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Il tempo della cura: arte, memoria e relazione nell’ambulatorio del medico di famiglia

Intervista a Romano Ravazzani, medico di famiglia a cura di Patrizia Santinon

Sono entrata nel tuo ambulatorio in Cit Turin, in parte preparata rispetto a ciò che avrei trovato. Eppure, l’effetto di stupore è arrivato subito: l’ingresso in un contesto “onirico” appena aperta la porta della sala d’attesa, segnato dal tempo ma anche sospeso in un tempo “altro”. I numerosi riferimenti all’arte, che collezioni in tante forme, sono veicoli di suggestioni che, come mi hai raccontato, promuovono a volte una coincidenza affettiva vissuta nella relazione medico-paziente. La fruizione artistica permette di entrare in contatto con una visione viva dell’umano, che parla immediatamente alle ferite altrui. Cosa è troppo, e come lo misuri? Mi piacerebbe che raccontassi l’esperienza che specifiche tipologie di pazienti hanno del tuo spazio: i bambini, gli adulti, gli anziani, quelli che chiami “i miei pazienti”.

Il mio spazio è aperto e accoglie persone non selezionate per tipo di patologia, età, sesso, ecc., a differenza di ambulatori specifici dedicati a patologie o tipi di pazienti (dislipidemie, ipertensione, ambulatorio pediatrico, geriatrico, ginecologico…). Entrano bambini appena nati e anziani centenari; fortunatamente non sempre portano con sé ferite: a volte arrivano solo per un certificato di buona salute o per un controllo pressorio, ma ognuno ha la sua storia e le sue passioni, e un ambiente così personalizzato aiuta la condivisione. Non visito bambini piccoli, ma ho sempre qualcosa da regalare loro: mi piace vederli uscire contenti quando accompagnano la mamma. Al tempo stesso, mi piace vedere una persona avanti negli anni uscire con una nuova idea per un’attività o un interesse.

Attraversando le stanze della tua bottega-ambulatorio, passo in rassegna ciò che si può sapere sulla storia e la teoria dell’arte di curare. La psicologia come pratica mitopoietica, il teatro dei burattini, l’esercizio dell’immaginazione rappresentativa, la reverie, la pratica degli esercizi spirituali, tra ex voto e pratiche orientali, sono richiamati nell’ottica di un possibile impiego nell’opera di cura. Da Aristotele a Sartre, da Platone a Ignazio di Loyola, da Pirandello a Stanislavskij, da Galileo a Leibniz, da Freud a Musatti: oggi tutto questo si realizza con forza nell’ambulatorio di un medico di medicina generale. Cosa è per te l’arte nella vita personale e familiare? E cosa rappresenta nella tua professione?

Sono una persona curiosa, non un collezionista. Il collezionista vuole avere tutto di un argomento, mentre io ho tantissime realtà diverse che mi appassionano e mi accompagnano dall’infanzia: dalle auto a pedali, ai burattini del teatro delle marionette dove mi accompagnava mia nonna, dai fossili alle opere d’arte, dalle polene, che mi affascinavano nei film d’avventura, agli ex voto che cerco sempre quando entro in una chiesa. Amo dire che il mio studio è il mio test di Rorschach: contiene tutto ciò che mi ha segnato dall’infanzia a oggi. Mi piace molto la tua definizione di “bottega”; infatti, l’impatto visivo è quello di un negozio di un rigattiere, e questa distanza dall’ambiente che uno si aspetterebbe in un ambulatorio mi diverte.
In questo ambiente mi presento senza maschere e spero che i pazienti riescano a entrare in una comunicazione più profonda in un tempo più breve, rispetto a quanto accadrebbe in uno studio asettico e freddo.

Hai accettato di partecipare al progetto Cultura di Base, uno dei quattro progetti pilota del Cultural Wellbeing Lab promosso all’interno di Well Impact, il percorso intrapreso dalla Fondazione Compagnia di San Paolo per individuare progetti, luoghi, linguaggi e relazioni culturali di prevenzione e cura. Cosa è cambiato per te e per i tuoi pazienti nell’esperienza al Museo Egizio? Ce lo racconti a partire dalla sua progettazione? È interessante perché il tuo ambulatorio non è uno spazio neutro.

