Medicina italiana nell’Ottocento

Nella prima metà dell‘Ottocento in Italia si ebbe una grave crisi della medicina, legata a motivi vari, compreso quello politico, per la presenza dei moti risorgimentali.
Tuttavia, anche in quest’epoca si svolse un‘attività di un certo rilievo ad opera di alcuni medici, fra cui emerse Maurizio Buffalini (1787—1875) che, esente dai pregiudizi «vitalistici» allora ancora in auge, sostenne l‘«organicismo integrale solidistico e umorale» che trovò, poi, una conferma nell‘istopatologia e nella biochimica del secondo Ottocento.

Sul finire dell‘Ottocento e nei primi decenni del presente secolo si ebbe, però, una rinascita della medicina italiana, che portò alla comparsa di numerose scuole mediche universitarie.
Nella Scuola romana si distinse Guido Baccelli (1832—1916), umanista e medico di alto valore, che si occupò di semeiologia, di malariologia, di patologia del cuore e dei vasi e di sociologia. La Scuola napoletana venne illustrata da: E. De Renzi (1839—1921), studioso del diabete e della tubercolosi polmonare; A. Cardarelli (1831—1926), clinico arguto, il cui trattato «Lezioni scelte di clinica medica» (1907—1916) costituì un testo classico della medicina del primo Novecento; P. Castellino (1846—1934), primo fautore dell‘introduzione in terapia dei preparati di fegato. Nella Scuola bolognese fu personaggio preminente A. Murri (1841—1932), sostenitore dell‘indirizzo fisiopatologico della medicina e dotato, al letto del malato, di un acume clinico e di una logica stringente («occhio clinico»).
Nella scuola padovana eccelse Achille De Giovanni (1838—1916), fondatore della Scuola neocostituzionalistica italiana; ed in quella fiorentina P. Gracco (1856—1916). Nella Scuola pàvese spiccarono Carlo Forlanini (1847—1918)  ideatore del pneumotorace artificiale terapeutico per il trattamento della tubercolosi polmonare (suo il ritratto di copertina) e Adolfo Ferrata (1880—1945), fondatore della moderna e gloriosa Scuola ematologica italiana.

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