Pulci, pidocchi e malattie

Pulci, zecche, pidocchi: le grandi epidemie di peste, come quella della peste nera nel Medioevo, mietevano molte vittime causate da roditori, sovrappopolazione urbana e cattive condizioni igieniche. Proprio la scarsa igiene rappresenta il contesto ideale per la proliferazione dei batteri che causano la peste diffusi dalle pulci di ratto, che possono trasmettere l’infezione all’uomo attraverso le punture. In caso di contatto diretto con un animale infetto, l’uomo può contrarre l’infezione anche attraverso una ferita cutanea. Raramente, l’infezione si trasmette da persona a persona attraverso l’inalazione di goccioline diffuse con la tosse o gli starnuti. La diffusione tra esseri umani, di solito, si verifica soltanto tra gli individui che vivono con o accudiscono un paziente affetto da peste polmonare.

Presenti nell’arte senza mai essere stati rappresentati direttamente, pulci e pidocchi sono un tema ricorrente in molti dipinti, a partire dal Seicento, grazie alla diffusione della cosiddetta “pittura di genere”, volta a ritrarre, come mai si era visto prima, scene di vita quotidiana, interni di abitazioni anche umili, e attività legate al popolo. In questa crescente esigenza di realismo, svelare anche i momenti più intimi e riservati, ma spesso anche i bassifondi della società e le misere condizioni di vita, si collocano opere che consentono di vedere momenti finora riservati, offrendo uno spaccato anche di quelle che erano le situazioni igieniche e abitative dell’epoca.

Così, anche il rito dello spidocchiamento, tanto diffuso nel passato, assurse a dignità nelle narrazioni di cronaca da parte degli artisti che inseguivano il canone della realtà, e gli insetti vennero assai citati anche in letteratura e in poesia, con vesti più o meno satiriche.

Pulci e pidocchi facevano parte di un contesto sociale in cui le condizioni igienico—sanitarie favorivano decisamente il loro proliferare, perciò, madre o nonna, nessuna donna di casa poteva esimersi dal compito di passare attentamente in rassegna le capigliature della famiglia durante le ore tranquille, e di solito, il compito di rimuovere i pidocchi era legato all’anzianità della persona, attività sempre e comunque a prerogativa femminile.

In molti villaggi esisteva persino una figura professionale, quella della “spidocchiatrice”, che aveva il compito di tenere il più possibile questi fastidiosi insetti ematofagi lontani dalle teste delle persone. Al di là del prurito immediato, essi erano potenziali portatori di malattie ben più gravi: la già citata peste e il tifo, la cui infezione è generalmente trasmessa dai pidocchi quando le feci penetrano nell’organismo attraverso le lesioni cutanee o, talvolta, attraverso le mucose degli occhi o della bocca.

Il dipinto di Giuseppe Maria Crespi (Cercatrice di pulci, 1720 circa), il quale dedica diverse opere al tema dello spidocchiamento e delle pulci, fissa un momento in cui le pulci stravolgono spiacevolmente il benessere e l’igiene della donna rappresentata, che, al suo risveglio si gratta per scacciare gli insetti invadenti; la protagonista è colta nell’intimità della sua camera da tetto, in un ambiente disordinato.

Giuseppe Maria Crespi (Cercatrice di pulci, 1720 circa)

Opere molto frequenti, come quella dell’olandese Gerard ter Borch (Madre che spidocchia la figlia, 1652) vanno oltre il gesto meccanico di rimuovere i parassiti dai capelli di figli e nipoti, quando i rimedi o meno fantasiosi non funzionavano, ma testimoniano anche l’affetto che legava i protagonisti del quadro tratti in tranquilli momenti di intimità familiare.

Gerard ter Borch (Madre che spidocchia la figlia, 1652)

Il dipinto dello spagnolo Bartolomé Esteban Murillo (Quattro personaggi, 1655—60) già molto interessante poiché mostra una delle rare apparizioni di occhiali nella storia dell’arte, riporta una scena scherzosa (come rivela il ragazzo che sorride a sinistra), che si riferisce allo spidocchiamento di un bambino: dallo stesso disturbo sembra afflitta la giovane donna che si sta togliendo il panno dai capelli e che fa una smorfia, forse infastidita dal prurito. La nonna (o la mamma) interviene con sapienza, inforcando occhiali che consentono di mettersi minuziosamente all’opera nonostante la presbiopia, legata all’età.