Sono stato onorato di essere coinvolto nella progettazione di “Cultura di Base”. L’inserimento di un ambulatorio in uno spazio museale si configurava come una sfida non semplice. L’idea di collocare un’attività clinica ASL in un contesto intenso come quello di un museo era entusiasmante. L’Italia ha musei dappertutto, una risorsa che non tutte le nazioni hanno la fortuna di possedere.
Tutto quello che abbiamo vissuto nell’infanzia ha un impatto emotivo molto forte. A Torino, molti di noi alle scuole elementari o medie sono stati accompagnati dagli insegnanti al Museo Egizio. Per alcuni pazienti, quella visita era rimasta l’unica esperienza, e vederli tornare in un ambiente che nel frattempo era diventato un lontano ricordo è stato fantastico. Entrare in un’“architettura intensa” emoziona immediatamente. Cercare l’ambulatorio accompagnati dai volontari era quasi un gioco, e venire visitati in un contesto così particolare evocava una simbolica equivalenza tra la cura dell’ambiente e lo sforzo di cura dell’operatore sanitario. Il gran finale della visita, con l’accesso diretto alla Sala dei Re, rendeva l’esperienza indimenticabile.

La sperimentazione, durata circa 6 mesi, da maggio a ottobre 2022, ha visto coinvolti 7 medici di famiglia suddivisi in quattro musei e una biblioteca, con un numero totale di pazienti pari a circa 10.500. Dopo lo stop forzato del Covid, riportare le persone a fruire di “architetture intense” e provare forti emozioni legate all’ambiente dove si svolge una determinata esperienza – necessariamente diverso dall’ambiente domestico – non sembrava facile, ma bisognava tentare al fine di promuovere o recuperare corretti stili di vita.
In letteratura si descrivono già gli effetti benefici delle visite a musei, mostre, cinema o teatro. Al contrario, la fruizione di questi stimoli nell’ambiente domestico non ha attualmente dimostrato effetti positivi, se non in casi particolari (malattie gravi temporanee o persistenti che impediscono gli spostamenti): questo dato non stupisce, poiché non si verifica né una riduzione della sedentarietà, né un incremento della socializzazione o una riduzione del rischio di depressione dell’umore. La fruizione virtuale dovrebbe essere quindi riservata a casi particolari.
La valutazione dello svolgimento dell’attività è stata affidata al Nodo Group tramite osservazione istituzionale (questionari, interviste…) e prossemica (osservazione diretta della natura dello spazio e del comportamento delle persone) nei luoghi di cura e cultura coinvolti: Museo dell’Automobile, Museo Egizio, Biblioteca Civica Primo Levi, Parco d’Arte Vivente, Polo del ‘900.
Gli indicatori non riguardavano il miglioramento del quadro clinico, considerando la molteplicità delle patologie trattate, ma il benessere percepito dall’utenza e dai medici curanti, e l’alleanza di lavoro fra medici e pazienti (riduzione dei conflitti e dei malintesi, migliore comunicazione, maggiore compliance).
L’osservazione prossemica ha evidenziato differenze tra i vari ambienti utilizzati: la biblioteca si è rivelata di minor impatto rispetto ai musei, mentre le aree dedicate all’attività ambulatoriale a volte si integravano nella struttura, altre volte (se raggiungibili con scale o ascensori) sembravano escluse dal contesto.
È emerso inoltre il ruolo fondamentale dei volontari all’accoglienza: era loro compito offrire informazioni adeguate e fare accompagnamento, per evitare che il paziente si sentisse spaesato, potesse usufruire degli spazi messi a disposizione e, al termine, compilare eventuali questionari. Non sono state utilizzate app per gestire l’arrivo e la canalizzazione dei pazienti, proprio per evitare che l’attenzione fosse concentrata sul cellulare, distraendo dall’ambiente in cui si trovavano.
L’osservazione istituzionale ha evidenziato, in primo luogo, un rinforzo dell’alleanza medico-paziente grazie all’utilizzo di spazi a funzione culturale primaria, con una differenza di intensità e immersività a seconda delle strutture utilizzate. In ogni caso, portare la funzione di cura fuori da un contesto spesso anonimo o troppo connotato da dettagli sanitari si è rivelata un’intuizione positiva e vincente.
Un altro aspetto emerso è stato l’alto gradimento del contatto empatico dei pazienti con i volontari, tanto da rendere difficile pensare di replicare l’esperienza senza il loro aiuto. In un momento caratterizzato da un rapporto difficile tra la popolazione e gli operatori sanitari, è invece emerso in questo contesto un minor livello di aggressività sia tra gli operatori che tra gli utenti, e una maggiore apertura alla relazione, con un atteggiamento di fiducia reciproca favorito dalla condivisione di un’esperienza piacevole.
Le osservatrici hanno avuto la sensazione di far parte di una “bella” sperimentazione, orientata a migliorare l’esperienza di cura su vari livelli. L’elemento culturale ha pervaso l’esperienza diretta e incrementato la curiosità verso gli spazi utilizzati.
Se il progetto dovesse in futuro essere strutturato sul lungo periodo, andrebbero considerati due aspetti: la possibile abitudine al luogo, inizialmente inconsueto, e qualche criticità della struttura ospitante nel gestire ambienti normalmente destinati ad altro, specialmente con grandi afflussi di pubblico. Particolare cura andrebbe poi riservata alle aree di attesa, che concentrano le emozioni “difficili” degli utenti, in particolare ansia e paura.

