la convinzione che prevenisse gli aborti, così la giovane donna raffigurata potrebbe facilmente essere incinta.

Arte e cura

Domenico di Bartolo


L’arte è cura. Sia per chi cura che per chi è curato. Sono ormai numerose le evidenze che lo testimoniano, è sufficiente ricordare il report della Organizzazione Mondiale della Sanità e tradotto in italiano dal Cultural Welfare Center (disponibile qui https://culturalwelfare.center/3496-2/?amp)

Ma la presenza di opere d’arte negli ospedali non è una novità, come testimonia Acosi, la rete degli ospedali storici italiani (https://www.acosi.org/wp-content/uploads/2020/11/MANIFESTO-DEGLI-OSPEDALI-STORICI-ITALIANI.pdf) nata proprio per valorizzare e far conoscere la realtà del patrimonio storico, artistico e culturale degli antichi ospedali italiani (architetture, biblioteche, musei, collezioni, chiese, opere d’arte, strumentazione storica), con appropriati progetti promozionali.

Sul sito della Wellcome Library la https://wellcomecollection.org/articles/ZcDDSBAAACAAKL-_ la storica dell’arte Anne Wallentine spiega perché icone, affreschi, stampe e sculture hanno adornato le pareti di reparti e corridoi per 600 anni

Rassegna di Medical Humanities

Promuovere la salute mentale coltivando luoghi abilitanti: il progetto Vineyard

https://www.secondowelfare.it/primo-welfare/sanita/promuovere-la-salute-mentale-coltivando-luoghi-abilitanti-il-progetto-vineyard/

Andrea Barbieri (ASL CN1) racconta il progetto Vineyard, un progetto incentrato sulla pratica della viticoltura, intesa come pratica di cura.

Cosa ci insegna la catastrofe etica della medicina nazista

https://www.scienzainrete.it/articolo/cosa-ci-insegna-catastrofe-etica-della-medicina-nazista/simonetta-pagliani/2024-01-24

A partire dal 2009 la prestigiosa rivista The Lancet ha creato 63 Commissioni su temi globalmente sensibili e rilevanti nel campo della salute, la penultima (novembre 2023) è la Lancet Commission on medicine, Nazism, and the Holocaust: historical evidence, implications for today, teaching for tomorrow

Una parola in quattrocento parole – ricerca

https://www.medicinanarrativa.eu/ricerca-2?

La parola “ricerca” racchiude in sé un significato profondo che va oltre la semplice azione di cercare: rappresenta la curiosità umana, la voglia di conoscere e capire, nonché l’impegno costante nel perseguire la verità e l’innovazione.

Inviting Psychology to the Cocktail Party

https://www.psychologytoday.com/intl/blog/our-human-condition/202308/inviting-psychology-to-the-cocktail-party

L’articolo affronta il tema delle discipline umanistiche – filosofia, teologia, arte, letteratura – in relazione al lavoro psicologico

Starvation come crimine di guerra e contro l’umanità

https://ilpunto.it/starvation-come-crimine-di-guerra-diritti-internazionali/

Un gruppo di studenti di medicina dell’Università di Torino analizza gli aspetti giuridici della starvation (l’inedia) come crimine di guerra secondo i diritti internazionali.

Prescrizione sociale: la traduzione italiana del toolkit OMS

È disponibile la traduzione italiana del documento “A toolkit on how to implement social prescribing”, pubblicato a maggio 2022 dall’OMS con l’obiettivo di fornire a organizzazioni, decisori e singoli professionisti sanitari una guida pratica per l’attuazione di un programma di prescrizione sociale da offrire agli utenti dei servizi sanitari.

Il documento completo e disponibile qui https://www.epicentro.iss.it/politiche_sanitarie/pdf/prescrizione_sociale_ITA_GENNAIO_24_LAST.pdf

L’auspicio è che la disponibilità della traduzione italiana del Kit, curata da ISS, CCW e DoRS Regione Piemonte, in collaborazione con Centro BACH-Università di Chieti e Pescara, Centro per la Salute del Bambino e Fondazione Medicina a Misura di Donna, possa favorire la diffusione di questo tipo di esperienze e pratiche anche nel nostro Paese.

La prescrizione sociale è una pratica già in uso in diversi Paesi europei ed extraeuropei, in particolare nel Regno Unito dove a livello locale è una realtà ben consolidata.

La prescrizione sociale si basa sull’evidenza che occuparsi dei determinanti sociali della salute, come lo stato socioeconomico, la rete sociale, l’abitazione e l’istruzione, è la chiave per migliorare i risultati di salute. La prescrizione sociale consente di fornire un’assistenza più olistica e incentrata sulla persona. Inoltre, mette i destinatari in condizione di prendersi cura della propria salute e del proprio ben-essere e, in ultima analisi, riduce la pressione sui sistemi sanitari.

In quest’ottica, le comunità locali sono premessa e risultato di società attente alle ricadute sulla salute e all’equità.

Un percorso classico di prescrizione sociale prevede che il professionista sanitario delle cure primarie, accertata la necessità del proprio paziente di avvalersi di questo approccio, lo indirizzi a un operatore di collegamento (link worker) fra il servizio sanitario e i servizi presenti nella comunità. L’operatore di collegamento (un professionista dei servizi sociali, del terzo settore o una ­figura coinvolta ad hoc) lavora con il paziente per sviluppare un piano di ben-essere personalizzato e appropriato ai suoi bisogni e invia il paziente a uno speci­fico servizio della comunità per partecipare ad attività individuali o di gruppo, dall’attività ­fisica alle attività artistiche, occupazionali o di volontariato, dal supporto abitativo alla consulenza per l’accesso al credito. I progressi legati alla partecipazione all’attività vengono riportati periodicamente all’operatore di collegamento e al professionista sanitario.

L’approfondimento qui  https://www.epicentro.iss.it/politiche_sanitarie/oms-toolkit-social-prescribing