Alcune considerazioni sulle riconfigurazioni del rapporto Sé-altro nell’iperconnessione

nell’immagine di copertina Myse en abyme da un’immagine di Raoul Iacometti, progetto *Hometohome, Monfest 2022, Casale Monferrato

DI PATRIZIA SANTINON, DIRETTORE SCIENTIFICO CENTRO STUDI MEDICAL HUMANITIES CURA E COMUNITÀ

La questione dell’iperconnesione appare tra le tracce proposte ai maturandi che hanno vissuto due anni di DAD a seguito della pandemia Covid-19.

Le iperconnessioni cui siamo soggetti nel quotidiano sembrano sostenere una sorta di psichismo much imbricate in cui il Sé e l’oggetto sono potenzialmente in costante contiguità psichica e condividono un’identità di intenti quasi adesiva.

Nella realtà virtuale possiamo assumere identità diverse secondo meccanismi di identificazione/ controidentificazione con la nostra identità non virtuale: possiamo intendere queste identità non tanto come espressione di vero/falso sé quanto piuttosto di altri-sé riprodotti da narcissistick, neologismo americano coniato per indicare i bastoni da selfie.

In considerazione dei cambiamenti delle attività online (fino a qualche tempo fa il setting online era fisso, l’individuo seduto al pc, le modalità online/ offline chiaramente identificabili e distinte) e del conseguente scivolamento dalla realtà online alla realtà offline e viceversa (prendo il mio esempio nello svolgimento di un’attività online – rispondere a un’email- mentre svolgo un’attività offline- camminare dal pronto soccorso a un altro reparto) possiamo immaginare questa psicodinamica dell’iperconnessione come un’area transizionale winnicottiana. Possiamo cioè intendere le iperconnessioni come una sorta di esperienza relazionale che accompagna e sostiene il soggetto nei suoi passaggi relazionali tra una modalità di stare con sé più soggettiva  (creata dal soggetto che può decidere che cosa fare, chi sentire, per quanto e quando farlo) e una più oggettiva in cui l’incontro con l’altro reale introduce di necessità delle delusioni, degli scarti relazionali, in definitiva la soggettività dell’oggetto altro.

Dal punto di vista del clinico a contatto con pazienti che trovano rifugio o sollievo nella realtà virtuale e qualche volta ne fanno richiesta con un trattamento esclusivo in remoto mi chiedo se parte di queste iperconnessioni non esprima anche difensivamente la creazione di una esperienza dissociativa transitoria che permette all’individuo di transitare temporaneamente dalla realtà non virtuale (quella degli oggetti reali) a quella online (non solo quella degli oggetti reali ma anche quelli degli oggetti soggettivi (Winnicott, 1971) su cui il soggetto ha pieno controllo, frutto della sua onnipotenza creativa  da cui deriva la possibilità di decidere quando connettersi e disconnetersi).

Mi vengono in mente i rifugi della mente (Steiner, 1993) come luoghi mentali ma anche comportamenti ripetitivi, riti e abitudini personali in cui ci si ritira per fuggire una realtà carica di angoscia (di morte) e di aggressività primaria (la realtà soggettiva che certamente poggia sempre più su una realtà di conflitto, di guerra, di malattia con proiezioni reciprocamente riverberanti).

Le iperconnessioni in questo senso funzionerebbero come una sorta di medicazione di un Sé danneggiato o in pericolo di frammentazione, posto di fronte alla necessità di affrontare vissuti conflittuali, abbandonici o deludenti rispetto alle relazioni oggettuali, insomma un tentativo di tenere a bada forme di sofferenza psichica che investono aree narcisistico-identitarie in uno spazio psichico differenziato che si contrappone a quello reale.

Cotroneo (2015) scrive a proposito dell’iperfotografia contemporanea: “La modernità narcisista è l’esempio di come lo scatto e il contenuto dello scatto non hanno più alcun significato. L’unica cosa significativa è il gesto: l’offerta della foto come suggello a un incontro, a una nuova conoscenza, alla riuscita di un affare (…). La foto ormai è indifferente alla verità e alla realtà”.

Musetti e altri (2022) hanno studiato la correlazione tra trauma precoce relazionale e utilizzo di internet verificando anche un’associazione positiva tra un attaccamento insicuro nell’infanzia e un uso problematico dei social network. In soggetti con storia relazionale precoce di questo tipo l’iperconnessione può alleviare temporaneamente il timore di essere (ancora) rifiutati.