Che cosa vuol dire quartiere? Ho in mente che apri la porta a una signora che ricorda ancora il tuo babbo farmacista, dispensatore di consigli.

Mi entusiasma il fatto che molti pazienti prima si rivolgessero a mio padre e ora abbiano me come punto di riferimento: mi dà un’idea di continuità.
Il Cit Turin ha uno dei pochi mercati quadrati della città (di solito sono disposti lungo una via), e la piazza centrale, sia con il mercato al mattino sia con le panchine e i chioschi al pomeriggio, è sempre popolata di persone che si conoscono, chiacchierano e interagiscono. La chiesa occupa un lato della piazza ed è molto attiva, specie con giovani e anziani. Ci sono molti locali di ristorazione, soprattutto ora che abbiamo nel quartiere il tribunale, la RAI, il grattacielo di Intesa Sanpaolo, la nuova stazione ferroviaria di Porta Susa ecc. (tutte realtà che non esistevano quando io ho aperto lo studio).

Mi racconti del radiatore e di tuo nonno, che correva e collaudava i motori con orecchio assoluto. Che rapporto c’è tra cura e tempo? Il tempo della cura: che cosa vuol dire per te e in generale per un medico di medicina generale oggi?

Hai notato che il tempo mi appassiona. Ho riempito lo studio con gli orologi più strani, tutti meccanici: un orologio da campanile, pendoli di ogni genere, una vecchia obliteratrice, orologi pubblicitari ecc. Non sappiamo quanto tempo abbiamo a disposizione; meglio non sprecarlo.
Come lavagna magnetica ho usato un vecchio radiatore di un’auto FIAT, chiaramente (a Torino è stata una realtà fondamentale dall’epoca di mio nonno fino alla mia giovinezza), e su di esso ho messo a disposizione dei pazienti pensieri che trovavo in libri, pubblicazioni, riviste ecc. Erano gli anni ‘90, prima dell’era dei social, e nel mio ambulatorio avevo solo quel radiatore come fonte di riflessione. Ho notato che le persone leggevano e commentavano quei pensieri, e allora, poco per volta, ho continuato ad aggiungere stimoli fino alla situazione attuale, in cui lo studio sembra il negozio di un rigattiere.
Nell’ambulatorio c’è il mio passato: ho anche cimeli di mio nonno materno, ex pilota di Formula Uno (ha vinto il primo Gran Premio d’Europa a Monza) e poi capo collaudatore alla FIAT.
Ho cercato di valorizzare il tempo che le persone trascorrono in sala d’attesa e, a questo riguardo, voglio condividere un’esperienza emozionante. Nel 2020 ho partecipato all’ultimo concerto di Ezio Bosso, scomparso pochi mesi dopo. Durante la sua lunga frequentazione degli ambienti sanitari, a causa della sua malattia degenerativa, ha condiviso con noi una riflessione sulle sale d’attesa: “L’attesa è un momento sospeso: attesa di una diagnosi, di una cura, di sentire il battito del bambino che ho nella pancia… con l’attesa si tende a qualcosa. L’autobus si aspetta.”

Che cosa ti commuove nella vita e nella professione? Quale pensi sia il senso delle Medical Humanities nella clinica del quotidiano in cui ci impegniamo? È una forma di impegno e di investimento nelle nuove generazioni di operatori, così impregnate di cultura della performance. Io la sento così. Ma forse serve anche a noi per manutenerci?

Noi facciamo una professione diversa dalle altre: veniamo in contatto con persone in momenti di vulnerabilità, e interagire senza una maschera è un privilegio che crea momenti di condivisione profonda. È questo che mi emoziona.
La possibilità di conoscere gli altri membri della famiglia aiuta a contestualizzare meglio la situazione della persona che abbiamo davanti. Mi piace, infatti, la definizione di “medico di famiglia”. Favorire questo tipo di relazione, anche curando l’ambiente, è per me l’aspetto essenziale delle Medical Humanities. In questo si inserisce anche l’aspetto scientifico, che però è bene non sia unicamente tecnico. La medicina è una realtà sempre più sfaccettata, ed è chiaro che questo tipo di approccio non possa riguardare tutti gli aspetti di questo settore.

 

Giuseppe Moscati: tra scienza, fede e progresso medico

Giuseppe Moscati (1880-1927) rappresenta una delle figure più straordinarie della medicina italiana del primo Novecento. La sua capacità di coniugare innovazione scientifica, profonda umanità e spiritualità lo rende un esempio senza tempo per tutti i professionisti della salute. Medico e ricercatore, Moscati ha dedicato la sua vita alla cura del prossimo, con particolare attenzione ai più poveri e bisognosi.

