Perché veniva praticato il salasso

Nel quadro della fisiologia e della patologia umorali inaugurate da Ippocrate ed elevate a compiuto sistema da Galeno, furono ereditate dai secoli successivi e dominarono praticamente incontrastate tutto il pensiero medico sino al Seicento e oltre, la terapia non poteva e non doveva essere che terapia evacuante.

L’obiettivo primario era, infatti, quello di aiutare la vis medicatrix naturae, la forza terapeutica della natura, ad eliminare, ad evacuare la materia peccante, ossia l’umore in eccedenza che determinava la malattia.

Per conseguenza, accanto ai diuretici, agli emetici, ai lassativi, ai diaforetici, rimedio evacuante per eccellenza fu il «cavar sangue», ossia il salasso o flebotomia (dal greco phlébs-phlebós = vena + tomé = taglio, incisione).

La tecnica del salasso fu oggetto di indagini vastissime e ad essa si dedicarono trattati su trattati sia in greco che in latino che in arabo nella letteratura medica del Medio Evo, del Quattrocento e del Cinquecento. In essi, oltre all’indicazione di tutti i casi nei quali è salutare la flebotomia, si indicavano i punti ottimali ove praticarla (la vena mediana basilica, la vena pedidia, ma più raramente), previa applicazione di un laccio a monte del punto da incidere (generalmente a metà braccio, come ancor oggi si fa per le iniezioni endovenose, o a metà coscia). Inoltre si consigliavano anche forme più blande di salasso quali l’applicazione di sanguisughe e di coppette.

A surgeon binding up a woman’s arm after bloodletting. Oil painting by Jacob Toorenvliet, 1666.
Toornvliet, Jacob, 1635-1719

Nel Seicento si cominciò a combattere energicamente la pratica del salasso, addirittura compiendo l’operazione opposta, ossia eseguendo i primi tentataivi-qualche volta persino riusciti! – di trasfusione di sangue.

La prima trasfusione sarebbe stata felicemente eseguita nel 1665 da Richard Lower (1631-91) fra due cani e poco dopo Jean Baptiste Denis (1620 ca.-1704) sarebbe riuscito a trasfondere, altrettanto felicemente, il sangue di un agnello ad un uomo.

Gli insuccessi che seguirono fecero, tuttavia, abbandonare la trasfusione che, ripresa con bagaglio di ben più ampie conoscenze scientifiche più di due secoli dopo, avrebbe trionfato.

Ma ancora nel secolo scorso il salasso ebbe degli esaltanti cultori, fra i quali va ricordato soprattutto Giovanni Rasori che, mettendo in pratica la sua teoria del controstimolo e, quindi, salassando sia i feriti affidati alle sue cure durante l’assedio di Genova (1800), sia i colpiti dall’epidemia di tifo petecchiale che infuriò nella città in quell’occasione, provocò sicuramente più vittime di quante non ne avrebbe provocate la malattia e di quante ne abbiano fatte cadere le cannonate austriache.

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