Chirurgia e arte: una storia di secoli

“Medicina come spettacolo: aspettative del pubblico dei medici vista attraverso l’arte e la televisione” il suggestivo titolo di un articolo disponibile a questo link  a cura di Rachel Martel, ‘student at NYU Grossman School of Medicine’ come definito nella sua bio.

Il punto di partenza dell’autrice è quello della sala operatoria come palcoscenico: descrive alcuni esempi, a partire da Rembrandt fino a Eakins (che noi abbiamo descritto a questo link) da un punto di vista interessante, ossia quello della visione della risposta del pubblico e delle aspettative dei chirurghi in quel momento. “La pratica di avere osservatori durante un’operazione fornisce una lente attraverso la quale esaminare la prospettiva storica del laico sulla pratica medica. Non solo medici, studenti di medicina e membri della famiglia erano presenti durante la procedura, ma gli artisti potevano essere incaricati di immortalare l’intervento chirurgico in un dipinto”

E strettissimo è il rapporto tra gli artisti e i medici, un rapporto nel quale i primi sono chiamati a dare testimonianza e a documentare l’attività della pratica medica. Rappresentazioni che offrono un indispensabile e affascinante spaccato della società, degli stili di vita e della storia stessa della medicina. Una storia che attraverso l’arte consente di comprendere le tappe e i traguardi raggiunti.

Proprio con la figura del chirurgo è possibile effettuare un viaggio nella storia di questa disciplina considerata inferiore a quella della medicina (fin dai tempi più antichi, come si può leggere qui). Un disciplina indegna, che costringeva a sporcarsi le mani, toccare il sangue e i cadaveri: ecco che la figura del ‘barbiere-chirurgo’ essendo essi già avvezzi all’utilizzo di lame, proprio come i Norcini, ossia i chirurghi di Norcia, che esercitarono per molte generazioni l’operazione della pietra e quella della cataratta.

Va detto che prima dell’introduzione di alcune misure igieniche basilari e dell’anestesia – entrambe introdotte nell’Ottocento – l’abilità del chirurgo era dettata dalla velocità di esecuzione su interventi come l’estrazione dei calcoli, la cauterizzazione di ferite, l’asportazione di piccoli tumori e l’incisione di ascessi, fino alle amputazioni.

Un esempio di attività, con la rappresentazione dello studio del chirurgo, si trova nel dipinto del fiammingo Davis Teniers – Il chirurgo – del 1670, nel quale l’espressione dell’assistito fa emergere chiaramente il dolore dell’intervento. Ma oltre al dolore del paziente, emerge con chiarezza l’ambiente: dalla totale mancanza di ogni pratica igienica alla presenza di numerosi assistenti, che operano in abiti quotidiani e in una grande confusione.

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Physicians_by_David_Teniers_the_Younger?uselang=it#/media/File:The_Surgeon_by_David_Teniers_the_Younger
Davis Teniers – Il chirurgo – 1670

Grazie alla collezione della Welcome library possiamo invece scoprire una delle altre pratiche eseguite, ossia quella della cauterizzazione, che consisteva nel nell’arroventare un ferro e metterlo a contatto con la ferita, producendo un effetto emostatico -ma anche dolorosissimo- attraverso la bruciatura.

la cauterizzazione delle ferite – Gersdorff, Hans von, -1529.

Un’altra delle pratiche, come detto, era quella dell’eliminazione dei tumori: in questa immagine è possibile vedere l’asportazione di un tumore alla mammella di un uomo, eseguita all’interno di quello che sembra essere un salotto: siamo all’inizio dell’Ottocento, ma l’immagine appare ancora molto cruenta.


Solo grazie all’introduzione della pratica del lavaggio delle mani, con Semmelweis che intuì la trasmissione batterica attraverso le mani, e grazie a Joseph Lister con i suoi studi di batteriologia e con l’introduzione dell’acido fenico nell’ambiente operatorio, cambia anche la rappresentazione della scena operatoria.

Come poteva essere un campo operatorio è descritto nell’opera Antiseptic surgery : its principles, practice, history and results / by W. Watson Cheyne, anche grazie alla figura 23 nella quale si vede in modo chiaro lo strumento per la nebulizzazione, che consentiva un ampio spazio di disinfezione.