Originario di Benevento, ma formatosi e operante a Napoli, Moscati si laureò in medicina presso l’Università di Napoli Federico II. Fin da giovane si distinse per le sue capacità diagnostiche, il rigore scientifico e un’attenzione straordinaria alla dignità del paziente. Operò negli ospedali napoletani, dove affrontò in prima linea le grandi emergenze sanitarie del tempo, come l’epidemia di colera e la tubercolosi.

Moscati, soprannominato “il medico santo”, vedeva la medicina non solo come una professione, ma come una missione al servizio dell’umanità. Era noto per curare gratuitamente i poveri e per la sua capacità di donare non solo cure mediche, ma anche conforto spirituale.

Gli strumenti del progresso: la testimonianza del Museo delle Arti Sanitarie

Gran parte del contesto medico in cui Moscati operò è oggi documentato nel Museo delle Arti Sanitarie di Napoli, situato nello storico Complesso degli Incurabili. Questo museo, sotto la guida del dottor Gennaro Rispoli, rappresenta un vero e proprio scrigno di memorie e testimonianze della storia della medicina.

Tra i reperti conservati, spiccano strumenti simili a quelli utilizzati da Moscati, come il dispositivo per pneumotorace artificiale di Kuss, essenziale per il trattamento della tubercolosi, e lo sterilizzatore elettrico per strumenti chirurgici, testimonianza dell’importanza attribuita già allora alla prevenzione delle infezioni. Questi strumenti riflettono l’attenzione di Moscati verso l’adozione di tecnologie moderne per migliorare la qualità delle cure, in un’epoca di grandi trasformazioni scientifiche.

Gennaro Rispoli, direttore scientifico del museo, ha sottolineato come queste collezioni non siano semplicemente esposizioni storiche, ma racconti di uomini e donne che hanno dedicato la loro vita alla medicina, spesso in condizioni difficili. Attraverso il lavoro di Rispoli e del suo team, il Museo delle Arti Sanitarie non è solo un luogo di conservazione, ma un punto di incontro tra passato e presente, dove la storia della medicina diventa fonte di ispirazione per le nuove generazioni.

Canonizzato nel 1987 da Papa Giovanni Paolo II, Giuseppe Moscati è ricordato come il simbolo di un medico che unisce competenza scientifica, innovazione e profonda empatia. La sua vita e il suo lavoro ci insegnano che il progresso tecnologico deve essere sempre accompagnato da un profondo rispetto per la persona umana.

Visitare il Museo delle Arti Sanitarie di Napoli significa riscoprire non solo la figura di Moscati, ma anche un pezzo di storia della medicina italiana. Grazie all’impegno di Gennaro Rispoli, il museo è un luogo vivo che continua a trasmettere i valori di dedizione, passione e umanità, incarnati da figure come Moscati.

La vita e l’opera di Giuseppe Moscati ci ricordano che la medicina non è solo scienza, ma anche arte e missione. Il suo esempio, custodito e valorizzato grazie al lavoro del Museo delle Arti Sanitarie, resta una guida per medici e ricercatori di ogni epoca, sottolineando l’importanza di unire innovazione tecnologica, compassione e cura per la dignità di ogni essere umano.

Verità o finzione?


Uno studio sulla narrazione come cura

La narrativa può raccontare la verità? È questa la domanda centrale affrontata in uno studio pubblicato su Medical Humanities, che esplora come i lettori reagiscano alla rappresentazione della demenza nella narrativa. Attraverso un’analisi interdisciplinare e dati empirici, l’articolo dimostra che la narrativa, sebbene sia finzione, può offrire uno spunto significativo per comprendere meglio le esperienze umane, incluso l’impatto di malattie complesse come la demenza.

Gli autori dello studio, un team di esperti in linguistica letteraria e gerontologia culturale, hanno analizzato un corpus di opere di narrativa contemporanea incentrate su personaggi con demenza. Il loro lavoro ha coinvolto quattro gruppi di lettura, ognuno composto da persone con diverse esperienze in relazione alla demenza: studenti di assistenza sociale, pubblico generale, caregiver e individui affetti dalla malattia.

I partecipanti hanno letto estratti selezionati da romanzi che rappresentano la demenza, seguiti da discussioni e questionari. Gli autori si sono concentrati su come le tecniche narrative, come il Free Indirect Style (stile libero indiretto), possano simulare l’esperienza soggettiva della malattia. Questa tecnica mescola la prospettiva del narratore e quella del personaggio, permettendo al lettore di “vivere” dall’interno le difficoltà cognitive e linguistiche che caratterizzano la demenza.