In queste esperienze l’onnipotenza trionfa e tutto viene percepito come permesso e possibile con la messa in atto di meccanismi di difesa primitivi come il diniego: internet come altri oggetti verso cui si sviluppa una dipendenza svolgono una funzione di contenimento che il soggetto non può reperire come traccia mnesica per effetto di un deficit precoce di interiorizzazione o dell’assenza di una barriera protettiva che salvaguardi la psiche dall’eccesso di stimolazione.

I comportamenti internet-related sono molteplici e la questione potrebbe essere quella di individuare delle invarianti dell’iperconnesione che si configurano come modalità patologiche di rapportarsi all’oggetto in un continuum cha va dalla iperconnesione intesa come una delle varianti normative con cui il sé si rapporta all’oggetto alla dipendenza da internet patologica di cui sempre più spesso come genitori e come operatori ci troviamo ad occuparci.

 

Lo sguardo rovesciato, Roberto Cotroneo, De agostini Libri, Novara, 2015

Problematic social networking sites use and attachement: a systematic review

di Musetti A. et al, Computers in Human Behavior, Elsevier, 2022

Steiner, J. (1993) i rifugi della mente, trad it Bollati Boringhieri, Torino 1996

Winnicott, D.W., (1958) Dalla pediatria alla psicoanalisi, trad it Martinelli, Firenze

 

 

 

 

La memoria nel mondo greco antico

numero speciale di Medicina nei Secoli dedicato alla memoria nel mondo greco antico

La memoria, nella definizione della Treccani è la “Facoltà di richiamare alla mente eventi o conoscenze passati che hanno lasciato una traccia ripercorribile, oppure ambito nel quale essi continuano a essere virtualmente presenti”

Nel mondo greco antico, la memoria permea ogni aspetto della vita umana, come indicato nel primo fascicolo del 2022 della rivista di storia della medicina e medical humanities della Sapienza Università di Roma. Il testo, frutto delle penne di Marco Cilione (Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia) ed Elisabetta Sirgiovanni (Sapienza Università di Roma), prelude al numero speciale di Medicina nei Secoli dedicato alla memoria nel mondo greco antico.

Scrivono gli autori nell’abstract di presentazione: “La memoria svolge un ruolo centrale nelle fasi compositive ed ecdotiche della produzione letteraria degli antichi ed è stata a lungo legata a un modo di trasmissione orale-uditiva, in cui la poesia sopravvive senza il sostegno della scrittura. La metafora del “libro della memoria” appare nella filosofia antica. La trasformazione di figure e espressioni in μνήματα (registrazioni) mediante iconografia e scrittura porta gli antichi a un’interpretazione metaforica dei processi cognitivi. La memoria svolge un ruolo centrale nella medicina theurgica. Agendo come il perno attorno al quale ruota la terapia dei sogni, la memoria richiede il ricordo e la catalogazione dei sogni. La memoria svolge un ruolo centrale anche nella medicina razionale: i sogni amplificano i fenomeni percettivi, quindi analizzarli può migliorare la diagnosi clinica, come negli autori di Ippocrate, stabilendo un legame funzionale tra la fisiopatologia del corpo”

Il numero speciale di Medicina nei Secoli – disponibile a questo link – mira a indagare il ruolo attribuito alla memoria nel mondo greco antico.

Il numero copre vari argomenti, dal ruolo che la memoria svolge nelle spiegazioni dei processi cognitivi e nell’esercizio dell’arte medica, fino alla salienza emotiva che la memoria assume nella letteratura, specialmente nella dimensione privata della scrittura, o nella vita reale, comprese le manifestazioni patologiche.

 

(Matière et mémoire: essai sur la relation du corps à l’esprit) Opera (1896) di H. Bergson, rivista e accresciuta fino al 1911, anno della 7a edizione. Partendo dagli studi precedenti sul tempo (Essai sur les données immédiates de la conscience, 1889, Bergson affronta il problema della relazione fra materia e pensiero, aggiornando il classico problema del dualismo mente/corpo. L’analisi bergsoniana è incentrata sulla ‘percezione’ intesa alla luce del concetto di ‘immagine’, che rende possibile rimodulare la relazione fra corpo e spirito senza incorrere negli opposti errori dell’idealismo, esemplato nell’immaterialismo di Berkeley, che nega l’esistenza delle cose, e del realismo, che riconduce lo spirito, e dunque la coscienza e il pensiero, alla fisiologia dei processi psicologico-cerebrali. L’immagine, situata a metà strada fra la ‘cosa’ e la ‘rappresentazione’, è «più di ciò che l’idealista chiama rappresentazione, ma meno di ciò che il realista chiama cosa» (Prefazione, 7a ed.).

