Arte e salute: una rassegna di evidenze

Sono sempre più numerose le evidenze a supporto dell’integrazione tra arte e cura, sia nella pratica clinica quotidiana che nei percorsi di formazione delle professioni sanitarie.

Il recente numero di International Review of Psychiatry si concentra proprio sul valore dell’introduzione delle scienze umane e dell’arte nella istruzione dei professionisti della salute, con approfondimenti e contenuti dedicati alla ricerca, recensioni, commenti, casi e riflessioni personali.

L’editoriale, nel suo incipit, cita proprio come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la National Academy of Science, Engineering, and Medicine e l’Association of American Medical Colleges riconoscono tutte le arti e le discipline umanistiche come fondamentali per l’educazione alle professioni sanitarie (Fancourt & Finn, Citation2019; Moniz et al., Citation2021; National Academies of Sciences E & Medicine, 2018).

Le evidenze suggeriscono che l’integrazione delle arti e delle discipline umanistiche nell’educazione delle professioni sanitarie può

  • migliorare varie abilità e atteggiamenti clinicamente rilevanti, tra cui l’osservazione, il pensiero critico, l’empatia
  • sostenere la formazione dell’identità professionale
  • supportare il lavoro di squadra

I documenti di questo numero speciale su The Arts and Humanities in Health Professions Education si concentrano su una serie di argomenti di interesse per curanti e curati, oltre che riflessioni personali di un gruppo eterogeneo di medici, educatori e studenti.

Nasce PERLA, la prima certificazione per la cura a misura di persona

Ogni persona è unica, così come ogni percorso di curA

Chi accede a visite specialistiche, chi viene ricoverato e dimesso quanto percepisce di co-costruire la propria storia di cura, quanto sente di essere compreso come persona e non solo come portatore di una malattia? Quanto pensa che sia stato dato spazio all’ascolto dei propri bisogni esistenziali? Quanto percepisce che anche la propria storia conti e non solo i suoi numeri?

Per mettere al centro l’unicità di ogni percorso di cura nasce il progetto PERLA, la prima certificazione della cura a misura di persona. L’obiettivo è mettere al centro la relazione e i bisogni, misurando l’efficacia clinica delle prestazioni sanitarie ma anche il grado di personalizzazione psico-sociale della cura.

PERLA è una certificazione della cura a misura di persona che si basa sul punto di vista di chi ha avuto accesso ad una qualsiasi prestazione sanitaria in una specifica area clinica, dalla visita specialistica al ricovero.
Attraverso un questionario, distribuito nei reparti aderenti all’iniziativa, le persone che hanno avuto accesso alle prestazioni sanitarie, potranno valutare il grado di personalizzazione del proprio percorso.

Il progetto è stato presentato a Roma lo scorso 10 aprile, appuntamento a cui hanno preso parte decisori istituzionali, medici, infermieri e associazioni di pazienti. La presentazione completa è disponibile a questo link

Basandosi sul punto di vista di chi ha avuto accesso ad una qualsiasi prestazione sanitaria in una specifica area clinica, dalla visita specialistica al ricovero, il board scientifico di PERLA si impegna ad assegnare una certificazione alle strutture cliniche che ottengono punteggi ottimali nella performance clinica, in specifiche aree terapeutiche.

PERLA si propone tramite queste attività di:

  1. Favorire una presa in cura non più basata solo sulla malattia in senso clinico (disease), ma anche sui vissuti soggettivi (illness) dei pazienti, valorizzando le metodologie della medicina narrativa;
  2. Affiancare la misura dell’efficacia clinica delle prestazioni con il grado di personalizzazione psico-sociale della cura, favorendo la diffusione di un patto narrativo della cura;
  3. Valorizzare e certificare la cura a misura di persona, rilevando il punto di vista di chi ha avuto accesso ad una qualsiasi prestazione sanitaria in una specifica area clinica, dalla visita specialistica al ricovero.
  4. Rilanciare l’importanza della diffusione dell’ascolto narrativo e dei PROMS e PREMS.

PERLA è un progetto promosso da EDRA S.p.A. e DNM-Digital Narrative Medicine, e si avvale delle competence Dott.ssa Stefania Polvani, sociologa e Presidente di SIMeN, una delle massime esperte di medicina narrativa in Italia e di un Board Scientifico, che riveste il ruolo di advisor metodologico per la progettazione del percorso di certificazione. Il Board, presieduto e coordinato dal Dott. Antonio Gaudioso, è costituito da KOL di alto profilo e con una solida esperienza nell’ambito. Accanto al Board, il Comitato delle Associazioni Pazienti, coordinato dalla dott.ssa Annalisa Scopinaro, ha un ruolo chiave nella progettazione e nel test del questionario che verrà utilizzato per la certificazione.