Una delle scoperte principali dello studio è che la narrativa può rappresentare diversi tipi di “verità”, riassunti in cinque categorie:
1. Accuratezza: la corrispondenza con fatti medici o sociali
2. Autenticità: la capacità di rappresentare in modo credibile le esperienze vissute
3. Affectivity: la possibilità di generare empatia attraverso l’identificazione con i personaggi
4. Epistemologia: la capacità di insegnare qualcosa di nuovo o illuminare aspetti della realtà
5. Moralità: la trasmissione di valori e lezioni etiche

Questi aspetti emergono nei riscontri dei lettori. Ad esempio, i caregiver tendono a valutare l’autenticità dei testi in base alla loro esperienza personale, mentre i lettori senza contatti diretti con la demenza si basano principalmente sui dettagli testuali per formare un giudizio. Nonostante queste differenze, i lettori hanno riconosciuto la capacità della narrativa di trasmettere verità emozionali e morali.

Lo studio evidenzia come la narrativa possa stimolare empatia e consapevolezza, offrendo uno “spazio sicuro” per confrontarsi con temi difficili. La narrativa, infatti, consente ai lettori di immedesimarsi nei personaggi senza le pressioni delle relazioni reali. Un esempio emblematico è il romanzo Still Alice di Lisa Genova, che descrive in modo realistico il deterioramento cognitivo della protagonista, suscitando reazioni profonde nei lettori.

Alcuni partecipanti, in particolare i caregiver, hanno tuttavia criticato le rappresentazioni ritenendole talvolta troppo dettagliate rispetto a ciò che osservano nella realtà. Al contrario, le persone con demenza hanno spesso trovato queste stesse descrizioni utili per esprimere le proprie esperienze interiori, sottolineando come la narrativa possa catturare dimensioni altrimenti inaccessibili della malattia.

Lo studio contribuisce al dibattito sulle Medical Humanities, sottolineando l’importanza della narrativa nella comprensione delle malattie.

La finzione non solo rappresenta una malattia come la demenza, ma esplora anche l’identità e la personalità delle persone che ne sono affette. Attraverso il linguaggio letterario, la narrativa sfida lo stigma che vede la demenza come una perdita totale del sé, mostrando invece come le persone possano mantenere tratti distintivi della propria personalità.

Un esempio è il personaggio di May in There But For The di Ali Smith, descritto come umoristico e ribelle nonostante la sua condizione. Questi tratti hanno portato alcuni lettori a riflettere sull’importanza di trattare le persone con demenza non solo con rispetto, ma anche come individui completi e complessi.

Lo studio conclude che la narrativa offre uno strumento prezioso per comprendere meglio le malattie e le esperienze vissute. La sua capacità di generare empatia, insegnare e sfidare preconcetti la rende un mezzo potente nelle Medical Humanities e oltre. Sebbene la finzione non pretenda di essere “vera” nel senso tradizionale, essa riesce a offrire una “verità” più ampia, che include emozioni, prospettive e significati morali.

La domanda iniziale, “Esiste una verità nella finzione?”, trova dunque una risposta affermativa: la narrativa, proprio attraverso la sua natura artificiale, consente ai lettori di esplorare le complessità della vita reale, stimolando una riflessione profonda sulle condizioni umane e sociali.

Biblioteche e Health Humanities: un’alleanza per la salute

Il 5 dicembre 2024, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ospiterà a Roma il convegno “Biblioteche e Health Humanities: un’alleanza per la salute”, organizzato in collaborazione con la Sapienza Università di Roma, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Cultural Welfare Center. Questo evento si inserisce nel calendario della Social Sustainability Week, che si terrà dal 2 all’8 dicembre 2024.

Biblioteche come promotrici di alfabetizzazione sanitaria

Il ruolo delle biblioteche nella promozione della salute è centrale, soprattutto quando si considera il loro contributo all’alfabetizzazione sanitaria. La alfabetizzazione sanitaria non si limita alla capacità di comprendere informazioni mediche, ma include la possibilità di utilizzare tali conoscenze per prendere decisioni consapevoli riguardo alla propria salute e al benessere collettivo.

Grazie alla loro accessibilità e alla capacità di essere luoghi di incontro culturale e sociale, le biblioteche rappresentano un ponte fondamentale tra la conoscenza scientifica e le comunità. Durante il convegno, saranno esplorati modelli e approcci innovativi che collegano la promozione della salute all’equità sociale, all’interno degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 e nel rispetto dei determinanti sociali della salute.

Health Humanities: il valore della narrazione e della cultura nella salute

Il convegno sarà anche un’opportunità per approfondire il ruolo delle Medical Humanities, in particolare delle Health Humanities, nel sistema bibliotecario italiano. Questo approccio multidisciplinare sottolinea l’importanza di narrazioni, arte, storia e letteratura nella comprensione e nella gestione della salute. Verranno presentati i risultati del progetto LIMeNar, che mette in luce l’efficacia della Medicina Narrativa come strumento per migliorare la relazione tra paziente e professionista, e per favorire percorsi di cura più umani e personalizzati.

