La chirurgia del Settecento

La medicina antica e quella di età moderna avevano tenuto separate la professione del chirurgo, operatore manuale, anche se colto o di alto livello sociale, e quella del medico, “filosofo naturale” in grado di curare le patologie interne del corpo.
Con il Settecento questa situazione cambia: pur non compiendo grandi progressi per quanto riguarda l’ideazione di nuovi interventi, la chirurgia acquisisce in questo periodo un maggior credito, che le permette di raggiungere una dignità quasi pari alla medicina.
La nazione che per prima fece registrare questo processo fu la Francia, dove ebbe luogo la fondazione dell’Accademia Reale di Chirurgia, che assicurò alla chirurgia pari dignità delle altre discipline universitarie. Nel 1743 la dichiarazione reale sollevò la posizione morale e sociale dei chirurghi portandoli allo stesso rango dei medici. Dalla Francia tale processo si trasferì alle altre nazioni europee.
Molteplici furono le ragioni di questo traguardo: in primis, l’eliminazione dei cosiddetti “chirurghi empirici” attuata attraverso decisioni dei governi nazionali di rendere obbligatorio il titolo professionale, rilasciato dalle università, per poter accedere alla professione; la comparsa di grandi maestri, fondatori di scuole fiorentissime, che permisero di mettere alla luce nuove malattie, oppure l’approfondimento di malattie già conosciute; l’arricchimento delle letteratura chirurgica; l’istituzione di accademie come quella, già citata di Francia, oppure quella fondata a Vienna da Alessandro Brambilla; ma anche lo sviluppo della chirurgia militare, soprattutto nella pare chirurgica e ancora, l’incremento delle specialità chirurgiche come l’oculistica, l’ostetricia e altre.
L’Accademia reale di chirurgia in Francia viene fondata nel 1731 per opera di Giorgio Maréchal e di Francesco Gigot de La Peyronie. Questo avvenimento segna quindi in Francia la fine della guerra fra medicina e chirurgia, anche se meno sentita in Italia.
L’Accademia affidò l’insegnamento al Collegio di Chirurgia che provvide a riformarlo: i chirurghi del Collegio, a differenza di quelli dell’Università, non leggevano stando in cattedra, ma tenevano vere e proprie lezioni scientifiche e pratiche tratte dal loro sapere personale. L’insegnamento era praticato con lezioni teoriche e con esercitazioni pratiche fatte negli ospedali seguendo un preciso piano che rimase alla base della didattica universitaria a lungo.
Tra i maggiori esponenti della chirurgia francese si ricorda Jean-Louis Petit, che scrisse un assai limpido trattato sulle malattie delle ossa e un trattato delle malattie chirurgiche, dove la patologia e la terapia si compenetrano. Molte sue note importanti si leggono nelle Memorie dell’Accademia di chirurgia, accanto a quelle di numerosi altri chirurghi dell’epoca quali La Peyronie, Verdier, Morand, La Martinière, Boucher, Garengeot, La Faye, Ravaton, Louis.