La terra delle donne


A cura di Patrizia Santinon
Dati sul film: regia di Marisa Vallone, Italia 104’
Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=ug9wBSy4UBg

“Non è sarda la regista”, questo mi annuncia un amico, diffidando del prodotto di Marisa Vallone. Poco prima della proiezione arriva il contributo telefonico di Paola Sini, sceneggiatrice e protagonista della pellicola nei panni di Fidela.

Sini racconta che per esprimersi bisogna partire, lasciare l’isola e patire la nostalgia senza la quale le memorie affettive e relazionali andrebbero perdute: lei stessa si racconta giovane ragazza a Bologna che nel tentativo di diluire la sua “sardità” soffoca in un iperadattamento mutilante.

Fidela, l’ultima nata dopo altre sei figlie femmine, viene ripudiata in quanto segnata dalla maledizione leggendaria della settima figlia. C’è qualcosa che non va in quella sfortunata coincidenza di un’ulteriore femmina che è definita coga, in sardo strega: come nei processi per stregoneria viene denunciata l’incomprensibilità di una soggettività imprevista che, proprio perché tale, non può essere perdonata.

Fidela insegna alla sorella Marianna come immergersi nella natura: un nuovo battesimo l’ha consegnata dalla morte sociale, come soppressione identitaria sensa il riconocimento dell’altro,alla vita in un’immagine preraffaelita che ricorda l’Ophelia di Millais.

Fidelia sa immergersi nella natura partecipando ad una cosmologia benevola e crudele a un tempo. La sua storia è forse un contrappasso necessario per la felicità della sorella Marianna, l’unico membro della famiglia d’origine che si prende cura di lei, ribellandosi al dettame familiare di ripudiare la coga e con essa l’impudicizia della libertà femminile. Si incaglia poi nell’impossibilità di vivere diversamente una maternità che non viene secondo natura, di sublimare, con il peso di un destino radioso disposto per lei come una gabbia.

L’erotizzazione della tristezza paralizza la sorella di Fidela così come il desiderio frustrato di ritorno alla madre di James, straniero che arriva sull’isola al seguito di Marianna dopo la sua esperienza in continente, e la natura sessuale del desiderio nostalgico diventa violenza sulla donna.

“Il titolo ‘La terra delle donne’ è un omaggio al potere ancestrale legato al mondo del femminino” afferma la regista, “da qui però scaturiscono altre riflessioni di tipo socio-culturale sulla definizione del ruolo della donna, tutt’oggi martoriato dalle aspettative degli altri, dalla misoginia e dalla violenza più o meno esplicita.

I destini di Fidela e di Bastiana si intrecciano  nei luoghi incantati di una Sardegna a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, in cui la sardità maturata di Sini esplode come una necessità geografica dello sguardo, con un’idea di stratificazione e di trasformazione di un’identità culturale ancorata nella geografia e costruita nella storia come insieme di contaminazioni e nuovi adattamenti.

Fidela dai lunghi capelli di medusa è narratrice della sua storiaa partire da una personale esperienza del mondo nel paese piccolo e infido che la circonda. Nel suo resoconto rapsodico e incantato di bambina di fronte agli eventi del quotidiano non è sostenuta da uno sguardo amorevole e adulto, non viene riconosciuta dalla madre né fotografata. Non esiste perchè non è percepita. La cifra del narrare è profondamente miscidiata di eventi plurali, religione e animismo, attesa messianica e apocalisse identitaria: il miracolo della nascita di Fidela come madre di Bastiana, come donna che può essere toccata, rispettata, amata accade come rigetto di un destino che la vuole coga-strega e niente altro. L’arrivo di contaminazioni nuove, il fotografo che cattura le immagini che rubano l’anima, il medico Mamoto che studia la longevità e la fecondità, meticciato a sua volta di scienza e medicina tradizionale, produce una stratificazione nuova: il linguaggio della pellicola così come la musica di Giampietro e Siciliano colgono il sedimento profondo di una situazione sociale che sembra chiusa e impenetrabile ma anche la sua natura contaminata e mutevole.

Come per Bonaria Urrai, l’accabadora, colei che finisce” e Maria, sua figlia adottiva o “Fill’e anima”, ovvero “Figlia dell’anima”, le due donne trovano fino ad un certo punto “un modo meno colpevole di essere madre e figlia” come scrive Michela Murgia ad un certo punto del suo romanzo.

Fidela come la papessa Giovanna (la versione della leggenda più latamente accettata colloca Giovanna a capo della Chiesa nel biennio 853-855 quando, in realtà, sul trono di Pietro sedeva Leone IV) si dedica all’apprendimento e agli altri, diventa madre, acuisce il timore della sovversione al femminile della societas christiana. A questo proposito, Franco Cardini osserva che“le streghe non hanno né scrittoio, né biblioteca, ma le loro conoscenze, come l’insegnamento a Roma di Giovanna dimostra, era diffuso mediante una tradizione verbale”. Bastiana, novella Giovanna d’Arco, figura storica stavolta ed eroina della riscossa francese durante l’ultimo periodo della Guerra dei Cent’Anni contro l’Inghilterra, agisce in campo laico, appropriandosi di prerogative esclusivamente maschili come indossare la corazza, imbracciare le armi proprio come Bastiana che indossa il pantalone per fotografare meglio.  

La terra delle donne racconta la capacità delle donne di spezzare la catena transgenerazionale dell’inquisizione e della punizione, di costruire un sapere connotato al femminile e messo a disposizione di tutte: ricordiamo la romana Finicella, bruciata sul rogo per aver aiutato molte sue contemporanee a interrompere gravidanze indesiderate.

Si tratta qui non di speculazioni teoriche ma di un saper faretramandato in maniera pressoché invisibile, non affidato alla tracciabilità della parola scritta: una pratica femminile considerata pericolosa e da perseguitare con ogni mezzo per la sete metaforica di sapere che alimenta e che insidia il monopolio maschile della cultura, non sempre al servizio dei bisognosi ma molto assai spesso forma di potere e negazione di confronto.

14 dicembre 2023, giorno dell’intitolazione della sala di lettura dell’Univesrità per Stranieri di Siena a Michela Murgia

Bibliografia

Cardini F. (1986), Magia, stregoneria, superstizioni, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1986,  59-60.

Le parole della regista Vallone sono tratte da un’intervista della Fondazione Sardegna Film Commission del 2023

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