In questo contesto, verrà valorizzato il contributo del Laboratorio di Health Humanities dell’ISS, un centro di ricerca e innovazione dedicato a studiare e applicare strumenti narrativi e culturali nel campo della salute pubblica. Questo laboratorio si pone come punto di riferimento per sviluppare e integrare progetti di alfabetizzazione sanitaria, narrazione e promozione del benessere.

Il convegno prevede una serie di interventi che metteranno in luce il potenziale delle biblioteche per:

  • La promozione della salute attraverso la lettura e altre attività culturali.
  • Il miglioramento del benessere psicologico e sociale attraverso pratiche di prescrizione sociale, come l’inserimento di attività culturali nei percorsi di cura.
  • L’impatto della lettura e delle Health Humanities come strumenti di contrasto alla disuguaglianza sanitaria.

Uno spazio significativo sarà dedicato alla presentazione del Fondo Bert della Biblioteca dell’ISS, che rappresenta un esempio concreto di integrazione tra cultura e cura, con testi fondamentali per la riflessione sui temi della salute e delle Medical Humanities.

L’evento è gratuito e aperto a tutti, previa iscrizione entro il 2 dicembre 2024 tramite il modulo disponibile sul sito dell’ISS.

link e programma completo

https://www.iss.it/web/guest//news/-/asset_publisher/gJ3hFqMQsykM/content/id/9773061


https://www.iss.it/documents/20126/0/Brochure_Convegno+Biblioteche%26HealthHumanities_05.12.24_ISS.Roma.pdf/e91b0d8b-5587-9c56-d572-524c705921d6?t=1732195743065

Musica e immaginazione come cura: un approccio per i disturbi alimentari

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA), come l’anoressia nervosa, la bulimia e il binge eating (alimentazione incontrollata), rappresentano oggi un’emergenza sanitaria di rilevanza crescente. Si tratta di patologie complesse che non coinvolgono solo il corpo, ma anche la mente, con un impatto devastante sulla vita quotidiana delle persone colpite. Secondo le stime, in Italia, nei primi anni 2000 le persone affette da disturbi alimentari erano circa 300.000; oggi, invece, si parla di oltre 3 milioni di casi.

Negli ultimi anni, i disturbi alimentari hanno conosciuto un’esplosione anche tra i giovanissimi. Tipicamente, queste patologie iniziano a manifestarsi durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto le ragazze, ma il fenomeno si sta estendendo anche tra i maschi, con casi di insorgenza già intorno agli 8-9 anni. Durante la pandemia, la situazione è ulteriormente peggiorata: il Ministero della Salute ha rilevato un aumento del 30% dei casi, con una diminuzione dell’età media di insorgenza. Il numero verde nazionale “SOS Disturbi Alimentari” ha registrato un drammatico incremento di richieste di aiuto, che sono raddoppiate nel 2020 e triplicate nel 2023.
Questi disturbi non si limitano al rapporto con il cibo, ma coinvolgono una serie di fattori biologici, psicologici, familiari e socio-culturali, rendendo necessario un approccio multidisciplinare per affrontarli. I DNA possono infatti coesistere con altre patologie psichiatriche, come disturbi d’ansia, depressione e disturbi ossessivo-compulsivi, complicando ulteriormente il quadro clinico. In Italia, nel solo 2023, si sono registrati 3.780 decessi legati a disturbi alimentari, spesso a causa di complicanze mediche o di suicidi. Va inoltre segnalato che la rete di strutture di cura è ancora disomogenea sul territorio nazionale, con una maggiore concentrazione di centri al Nord rispetto al Sud.

In un panorama così complesso, diventa fondamentale esplorare nuove strade terapeutiche che vadano oltre i trattamenti tradizionali. Un recentissimo articolo descrive l’approccio del Metodo Bonny di Immaginazione Guidata e Musica (GIM), una forma di musicoterapia che utilizza la musica per accedere alle emozioni profonde dei pazienti e favorire un percorso di guarigione.
La ricerca condotta dalla professoressa Annie Heiderscheit presso l’Anglia Ruskin University di Cambridge, ha proprio esplorato l’efficacia del GIM nel trattamento dei disturbi alimentari: questo metodo utilizza la musica per evocare immagini mentali e stimolare l’esplorazione interiore, aiutando i pazienti a portare alla luce emozioni represse e traumi irrisolti. Il terapeuta guida il paziente attraverso un ascolto profondo e lo incoraggia a descrivere ciò che vede e prova, facilitando così un processo di trasformazione personale.