È bianco, segno di pulizia e igiene, il campo operatorio del teatro anatomico presente nell’opera dell’artista austriaco Adalbert Seligmann, del 1888-90 (Dr.Theodor Billroth in the Lecture Room at Vienna General Hospital) con il paziente addormentato.

Due gli elementi da sottolineare: la presenza del teatro anatomico, che ospitava studenti ma non solo, in quanto le dissezioni pubbliche sono state nei secoli veri e propri eventi mondani, come emerge anche dall’immagine di copertina di Skarbina Franz, del 1907.

Il paziente addormentato: l’anestesia, infatti, è stato l’altro elemento che ha profondamente cambiato la chirurgia.

Con il contrasto al dolore, il chirurgo poté lavorare con il paziente sedato, e senza la necessaria rapidità che era richiesta fino a quel momento, con molta maggiore conoscenza di quello che poteva trovare, e con armi adeguate per combattere le possibili complicanze.

La visita di Lister negli Stati Uniti

Chirurghi e storici hanno a lungo apprezzato e applaudito Joseph Lister e il suo sistema antisettico per rendere le operazioni più sicure ed avere una visione ancora più ampia della chirurgia.
Disciplina che egli portò anche negli Stati Uniti, in un viaggio di due mesi effettuato nel 1876, nel tentativo di convincere i medici che avrebbero dovuto accettare le sue idee sull’antisepsi chirurgica: oggi la visita di Lister è considerata come una tappa fondamentale nella storia della medicina.
Lister, chirurgo di Glasgow, in Scozia, introdusse il suo concetto di antisepsi nell’esecuzione di operazioni chirurgiche e nel trattamento delle lesioni nel 1867: il lavoro di Lister si basava sui risultati della ricerca del chimico francese Louis Pasteur (1822–1895), che aveva studiato il processo di fermentazione dimostrando essere causato dalla crescita di microrganismi viventi.
Visita che lo vide viaggiare in treno attraverso il continente nordamericano, suscitando polemiche mentre i medici si sforzavano di comprendere la relazione tra batteri e malattie: invitato ad affrontare la questione e tenne una serie di conferenze a Filadelfia, Boston e New York. Va infatti evidenziato che tra gli argomenti più dibattuti nel mondo medico americano del 1876 c’era se accettare i principi di antisepsi chirurgica di Joseph Lister. Le presentazioni hanno segnato l’inizio di un cambiamento significativo nella consapevolezza dei medici americani sulla correlazione tra ferite, germi e pus.
Va anche ricordata l’attenzione di Lister per le legature che assume un ruolo di secondo piano nonostante la sua importanza nelle sue ricerche e pubblicazioni, nonché la sua influenza sulla pratica della chirurgia nella sua epoca. Lister riuscì a trasformare le pratiche chirurgiche trans-atlantiche per la legatura arteriosa, un’innovazione che, sebbene alla fine eclissata da chirurghi successiva, colpì in modo significativo.

In generale, i chirurghi europei adottarono l’antisepsi listeriana prima delle loro controparti americane, che un decennio dopo la guerra civile, si consideravano attori emergenti nella scienza e nell’industria internazionali: in America Lister dovette affrontare un compito difficile per conquistare i chirurghi americani al suo sistema antisettico e al suo fulcro scientifico, il rapporto tra batteri e pus. L’antisepsi e la teoria dei germi furono prese d’assalto e il congresso medico che vide Lister tra i protagonisti si rivelò essere uno dei momenti fondamentali.

Oltre al viaggio di Lister negli Stati Uniti, due gli elementi che consentirono la diffusione delle teorie listerane: la letteratura medica e i medici che si recarono in Scozia per assistere ai suoi risultati.