Bartolomé Esteban Murillo (Quattro personaggi, 1655—60)

Anche il dipinto del fiammingo Michiel Sweerts (Ragazzo che dorme e uomo che si spulcia, 1650 circa) ritrae un uomo intento nello scacciare insetti molesti dal proprio corpo, all’aperto, anche se stavolta si tratta di pulci. 

Michiel Sweerts (Ragazzo che dorme e uomo che si spulcia, 1650 circa)

Contrariamente a quel che può sembrare, pulci e pidocchi non infastidivano soltanto le classi sociali più umili, anzi interessavano anche i ceti più abbienti, persino la nobiltà, in periodi storici nei quali, evidentemente, l’igiene e la pulizia non dovevano sembrare poi così importanti, nemmeno all’interno dei sontuosi palazzi nobiliari. E così, dal momento che l’acqua e il sapone non parevano la strada più facilmente percorribile, e gli odori pesanti venivano “coperti” con essenze e profumi, i ceti sociali più alti (perlomeno le donne), potendoselo permettere, pensarono di risolvere il problema dei parassiti con uno stratagemma assai curioso: a cavallo del Cinquecento, l’abbigliamento femminile si arricchì di un nuovo, quanto mai bizzarro, accessorio di moda, la cosiddetta “pelliccia da pulci”, indossata anche in estate, poiché non serviva per riparare dal freddo, ma aveva lo scopo di attirare pulci e altri insetti molesti, così da lasciare “libera” la dama che la indossava.

Mercurio: rimedio o malattia?

il mercurio ha trovato impiego terapeutico e solo in tempi recenti ne è stata dimostrata la tossicità

Mercurio e composti di mercurio sono stati usati abitualmente nella terapia della medicina allopatica per secoli. Il mercurio, fin da tempi remoti, ha suscitato interesse e curiosità, forse per il suo insolito aspetto: il suo colore ricorda quello dell’argento ed è il solo metallo che si presenta liquido a temperatura ambiente.
Il suo nome deriva da quello del pianeta Mercurio, con cui gli alchimisti mettevano in relazione il metallo. È citato per la prima volta da Teofrasto nel 300 a.C. ma è stato ritrovato in tombe egizie del XV sec. a.C. ed era noto in età altrettanto antiche in Cina e India; già nei primi tempi del suo uso erano conosciute alcune sue proprietà terapeutiche.

Gli effetti dell’inalazione del vapore di mercurio e degli effetti tossici dell’ingestione furono descritti per la prima volta da Dioscoride (c.40-c.90 dC), un chirurgo dell’esercito greco al servizio dell’imperatore romano Nerone (54-68 dC). Dioscoride compilò la prima farmacopea, De Materia Medica, descrivendo quasi 600 piante insieme a sostanze chimiche usate in medicina. Lo studioso e medico persiano Ibn Sīnā, noto come Avicenna (980-1037), ha documentato paralisi, cecità, spasmi muscolari, alito cattivo e tremori a seguito della respirazione di fumi di mercurio.
Stranamente, per secoli e secoli, si ritenne che il mercurio ed i suoi composti avessero proprietà benefiche: fu usato come farmaco e cosmetico. Il mercurio e i suoi composti sono stati applicati localmente, inseriti, iniettati, ingeriti e inalati.

Il mercurio fu molto utilizzato dal medico e alchimista Paracelso, che introdusse farmaci elaborati nel suo laboratorio: l’utilizzo di sostanze metalliche e minerali – in particolare l’antimonio e il mercurio – per la preparazione di farmaci segnarono una novità importante, nonostante i pericoli per i pazienti. Il mercurio, ad esempio, pur essendo una sostanza velenosa, era usata come unguento nelle malattie della pelle e considerata il miglior trattamento per la sifilide. Nel XVI secolo, l’inalazione di mercurio divenne una terapia popolare per la sifilide, nei cosiddetti “Ospedali degli Incurabili” che si erano diffusi in quasi tutte le città, e rimase in uso almeno fino al 1928.