La memoria ci rende umani. Nelle sue “Lezioni Americane” Calvino, a proposito della visibilità, descrive il processo di rappresentazione delle idee: “La mente del poeta e in qualche momento decisivo la mente dello scienziato funzionano secondo un procedimento d’associazioni d’immagini che è il sistema più veloce di collegare e scegliere tra le infinite forme del possibile e dell’impossibile. La fantasia è una specie di macchina elettronica che tiene conto di tutte le combinazioni possibili e sceglie quelle che rispondono a un fine, o che semplicemente sono le più interessanti, piacevoli, divertenti. Mi resta da chiarire la parte che in questo golfo fantastico ha l’immaginario indiretto, ossia le immagini che ci vengono fornite dalla cultura, sia essa cultura di massa o altra forma di tradizione. Questa domanda ne porta con sé un’altra: quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la «civiltà dell’immagine»? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate? Una volta la memoria visiva d’un individuo era limitata al patrimonio delle sue esperienze dirette e a un ridotto repertorio d’immagini riflesse dalla cultura; la possibilità di dar forma a miti personali nasceva dal modo in cui i frammenti di questa memoria si combinavano tra loro in accostamenti inattesi e suggestivi. Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo. Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini. Penso a una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d’altra parte lasciarla cadere in un confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosufficiente, «icastica»”.

Physiognomie and chiromancie, metoposcopie, the symmetrical proportions and signal moles of the body, fully and accurately handled; with their natural-predictive-significations. The subject of dreams; divinative steganographical, and Lullian sciences. Whereunto is added the art of memorie / [Richard Saunders].
Saunders, Richard, 1613-1675.
Una sintesi sulla memoria si trova qui

Il dolore fisico nell’arte

Il dolore rappresenta il mezzo con cui l’organismo segnala un danno tissutale. Secondo la definizione della IASP (International Association for the Study of Pain – 2020) e dell’Organizzazione mondiale della sanità, il dolore «è un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata a (o simile a quella associata a) un danno tissutale potenziale o in atto».

Un chirurgo che applica una medicina a una ferita alla spalla di un uomo che soffre. Dipinto ad olio di Gerrit Lundens del 1649

Non c’è vita animale senza dolore, ma nella specie umana esso assume significati e implicazioni indissociabili dal sentimento di sé e dal significato stesso di esistere. Il dolore è veicolo di segnali di pericolo, ha utilità protettiva nei confronti dell’animale, segno di allarme in molte circostanze.
Il dolore ha avuto una funzione fondamentale nella sopravvivenza dell’individuo specialmente animale, ma anche umano, come messaggio della necessità di intraprendere una reazione necessaria a seguito di un’aggressione o di un danno all’integrità fisica. Per questo, i recettori del dolore sono in grado di identificare vari tipi di stimoli pericolosi che siano meccanici, chimici, termici. Non a caso, i recettori del dolore sono presenti praticamente nella totalità degli organismi viventi non vegetali, proprio perché durante la selezione naturale la loro utilità ne ha preservato la funzione.

Un ragazzo piange per il dolore tra le braccia della madre mentre lei cerca di lavargli il piede tagliato, un altro bambino tiene un vetro rotto sullo sfondo.

Le espressioni fisiche della sofferenza, nella forma della reazione istintiva agli stimoli dolorosi, hanno spinto gli artisti del passato a un particolare interesse verso lo studio della fisionomica, per evidenziare i moti dell’animo, esprimendoli con le pieghe del volto e le posture del corpo.
Lo stesso Leonardo Da Vinci sosteneva che “il buon pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’uomo e il concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo è difficile, perché si ha a figurare con gesti e movimenti delle membra: e questo è da essere imparato dai muti, che meglio li fanno che alcun’altra sorte di uomini”: e ancora “farai le figure in tale atto il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non sarà laudabile”

Parlando di dolore nell’arte, il pensiero vola diretto alla produzione artistica, di forte stampo autobiografico, della messicana Frida Kahlo: lei dedicò moltissimi dipinti alle varie tematiche dolorose che permearono la sua difficile e breve esistenza, che si snodò tra problemi di salute (quindi sofferenze fisiche) e disagi sociali e familari (quindi sofferenze psicologiche).