Faneuil Weisse (1842-1915) di New York fu il primo allievo americano conosciuto di Lister. Nell’estate del 1868, il giovane medico fece un giro in Europa, dove i suoi viaggi includevano una breve visita ai reparti di Lister nell’infermeria reale di Glasgow. Weisse rimase sbalordito dai successi di Lister e dopo il suo ritorno in America, il giovane newyorkese presentò alcune osservazioni prima di una riunione della sua società medica locale. Le osservazioni di Weisse furono pubblicate nel numero del 1 ° marzo 1869 della cartella clinica, dove non solo diede una descrizione dettagliata dei trattamenti di Lister, ma discusse i modi al capezzale dell’inglese e i metodi di insegnamento. “Passando da un letto all’altro”, riportò Weisse, “[Lister] perora la sua causa e avanza le sue prove. … con un grado di modesta serietà che colpisce per le profonde convinzioni alle quali egli stesso lavora… Come chirurgo è più coscienzioso, paziente e scrupoloso di qualsiasi altro io abbia mai visto”.

La malattia delle donne nell’arte

C’è una stretta correlazione tra la malattia e la sua rappresentazione: numerosi gli esempi di medici o chirurghi all’opera, come nel caso delle opere di Thomas Cowperthwait Eakins presente nell’immagine di copertina.
Ma sappiamo anche che sono stati numerosi gli artisti ‘sofferenti’ come Van Gogh, che oltre ad ansia e depressione, affrontò anche l’epilessia: oltre a Van Gogh, molti altri artisti hanno sofferto di malattie mentali che hanno influenzato la loro arte.

E dietro anche alle opere più famose vi è la ricerca di una qualche forma di patologia: l’enigmatico sorriso di Mona Lisa è probabilmente una delle caratteristiche più studiate e analizzate nella storia dell’arte. Alcuni gruppi medici diversi lo hanno interpretato come una contrazione dei muscoli facciali, che si sviluppa dopo una paralisi facciale o ‘paralisi di Bell’.

Nella storia dell’arte è interessante la rappresentazione della malattia femminile: “Donna asfissiata” di Charles Porphyre Alexandre Desains fu presentata al Salon di Parigi nel 1822 dove ricevette gli onori dalla critica. Una giovane donna, vittima dei fumi tossici di un braciere, ha lasciato il suo letto e cerca disperatamente di aprire la finestra. Nell’Ottocento era molto comune per i pittori usare soggetti scientifici per i loro dipinti al fine di mostrare il pericolo di alcune scoperte scientifiche. Alcuni storici dell’arte pensano che la donna abbia effettivamente tentato il suicidio dopo aver letto una lettera (sul pavimento), ma poi si sia pentita dei suoi tentativi e abbia cercato debolmente di salvarsi la vita. In realtà questo dipinto è ispirato al movimento del Romanticismo.

Di interesse anche le raffigurazioni della malattia terminale realizzate da Eva Bonnier che restituiscono una prospettiva ridotta del quotidiano, con l’artista che sfida la rappresentazione femminile tipica dell’ideale borghese di quell’epoca: le donne sono presentate da lei come “soggetti” dalla forte integrità, e non come fragili oggetti. In “Riflesso in blu”, del 1887, le figure sono dipinte da una prospettiva realistica, e l’osservatore si trova nella stessa stanza della persona malata.

Verso la fine del diciannovesimo secolo la donna convalescente era un tema molto popolare nell’arte: questo genere di immagini va considerato all’interno del contesto della visione della donna e della costruzione della femminilità predominanti a quell’epoca, e dunque alla standardizzazione del corpo femminile.
Durante il diciannovesimo secolo si svilupparono due immagini chiave femminili: la debole, sensibile e psicosomatica donna della classe agiata e la forte, pericolosa e contagiosa donna della classe inferiore.
La “Convalescente” di Jenny Nyström divenne un simbolo della fragilità femminile, e dunque la prova dell’inabilità della donna di partecipare alla vita pubblica; opere di questo genere possono essere considerate una reazione all’emancipazione femminile di quel tempo, e un tentativo di tornare a relegarle alla sfera domestica e privata. L’artista scelse di rappresentare il soggetto dalla prospettiva narrative della tradizione classicista con, al centro della scena, una figura femminile idealizzata, sospesa tra la vita e la morte. La paziente, seriamente ammalata, è posta in contrasto con la graziosa ragazzina dall’aspetto spudoramente sano che le sta accanto. L’invalida ha gli occhi rivolti al cielo, ponendo fiduciosamente il suo destino nella mani di Dio. Il quadro è pieno di evidenti simbologie, come la pianta secca nel vaso in contrasto con il bouquet di fiori freschi. Il modulo compositivo, centrato sull’istrionico linguaggio del corpo e le espressioni dei volti delle figure, ha le sue radici in una vecchia tradizione aneddotica.

