Come la “art on prescription” può integrarsi dal suo punto di vista alla medicina tradizionale?

Intervista a Elena Molinari, a cura di Patrizia Santinon

Elena Molinari, medico pediatra e psicoanalista, è membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, di cui è segretario scientifico nazionale, e dell’International Psychoanalytical Association. Dal 2005 insegna come professoressa a contratto nel corso di perfezionamento in Teoria e pratica della terapeutica artistica dell’Accademia di Belle Arti di Brera.

Come la “art on prescription” può integrarsi dal suo punto di vista alla medicina tradizionale?

La “art prescripion” non fa che richiamare la medicina al suo compito radicale di occuparsi delle persone e non solo del malanno specifico di un singolo organo. Le persone anche quando affette da una malattia conservano una grande quota di salute che deve essere sostenuta perché ben sappiamo come questa parte sana giochi un ruolo cruciale nei processi di guarigione.

Faccio un esempio storico: Archie Cochrane il famoso medico scozzese da cui prende il nome uno dei più condivisi metodi di validazione epidemiologica degli studi scientifici conservò fino alla fine della sua vita ciò che aveva imparato durante il periodo in cui prestò servizio come ufficiale medico in diversi campi di prigionia a seguito della sua cattura durante la Seconda guerra mondiale: occorre rimanere dubbiosi rispetto alle conoscenze mediche che venivano date per acquisite. Sulla scorta di questa sua radicale curiosità riuscì a dimostrare che i pazienti che avevano subito un intervento cardiologico guarivano molto più in fretta se dimessi precocemente. Andò quindi contro l’idea che l’ospedale fosse il luogo migliore, il più sicuro per guarire.

Archie Cochrane dimostrò in modo inequivocabile che fare esperienze di cura impregnate di affetto e di confort è un vantaggio anche economico per il sistema sanitario. Fare esperienze artistiche è “essere a casa” perché l’arte offre sempre un incontro emotivo appagante.

Come possiamo sgombrare il campo da clamorosi fraintendimenti: che un approccio escluda l’altro o all’altro si sostituisca. Abbiamo esempi in cui un’applicazione eterodossa di prescrizione sociale o di consulenza esistenziale in ambito clinico finisca con il supportare posizioni di negazione rispetto alla patologia psichiatrica. Ci sono cose che non sostituiscono altre ma giocano ad un livello differente e complementare. Ci porti il tuo punto di vista anche a partire dalla tua esperienza di docente in Brera?

L’accademia di Brera opera da molti anni in modo strutturato all’interno del Carcere di Bollate. Non offre la libertà ai detenuti che frequentano il laboratorio d’arte ma crea insieme a loro un’oasi di libertà. La “art prescription” non guarisce dal Parkinson o dalla malattia mentale, ma offre un’esperienza di mettersi in contatto con la parte sana di sé che non sparisce con la malattia.

Se ripetutamente facciamo esperienze di salute, la malattia non ha quell’impatto pervasivo sulla vita che spesso comporta il moltiplicarsi dei sintomi o una complicazione della malattia stessa.

I ricercatori americani Robert e Samuel Kaplan chiamano “restorative effect” l’effetto dato dall’esperienza di una visita al museo. Un esempio è il progetto ASBA (Anxiety, Stress, Brain-friendly museum Approach), svoltosi a Milano a cavallo tra 2022 e 2023. Ha coinvolto diversi musei cittadini, che sono diventati terreno di studio dei ricercatori dell’Università degli Studi Milano-Bicocca sull’effetto benefico delle esperienze culturali.
Come vedi si possa correlare la partecipazione culturale alla salute mentale e più in generale al benessere delle persone in senso di prevenzione? Hai sentito l’esperienza torinese di studi medici e pediatrici trasferiti in luoghi di cultura (come, ad esempio, il museo dell’automobile o il museo egizio)? Che cosa ne pensi rispetto al setting psicoanalitico e all’evoluzione, dunque, della stanza d’analisi dopo Freud, tra gli estremi della neutralità e gli eccessi di una self disclosure della stanza con l’esibizione di una iconografia privata, come dice Bolognini. Il tuo dove lo collocheresti temporaneamente? Dove lo collocano i tuoi pazienti in seduta?