Lo studio ha analizzato 116 trascrizioni di sessioni di GIM con otto partecipanti affetti da disturbi alimentari. I risultati hanno evidenziato tre temi principali:

  1. Paesaggio emotivo: molti partecipanti hanno descritto un senso di blocco emotivo e difficoltà nell’esprimere i propri sentimenti. Grazie al GIM, sono riusciti a riconoscere e affrontare emozioni che altrimenti restavano nascoste.
  2. Relazioni: le sessioni hanno permesso ai pazienti di esplorare il loro rapporto con sé stessi, con gli altri e con il proprio disturbo alimentare, spesso percepito come un’entità separata. Questa “personificazione” ha consentito di prendere le distanze dal disturbo, favorendo un processo di separazione psicologica.
  3. Trasformazione e crescita: il GIM ha aiutato i pazienti a riscoprire le proprie risorse interiori, promuovendo un senso di empowerment. Molti hanno riferito di aver trovato nuove motivazioni per cambiare e adottare uno stile di vita più sano.

L’analisi delle trascrizioni ha rivelato un percorso terapeutico che richiama la struttura del “Viaggio dell’Eroe” teorizzata da Joseph Campbell. Proprio come l’eroe di una storia affronta sfide e ostacoli per trasformarsi, i pazienti durante le sessioni di GIM si trovano a confrontarsi con paure, traumi e relazioni irrisolte, fino a raggiungere una maggiore consapevolezza di sé.

Questo viaggio interiore, guidato dalla musica, si è rivelato particolarmente efficace nel favorire il cambiamento e la crescita personale.

L’integrazione del GIM nel trattamento dei disturbi alimentari rappresenta un esempio di Medical Humanities, un approccio che unisce medicina e discipline umanistiche per una cura più empatica e personalizzata. In questo contesto, il GIM non si limita a trattare i sintomi, ma offre uno spazio sicuro dove i pazienti possono esplorare i loro vissuti e ritrovare un senso di sé. Questa metodologia ha permesso di creare una connessione profonda tra corpo e mente, facilitando un recupero che coinvolge tutte le dimensioni dell’individuo.

La crescente diffusione dei disturbi alimentari, soprattutto tra i giovani, richiede approcci terapeutici innovativi che vadano oltre le terapie tradizionali. Il GIM, con il suo focus sull’esperienza estetica e sul coinvolgimento emotivo, rappresenta una delle pratiche nel trattamento di queste patologie complesse.
Attraverso l’uso della musica e dell’immaginazione, il GIM potrebbe aiutare i pazienti ad accedere a risorse interiori inaspettate, offrendo nuove modalità per affrontare le sfide quotidiane. Le Medical Humanities, in questo contesto, si rivelano uno strumento promettente per promuovere una medicina più umana e centrata sul paziente, in grado di ascoltare e accogliere la complessità delle esperienze vissute.
In un mondo in cui i social media amplificano modelli di bellezza irrealistici e possono contribuire all’incremento dei disturbi alimentari, è importante esplorare terapie che possano favorire un rapporto più sano con sé stessi. Il GIM potrebbe rappresentare una strada utile per supportare chi è affetto da questi disturbi, restituendo speranza e dignità. Tuttavia, rimane fondamentale proseguire la ricerca per valutare l’impatto reale di queste pratiche sul percorso di recupero dei pazienti, nonché la reale ed equa possibilità di accedere a trattamenti di questo tipo.

Riferimenti

Heiderscheit A. Thematic and intertextual analysis from a feasibility study of the Bonny Method of Guided Imagery and Music with clients in eating disorder treatment. Front Psychol. 2024 Oct 31;15:1456033. doi: 10.3389/fpsyg.2024.1456033. PMID: 39545138; PMCID: PMC11560787.

https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioContenutiSaluteMentale.jsp?lingua=italiano&id=6029&area=salute%20mentale&menu=DNA

https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioContenutiSaluteMentale.jsp?lingua=italiano&id=6029&area=salute%20mentale&menu=DNA&tab=1

https://pensiero.it/in-primo-piano/notizie/xii-giornata-nazionale-contro-i-disturbi-alimentari

Cultura e Salute: i Risultati dell’Indagine Well Impact nel Nord Ovest

Il 13 novembre, nel corso dell’evento “Well Impact: Cultura e Salute – Dall’analisi di enti e pratiche territoriali alle nuove sfide in campo”, sono stati presentati i risultati di una significativa indagine promossa dalla Fondazione Compagnia di San Paolo e realizzata dal CCW – Cultural Welfare Center. Questa ricerca ha esplorato l’intersezione tra cultura e salute nella macroregione del Nord Ovest (Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta) negli ultimi cinque anni, mettendo in luce attori, progetti e pratiche innovative emerse in questo periodo.