Home

La ‘sensazione viscerale’ di Van Helmont

Esiste un collegamento tra lo stomaco e le emozioni?

L’idea degli organi digestivi come sede dell’esperienza emotiva non sembra così folle o sciocca. Negli ultimi dieci anni, la ricerca sul microbioma intestinale e sul sistema nervoso enterico indica una relazione dinamica e multidirezionale tra pancia e cervello e gli scienziati stanno ora esaminando con una nuova prospettiva il ruolo della salute intestinale nel benessere sia mentale che fisico. Questo articolo pubblicato dalla Wellcome Library analizza come la “sensazione viscerale” ipotizzata da Van Helmont potrebbe essere una realtà medica.

Jan Baptista Van Helmont (1580-1644), istruito a Lovanio, non riuscì a decidere quale scienza perseguire professionalmente, scegliendo infine di diventare un medico, ma continuando a sperimentare in altri campi: è generalmente considerato il padre della chimica pneumatica e fu il primo a scoprire che esistono gas distinti dall’aria atmosferica. È stato un riferimento della direzione iatrochimica e paracelsiana: la sua pubblicazione Ortus medicinae (1648) costituisce una delle ultime grandi sintesi medico-filosofiche prima della presunta frattura cartesiana e sostiene che la localizzazione dell’“anima sensitiva” non sia affatto un’ipotesi peregrina.

«la penso come la gente comune che, quando vuole riferirsi al principio vitale o alla sede dell’anima, tutte le volte che si è incalzati dalle angustie, siano esse le ansie che derivano dalla vita e dal corpo o le afflizioni mentali, indica con la mano l’orifizio dello stomaco»

A suo avviso, la vita corporea sarebbe regolata da un duumvirato stomaco-milza – a cui ovviamente, nella donna, si aggiunge l’utero. Da esso dipende il controllo del ritmo sonno-veglia, la produzione dei sogni, l’istinto della fame e della sete, l’angoscia, la tristezza e la gioia.

Ed è una motivazione immediata, quasi di buon senso che, almeno a livello comunicativo, lo porta a sostenere questa teoria che sebbene non abbia alcun collegamento con la ricerca scientifica moderna, ricorda che ogni persona ha una relazione intuitiva con il proprio corpo che può essere difficile da esprimere e ancora più difficile da trasmettere agli altri.

È l’antico ‘ubi dolor, ibi digitus’ pricipio empirico della localizzazione, espresso da van Helmont in sintonia con l’antintellettualismo peculiare della sua cultura: anche quando i nostri sentimenti viscerali sembrano essere in contrasto con la conoscenza dei nostri giorni, potrebbero essere in grado di dirci qualcosa sul nostro corpo che è fondamentalmente vero.

Asbesto: un breve storia

Asbesto deriva dal greco ‘inestinguibile’ in quanto anticamente si credeva che una volta acceso non si potesse più spegnere, indicazione che si trova sul dizionario Treccani. L’asbesto, conosciuto più comunemente in Italia come amianto, è il termine con il quale viene classificata una serie di minerali, appartenenti al gruppo degli inosilicati e fillosilicati, accomunati dalla consistenza fibrosa e dalla pericolosità per l’organismo. Fibre naturali che a causa del massiccio uso che ne è stato fatto dalla rivoluzione industriale in poi, sono risultate essere dannose per salute umana provocando spesso malattie molto gravi, come il mesotelioma pleurico.

L’asbesto (amianto) si trova in natura in vene e fasci di fibre nelle litoclasi o all’interno della roccia madre ed è presente in molte parti del globo terrestre in miniere a cielo aperto. Serpentiniti contenenti asbesto sono largamente diffuse nella parte ovest delle Alpi italiane, in particolare la più grande miniera dell’Europa ovest, si trova presso Balangero, in provincia di Torino.