Colonna Rotta - Frida Khalo
Colonna Rotta – Frida Khalo

Proprio poiché la sofferenza è parte della vita, diversi altri artisti hanno ritratto soggetti in preda a dolori fisici di differenti intensità, condizione facilmente individuabile e riconoscibile, grazie a mirabili e attenti trat-ti fisionomici che rasentano, in molti casi, veri e propri virtuosismi artistici; tra queste, forse la più nota è l’opera di Caravaggio (Ragazzo morso da un ramarro, 1595-1600), che mostra il preciso istante in cui un ragazzo viene morso da un animale. Il movimento improvviso del giovane, certamente studiato dal vero, consiste nell’allontanamento del braccio da uno stimolo doloroso acuto, che si percuote lungo tutti gli arti superiori, con entrambe le mani in contrazione, giungendo fino alla spalla in una posa del tutto innaturale, in condizioni normali. Tale fenomeno, descritto magistralmente dall’artista alla fine del Cinquecento, fu definito scientificamente soltanto a fine Ottocento, con il nome di “arco riflesso”: uno stimolo doloroso intenso, come una puntura o una bruciatura, ne provoca il repentino allontanamento; il gesto esprime un riflesso nervoso che avviene senza coinvolgere i centri nervosi superiori o la corteccia cerebrale, dunque indipendentemente dalla coscienza del soggetto, involontario.
La scoperta dell’arco riflesso, responsabile di questo meccanismo di difesa, deriva dagli studi di fisiologia del sistema nervoso, compiuti tra XIX e XX secolo, contribuendo alla nascita della neurologia moderna.

Caravaggio (Ragazzo morso da un ramarro, 1595-1600)

Molto più drammatico e teatrale si presenta il dipinto di Gaspare Traversi (L’operazione, 1753-54), artista napoletano che fa emergere le emozioni anche dal sangue che scorre a rivoli durante un intervento chirurgico, la cui descrizione non ha alcuna pretesa di documentazione scientifica, quanto, piuttosto, di rappresentazione delle diverse fisionomie espressive dei protagonisti: il malato mostra evidenti segni di estremo dolore, attraverso una mimica facciale molto accentuata; le mani serrate e le braccia contratte, a contrastare l’energico gesto dell’assistente del chirurgo, che cerca di tenere termo il paziente.

Gaspare Traversi (L’operazione, 1753-54)

Un altro esempio di rappresentazione – più o meno evidente – del dolore si torva nell’opera “La cura di Innocenzo di Cartagine: le preghiere di sant’Agostino d’Ippona e altri salvano Innocenzo da un doloroso intervento chirurgico”. Pittura a olio secondo Schelte Bolswert. Quest’opera raffigura un evento a Cartagine nel 388, ampiamente descritto da sant’Agostino d’Ippona nel ‘De civitate dei’, libro XXII, capitolo 8, dove discute la continuazione dei miracoli nella sua stessa epoca. Il malato è Innocenzo di Cartagine, ex avvocato della viceprefettura di Cartagine, in cura per diverse fistole anali (“curabatur a medicis fistulas quas numerosas atque perplexas habuit in posteriore et ima corporis parte”). Tuttavia, per motivi di decoro, l’artista lo mostra invece con una gamba fasciata che il chirurgo si aspetta di amputare con una sega.

La “paralisi infantile”

Questa è la prima fotografia clinica pubblicata della poliomielite, un tempo nota come “paralisi infantile”. Fu commissionato dal famoso neurologo Jean-Martin Charcot, (1825-1893). Era un sostenitore della fotografia nelle pubblicazioni mediche ed è stato autore/editore di numerosi testi e riviste fotografiche. L’oftalmologo parigino diventato fotografo medico A. de Montméja ha scattato questa fotografia. Nel 1870, Charcot, in collaborazione con Alexis Joffroy, (1844-1908), scoprì che la lesione primaria della malattia era l’atrofia delle cellule del corno anteriore del midollo spinale. In riferimento a questa infiammazione della materia grigia, alla condizione è stato dato il nome di “poliomielite”. Non sarebbe stata riconosciuta come una malattia trasmissibile fino al 1905.

