Iconografia della Salute: quattro giorni di riflessione sulle Medical Humanities

Iconografia della Salute: il Festival delle Medical Humanities

Successo per Iconografia della Salute, il Festival delle Medical Humanities, che per quattro giorni ha visto ospiti illustri alternarsi su tematiche dedicate alle discipline che integrano la medicina per un miglior approccio al paziente e alla malattia.
La prima giornata, dedicata alla rappresentazione della salute, ha regalato agli spettatori molte emozioni nel ripercorrere le tante fasi dell’emergenza da Covid-19 da diversi punti di vista.
Dopo i saluti istituzionali di Giacomo Centini, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria, Roberto Barbato, Prorettore dell’Università del Piemonte Orientale, Antonio Maconi, Direttore del Centro Studi Cura e Comunità per le Medical Humanities, e Roberta Lombardi, Docente di Diritto Amministrativo del Dipartimento di Giurisprudenza, Scienze Politiche, Economiche e Sociali UPO, l’incontro è entrato nel vivo con l’intervento “Scienza e Umanesimo: intermediazione” di Michele Rosboch, Presidente IRES Piemonte. “Intermediazione significa interazione tra le istituzioni – ha spiegato Rosboch che è anche docente di Storia del Diritto all’Università di Torino – ma questi assetti istituzionali sono profondamenti condizionati dalla storia delle idee e a sua volta l’aspetto giuridico condiziona il farsi del pensiero. Esistono quindi due livelli di intermediazione: il primo tra l’evoluzione scientifica e l’evoluzione umanistica e il secondo è costituito dell’interazione tra le istituzioni, alla cui alla base troviamo sicuramente l’Università, perno delle conoscenze”.
L’aspetto più teorico di questo rapporto si è poi concretizzato visivamente nelle immagine scelte dal critico d’arte Luca Panaro, docente all’Accademia di Brera, che ha parlato di “Fotografia e Rappresentazione del Covid-19” a partire dalla sintonia con il mondo della scienza che da sempre gli artisti hanno cercato di creare e che in questo periodo di emergenza è emersa in modo evidente. “Sono stati numerosi i tentativi di rappresentazione del Covid, tutti riconducibili al bisogno di domare attraverso l’immagine qualcosa che ci fa paura, rendendo così visibile ciò che è invisibile. L’immagine del virus è addirittura diventata familiare per noi, soggetto costante dei giornali, dei talk show televisivi e dei social, ma anche di molti artisti, illustratori e fotografi che hanno affrontato il tema da molti punti di vista, con ironia, sincero affetto e gratitudine nei confronti degli operatori sanitari e infine attenzione ai bisogni dei bambini, trovando anche un legame con gli argomenti che fino a poco tempo prima erano alla ribalta come l’ambiente”.
Una carrellata di immagini che hanno portato gli spettatori dritti all’ultimo intervento a tre: “Sulla narrazione ai tempi del Covid-19: emozioni sui social con scrittura e immagini”. Il contributo di Lele Gastini, illustratore alessandrino e Sergio Macciò, medico e autore del libro “Diario di bordo”, moderati e supportati dall’esperienza di Giorgio Bellomo, UPO Alumni, è stato infatti determinante per comprendere come il racconto di quanto vissuto sia stato fondamentale per affrontare e superare questo triste periodo, creando anche un legame comunitario. “Non sapevo quando sarebbe finito tutto questo – ha ricordato Gastini – ma il 10 marzo ho cominciato a raccontare attraverso i miei disegni i fatti convulsi e così assurdi della giornata e senza accorgermene avevo cominciato un diario su Instagram, un progetto più grande di me forse”. “Io invece ho iniziato a pubblicare il primo post su Facebook – ha aggiunto Macciò – per informare i cittadini su cosa stava succedendo all’Ospedale di Vercelli che improvvisamente si era dovuto chiudere in se stesso. In poco tempo però ci siamo trovati a rispondere noi alla domanda “Come sta?” che ci ponevano i nostri pazienti attraverso i social e ho capito che non potevo fermare questo flusso che è diventato un diario di 80 giorni di lavoro, emergenza e paure ma anche grande umanità e solidarietà”.