Museo “Tommaso Campailla” che conserva le stufe e il teatro del medico e filosofo settecentesco, nell’antico palazzo del XVI secolo che accoglieva il primo ricovero della città, il Santa Maria della Pietà, poi trasformato in “sifilicomio” e infine in ospedale

Da segnalare ad esempio l’utilizzo del mercurio per inalazione, tramite le botti (o stufe mercuriali) ideate da Tommaso Campailla (1668-1740): i pazienti, completamente all’interno della botte, potevano respirare la miscela di mercurio e incenso, che agiva in modo sottocutaneo, uccidendo i germi diminuendone la carica patogena; spesso si ottenevano delle guarigioni, a volte anche definitive, che, all’epoca, venivano considerate quasi miracolose.

“[…] Dopo la cura mercuriale col metodo Campailla, si può assistere a delle rinascite complete di individui ridotti in condizioni impressionanti di cachessia o con lesioni tali da rendersi impossibile qualsiasi intervento curativo per via percutanea o ipodermica”

La fotografia (fonte: The Burns Archive Photo of the Week) mostra un inalatore di mercurio degli anni ’20. Non stupirà, quindi, scoprire che fino a tempi relativamente recenti, l’intossicazione da mercurio, ossia l’idrargirismo, era di frequente riscontro.

Alla fine degli anni ’10, una rinascita dell’inalazione di mercurio per il trattamento della sifilide ha portato i ricercatori a conoscere i veri effetti del mercurio inalato sul corpo. I medici consideravano la terapia inalatoria come il modo più semplice, sicuro, meno dannoso e più piacevole per somministrare il mercurio.

Il medico di Brooklyn Jacob Gutman, preoccupato per il crescente numero di medici che curavano la sifilide raccomandando la terapia e la mancanza di studi sull’inalazione, iniziò uno studio utilizzando cavie. I risultati furono drammatici. All’esame macroscopico post mortem, il tratto gastrointestinale mostrava i maggiori cambiamenti con marcata congestione e i reni erano ingrossati con evidenti cambiamenti diffusi nel parenchima. Nel 1923 pubblicò le sue scoperte sull’American Journal of Syphilis, “Gli effetti dell’inalazione di mercurio sull’organismo”, mostrando chiaramente gli effetti distruttivi dell’inalazione di mercurio. Alla fine degli anni ’20, i cambiamenti patologici nel rene dovuti al mercurio attraverso tutte le vie di somministrazione furono definitivamente stabiliti.

Diabete: 100 anni di insulina

giornata mondiale del diabete

Il 14 novembre è la giornata mondiale del diabete, patologia cronica che colpisce oltre 400 milioni di persone nel mondo. Il termine diabete significa «passare attraverso» e l’enciclopedia Treccani lo definisce un termine usato in passato per indicare una condizione morbosa caratterizzata da eccessiva e durevole eliminazione di urina, e nella medicina odierna per indicare l’esistenza di particolari alterazioni del ricambio, che possono manifestarsi o con il solo aumento della diuresi o anche, e soprattutto, con la abnorme presenza nelle urine di determinate sostanze.

Furono i medici dell’antico Egitto e dell’India tra i primi a diagnosticare il diabete nei loro pazienti dall’eccesso di zucchero contenuto nell’urina più di 3.500 anni fa. La diagnosi richiedeva l’assunzione di una bevanda nociva. In effetti, il diabete è stata una delle prime malattie ad essere descritte: un antico manoscritto egiziano risalente al 1500 a.C. descrive la malattia come “un eccessivo svuotamento dell’urina”, mentre nel 50 a.c. Susruta, famoso medico e chirurgo indiano, descrive casi di persone che urinavano molto e la cui urina attraeva le mosche ed era di sapore dolce.

Disputatio inauguralis medica, de diabete … / [David Eckolt].
Eckolt, David, active 1662-1663.
La scoperta di questa malattia nell’uomo si deve a Thomas Willis che nel 1674 rilevò il sapore dolce dell’urina di certi diabetici, la quale fu poi sottoposta alla fermentazione dello zucchero da F. Home. Numerosi sono i trattati dedicati al diabete nella storia della medicina e una sintesti della storia di questa patologia è disponibile qui

Traité du diabète : diabète sucré, diabète insipide / par le Dr. Lecorche.