 

La poliomielite esiste fin dai tempi antichi, ma è diventata un’epidemia solo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Si tratta di una malattia virale acuta causata dal poliovirus, un enterovirus che distrugge i neuroni motori del corno anteriore del midollo spinale e i nuclei motori dei nervi cranici, provocando una paralisi dei muscoli innervati da tali neuroni. Il virus si contrae ingerendo acqua o alimenti contaminati: è stato ipotizzato che la malattia, diffusa per via oro-fecale, fosse così diffusa da essere contratta dai neonati mentre erano ancora protetti dagli anticorpi materni. La maggior parte dei bambini manifestava solo sintomi minimi mentre acquisiva un’immunità permanente e, successivamente, trasmetteva questa immunità. L’esposizione precoce è diminuita grazie al miglioramento delle condizioni igieniche, sviluppando in una generazione una popolazione suscettibile. Questo ha portato all’aumento di piccoli focolai locali, con una grande epidemia verificatasi a New York City nel 1916, con oltre 9.000 casi. Mentre quasi tutti gli affetti avevano meno di cinque anni, la malattia si sarebbe diffusa tra gli adulti entro decenni. La poliomielite ha paralizzato milioni di persone con una varietà di immobilità, ma è stata la paralisi respiratoria associata a ucciderne migliaia. Lo sviluppo di dispositivi di respirazione a pressione positiva e negativa ha contribuito a preservare alcuni di quelli con paralisi respiratoria.

Lo sviluppo della metà del secolo dei vaccini antipolio iniettabili e orali ha contribuito a sradicare il flagello nella maggior parte dei paesi.

Può comunque essere contratta da un soggetto non vaccinato, o che non si è sottoposto a tutti i richiami del vaccino, nel corso di un viaggio in uno dei Paesi a endemia persistente oppure nelle aree a rischio (Africa subsahariana, Egitto e India settentrionale). L’obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di debellare completamente la poliomielite entro il 2000 non è stato raggiunto.

Jean-Martin Charcot

Nacque a Parigi nel 1825 e mori nel 1893 presso il lago di Settons nel dipartimento della Nièvre. Ebbe nel 1862 il posto di medico presso l’ospedale della Salpêtrière e nel 1872 gli venne conferita la cattedra di anatomia patologica all’Università della Sorbona. Da questa passò alla cattedra di clinica neurologica per lui creata alla Salpêtrière e ch’egli occupò sino alla morte. Scoprì e descrisse le crisi gastriche e le lesioni articolari che accompagnano l’atassia locomotrice; identificò nell’isterismo una nevrosi derivata da suggestione, assimilandolo all’ipnosi; descrisse gli aneurismi delle arterie cerebrali e ne evidenziò l’importanza nei casi di emorragia cerebrale; eccellenti furono i suoi scritti sulle malattie del fegato, sulla gotta, sull’endocardite, sulla tubercolosi e sui reumatismi. Ma la sua massima gloria è quella di essere stato, in pratica, il fondatore della moderna neurologia e di aver creato, oltre alla più grande clinica d’Europa per lo studio delle malattie nervose, la più vigorosa scuola di neurologia di tutti i tempi, sì che giustamente lo storico della medicina Fielding H. Garrison ha affermato che «la neurologia moderna è principalmente di origine francese», riferendosi esplicitamente a Charcot.
https://jnnp.bmj.com/content/76/1/128 
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3782271/
https://www.burnsarchive.com/

 

Voci oltre il muro a Collegno dal 24 al 26 giugno

Scuola di storia orale nel paesaggio della liberazione dal manicomio.
A Collegno dal 24 al 26 giugno la scuola di storia orale si concentra sul processo di superamento dei manicomi

In Italia la storia orale ha una ricca tradizione che risale agli anni ’50 e l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO) è impegnata in nuovi ambiti come archivi orali e tecnologie digitali, e public history. È la registrazione dei ricordi, delle esperienze e delle opinioni delle persone su ciò che hanno vissuto. Significa incontrare persone faccia a faccia, dialogare con loro, ascoltare quel che hanno da dire, riflettere e utilizzare criticamente i loro racconti. Consente di far sentire la voce di individui e gruppi che hanno poco ascolto o che sono ai margini della società. Offre punti di vista originali e spesso sorprendenti sul passato e sul presente, che sovvertono, contraddicono o integrano le narrative dominanti. È un’opportunità per salvare racconti, tradizioni orali, lingue e “arti del dire” che sono in continua trasformazione.