Stefania Polvani ha sottolineato il ruolo di questo strumento nel promuovere una cura centrata sulla persona. La medicina narrativa consente – ha spiegato – una comunicazione efficace e una relazione di fiducia tra pazienti e operatori sanitari, migliorando l’efficienza delle cure. “Nei tempi recenti abbiamo visto che dà vantaggi e risultati anche per le istituzioni e per le organizzazioni”. Nel percorso di cura, infatti, può fare la differenza “attivare uno strumento semplice e a portata di mano come, per esempio, l’ascolto attivo e consapevole. In questo modo si può creare una medicina basata sulle storie, affinché ogni persona diventi protagonista della propria salute”.

Maggiori informazioni sono disponibili sul sito https://www.certificazioneperla.it/

 

Sul salasso

Abbiamo detto qui cosa era e perché veniva praticato il salasso, prassi molto diffusa durante una visita medica, non con fini diagnostici, ma per profilassi e scopi terapeutici, praticato con flebotomia.

Sebbene il trattamento fosse tutt’altro che piacevole e non privo di conseguenze dolorose e varie potenziali complicanze, tra le quali anche la morte, il salasso fu molto in voga nell’antichità, fino ai primi decenni dell’Ottocento, sia tra i ceti più umili, che quelli più abbienti.

Divenendo ben presto anche una cospicua fonte di guadagno per i medici, veniva prescritto molto spesso senza alcun motivo preciso, semplicemente era ritenuto utile a scopo precauzionale, per far sì che il sangue venisse rinnovato velocemente: durante questa pratica si rimuovevano dal circolo sanguigno circa 500 ml di sangue (ma alcune fonti documentano anche fino a due litri, in caso di pazienti corpulenti!) e si credeva che in questo modo defluissero via gli “umori cattivi” responsabili delle malattie, oltre al fatto che c’era credenza che il sangue non defluito “ristagnasse” nel corpo umano e creasse disagi fisici; la pratica era quindi prescritta con molta frequenza, al primo sintomo di una non ancora accertata malattia.

Il prelievo di così tanto sangue da indurre una sincope (svenimento) era considerato benefico, e molte sessioni venivano concluse solamente quando il paziente cominciava a perdere i sensi.

Alla fine del Seicento, venne introdotto il cosiddetto “scarificatore“, ossia un ingegnoso apparecchio, che consisteva in una scatola di ottone o argento, dalla quale spuntavano a molla delle lame mobili, azionate da una levetta a scatto; la profondità del taglio nella cute, poteva essere anche regolata tramite una vite.

Tra fine Settecento e inizi Ottocento, il fisiologo francese François Broussais (1772-1838) incentivò l’utilizzo delle sanguisughe, già utilizzate fin dall’antichità, ma più raramente: fu così che milioni di questi anelidi ripugnanti vennero importati in Francia, mentre diverse personalità mediche dell’epoca si scontrarono con Broussais iniziando a teorizzare e dimostrare che il salasso non solo era inefficace per la cura di varie patologie, ma anche che la perdita copiosa di sangue fosse dannosa alla salute.

In molti ritengono che, sebbene il salasso potesse rivelarsi salutare per l’alta società, che viveva di larghi abusi alimentari, tante morti dell’antichità sarebbero state favorite e accentuate dai continui salassi che indebolivano popolazioni già stremate da a malnutrizione e malattie; celebre è il caso di George Washington, che fu trattato con salasso in seguito a un indisposizione: gli furono prelevati quasi 1,7 itri di sangue, contribuendo alla sua morte per infezione alla gola nel 1799. Lo stesso Re Luigi XIV subì trentotto salassi (oltre ad essere purgato circa duemila volte).

Una simpatica e caricaturale filastrocca è assai esaustiva sulle ampie aspettative che i medici dell’antichità riponevano nella pratica del salasso (ma anche dei clisteri), e spiega di conseguenza il suo largo uso, per qualsiasi malattia, e anche senza motivazione: “Siete afflitti dalla febbre quartana? Da calli ai piedi o dalla mattana? Allo spirito o al corpo avete dolori? Soffrite di dentro o soffrite di fuori? Purghe, salassi e clisteri abbondanti, o creperete o ne uscirete esultanti”.

A surgeon binding up a woman’s arm after bloodletting. Oil painting by Jacob Toorenvliet, 1666.
Toornvliet, Jacob, 1635-1719


Data la sua larga diffusione, la pratica compare in alcune opere d’arte, soprattutto seicentesche: il dipinto dell’olandese Jacob Toorenvliet (Il salasso, 1666), forse il più noto a tema, ci propone un dottore intento nella fasciatura del braccio della paziente, che è appena stata sottoposta a un salasso.

Quiringh van brekelankam, il salasso, 1660

L’opera del conterraneo Quiringh van Brekelenkam (Il salasso, 1660 circa) risulta interessante poiché stavolta, a praticare la terapia non è un medico, bensì una donna anziana, testimonianza di come il salasso venisse svolto anche da personale “non qualificato”, ma in ambito casalingo da familiari più “esperti”.

Tra le tante decantate potenziali virtù del salasso, la convinzione che prevenisse gli aborti, così la giovane donna raffigurata potrebbe facilmente essere incinta.