La seconda giornata dedicata alla Narrazione della Salute è stata ricca di spunti di riflessione sul rapporto medico-paziente, anche alla luce della recente esperienza legata all’emergenza Covid.
Ad aprire i lavori i due professionisti dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria che da anni portano avanti un progetto di Medicina Narrativa all’interno dell’ospedale coinvolgendo operatori sanitari e pazienti, autori anche del libro “La riscrittura del campo emotivo tra medico e paziente” insieme alla collega Lorella Depaoli: “L’obiettivo dei corsi che abbiamo condotto e di iniziative come la stanza della scrittura hanno ricordato Antonio Pepoli, psicologo AO AL, e Antonella Barbierato, Coordinatrice infermieristica di Cardiologia AO AL, moderati da Patrizia Brigoni, Direttrice della Biblioteca Virtuale del Piemonte di cui la Biblioteca Biomedica aziendale è il secondo poloè cercare le soluzioni insieme al paziente perché è l’altro l’esperto della propria vita. In particolare ci siamo concentrati sulla condivisione delle esperienze attraverso la scrittura poiché questa, mettendole nero su bianco, assume una funzione di autocura aiutando pazienti e operatori sanitari a prendere consapevolezza di quanto accaduto per poi costruire un nuovo futuro”.
Attraverso le esperienze condotte all’Ospedale di Alessandria e al racconto del particolare caso di quest’anno in cui le persone hanno dovuto imparare a convivere con la solitudine nella malattia, si è arrivati all’emozionante dialogo tra Sandro Spinsanti, Fondatore e Direttore dell’Istituto Giano per le Medical Humanities e il Management in Sanità, e Gianfranco Mogliotti, vincitore del Concorsi di Medicina Narrativa dell’Azienda Ospedaliera “Racconto la mia cura” e autore del libro “L’inquilina dell’attico”. Un dialogo che ha evidenziato come la scrittura possa essere davvero una forma di rinascita: “All’interno delle tante forme di narrazione – ha spiegato Spinsanti – quella di Gianfranco rientra nella tipologia del racconto che nasce dal bisogno di rielaborare il proprio vissuto, una modalità relativamente nuova che vede il paziente e la sua malattia al centro. Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma per cui l’ascolto del malato e delle sue necessità è sinonimo di buona cura: la comunicazione diviene quindi elemento fondante del trattamento, anche quella che passa attraverso gli occhi che abbiamo imparato a riscoprire durante l’emergenza Covid”. “Ho cercato di trasformare la terribile diagnosi di sclerosi multipla in qualcosa di positivo – ha aggiunto Mogliotti – cercando di incuriosire altri pazienti con la mia storia e mandare loro il messaggio che è possibile risalire fino all’attacco a guardare le stelle nonostante questa ingombrante inquilina”.
Un’altra forma di narrazione che si intreccia con la cura, trattata nell’incontro del pomeriggio moderato da Patrizia Santinon, psichiatra dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria – è la musica, intesa come “invito al movimento e risonanza – come l’ha definita Pietro Barbetta, Direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia – ovvero incontro terapeutico in cui la musica diventa legame e interazione tra medico e paziente”. Marzia Zingarelli, docente al Conservatorio “Vivaldi” di Alessandria ha infatti spiegato come “il musicoterapista, esperto quindi di una disciplina che solo negli ultimi cinquant’anni è stata riconosciuta come tale, deve essere un profondo conoscitore di tutti i linguaggi musicali e in primis un musicista lui stesso”.