Dissertatio medica inauguralis de diabete mellito … / eruditorum examini subjicit Daniel V. Burton. 1819

Ma da ricordare è il centenario della scoperta dell’insulina: un secolo fa, a Toronto, i fisiologi canadesi Frederick Banting (1891-1941) e Charles H. Best  (1899 – 1978) allestiscono estratti pancreatici ricchi di insulina che riducono la glicemia quando iniettati a cani resi diabetici con la rimozione del pancreas.
L’insulina è un ormone prodotto dalla componente endocrina del pancreas, che subisce un processo bio-chimico molto complesso prima di diventare “perfetta”. La funzione principale dell’insulina consiste nel metabolizzare il glucosio presente nel sangue, ma ne svolge anche altre: sintesi del glicogeno, trasporto di aminoacidi e glucosio, sintesi degli acidi nucleici, sintesi proteica, conversione del glucosio in trigliceridi.
La scoperta dell’insulina è legata al nome di Nicolae Constantin Paulescu, uno scienziato rumeno originario di Bucarest, che ha ottenuto il brevetto per aver scoperto la “Pancreina”.
Ma è qualche tempo dopo che avviene grazie a Frederick Banting  il primo esperimento condotto con successo su un cane pancreatectomizzato e il 12 dicembre 1921 la scoperta sensazionale venne annunciata. Dopo questa scoperta R. D. Lawrence, fondatore della British Diabetic Association, scrive: «Il diabetico non soffrirà mai più la fame o la sete. Ora può scegliere fra una gran quantità di cibi, secondo il suo gusto e le possibilità, e può ricavarne sufficiente energia per qualsiasi occupazione della vita quotidiana»; tutto questo per testimoniare quello che l’insulina ha rappresentato per la medicina, e per i diabetici in particolare.

Banting e Best, scopritori dell’insulina

L’11 gennaio 1922 fu condotto il primo esperimento su un essere umano, Leonard Thompson, un ragazzo diabetico di 14 anni vistosamente migliorato dopo il trattamento con quest’ormone che Banting e Best inizialmente chiamarono “isletina”, per poi mutuare il nome insulina da Schaffer.
Nel 1923 Banting riceve il Premio Nobel per la Medicina per merito di questa scoperta.

Dai Medici condotti al Servizio Sanitario Nazionale

All’ISRAL di Alessandria una mostra dedicata al ruolo del medico e della sanità nella storia

La creazione del Servizio Sanitario Nazionale, il 23 dicembre 1978, giunge dopo un percorso lungo i secoli passati, in cui il diritto alla salute per tutti ha fatto da filo conduttore nella storia d’Italia: a partire dai medici condotti, incaricati di garantire cure mediche gratuite per i poveri, passando attraverso l’assistenza sanitaria per malattie di particolare rilevanza sociale, come la malaria e la tubercolosi, giungendo poi alle Casse Mutua Malattie, il servizio sanitario pubblico si è progressivamente esteso a quasi tutta la popolazione; parallelamente si sviluppava tra i cittadini la consapevolezza del diritto all’assicurazione contro le malattie, che portò fin dalla prima metà dell’Ottocento alla creazione delle Società di Mutuo Soccorso per i lavoratori.

La Valorizzazione e la difesa del Servizio Sanitario Nazionale sono gli obiettivi di una mostra che racconta la sua storia e che oggi, con la fase di emergenza sanitaria causata dalla pandemia ne evidenzia l’importanza e l’insostituibilità. Un cammino di trasformazione che ha portato le antiche condotte mediche agli attuali servizi e presidi che garantiscono il diritto alla salute universale. Inoltre, la mostra promuove la conservazione e la conoscenza di un patrimonio di strumenti, oggetti, documenti pressoché sconosciuto, in alcuni casi unico al mondo, e spesso recuperato fortunosamente al degrado e all’oblio.

Curata dal Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospitaliera (CISO Piemonte) in collaborazione con l’Archivio Scientifico e Tecnologico dell’Università di Torino e con la Fondazione Donat-Cattin, la mostra arriva ad Alessandria dopo l’esposizione al Polo del ‘900 di Torino grazie alla ‘Fondazione Centro per lo studio e la documentazione delle società di mutuo soccorso onlus’ in collaborazione con il Centro Studi per le Medical Humanities dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria e il fondamentale supporto dell’ISRAL e il patrocinio dell’Ordine dei Medici della provincia di Alessandria.

Il Servizio Sanitario Nazionale italiano nasce dopo un lungo percorso di attenzione alla salute pubblica che ha le sue radici nei medici condotti e negli istituti di assistenza ai malati poveri, passando attraverso la riforma sanitaria del Regno d’Italia del 1888, e proseguendo verso una progressiva estensione del diritto alla salute a tutti i cittadini che si concretizza con la legge 833 del 23/12/1978: un patrimonio sociale, scientifico e politico da salvaguardare.