Una domanda molto interessante e articolata.

Istituzioni artistiche come l’Accademia di Brera e l’Università degli Studi di Milano Bicocca collaborano da anni in modo sistematico per studiare sia i processi pedagogici che quelli di efficacia delle pratiche artistiche e su questa strada di documentare i risultati in termini di promozione della salute o di miglioramento del benessere mentale delle persone affette da una malattia organica.  In particolare, il Biennio specialistico di terapeutica artistica promuove interventi in gruppi di persone portatori di bisogni sanitari o sociali specifici sia in gruppi di popolazione sana. Questi ultimi hanno appunto un valore di prevenzione molto importante ad esempio sul disagio giovanile, la depressione post partum, il disadattamento sociale dei migranti ecc. I paesi nordici lavorano molto più di noi in questo senso e per imitarli occorrono scelte politiche non miopi e non troppo informate dall’ultimo sondaggio elettorale. La ricerca sistematica e la partecipazione attiva di tutti noi cittadini è l’unico antidoto a questa deriva.

Ho letto di questo esperimento unico in Italia sulla possibilità di avere un accesso al medico in luoghi d’arte. Non sono però abbastanza informata su quali risultati tale esperimento si proponga. Penso però che sia più efficace in termini di promozione della salute tutto ciò che non si propone come un’esperienza puntuale ed estemporanea. Penso che se tale pratica fa parte di un progetto articolato può avere un senso. Un po’ come la pubblicità progresso: sicuramente utile a livello informativo ma come sappiamo questo livello rischia di rimanere distante dai processi trasformativi se non affiancato da altre pratiche sociali più educative, di ascolto attivo e di promozione. Quando dico promozione intendo proprio pratiche in cui chi propone e chi usufruisce di un servizio si muovono insieme verso un obiettivo di salute.

Il setting si configura come un luogo in cui la memoria dei processi arcaici che danno forma all’esperienza terapeutica può riattualizzarsi: la relazione fisica con  gli oggetti presenti nella stanza di terapia  può riattivare le esperienze di contatto e di comunicazione pre-verbale quali si sono date nella storia del paziente, e le particolari relazioni oggettuali internalizzate; invece la potenzialità del processo creativo che si genera nella relazione  cui sia il paziente che il terapeuta partecipano, inaugura una potenzialità trasformativa.

Io non ho una stanza neutra, ho la mia stanza, alcuni oggetti, quadri, piante. Dopo un certo tempo di terapia I pazienti conoscono il terapeuta profondamente anche se l’analista giustamente rispetta il dovere di non invadere con la propria soggettività quella del paziente. Il punto è poter utilizzare qualche commento o qualche notazione sul setting esterno per farne un’occasione di esplorazione congiunta degli aspetti inconsci che è lo specifico della psicoanalisi.

Solo sapendo di poter trarre un beneficio non solo culturale dall’arte si può sfruttare a pieno tutto il suo potenziale. Quale il contributo della psicoanalisi su questo tema? Tu che lavori da sempre in un contesto mixed artisti / clinici che cosa pensi ci possa essere di innovativo nell’utilizzo di pratiche artistiche in ambito terapeutico? Ci fai un esempio?

L’esperienza estetica affonda le sue radici nel vissuto primario, quando è la madre che dà forma e trasforma – seguendo Bollas – l’esperienza interna ed esterna del neonato, prendendosi cura di lui in modi specifici (lo sfama, lo lava, ecc.). Con la crescita questo potenziale trasformativo viene poi riposto in altri oggetti (oggetti-soggettivati) concreti o concettuali, investiti della capacità di promuovere un profondo cambiamento del Sé; l’esperienza artistica occupa in questo contesto un posto di primo piano.