Per la sua alta resistenza alla fusione e alla combustione l’amianto è servito a fabbricare tessuti incombustibili (adoperati tra l’altro per speciali tute) e le sue proprietà ne fanno un materiale diffuso in tutto il mondo e impiegato per una quantità variegata di prodotti quali tetti, tegole, pavimenti, rivestimenti, arredi: impieghi molteplici e tutti estremamente dannosi per l’uomo. È stato inoltre usato per guarnizioni a tenuta di vapore o d’acqua calda, per resistenze, filtri, diaframmi ed è alla base dei prodotti del tipo eternit, ovvero un fibrocemento utilizzato nel settore edilizio come materiale di copertura e coibentazione.

Va ricordato che l’ETERNIT di Casale Monferrato è stato il più grande stabilimento di manufatti in cemento–amianto d’Europa: dal 1917 al 1986 le persone impiegate nello stabilimento furono circa 5000; negli anni ‘50 occupava circa 1000 persone, salite a circa 2000 nel ‘60 e stabilizzate intorno a 1000 sino agli anni 80; negli anni successivi il numero di addetti diminuì progressivamente fino alla chiusura dello stabilimento di Casale Monferrato avvenuta nel giugno 1986.

Il nostro Paese è stato, dal secondo dopoguerra fino al bando dell’amianto, avvenuto nel 1992, uno dei maggiori produttori e utilizzatori di amianto, con un consumo di oltre 3,5 milioni di tonnellate in questo arco di tempo. Gli utilizzi hanno riguardato un amplissimo spettro di attività industriali, dalla cantieristica navale all’edilizia.

Il Parlamento italiano nel 1992 emanò la legge n. 257 che – finalmente – mise al bando l’uso dell’amianto, mentre fino all’inizio degli anni Ottanta erano incessantemente aumentate le tonnellate impiegate all’interno del ciclo produttivo.
Conosciuto sin dall’antichità e impiegato nei rituali magici, ma poi approdato nella medicina, l’amianto entra ufficialmente nel mondo dell’industria alla fine dell’Ottocento, dopo il ritrovamento di grossi giacimenti che aprono al suo impiego in diversi settori e a nuove tecnologie utili a sfruttarne le fibre.

Asbesto nella storia

Tra i primi pare ad utilizzare e a riconoscere le proprietà delle fibre di amianto troviamo gli Egizi, che lo utilizzano nei rituali funebri, in particolare per la fabbricazione di tessuti con cui avvolgere i sovrani nelle pire loro dedicate, in modo da mantenerne le ceneri separate dal resto del materiale bruciato. Un utilizzo che testimoniato nella Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio, che lo definisce sostanza rara e preziosa, impiegata nella confezione dei manti funebri dei Re, in quanto il fuoco lo rendeva bianco e puro e perciò i sudari confezionati con esso evitavano la contaminazione delle ceneri reali. Sembra che nell’antichità l’amianto provenisse perlopiù da Cipro, dalla Grecia e dalle Alpi italiane.
Ma esistono testimonianze di presenza di questo materiale in frammenti e oggetti di questo tipo, risalenti al 2500 a.C., ritrovati dagli archeologi sia in Finlandia, Russia centrale e Norvegia, oltre che in alcuni siti lapponi in Svezia.
Nel Medioevo l’asbesto è definito ‘lana della salamandra’ a causa delle fibre che lo contraddistinguono e per la credenza popolare allora in voga: un rettile con il corpo ricoperto di amianto e che per questo poteva sfidare il fuoco senza danno. Si trovano testimonianze del minerale anche grazie alla testimonianza di Marco Polo, che ne “Il Milione” racconta di un minerale con fili come lana: ‘i fili vengono seccati al sole e poi pestati in un mortaio di bronzo e successivamente lavati con acqua, così da essere separati dalla terra; la terra poi si getta via e i fili di lana vengono filati e con essi si fanno in seguito delle stoffe’.
A lungo l’amianto è stato associato a rituali magici e per usi terapeutici in ricette al confine della magia, proprio come indicato nella ricetta del medico naturalista Boezio nel ‘600: ‘Dall’asbesto si fa spesso un unguento miracoloso per il’ lattime’ e per le ulcerazioni delle gambe’. Ma l’utilizzo dell’amianto nella preparazione dei farmaci è rimasto fino agli anni ’60, dove era presente per la polvere contro la sudorazione dei piedi (contenente in parti uguali un talco boro–silicato ed amianto in polvere) ed una pasta dentaria per le otturazioni e per il mal di denti (contenente ossido di zinco e amianto).