Franco Lupano, presidente del CISO Piemonte spiega: “La mostra seguirà il cammino del Sistema Sanitario Nazionale, che permetterà anche di illustrare il progresso della scienza medica in Italia attraverso l’esposizione di strumenti medico-chirurgici, alcuni unici al mondo, custoditi dall’Archivio Scientifico e Tecnologico dell’Università di Torino. L’esposizione sarà suddivisa in tre aree: il periodo pre e post-unitario dal punto di vista dell’assistenza sanitaria pubblica e delle condizioni sanitarie italiane, che si conclude con la riforma del 1888. Una seconda area espositiva dedicata agli sviluppi della medicina nel ‘900 in Italia, affiancati dal diffondersi del diritto all’assistenza e delle assicurazioni sanitarie, dal Mutuo Soccorso agli Istituti Mutualistici, fino all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978. Una terza area dedicata al progresso dell’assistenza sanitaria in Italia con il SSN fino ad oggi, illustrandone l’evoluzione di alcuni indicatori di salute, come la speranza di vita, la mortalità complessiva e quella di alcune patologie, per far comprendere quanto lavoro si è fatto, ma anche quanto ci sia ancora da fare, con l’obiettivo di continuare a garantire un’assistenza sanitaria equa e adeguata a tutti”.

La mostra sarà visitabile nella Galleria Guasco (via Via Guasco 49) dal 6 novembre fino a sabato 11 dicembre 2021 con i seguenti orari e le seguenti modalità di accesso: 
lunedì ore 14.30-18.30 
martedì - giovedì ore 9.00-13.00 / 14.30-18.30 
venerdì ore 9.00-13.00
sabato e domenica prenotazione obbligatoria con almeno un giorno di anticipo: comunicazione@ospedale.al.it

In collaborazione con:
CISO – Il “Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospedaliera” del Piemonte è costituito da un gruppo di ricercatori, storici e medici, con lo scopo di sviluppare le ricerche sulla storia della sanità, dell’assistenza e della medicina, e di promuovere iniziative capaci di offrire un contributo per lo sviluppo di migliori sistemi sanitari e di sicurezza sociale. Si propone inoltre di procedere alla ricognizione, alla conservazione e allo studio di fondi archivistici e librari inerenti la storia sanitaria e ospedaliera del Piemonte. Il Centro è aperto alla collaborazione con istituzioni italiane e straniere ed organismi internazionali che operano nel campo della storia della sanità, dell’assistenza, della medicina.

ASTUT – è la struttura universitaria deputata a raccogliere, conservare, studiare e valorizzare i reperti materiali testimoni della ricerca e della didattica nell’Ateneo torinese. Nato nel 1992 raccoglie nei magazzini e negli spazi espositivi strumenti, accessori, arredi, carte, fotografie, filmati, ecc. di un periodo che va dalla fine del XVIII secolo ad oggi. Le collezioni sono di continuo arricchite anche da donazioni di aziende, enti privati e pubblici e di singoli cittadini.

‘Fondazione Centro per lo studio e la documentazione delle società di mutuo soccorso onlus’ – presieduta dal professor Guido Bonfante, è un ente afferente alla Regione Piemonte il cui scopo è la tutela e valorizzazione del patrimonio storico, artistico, documentale e valoriale delle circa 400 Società di mutuo soccorso piemontesi e il progetto della mostra è stato seguito da Stefano Minerdo e Barbara Menegatti.

Centro Studi Spedalità Cura e Comunità per le Medical Humanities (CSCC) – strutturato nell’Infrastruttura Ricerca, Formazione e Innovazione (diretta dal Dr. Antonio Maconi ) ha sede operativa presso il Centro Documentazione Aziendale, con la missione di favorire la conoscenza delle Medical Humanities nella pratica clinica quotidiana e il loro insegnamento con la consapevolezza che esse tendono allo studio di tutte le forme che definiscono il rapporto fiduciario tra medico e paziente.

