La medicina dell’antica Roma Il primo periodo: dal 753 a.C. al 200 a.C.

La storia della medicina romana viene generalmente suddivisa in tre periodi, il primo dei quali viene compreso tra la fondazione della città e la prima guerra punica.
Caratterizzato da pratiche mediche empiriche e magico-religiose, fu senza dubbio influenzato dai popoli autoctoni più vicini, ma in particolare dagli Etruschi.
La legislazione del tempo non menziona la figura del medico e lo stesso Plinio sostenne che i Romani fecero a meno dei medici per i primi secoli della loro storia.
Il ruolo del medico in questo periodo, venne svolto dal “pater familias” che limitava le sue funzioni all’ambito famigliare, sebbene sia da ricordare che il concetto di famiglia nella società romana sia molto differente dal nucleo essenziale della società come viene inteso oggi.
Egli infatti era un capo assoluto e arbitro con potere di vita e morte su coloro che dipendevano dalla sua responsabilità, gli schiavi e gli animali.
Le pratiche adottate erano semplici e di natura empirica. Venivano utilizzate erbe officinali, sotto forma di infusi o decotti.

La medicina romana, pertanto, prima dell’arrivo dei medici greci, si basava su scelte individuali, in una sorta di automedicazione.
Scelte terapeutiche empiriche che però erano supportate da una tradizione secolare, intessuta da superstizioni e credenze magiche, ma altrettanto spesso confortata, se non da dati scientifici come li intendiamo oggi, almeno da un’attenta osservazione empirica della cause e degli effetti.

Catone il Censore, che manifestò una vocazione naturalistica molto importante, attraverso la sua opera “De re rustica” ci permette di avere una visione completa dei primi cinquecento anni di storia medica romana. Pur opponendosi fortemente ai medici, ritenendoli capaci di avvelenare il popolo romano, Catone elaborò egli stesso una vera e propria teoria medica, basata sull’equilibrio degli umori: la bile, la pituita (il catarro) e l’aratrabile (la bile nera).
La farmacopea di Catone era invece basata sull’uso del cavolo: ritenuto da Catone “superiore a tutti gli ortaggi” (De agricoltura 156, 1) e considerato una panacea valida per tutti i mali. E in effetti si é scoperto di recente che questa famiglia di ortaggi é realmente valida nella prevenzione di numerose e anche gravi patologie. Dunque i Romani conoscevano molti rimedi basati sulla preparazione di medicamenti preparati a partire da sostanze naturali, prevalentemente erbe (scientia herbarum). Questo sapere si tramandava oralmente di padre in figlio ed é probabile che la fonte di queste conoscenze fosse la medicina etrusca.
Nelle sciatalgie era invece impiegata una infusione di vino al ginepro; come purgante era poco utilizzato l’elleboro, mentre si dava preferenza ad una infusione di vino al mirto. Alcune ricette rinvenute nel “De re rustica” descrivono apparecchi ortopedici costruiti con canne di bambù e rami di salice per contenere fratture e lussazioni.
Un interessante aspetto della medicina romana di questo periodo riguarda la legislazione igienico-sanitaria: formulata a tutela dei cittadini. Vennero infatti realizzate opere di bonifica dei territori paludosi dell’agro romano, furono raccolte nella cloaca massima le acque malsane e i liquami, si procedette con la depurazione delle acque potabili.

La medicina etrusca

Il popolo etrusco, comparso nell’Italia centrale intorno all’ottavo secolo a.C., ebbe la sua massima esperienza politica, economica e culturale tra il VII e il VI secolo a.C. fino alla sua decadenza, avvenuta a causa dei Siracusani nel 474 a.C. a Cuma.
Gli elevati livelli della cività etrusca, compresa anche le notizie relative alla medicina, si rilevano solo indirttamente. Le uniche notizie certe sono presenti nelle Elegie di Eschilo, dove si legge che “…l’Etruria è una terra ricca di farmaci e il popolo coltiva l’arte medica”.

E’ indubbio che le benefiche acque minerali e termali della terra etrusca e la rigogliosa macchia mediterranea delle coste, resero agevole a questo popolo l’esercizio della medicina, che sfruttò le virtù terapeutiche delle piante.

Sono numerosi i reperti artistici rinvenuti in località termali, come le sorgenti di Chianciano, sebbene non vi sia traccia di grandiosi stabilimenti termali come quelli che divennero le splendide insegne della civiltà romana.
Gli Etruschi dimostrarono particolare abilità in campo odontotecnico, nella costruzione di protesi dentarie costruite in oro purissimo, metallo duttile e malleabile, supporto per denti realizzati in materiale vario: legno, pietra, madreperla.
La medicina era magico-religiosa molto radicata ad una tradizione popolare-empirica: le pratiche divinatorie furono motivo per un accurato esame degli organi. Gli aruspici etruschi valutavano la sede degli organi esaminati, ma anche i rapporti di questi con le strutture circostanti e da ultimo passavano alla ricerca di eventuali alterazioni patologiche come ascessi, ulcere o cicatrici.
Il linguaggio degli aruspici fu determinante per la terminologia medica: sono numerosi i vocaboli che dervano dalla lingua etrusca sia in campo anatomico – tibia, femore – che in campo clinico, come febbre, tosse e frattura.
Gli Etruschi si occuparono anche di igiene, portando contributi importanti: si occuparono della bonifica di territori malarici, di depurazione delle acque e a loro si deve la corretta sepoltura dei cadaveri.