Nella foto di copertina: gli esperimenti di Ferrante Imparato (1550-1625) farmacista e naturalista italiano, con l’asbesto.

La produzione industriale

L’origine delle massicce applicazioni industriali e del crescente successo commerciale dell’amianto può essere fatta risalire, infatti, alla fine dell’Ottocento, con rilevanti periodi di “popolarità” nei primi anni del Novecento e nel secondo dopoguerra.
In ambito prettamente industriale, questo materiale si è imposto grazie alle sue proprietà di resistenza al fuoco e di isolamento termico; esso era inoltre di facile lavorazione e aveva un basso costo di approvvigionamento. Si trattava quindi di un minerale che si prestava a moltissimi usi e che non imponeva costi di produzione elevati: il materiale ideale per accompagnare fasi di rapida industrializzazione e di sviluppo dei consumi di massa.
Tuttavia, già nel corso degli anni Sessanta, fu definitivamente accertata la cancerogenicità del minerale, responsabile di neoplasie particolarmente virulente: il mesotelioma e il carcinoma polmonare.
Per il mesotelioma (come anche per l’asbestosi) la “causa scatenante” risultava già allora certa e pressoché univoca: l’inalazione delle fibre di amianto, mentre nel caso del carcinoma polmonare potevano subentrare diverse concause come il tabagismo o altri cancerogeni che interagivano nel manifestarsi del tumore.

Le patologie correlate

L’asbesto è causa di diverse patologie, tra queste la più tristemente nota e letale, il mesotelioma pleurico, un tumore che colpisce il mesotelio, il sottile tessuto che riveste la maggior parte degli organi interni. Ma non solo: le fibre di asbesto, inalate, provocano gravi patologie dell’apparato respiratorio tra cui l’asbestosi, il tumore maligno del polmone e della laringe e il già citato mesotelioma pleurico, oltre che neoplasie a carico di altri organi, il mesotelioma peritoneale, pericardico e della tunica vaginale del testicolo, e il tumore maligno dell’ovaio. Causano inoltre placche pleuriche e inspessimenti pleurici diffusi. Alcuni studi suggeriscono che sia causa di tumori maligni in ulteriori sedi, quale l’apparato digerente.
Queste patologie sono caratterizzate da un lungo intervallo di latenza tra l’inizio dell’esposizione e la comparsa della malattia, intervallo che, nel caso del mesotelioma, è in genere di decenni.