Ospedali: luoghi di assistenza e di cura

Il racconto della nascita e dell’evoluzione dell’istituzione ospedaliera è un intrigante viaggio in quell’universo sanitario in cui, ieri come oggi, i “fatti” medici e i “fatti” sociali si intersecano con quelli architettonici e tecnologici, con quelli legislativi ed organizzativi determinando un poliedrico insieme, caratteristico di ogni tempo e di quel tempo specchio fedele.
Salute e malattia hanno da sempre punteggiato la vita dell’uomo; la malattia in particolare rientrava in quei fenomeni di difficile comprensione contro cui agli inizi della storia non si avevano grandi mezzi per opporsi: pregare ed invocare, con l’aiuto del sacerdote di turno, qualche divinità benevola, ma anche dare fiducia alle mani, meno ieratiche ma forse più abili di chi si dimostrava disponibile, portato ed esperto ad “operare”, in prima battuta, con strumenti “terreni” e verificabili.

I Francescani assistono i lebbrosi. Codice di Monteluce, Perugia

Con il cristianesimo, ospedali ed ospizi divennero più numerosi, assumendo un carattere più caritativo, che sanitario nei confronti degli ammalati; la medicina dei tempi consisteva infatti in un insieme di pratiche magico – religiose fuse a rimedi empirici ed istintivi. Il termine “ospedale” deriva da “hospes” (ospite) in quanto i primi ospedali erano più improntati sull’accoglienza caritatevole, che sull’aspetto sanitario. Per questo gli ospedali si diffusero con il cristianesimo, con strutture ibride con luoghi di culto.
È dalla regola di Sant’Antonio, vissuto fra il 200 e il 300 d.C., che nasce la cura verso i confratelli malati: l‘assistenza ospedaliera religiosa, quindi, ha origini molto antiche, in graduale incremento. Fu il Concilio di Nicea, nel 325, a stabilire che ogni vescovato e monastero dovessero istituire in ogni città ospizi per pellegrini, poveri e malati. Gli ospedali iniziarono a moltiplicarsi ed accanto a quelli nati in seno ai Monasteri, altri sorsero per volontà di alcuni ordini religiosi (Taranto, Asti, Lucca, Bologna…) ed altri con caratteristiche invece più laiche come il S. Spirito in Roma (715), voluto da Ina, Re della Sassonia orientale, per assistere i suoi sudditi in viaggio in Italia. Fuori di Italia ricordiamo degni di nota: I’Hotel Dieu di Lione (542), I’Hotel Dieu di Parigi (700), I’Ospedale del Cairo (707), I’Ospedale dei Cavalieri di Malta a Gerusalemme (intorno all’800), I’Ospedale di Cordova (800), I’Ospedale di Burgos (1214).
La tradizione italiana risale assai indietro nel tempo, come dimostrano le radici medioevali di molte istituzioni mediche e assistenziali di età moderna: il concetto di ospedale, inteso nel senso più simile a quello attuale, nasce nel Medioevo, quando gli ammalati vengono visti dalla società non come persone da allontanare ed emarginare ma da assistere.
L’ospedale nasce dapprincipio nella forma più generica di luogo di accoglienza e di ristoro per i bisognosi, quindi viandanti, poveri, pellegrini, vedove e ammalati: in origine, infatti, questi luoghi venivano accoglievano una più ampia e variegata casistica di situazioni disagiate, prima di diventare un luogo mirato esclusivamente alla cura della salute, come lo intendiamo oggi.

Hospital for Infants in Pistoia, 1277

La nascita e l’organizzazione degli ospedali, diffusisi in Europa a partire dall’XI secolo e presenti ben presto in ogni città, si lega fin da subito, per ovvie ragioni, alla compagine religiosa: quasi sempre, infatti, queste strutture erano gestite dagli stessi vescovi o da ordini di frati, suore o confraternite, in alcuni casi anche laiche. L’opera di Domenico di Bartolo (Cura degli infermi, 1441), un affresco realizzato all’interno dell’Ospedale di Santa Maria della Scala a Siena, mostra l’interno di un ospedale, con grande attenzione e cura per le nuove regole prospettiche, appena enunciate all’epoca, che  rendono chiaramente il senso dello spazio all’interno dell’ampio locale. La scena, molto dinamica e affollata, offre uno spaccato di un momento di cura degli infermi: in primo piano, un giovane ferito e infreddolito, sta per essere curato, viene lavato e coperto, mentre dietro di lui il rettore dell’ospedale e altri inservienti, stanno valutando il da farsi. Più a destra, un frate sta confessando un altro degente, mentre prontamente sta arrivando una lettiga per il nuovo arrivato ferito. Curiosa la presenza di animali: cane e gatto, che si azzuffano in primo piano.