Sulla Medicina Narrativa e sul concetto più ampio di comunicazione nel rapporto con il paziente si è poi tornati nell’intervento che poneva un filo conduttore tra Ippocrate e il digitale. Mariacecilia Cercato, epidemiologo e oncologo IFO, e Luigi Bartoletti, Direttore del Dipartimento di Patologia delle Dipendenze ASL AL, hanno comunemente ricordato come “Il medico debba mettere in gioco non solo la sua conoscenza scientifica ma anche la sua soggettività, ribaltando in un certo senso il principio dell’oggettività che è alla base della medicina stessa poiché, come affermava già Ippocrate, deve avere amore per la scienza ma anche per l’uomo”. Di grande attualità infine l’esperienza riportata da Lorella Salce, Responsabile dell’Ufficio Stampa e Relazioni Esterne IFO: “Per costruire uno storytelling aziendale siamo usciti dall’autoreferenzialità e abbiamo messo al primo posto i volti dei nostri operatori sanitari e i bisogni dei nostri pazienti, comunicando in maniera nuova e rivoluzionaria attraverso il digitale, una modalità che subito un’impennata durante l’emergenza Covid ma che ci ha permesso di rimanere uniti quando non lo si poteva essere fisicamente e di continuare a comunicare quotidianamente con l’esterno”.

La terza giornata ha visto l’architettura e arte al centro dei percorsi della salute, intesi come luoghi di bellezza storica e sinergie tra questi e la comunità che li vive.
La giornata ha preso avvio con l’intervento di Annalisa Dameri, docente del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, e l’architetto Claudio Pesce, per oltre vent’anni a capo dell’Ufficio Tecnico dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria. Un excursus storico e architettonico che ha portato agli ascoltatori anche molte suggestioni culturali, sociologiche e di storia della medicina attraverso una panoramica delle opere realizzate dai Gardella: “Da anni l’Ospedale ha avviato un percorso di arte e cura – hanno spiegato Pesce e Dameri – volto a tutelare il patrimonio aziendale, nella convinzione che la tradizione sia alla base anche dello sviluppo dell’innovazione clinica. È infatti importante notare come nelle opere di Ignazio Gardella si riflettano non solo il gusto razionalista dell’epoca ma anche le conoscenze mediche che ad esempio portavano a tener separati gli uomini dalle donne sia nel Dispensario antitubercolare sia nel Sanatorio”.
All’interno dell’intervento dedicato all’iconografia della beneficienza, l’architetto e fotografa Elena Franco – che sta curando il progetto realizzato anche in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza in collaborazione con la Regione Piemonte – ha poi ricordato come “il patrimonio ritrattistico dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria non abbia solo un valore documentale e storico ma anche legato al concetto di dono e all’importanza del legame tra le istituzioni ospedaliere e la comunità”. Tre sono infatti i gli aspetti che Paolo Galimberti, Dirigente responsabile Beni culturali all’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, ha sottolineato in rapporto al patrimonio artistico della Ca’ Granda di Milano: “Nei novecento ritratti di benefattori che possediamo, si può ritrovare un valore artistico legato ai ritrattisti che si sono impegnati nel valorizzare l’ospedale, il suo ruolo e quello delle persone che lo hanno nel tempo finanziato, un valore culturale legato alla storia del costume e infine uno sociale legato al rapporto tra la comunità e le strutture sanitarie”.
La giornata si è infine conclusa in maniera circolare tornando a parlare di architettura e delle possibili progettualità future in un’ottica di riutilizzo della Chiesa di Gardella come spazio religioso e culturale. “I processi di valorizzazione – ha affermato Francesco Novelli, ricercatore del Dipartimento di Architettura e Disign del Politecnico di Torino – devono tenere in considerazione l’identità e i valori radicati nei luoghi che sono tra l’altro espressione della comunità che si rapporta con essi. Fondamentale è dunque la multidisciplinarietà dell’approccio al riutilizzo che deve essere creativo ma anche fondarsi sul rigore scientifico e metodologico”. Un concetto ripreso anche dall’altro ospite dell’ultimo intervento, Aldo Buzio, Presidente dell’Associazione Craft di Asti: “I tre principali temi di sostenibilità, creatività e comunità devono necessariamente passare attraverso una governance proattiva ma rispettosa delle normative, in un processo di rivitalizzazione che non riguarda solo l’avvio della valorizzazione del luogo ma anche il suo futuro”.