La teorizzazione Bioniana ha messo al centro della terapeuticità gli aspetti estetici tanto che nell’ultimo seminario tenuto a Parigi nel 1977  Bion, rivolgendosi ad un pubblico di psicoanalisti afferma provocatoriamente i “Se non sapete che tipo di artista  siete allora avete sbagliato mestiere”.

L’incontro estetico  realizza quel tipo di unisono emotivo che Bion considera massimamente trasformativo. La svolta epistemica della psicoanalisi che chiamiamo ontologica va in questa direzione cioè cerca di incontrare le emozioni più profonde che stanno all’origine dell’essere e del divenire. Possiamo dire che arte e psicoanalisi condividono una sensibilità estetica rispetto alla forma; la psicoanalissi verso la forma estetica  della relazione terapeutica, l’arte verso le forme concrete  in cui i vissuti emotivi  si incarnano  Come davanti ad una scultura, ad una pittura o ad una danza, l’intervento estetico appartiene a chi ha eseguito l’opera ma anche a chi la guarda (sintonizzandosi sul ritmo, sui movimenti interni, sulle risonanze), così nell’incontro terapeutico l’opera – o piuttosto l’operare – del paziente viene accolto da un terapeuta che ha coltivato durante la sua formazione una sensibilità ed una disponibilità specifica a quel tipo di ascolto, e che chiamiamo sensibilità estetica, avendo egli stesso sperimentato e affrontato le peripezie del divenire della forma, e l’indissolubile legame tra creazione e distruzione.

Nella mia pratica attuale mi capita di utilizzare strumenti artistici con i preadolescenti che trovano difficoltà ad utilizzare prevalentemente la parola e si sono allontanati dal gioco infantile; essi trovano in questo ambito strumenti idonei ad esprimere le loro emozioni e riescono a vedere nel concreto le trasformazioni che avvengono in terapia.

Posso dire però che utilizzo reverie artistiche, suggestioni che provengono dall’arte con tutti i pazienti. Nel mio ultimo libro “Binocula vision. An Inquiry into Psychoanalytic Techniques and Field Theory” ogni caso riportato contiene esempi in questo senso. Bion ha inteso la visione binoculare come la capacità di cogliere contemporaneamente il conscio e l’inconscio, le dinamiche interne al soggetto e quelle del gruppo in cui è inserito. Posso dire di avere apportato il mio contributo nel praticare una visione binoculare tra aspetti inconsci ed aspetti estetici.

 

Prescrizione Sociale: un corso di presentazione

La prescrizione sociale è un mezzo che, basandosi sulle prove scientifiche relative all’impatto dei fattori socioeconomici sulla salute e sull’ipotesi che affrontare i determinanti sociali sia cruciale per migliorare gli esiti di salute, permette ai professionisti sanitari di ricorrere a servizi e risorse non cliniche della comunità a vantaggio del ben-essere dei pazienti, riaffermando la centralità del modello biopsicosociale.

Benché sia un concetto relativamente nuovo nell’assistenza sanitaria perché richiede l’inclusione di partner della comunità locale esterni al settore sanitario, la prescrizione sociale è una pratica già in uso in diversi Paesi europei ed extraeuropei, in particolare nel Regno Unito dove a livello locale è una realtà ben consolidata.

Il 27 giugno, dalle ore 9.00 alle ore 13.00, si terrà nel Salone di Rappresentanza dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Alessandria un evento formativo dedicato al Social Prescribing accreditato ECM, organizzato in collaborazione con Cultural Welfare Center che ha curato la traduzione italiana.

Saranno presentate esperienze internazionali sull’argomento con gli interventi di Mary Lynch, (RN, PGCE, SFHEA, MSc, PhD Executive Vice Dean for Research in Faculty of Nursing & Midwifery, RCSI University of Medicine and Health Sciences, Dublin) e Alejandre Julze (Research Fellow in Public Engagement Behavioural Research Unit, University of Edinburgh)

A presentare il manuale OMS dedicato alla prescrizione sociale saranno presenti la ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità Ilaria Lega che ha curato la traduzione italiana insieme al CCW, rappresentato da Annalisa Cicerchia (da remoto) Ricercatrice senior all’Istituto nazionale di statistica che dirige presso l’Istat una linea di ricerca su “Nuove domande di benessere e salute post-Covid: la strategia del welfare culturale per il contrasto alle disuguaglianze”.

il programma completo qui: Social prescribing

 

Cosa significa lente pulicaria?

