Conseguenze della “patologia cellulare”

a seguito delle scoperte di Virchow, nuove indagini sui tumori

L’avvento della patologia cellulare, e pertanto l’indagine istopatologica, portò un chiarimento definitivo nell’ampio gruppo dei tumori, conosciuti sin dall’antichità. Per merito soprattutto di Virchow si classificarono come tumori soltanto quei processi che istologicamente appaiono costituiti da un tessuto neoformato, generatosi a seguito di moltiplicazione cellulare, escludendo così tutti quei fatti infiammatori cronici, gli ematomi, gli igromi e le altre tumefazioni fino allora incluse fra i tumori.
Si indagò anche sulla loro eziopatogenesi, alla ricerca di cause
chimiche, fisiche o biologiche determinanti la loro insorgenza. Da parte di Cohnheim e Durante venne prospettato nel 1877 la teoria eziopatogenetica dei «germi embrionali aberranti».

L’istochimica, che indagava la costituzione chimica della cellula
e dei tessuti unitamente alla istofisica ed a indagini più perfezionate attuate con il microscopio elettronico, hanno consentito una conoscenza più approfondita, favorendo l’istituzione della cito-patologia, fondata sulle alterazioni morfologicamente e biochimicamente dimostrabili delle parti costitutive della cellula stessa.

Nella patologia, dopo un periodo di sopravvalutazione delle cause esterne di malattia, sul finire del 1850 si fece strada una concezione biologica che, nell’insorgenza delle malattie, teneva conto anche dei fattori patogeni, intrinseci all’organismo, legati all’ereditarietà. Secondo tale concezione, oltre alle malattie congenite dovute ad alterazioni cromosomiche, veniva trasmessa ereditariamente anche una predisposizione ad ammalarsi di alcune malattie in rapporto al tipo di costituzione dell’individuo.

Achille De Giovanni (1838-1916), fondatore della Scuola neocostituzionalistica italiana, ideò una dottrina monumentale di morfologia clinica. Fra gli esponenti di questa Scuola si misero particolarmente in evidenza Pietro Castellino (1864-1933) e Giacinto Viola (1870-1944) che, nel 1904, a proposito della costituzione individuale, così si espresse: «Non bisogna dimenticare che, oltre ad una individualità morfologica interna ed esterna macroscopica, vi è una individualità microscopica cellulare ed una individualità che possiamo dire, in senso largo, biochimica». In questo concetto è riassunta l’impostazione costituzionalistica della medicina moderna.

Virchow e la patologia cellulare

Rudolf Virchow (1821-1902), professore di anatomia patologica nell’università di Würzburg, pietra miliare nella storia della medicina contribuì con i suoi studi anche alle conoscenze sull’infiammazione, sui tumori, sulla tubercolosi, le leucemie, le embolie.

Nel 1855 formulò in modo ampio e comprensivo, il principio che «la cellula è realmente l’elemento morfologico ultimo di tutti i fenomeni vitali, così nel sano come nel malato, e da essa dipende ogni attività vitale».
La cellula rappresenta, quindi, il substrato della vita ed anche della malattia, poiché la malattia non è altro che la vita in condizioni modificate. Anche la «teoria della patologia cellulare» venne, però, formulata dal Virchow, come un completamento della concezione umorale galenica. Egli infatti ritenne che la causa della alterazione umorale, non ben chiarita dalla dottrina ippocratica e galenica, si potesse individuare in una primitiva alterazione anatomica e funzionale della cellula. Sorta dunque dall’anatomia, l’idea virchowiana si spinse nel campo della fisiologia ed in quello della patologia, per cercare nella cellula, che è la minima espressione del corpo umano, la sede della malattia. Con la scoperta del ruolo della cellula nelle malattie venne anche trovato un punto d’attacco per l’azione farmacologica nell’organismo. In altre parole si gettarono le basi per lo studio dei legami che si stabiliscono tra farmaco e componenti cellulari.
Nella revisione della patologia improntata al concetto base di alterazione anatomofisiologica cellulare, Virchow fece importanti ricerche sulla leucocitosi, sulla leucemia (1853), sulla trombosi e sull’embolismo (1845-1847), termini tutti da lui stesso creati. Il suo nome è legato alla patogenesi della trombosi, su cui pubblicò un trattato nel 1845, e ancora oggi mantiene la sua validità la cosiddetta “triade di Virchow”, secondo la quale la trombosi venosa è attribuibile alla presenza di tre eventi: riduzione del flusso del sangue, alterazione della parete del vaso sanguigno e ipercoagulabilità. Nel 1854 Virchow scoprì la mielina e più tardi si interessò al processo infiammatorio e fece interessanti ricerche sui tumori.