La medicina italica primitiva

In epoca preromana, nella penisola italica si insediarono molteplici popolazioni, il cui inquadramento generale diventa più preciso a partire dal VI secolo a.C.
Gli Etruschi, insediatisi nella regione compresa tra l’Arno e il Tevere, furono i primi ad elaborare una originale civiltà indigena, diffusasi rapidamente presso i popoli vicini e influenzando anche i popoli con cui ebbero contatti, nell’Europa centrale e sulle coste dell’Africa e della Spagna.
Ma le primissime tracce di medicina italica sono avvolte nella leggenda, se si fa eccezione per i popoli di cultura greca.
Si narra delle tre figlie del re Eeta: Circe, Medea e Angizia, in fuga dalla Colchide e rifugiate nella regione dei Marsi (l’attuale Abruzzo) dove diffusero l’arte del guarire.

Una arte basata su quella “medicina popolare” derivata dalla fusione di arti magiche e i rimedi della terra.

Circe si dedicò alla farmacologia e all’erboristeria: la leggenda le attribuisce l’utilizzo nella medicina empirica della flora mediterranea, molto rigogliosa sul monte Circeo.
Medea, invece, tentò di ringiovanire Esone, come si legge in Ovidio, mentre Angizia insegnò al popolo che viveva sulle sponde del lago Fucino l’arte della tossicologia.
Un mito che dunque ammette l’esistenza di una rudimentale forma di medicina, dove con molta probabilità la tradizione sacerdotale aveva conferito all’arte del guarire un carattere religioso e magico.
E come in tutte le civiltà primitive, anche per le popolazioni che vissero nella penisola italica si riconoscono le due componenti fondamentali, quella empirico-popolare e quella magico-religiosa.

La chirurgia greca postippocratica

Dopo la morte di Ippocrate la medicina e la chirurgia greca languirono.

Fu grazie alla scuola di Alessandria d’Egitto, nel III secolo a.C. circa, in particolare con le figure di Erasistrato e Erofilo, la scienza medica poté procedere.
Pur con differenze, furono i primi nella storia ad effettuare la dissezione dei cadaveri umani, dedicandovi metodo e notevole frequenza.
Pare che Erasistrato eseguì interventi chirurgici anche sul fegato, per medicare l’organo. Praticò la paracentesi per curare l’ascite e inventò un catetere ad S per il sondaggio della vescica.
Erofilo diede la prima descrizione anatomica della prostata e  fu autore del “Libro delle levatrici”: i medici dell’antica Grecia, infatti, dimostrarono un particolare interesse per l’ostetricia e la ginecologia, come dimostrano i ben sette libri dedicati alla materia nel Corpus Hippocraticum.

Nei libri di ostetricia e ginecologia vi sono scarse e inesatte nozioni di anatomia e fisiologia, così come di clinica e terapia. Le ovaie, per esempio, erano ritenute corrispettive dei testicoli, con il compito di secernere il seme femminile. L’utero era suddiviso in due cavità, destra e sinistra, destinate ad accogliere embrioni maschili o femminili.
E anche i problemi della riproduzione non erano molto ben noti: i greci ritenevano che il feto maschile si formasse in 30 giorni, quello femminile in 42. E secondo questi testi, i bambini crescevano come piante, a testa in su, per fare poi una capriola intorno al settimo mese!
Secondo alcuni storici, Ippocrate conosceva la sedia ostetrica; per facilitare il parto, la donna era sottoposta alla succussione ippocratica, che consisteva nel legarla ad un letto posto in posizione verticale che al momento delle doglie, veniva sollevato e lasciato cadere su dei fagotti per ammortizzare il colpo. Un metodo già usato dalla scuola di Cnido.
In campo urologico, Ippocrate si interessò di reni e vescica, classificando le malattie dell’apparato urinario. Descrisse anche la litiasi urinaria, adottando però metodi terapeutici inadeguati.

La chirurgia greca al tempo di Ippocrate

La chirurgia al tempo di Ippocrate è essenzialmente una terapia delle fratture e delle lussazioni: lo si evince dai titoli dei trattati del Corpus Hippocraticum, che si presentano in modo compatto grazie alle strette relazioni che li legano.
“Le articolazioni”, “Le fratture”, “Le ferite della testa”, “Gli strumenti di riduzione”, “L’officina del medico”, “L’emorroidi e le fistole”.

Al tempo di Ippocrate non esisteva differenza tra medicina e chirurgia: i laici praticavano entrambe, mentre i medici sacerdoti si dedicavano in modo quasi esclusivo la medicina.

Questa premessa è essenziale per comprendere gli interventi chirurgici dei tempi, basati in modo prevalente su una chirurgia di tipo traumatologico. Il campo di applicazione era legato, infatti, a ferite, fratture, lussazioni, curate in “iatron”, che i traduttori hanno reso con il termine di “laboratorio”, mentre in realtà era inteso come un vero pronto soccorso.
Dei sei trattati, sono tre i più rilevanti e che meglio rendono l’idea della chirurgia dell’antichità, in cui il genio di Ippocrate emerge nello spirito di osservazione, nel senso pratico, nell’esperienza e nella critica ai modi errati di operare: “Articolazioni”, “Fratture” e “Strumenti di riduzione”.
Va sottolineata la cura nei particolari nella descrizione degli strumenti utilizzati per la riduzione delle lussazioni e delle fratture; senza gli enormi progressi fatti attraverso una maggiore conoscenza dell’anatomia, sarebbe stato difficile riuscire ad arrivare a procedimenti più miti, usati oggi.
Gli strumenti vengono distinti in due gruppi: quelli usati per le operazioni di riduzione e quelli impiegati per proteggere e tenere fermi gli arti dopo l’intervento. Per questo tipo di interventi si faceva ricorso a bendaggi, stecche e docce: è l’argomento della parte iniziale di “Fratture”.
Ma la parte principale di questi trattati è dedicata agli interventi di riduzione, attraverso i quali il medico, coadiuvato da assistenti, sistemava ossa e articolazioni, riportandole alla loro posizione naturale.