Un nuovo approccio al benessere

L’indagine nasce dalla crescente consapevolezza che la cultura può svolgere un ruolo chiave nel promuovere il benessere e la salute pubblica. Già dal 2020, il progetto Well Impact aveva individuato come gli interventi culturali possano influire positivamente sulla salute mentale, sul benessere psicologico e sull’inclusione sociale. La ricerca – il documento completo è disponibile qui – ha coinvolto 247 organizzazioni attive nel settore, portando alla luce un patrimonio di 2.821 progetti implementati nell’ultimo decennio, con un focus specifico sui 389 progetti descritti in dettaglio durante l’indagine.

I progetti mappati sono stati classificati in quattro assi principali:

  • Cultura e promozione della salute, che include la prevenzione primaria e la promozione di stili di vita salutari.
  • Cultura e medical humanities, con un focus sulla relazione di cura e sulla formazione dei professionisti sanitari.
  • Cultura e interventi nei luoghi di cura, mirati a migliorare il benessere dei pazienti e del personale medico.
  • Ben-essere e salute attraverso le istituzioni culturali, con iniziative realizzate all’interno di musei, biblioteche e teatri.

    Secondo i risultati raccolti, il 35,6% dei progetti si concentra sulla promozione della salute, mentre il 31,6% mira a migliorare il benessere attraverso attività culturali svolte all’interno di istituzioni come musei e biblioteche. Un ulteriore 15,5% riguarda interventi specifici nei luoghi di cura, mentre l’8,6% si focalizza sulle medical humanities, promuovendo una migliore relazione tra medici e pazienti.

L’indagine ha rilevato che i progetti legati alla salute mentale e al benessere della popolazione sono particolarmente rilevanti, soprattutto alla luce delle sfide imposte dalla pandemia. Tra le principali aree di impatto identificate vi sono:

  • Promozione della salute (41% dei progetti)
  • Gestione delle condizioni patologiche per migliorare la qualità della vita (19%)
  • Prevenzione delle malattie e promozione del benessere (15%)

Un aspetto cruciale emerso dall’indagine è la collaborazione intersettoriale: l’83,9% delle organizzazioni coinvolte ha lavorato in partenariato con enti appartenenti a settori diversi, come sanità, cultura, istruzione e assistenza sociale. Questo approccio ha permesso di sviluppare progetti più completi e di ampio respiro, con un impatto tangibile sulla comunità.

I progetti si sono concentrati principalmente su contesti come ospedali, scuole e musei, con l’obiettivo di creare esperienze che migliorino la qualità della vita dei partecipanti. I beneficiari principali sono stati bambini, adolescenti, famiglie, anziani e persone con disabilità.

Dall’indagine Well Impact emergono non solo i successi raggiunti, ma anche le sfide che attendono il futuro dello sviluppo delle pratiche culturali in ambito sanitario. Le prospettive future si concentrano su diversi fronti:
1. Istituzionalizzazione delle pratiche culturali: È necessario integrare in modo più stabile le attività culturali nei percorsi di cura all’interno dei sistemi sanitari regionali. Ciò richiede un riconoscimento formale da parte delle istituzioni e l’inclusione di tali pratiche nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
2. Finanziamenti e sostenibilità: La mancanza di risorse adeguate rappresenta uno dei principali ostacoli alla continuità dei progetti. Si auspica un potenziamento dei fondi dedicati, come il recente rifinanziamento del Fondo nazionale per il contrasto ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione per il 2025.
3. Valutazione dell’impatto: È fondamentale sviluppare strumenti di misurazione per valutare l’efficacia delle iniziative culturali sulla salute. La raccolta di dati strutturati permetterà di dimostrare scientificamente i benefici di questi interventi e favorirà una loro diffusione più ampia.
4. Formazione e competenze: L’indagine evidenzia la necessità di formare professionisti sia del settore culturale che sanitario, per sviluppare competenze specifiche che consentano di implementare progetti di cultural welfare con un maggiore impatto.
5. Diffusione delle buone pratiche: Un’altra sfida sarà quella di promuovere la condivisione di buone pratiche tra le diverse realtà territoriali, in modo da creare modelli replicabili che possano essere adattati alle diverse esigenze locali.

L’indagine Well Impact rappresenta un passo fondamentale per comprendere come la cultura possa diventare un alleato prezioso nel migliorare la salute e il benessere delle persone. I risultati emersi offrono una base solida per sviluppare nuove politiche che promuovano l’integrazione delle pratiche culturali nei servizi sanitari.
Grazie al supporto della Fondazione Compagnia di San Paolo e al lavoro del Cultural Welfare Center, si aprono nuove possibilità per far sì che la cultura diventi parte integrante delle strategie di promozione della salute, contribuendo a costruire una società più inclusiva e resiliente.