Un serie di strumenti di ingrandimento ottico: microscopi composti e cimiteri degli insetti

Non c’è dubbio che sin dall’antichità si era potuto osservare l’effeto di ingrandimento ottico determinato da schegge di cristallo trasparente, che, per caso, avessero sortito forma lenticolare ed è noto che sin dai primi anni del sec. XIV si iniziò la lavorazione di occhiali, la cui invenzione venne, per un certo tempo, attribuita ad un Salvino degli Armati, fiorentino, morto nel 1317, ma che oggi i vari Autori fanno risalire concordemente ai vetrai di Murano intorno al 1200.

La diffusione dell’uso degli occhiali, dopo la reinvenzione fattane dal domenicano Alessandro della Spina (morto nel 1313), nonché della loro fabbricazione, portò ai primi tentativi di osservazione attraverso lo strumento di ingrandimento ottico, attraverso il microscopio, come verrà denominato dai Lincei. 

Naturalmente in origine non si trattò di microscopi nel senso in cui noi intendiamo, bensì di pure e semplici lenti d’ingrandimento montate nelle più diverse maniere e con i più diversi accorgimenti, fra i quali il più diffuso e comune fu quello consistente in un tronco di cono trasparente sulla cui base minore era fissata la lente e la cui base maggiore, aperta, consentiva di sovrapporre lo strumento all’oggetto da osservare, mantenendo la lente alla giusta distanza focale. Questo apparecchio venne definito cimitero degli insetti, poiché, in generale, l’insetto sottoposto ad osservazione, dopo un certo tempo, moriva. Il numero di ingrandimenti che si poteva in tal modo ottenere non era certo molto alto, ma l’appassionata curiosità di quel tempo seppe scoprire i primi annunci del meraviglioso mondo delle macchinette di cui era composto il pur minutissimo corpo di un insetto, fosse pulce, mosca o ape.

E tale fu la divertita ed entusiastica ammirazione che l’ingrandimento ottico suscitò negli osservatori, che la lente d’ingrandimento prese il nome di microscopium pulicarium (lente pulicaria, ossia per osservare le pulci) o di microscopium muscarium (lente muscaria, ossia per osservare le mosche).

Ben presto, quindi, ci si rese conto di quali risultati si potessero conseguire adottando lo strumento di ingrandimento ottico per la rigorosa ricerca scientifica, ed i risultati di una simile adozione non tardarono a farsi sentire, sia perché tramite l’ingrandimento ottico si scoprirono cose mai prima osservate; sia anche, e soprattutto, perché le nuove scoperte aprivano davanti agli occhi dello scienziato problemi nuovi e prospettive sempre più rivoluzionarie.

Lo studio, infatti, della struttura di animali piccolissimi come gli insetti e la scoperta, in codesti minutissimi corpi, di apparecchiature perfettamente funzionali (come le unghie delle zampe delle mosche osservate da Galileo Galilei nel 1614), ossia di macchinette infinitamente piccole, ma funzionanti come meccanismi mirabili, da un lato confortarono ulteriormente le prospettive della scuola iatromeccanica; dall’altro indussero a supporre l’esistenza di macchinette ancora più piccole e favorirono il rinascere ed il progressivo rafforzarsi dell’atomismo, ossia della tendenza ad individuare la sede delle principali funzioni in strutture infinitamente piccole.

La nascita di queste nuove prospettive coincise con i sempre più accurati studi che i primi entusiasti applicatori dell’occhialino – come Galileo aveva definito l’apparecchio da lui inventato, ossia il microscopio- compirono sulle api.