Jean-Bapteste Lamarck e la biologia

Sono ormai passati 211 anni dalla pubblicazione della Philosophie Zoologique di Jean-Bapteste Lamarck, il principale responsabile del passaggio dall’immagine tradizionale della natura (la “grande catena dell’essere”), essenzialmente statica, a quella moderna dell’albero da lui concepita come un albero genealogico.
Jean-Baptiste-Pierre-Antoine de Monet de Lamarck fu uno dei massimi naturalisti francesi del XVIII e XIX secolo, nacque a Bazentin le Petit (Francia) il 1 agosto del 1744. Avviato inizialmente alla carriera militare, fu costretto ad abbandonarla assai presto per motivi di salute, e dal 1765 si dedicò sistematicamente alla medicina e alla botanica. Nel 1788 ottenne il posto di Botanico del Gabinetto di Storia Naturale di Parigi e dal 1794 divenne docente di Zoologia degli Invertebrati al Museo di Storia Naturale di Parigi. Rischiò di compromettere la sua reputazione cercando di confutare la “nuova chimica” di Lavoisier, ma fu ugualmente chiamato a contribuire alle maggiori imprese editoriali dell’epoca: l’Encyclopédie méthodique e il Nouveau dictionnaire d’histoire naturelle.

Lamark sostenne che l’evoluzione è il risultato di una reazione e di un adattamento degli individui all’ambiente e teorizzò la trasmissione ereditaria dei mutamenti acquisiti che si erano dimostrati favorevoli all’adattamento all’ambiente.

Al contrario, Darwin attribuì una maggiore importanza al cambiamento casuale e non orientato che forniva materiale per la selezione naturale.
Ma soprattutto Lamarck è tra i fondatori della biologia come scienza autonoma, uno tra i primi scienziati ad introdurre il termine “biologia”: nega la pretesa della “filosofia meccanica” di comprendere i fenomeni vitali facendo riferimento ai concetti, ai principi e alle leggi della fisica e afferma al contrario la necessità di una scienza particolare dei corpi viventi, che ne salvaguardi la specificità senza cadere in una metafisica.
Tra il 1815 e il 1822 uscì la sua monumentale Histoire naturelle des animaux sans vertèbres, che rimase per diversi decenni un’opera fondamentale per lo studio degli invertebrati, privilegiata dallo stesso Darwin. Morì il 18 dicembre del 1829.

L’origine dell’uomo

Nell’Ottocento, con gli studi collegati alla cellula, emerse la questione dell’origine della specie ed in particolare di quella dell’uomo. Il primo che pose le basi di questo genere di studi fu Giovanni Monet de Lamarck (1744-1829), il quale nel 1809 propose la sua teoria sull’evoluzione degli esseri viventi, fondata essenzialmente su due capisaldi: l’adattamento all’ambiente ed una certa tendenza della natura ad evolversi.

Cinquant’anni più tardi, nel 1859, Carlo Darwin (1809-1882) formulò la sua teoria, secondo la quale l’esistenza della specie non può essere spiegata se non mediante la selezione naturale di una specie preesistente. Mentre il Lamarck, per sostenere la sua teoria, era ricorso a fattori interni all’organismo, Darwin si era appoggiato, invece, a fattori esterni e casuali, rappresentati dalla «lotta per l’esistenza».

Intorno alle teorie dei due maestri si formarono due gruppi di seguaci: i neodarwinisti ed i neolamarckisti, i quali modificarono, a secondo delle critiche mosse alle rispettive teorie, alcuni loro postulati.
Fra i seguaci di Darwin va ricordato principalmente Tommaso Huxley, poiché egli, e non Darwin, come comunemente si crede, fu l’autore dell’affermazione secondo cui l’uomo discenderebbe dalla scimmia.

Gli studi sulla riproduzione cellulare si addentrarono anche nel campo particolarmente interessante della genetica cromosomica. Questo particolare indirizzo delle ricerche biologiche si può fare risalire alle osservazioni del monaco agostiniano Gregorio Mendel (1822-1884), scopritore di quella legge, che da lui prese il nome di mendelismo, secondo la quale l’ereditarietà è sottoposta a leggi prestabilite. Le leggi mendeliane inizialmente non riscossero successo. Esse furono prese in considerazione e rilanciate solo a partire dal 1900 ad opera principalmente del botanico H. de Vries (1848-1935), lo scopritore delle mutazioni. Dopo il 1900 W. Sutton (1876-1916) riconobbe che il mendelismo poteva essere interpretato in base all’ipotesi della localizzazione dei geni nei cromosomi. T. Morgan (1866-1945) dopo il 1910 riuscì a dare la conferma sperimentale di tale ipotesi ed a scoprire l’ordine lineare dei geni nei cromosomi.