Scienza medica, diritto e salute sono state le parole al centro dell’ultima giornata del Festival, sostenuto fin dal principio con grande entusiasmo dal Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria, Giacomo Centini, che ha espresso soddisfazione per la riuscita degli incontri online, sia per le importanti tematiche affrontate sia per le reti sinergiche create.
Dedicata al diritto e ai problemi sanitari, l’ultima interessante giornata ha affrontato questi temi sotto i profili giuridico e della scienza dell’organizzazione delle discipline complesse. Il dibattito ha messo al centro problematiche analizzate in una prospettiva interdisciplinare e ciò ha permesso di esaminarle sotto diversi profili, restituendo così un quadro a 360° delle numerose questioni dibattute. Differenti sono state ad esempio le opinioni sulla necessità di attivare uno scudo nei confronti del personale sanitario in un dibattito che ha visto civilisti e giuslavoristi porsi su fronti quasi contrapposti rispetto ai penalisti.
La mattinata ha esaminato soprattutto il tema della responsabilità del personale sanitario e delle strutture ospedaliere – rispettivamente dal punto di vista civilistico nel contributo del Prof. Giulio Ponzanelli e dal punto di vista penalistico nell’intervento del Prof. Gabrio Forti, entrambi docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – nei confronti dei pazienti contagiati da Covid-19. In questa prospettiva sono state rilevanti le considerazioni preliminari della valenza dell’errore in medicina – di cui ha parlato Maurizio Catino, docente dell’Università di Milano Bicocca – che non deve essere analizzato solo con un approccio di tipo accusatorio circa la responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie.
Nel pomeriggio, invece, insieme a Gianmario Demuro, docente dell’Università degli Studi di Cagliari, si sono analizzate questioni più specifiche, partendo da una prospettiva di tipo costituzionalistico riguardo alle fonti deputate a regolare le situazioni di emergenza sanitaria e alla legittimità delle scelte politiche che vengono tradotte in questi atti di normazione di situazioni straordinarie. L’incontro è poi proseguito con l’opinione della giuslavorista Fabrizia Santini, docente dell’Università del Piemonte Orientale, che ha evidenziato i profili di responsabilità delle aziende sanitarie quali datori di lavoro nei confronti del proprio personale sanitario che sia stato contagiato, configurando l’ipotesi di un vero e proprio infortunio sul luogo di lavoro. La giornata si è infine conclusa con l’intervento del penalista dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Alessandro Provera, componente del Centro Studi per le Medical Humanities, che ha evidenziato le difficoltà di configurare il delitto di epidemia nei confronti di chi si sia reso responsabile del contagio ai sensi degli art. 438 (Epidemia Dolosa) e 452 (Epidemia Colposa) del Codice Penale.
“Le giornate del Festival – ha affermato Roberta Lombardi, docente dell’Università del Piemonte Orientale che ha moderato l’ultimo appuntamento dedicato a scienza medica, diritto e salute – hanno dimostrato l’utilità del confronto tra la scienza medica e le discipline umanistiche che possono apportare contributi per il miglioramento della cura oltre agli importanti aspetti clinici alla base della medicina. Al contempo queste giornate hanno evidenziato come ci siano ancora ampi margini di riflessione e sviluppo sulle tematiche toccate dalle Medical Humanities e questo apre la prospettiva di futuri incontri per l’approfondimento di temi che sono indubbiamente affascinanti oltre che utili sotto il profilo del rapporto e della cura del paziente”.

Una quattro giorni che non ha quindi segnato il punto di arrivo del Centro Studi per le Medical Humanities, diretto da Antonio Maconi, piuttosto ha posto un’importante base di partenza nell’ottica della creazione di una rete di interconnessioni tra le discipline che dialogano con gli aspetti clinici delle cure, rendendo la medicina più umana.