La chirurgia nel Seicento

Nel Seicento mentre l’anatomia – e in misura minore la medicina – fecero dei progressi, la chirurgia rimase quasi dovunque stazionaria per motivi diversi a seconda delle nazioni.
In Italia la causa di questa temporanea stasi nello sviluppo nel progresso della chirurgia fu causata da motivi di ordine morale e sociale. Le crisi economiche, le guerre, le discordie interne, il decadimento delle università, impedirono probabilmente alla chirurgia di seguire di pari passo il sorprendente progresso che conobbero invece di l’anatomia italiana e in parte anche la medicina.

Ma a questi motivi va inoltre aggiunto anche quello rappresentato dalla persistenza di un elevato numero di “chirurghi empirici” che per il loro comportamento medico e professionale non sempre corretto, continuarono screditare questa professione, mantenendo la figura del chirurgo sempre in subordine rispetto quella del medico.
Come nel secolo precedente, accanto ai chirurghi empirici esercitavano la chirurgia un ristretto numero di medici ed i chirurghi anatomici di origine universitaria, fra cui emersero ma Marco Aurelio Severino (1580 – 1656) chiamato da alcuni storici il rigeneratore della chirurgia italiano e Cesare Magati (1579 – 1647).

Il Severino, professore di anatomia e chirurgia dell’Università di Napoli, fu un abile chirurgo che seppe dare un grande impulso di interventi chirurgici audaci.

Eseguì la tracheotomia, di cui di cui fu uno strenuo sostenitore, durante le epidemie di difterite. A lui si deve l’introduzione dell’anestesia locale da pergiferazione, che otteneva con la frizione di neve mescolata al sale.

Si laurea in medicina nell’Università di Salerno “il più antico e rinnomato Collegio Medico d’Europa (come nota orgogliosamente egli stesso)”. Nel 1622 è nominato direttore della Cattedra di Anatomia e Chirurgia nell’Ateneo napoletano, nonchè Capo Chirurgo Ordinario nel Nosocomio degli Incurabili, dove introduce nuove iniziative, nuove teorie, nuove pratiche e nuove strumentazioni chirurgiche. Nel campo della pratica chirurgica è uno dei primi ad operare di tracheotomia, pratica che utilizza ampiamente nell’epidemia di difterite che si verifica a Napoli durante la sua permanenza. La notorietà che gli deriva dall’attività e capacità di Chirurgo, lo pongono al centro dell’attenzione degli ambienti medici e chirurgici del tempo, non solo napoletani, ma internazionali, per cui nell’Ateneo Partenopeo arrivano medici da tutta Europa e specialmente dalla Germania.

Scrisse numerose opere chirurgiche, “Sulla natura degli ascessi”, stampata a Napoli nel 1632, “Sull’efficacia della medicina”, stampata a Francoforte nel 1646 e quella “Sulla chirurgia” stampata pure a Francoforte nel 1653, con le quali cercò di sollevare la reputazione della chirurgia.

Severino è considerato infatti il ricreatore della chirurgia italiana. In un periodo di ciarlataneria e di chirurgia eseguita con “ferro e fuoco” egli propone tecniche innovative e meno cruente attirandosi l’odio e l’invidia dei colleghi. Severino si difende con l’opuscolo: “Il Medico al rovescio el desinganno del medicar crudo”. E’ incarcerato e poi costretto a fuggire a Roma, ma viene richiamato a Napoli ed accolto con grandi onori. Durante un’altra epidemia di peste che colpisce Napoli nel 1656 è nominato Presidente del Collegio Medico incaricato di accertare la natura del male, detto “Morbo corrente” , che già nel giugno dello stesso anno uccide mediamente duemila vittime al giorno. Malgrado le sollecitazioni e pressioni di amici di allontanarsi da Napoli, dove il problema dominante era ormai diventato solo quello di allontanare i cadaveri, non vuole abbandonare la città.

I medici allora vestivano una particolare toga, che avrebbe dovuto proteggerli dalla malattia.

Marco Aurelio Severino muore di peste il 12 luglio 1656.

 

Lascia un commento