Domenico di Bartolo

Medesima ambientazione si riscontra nell’incisione tratta dal Regimen Sanitatis Salernitanus, un volume assolutamente dedicato al tema, risalente al XIII secolo: in un unico grande locale si assiste alla cura degli infermi, alla cucina e alla consumazione dei pasti.

Nonostante le deboli conoscenze tecniche dell’epoca, gli ospedali apparivano comunque dotati di sistemi adeguati e particolarmente accurati, quali areazione dei locali, servizi igienici, e fornitura di acqua.

Bisogna attendere il Rinascimento, perché l’assistenza ospedaliera cominci ad essere considerata non più una semplice espressione della pietà cristiana e quindi un esclusivo monopolio della Chiesa, ma anche un segno dell’impegno sociale dei regnanti, parallelamente allo sviluppo di una medicina sempre più scientifica, che quindi destasse un interesse anche più strettamente laico: l’assistenza ospedaliera cominciava ad essere considerata non più una semplice espressione della pietà cristiana e quindi un esclusivo monopolio della Chiesa, ma era anche un segno dell’impegno sociale del Re, del Principe, del signore insomma, che vedeva, tra l’altro, nella edificazione di opere anche artisticamente pregevoli, un momento dell’esaltazione del suo governo.

Il dipinto del tedesco Adam Elsheimer (Santa Elisabetta visita un ospedale, XVII secolo) apre le porte di un altro luogo di cura, di epoca cinquecentesca; è interessante notare, oltre alle condizioni igieniche non ottimali, una grande promiscuità tra i degenti e un’assoluta mancanza di riservatezza; locali ampi e lunghi corridoi: i ricoverati venivano ospitati promiscuamente e vicini tra loro, senza minime accortezze di privacy.

Saint Elizabeth of Hungary bringing food for the inmates of a hospital. Oil painting by Adam Elsheimer, ca. 1598.

L’ospedale moderno non è solo un’istituzione di tipo medico, ma risponde a una pluralità di funzioni e bisogni, alcuni dei quali di carattere simbolico, ed è stato anche un centro di attività artistiche e finanziarie. Se gli ospedali erano di solito governati da comitati composti da laici eletti o nominati dal potere politico o municipale, pervasiva è stata la presenza al loro interno di ordini religiosi e di confraternite laiche dedite all’assistenza; il riferimento alla virtù cristiana della caritas è un passaggio obbligato di qualsiasi descrizione di questo tipo di istituzione.

Il primo ospedale concepito in chiave moderna fu l’Ospedale Maggiore di Milano (noto anche come Cà Granda) progettato dal Filarete e realizzato nel 1456: il merito e la novità del Filarete sta nell’aver riempito quelle forme classiche e tradizionali di contenuti fortemente innovatori. Le infermerie vennero progettate, infatti, nelle loro superfici e cubature, tenendo presente l’obiettivo di garantire, ad un determinato numero di degenti, un idoneo “cubo” d’aria, un sufficiente spazio vitale, una corretta ventilazione ed illuminazione. Che poi certi obiettivi non fossero stati completamente raggiunti, poco importa: quello che conta è l’aver evidenziato, per la prima volta, una serie di fondamentali esigenze di “igiene ospedaliera” ed aver avanzato soluzioni logiche anche se non del tutto soddisfacenti.

L’ospedale era a pianta rettangolare, sviluppato lungo un asse centrale e con strutture porticate che ospitavano le degenze. Le infermerie contavano al massimo 40 posti, erano assicurati ricambio d’aria e illuminazione e i malati avevano accesso a dei corridoi perimetrali usati come latrine e costantemente lavati.

L’ospedale italiano è stato al centro dell’attività di curanti illustri e meno illustri, educati all’università, come i medici physici; ma è stato anche, e forse soprattutto, il luogo privilegiato di formazione e di attività dei praticanti la medicina considerati di livello inferiore, in quanto dediti ad attività ‘manuali’, come i chirurghi nelle loro diverse gerarchie e specializzazioni, i barbieri-chirurghi, le ostetriche, gli speziali, i membri degli ordini religiosi o delle associazioni devozionali laiche che si dedicavano in maniera privilegiata o esclusiva all’assistenza agli infermi.
A contatto con questi ‘altri’ curanti, i medici universitari hanno dovuto affinare la pratica e riapprenderla, anche al di là dell’istruzione formale ricevuta, e hanno così avuto preziose occasioni di incontro con punti di vista e saperi terapeutici, e perfino anatomici, fisiologici e patologici, parzialmente o totalmente diversi dalla medicina di scuola.