La storia orale è la particolare metodologia della ricerca storica basata sulla produzione e l’utilizzo di fonti orali. Frutto di interviste con testimoni e portatori di memoria, tali fonti sono fortemente intenzionali, prodotte in quanto finalizzate a una ricerca, e per questo diverse da quelle archivistiche.

L’AISO si è costituita a Roma nel 2006 per rispondere all’invito rivolto dalla IOHA (International Oral History Association) agli studiosi e ai ricercatori italiani di storia orale, nel corso del Congresso Internazionale tenutosi a Roma nel 2004, a organizzare una struttura capace di raccogliere, organizzare e mettere in comunicazione le molte realtà di ricerca e di fruizione delle fonti orali, promosse sia da singoli che da enti, istituti e associazioni, presenti nel nostro Paese.

Nell’ambito delle iniziative AISO, sono previsti corsi di formazione in collaborazione con associazioni o istituti interessati a sviluppare la metodologia della storia orale. Fino al 10 giugno sarà possibile iscriversi alla scuola di storia orale Voci oltre il muro. Scuola di storia orale nel paesaggio della liberazione dal manicomio, che si svolgerà a Collegno (Torino) dal 24 al 26 giugno 2022, promossa da Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino, AISO  e Associazione Eutopia in collaborazione con Città di Collegno, ASL TO3 e Collegno Fòl Fest, organizzata nell’ambito dei progetti ‘Memorie che curano. Storia orale del superamento degli ospedali psichiatrici’ e ‘Patrimoni da curare. Laboratorio di storia visuale sulla Certosa di Collegno (1960-2000)’ del Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino. Il Coordinamento scientifico e organizzativo è a cura di Daniela Adorni, Patrizia Bonifazio, Antonio Canovi, Gianluigi Mangiapane, Marco Sguayzer, Chiara Stagno, Davide Tabor.

La scuola si concentra sul processo di superamento dei manicomi – iniziato alla fine degli anni Sessanta – e sulla successiva definizione di nuove pratiche di cura della persona, di politiche di salute mentale e di servizi territoriali, attraverso lo strumento della testimonianza orale.

La scuola si tiene a Collegno negli spazi del principale ospedale psichiatrico torinese, uno dei più grandi in tutta Italia. Si svolge attraverso momenti formativi in aula, geoesplorazioni del territorio e del patrimonio culturale materiale e immateriale (architetture, padiglioni, archivi, collezioni di opere d’arte, ecc.), l’ascolto dei testimoni del passato manicomiale e delle trasformazioni che, dopo la chiusura dell’ospedale psichiatrico, hanno portato a nuove rifunzionalizzazioni del luogo. L’attività formativa analizzerà in particolare i nessi tra soggettività e spazio nelle narrazioni delle realtà manicomiali, alla ricerca delle varie forme del racconto individuale di questa storia, delle memorie implicite e traumatiche, delle relazioni tra memorie personali, collettive e pubbliche e delle ri-narrazioni dei luoghi e delle loro trasformazioni.
La Scuola è aperta a chiunque sia interessato, ma è particolarmente indirizzata a studentesse e studenti universitari, dottorande e dottorandi, ricercatrici e ricercatori, docenti della scuola, professionisti del patrimonio culturale, operatrici e operatori sociali e sanitari, personale medico e di cura della persona, operatrici e operatori culturali, bibliotecarie e bibliotecari, dipendenti della pubblica amministrazione, socie e soci di cooperative e di associazioni, archiviste e archivisti, appassionate e appassionati di storia del territorio.

Il programma completo dell’iniziativa è disponibile qui e per ogni chiarimento, informazione o iscrizioni è possibile scrivere a davide.tabor@unito.it con oggetto “Scuola AISO Collegno”
Il progetto PATRIMONI DA CURARE. LABORATORIO DI STORIA VISUALE SULLA CERTOSA DI COLLEGNO (1960-2000) promuove azioni di studio, di ricomposizione e di valorizzazione del patrimonio culturale visuale (fotografie, video-interviste, documentari, produzioni televisive, oggetti, spazi fisici dell’internamento manicomiale) relativo al rapporto tra la comunità collegnese e il manicomio dagli anni Sessanta – quando grazie al movimento di riforma psichiatrica si avviarono nuove pratiche terapeutiche e si ridiscussero i fondamenti clinici della malattia mentale – fino alla definitiva chiusura.