L’Italia è attualmente uno dei paesi al mondo maggiormente colpiti dall’epidemia di malattie amianto- correlate, conseguenza di utilizzi dell’amianto che sono quantificabili a partire dal dato di 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo prodotto nazionalmente nel periodo dal 1945 al 1992 e 1.900.885 tonnellate di amianto grezzo importato nella stessa finestra temporale.
Secondo il VI Rapporto RenaM – Rapporto del Registro nazionale dei mesoteliomi – che riporta i dati di incidenza e di esposizione ad amianto per i casi di mesotelioma maligno rilevati dalla rete dei Centri Operativi Regionali (Cor) – riporta i dati relativi a 27.356 casi di mesotelioma maligno (MM) con diagnosi fino al 31/12/2015.
Il Rapporto descrive le misure epidemiologiche di incidenza, età media alla diagnosi, rapporto di genere, distribuzione territoriale per oltre 25.000 casi di mesotelioma con diagnosi dal 1993 al 2015. Riporta inoltre i settori di attività economica e le mansioni maggiormente coinvolte nell’esposizione ad amianto, discussi a partire dai dati epidemiologici ottenuti dalle interviste anamnestiche retrospettive ai soggetti ammalati.
Nel Rapporto si precisa che la rete di rilevazione è completa e l’intero territorio nazionale è coperto dalla sorveglianza e registrazione dei casi di mesotelioma maligno della pleura, del peritoneo, del pericardio e della tunica vaginale del testicolo.
Nello specifico, viene indicato che oltre il 90% dei casi di mesotelioma registrati risulta a carico della pleura, sono presenti inoltre 1.769 casi peritoneali (6,5%), 58 e 79 casi rispettivamente a carico del pericardio e della tunica vaginale del testicolo. Fino a 45 anni la malattia è rarissima (solo il 2% del totale dei casi registrati). L’età media alla diagnosi è di 70 anni senza differenze apprezzabili per genere. Il rapporto di genere (casi di genere maschile per ogni caso di genere femminile: M/F) è pari a 2,5. Il 72% dei casi archiviati è di sesso maschile. La percentuale di donne passa dal 27,4% per i mesoteliomi pleurici a 32,8% e 41,1% rispettivamente per i casi del pericardio e del peritoneo.
Le modalità di esposizione sono state approfondite per 21.387 casi (78,2%) e, fra questi, il 70,0% presenta un’esposizione professionale (certa, probabile, possibile), il 4,9% familiare, il 4,4% ambientale, l’1,5% per un’attività di svago o hobby. Per il 20% dei casi l’esposizione è improbabile o ignota.
Pertanto, la percentuale di casi di mesotelioma per i quali l’analisi anamnestica ha rilevato una esposizione ad amianto lavorativa, ambientale, familiare, o a causa di hobbie è, sull’intero set di dati, pari all’80,1%.
La finestra di osservazione del ReNaM (1993 – 2015) è sufficientemente lunga da consentire alcune riflessioni sulla dinamica della composizione di tale quadro. Il peso dei settori tradizionali (intendendo con questo termine quelli per i quali sono disponibili più informazioni nella letteratura specializzata) tende a diminuire in maniera assai significativa. In particolare deve essere segnalato che i casi di MM dovuti a un’esposizione ad amianto subita nei settori dell’industria del cemento-amianto, della cantieristica navale e della manutenzione dei rotabili ferroviari passano dal 23% sul totale (dell’intera casistica esposta professionalmente) nel periodo 1993 – 1998 al 9,5% nel periodo 2011 – 2015.
A fronte di questa tendenza è invece in crescita la quota di soggetti con esposizione nell’edilizia – che produce oggi il maggior numero di casi e che desta preoccupazioni anche per la possibilità di esposizioni attuali – dal 12,1% nel periodo 1993 – 1998 al 16,8% nel periodo 2011 – 2015, e la grande frantumazione dei settori con possibilità di esposizione che deve essere considerata quando si discute di casi di mesotelioma per i quali non esistono evidenze di attività ‘a rischio’ svolte in precedenza.

Pur essendo la normativa italiana in tema di amianto tra le più avanzate in Europa e nel mondo, ancora oggi sono ancora presenti sul territorio nazionale diversi milioni di tonnellate di materiali compatti contenenti tale sostanza e molte tonnellate di amianto friabile in numerosi siti contaminati, di tipo industriale e non, tanto pubblici quanto privati.
Lo studio Sentieri fotografa la situazione sanitaria di una porzione rilevante d’Italia determinata dall’inquinamento industriale degli anni ’50-’70. Un tributo pagato dalle popolazioni locali all’industrializzazione del paese: lo studio inserisce Casale Monferrato tra gli oltre 50 i comuni afferenti ai siti di interesse nazionale per la bonifica da amianto.

Della gravità della situazione relativa all’amianto si è stati finora poco consapevoli; ne sono ben consce le popolazioni dei luoghi più colpiti e le famiglie investite più direttamente dal problema.


http://www.quadernidellasalute.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2570_allegato.pdf

Fai clic per accedere a C_17_pubblicazioni_1945_allegato.pdf


Fai clic per accedere a QualeInsegnamentoEpopeaAmianto.pdf


https://journals.openedition.org/diacronie/454

Fai clic per accedere a %27amianto%20nel%20mondo%20del%20lavoro.pdf


https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/pubblicazioni/catalogo-generale/pubbl-registro-nazionale-mesoteliomi-6-rapporto.html

Fai clic per accedere a alg-pubbl-registro-nazionale-mesoteliomi-6-rapporto.pdf


https://media.accademiaxl.it/memorie/S5-VXXXVII-P2-2013/Lesci-Roveri279-291.pdf