La “Sanità” del ‘600 e dell’700 fu soprattutto caratterizzata dalla ricerca: gli ospedali divennero centri di studi e di ricerca e già nel XVII secolo furono vere scuole di medicina e chirurgia. L’ospedale viveva quelle che erano le novità del mondo accademico in una posizione, però, abbastanza privilegiata favorendo, per certi versi, il sanarsi della storica frattura tra le due culture, da sempre separate, della scienza medica: quella umoralista del medico “doctus expertus” e quella anatomica del “cerusicus” considerato al massimo un abile artigiano.

Nel XVIII secolo la situazione ospedaliera era ancora inadeguata sia a livello di condizioni igieniche, sia a livello di numero di posti letto disponibili rispetto alla richiesta.

A nonchalant doctor dancing a jig amidst unhappy patients in a decrepit hospital ward. Coloured etching by C. Williams, 1813.

È durante la Rivoluzione francese che prende forma e si sviluppa l’idea di ospedale come oggi l’intendiamo in termini di funzioni, struttura ed organizzazione. Quale è il ruolo dell’ospedale in un progetto più ampio di tutela della salute della collettività, quale è la giusta localizzazione nel tessuto urbano, quale funzioni deve svolgere, quale è l’architettura più idonea per quelle funzioni, quale deve essere la sua organizzazione interna? Proprio alla fine del secolo venne ricostruito anche l’Hotel de Dieu di Parigi dopo un incendio e ogni scelta architettonica venne presa sulla base di esigenze igienico-sanitarie.
Per rispondere alla nuove esigenze organizzative e strutturali, sorsero in Inghilterra, in Francia, in Germania, e solo successivamente in Italia, gli ospedale a padiglioni. Oltre al fatto di avere la possibilità di confinare in strutture diverse i malati in base al tipo di malattia, eliminando, quindi, alla base il fenomeno del contagio, la nuova struttura, immersa in aree adibite a verde, permetteva anche di differenziare gli edifici in base alle funzioni, di aumentare la dotazione di ambienti di servizio, di migliorare l’esposizione, l’aerazione e l’illuminazione degli ambienti. Ogni edificio, in sostanza, aveva una sua funzione, così da aumentare anche gli spazi di servizio e ridurre il problema del contagio. In Italia l’ospedale a padiglione, ovvero con una configurazione diffusa, arrivò il secolo successivo, con l’introduzione di corridoi su cui si affacciavano camere più piccole per ospitare un minor numero di ospiti contemporaneamente.

Nell’ottocento, superata la mitologia dei miasmi si introduce con Lister, l’antisepsi, e poi le tecniche di disinfezione, di sterilizzazione; viene studiata la diversa porosità e resistenza al passaggio dell’aria dei materiali di costruzione; nei materiali di rivestimento vengono ricercate le qualità della resistenza e della facile lavabilità, dall’orientamento degli edifici e dalle scelte distributive si vorrà il massimo soleggiamento e ventilazione. II dibattito sull’ingegneria ospedaliera diventa quanto mai attuale ed i medici igienisti si proponevano, a ragione, come gli esperti della materia.
Tra il XIX e XX secolo in Italia, con lo sviluppo di una rete ospedaliera, si realizzarono i moderni ospedali a padiglioni, di dimensioni notevoli collocati nelle immediate vicinanze dei centri abitati.
Tali ospedali affiancarono quelli storici e per lo più collocati nei centri cittadini, risalenti all’epoca medievale e rinascimentale.

Oggi in Italia esiste una associazione che ha la finalità di valorizzazione questo enorme patrimonio, l’Associazione Culturale Ospedali Storici Italiana ACOSI: un nuovo organismo, originale, libero, prestigioso, per raccordare gli Ospedali storici italiani per proteggere, studiare e far conoscere uno dei “giacimenti” culturali oggi meno noti ma sicuramente più interessanti e fecondi della storia della civiltà italiana della cura delle persone. Il manifesto è disponibile a questo link.