Jan Evangelista Purkyně e la ricerca verso la neurobiologia

Affrontò numerosi problemi in diversi campi della medicina, contribuendo tra l’altro a porre le basi della dottrina cellulare

Jan Evangelista Purkinje (Libochovice, Litoměřice, 1787 – Praga 1869) fu istologo e fisiologo e svolse la sua attività a Breslavia e Praga. Nel 1823 fondò l’istituto di fisiologia di Breslavia, presso il quale insegnò fisiologia e patologia fino al 1849, quando fu chiamato a dirigere l’istituto di fisiologia dell’università di Praga. Affrontò numerosi problemi in diversi campi della medicina, contribuendo tra l’altro a porre le basi della dottrina cellulare, e portando a termine ricerche di fondamentale importanza sulla fisiologia della visione e sulle conoscenze istologiche del sistema nervoso della cute, del cuore, dei vasi, delle ossa e dei denti.

I suoi studi istologici, condotti con l’apporto di innovazioni tecniche importanti come l’uso del microtomo, dell’acido acetico  glaciale, di coloranti chimici e del  balsamo del Canada, lo portarono all’identificazioni della morfologia delle cellule della corteccia del cervelletto: ecco perché il suo nome è associato alle grosse cellule del cervelletto, caratterizzate dalla grande espansione delle loro ramificazioni nervose, che partecipano alle vie nervose che coordinano il movimento. Si tratta di grandi cellule nervose multipolari situate nello strato medio della corteccia cerebrale, fra gli strati granulare e molecolare. I corpi cellulari sono disposti in un’unica fila e costituiscono uno strato intermedio separato della corteccia cerebellare; sono circondati da una fitta rete formata dai dendriti di altri neuroni (cellule a canestro). I dendriti si dividono prima in due rami principali e poi via via in una ramificazione dendritica che si espande in piano e forma una caratteristica arborizzazione, tipica dell’istologia del cervelletto.

Si occupò della fisiologia della percezione visiva, in particolare alla corretta individuazione dell’origine di alcune immagini presenti nell’occhio, in corrispondenza della pupilla, e dovute alla riflessione di oggetti esterni. Nella sua tesi di laurea in medicina, Contributi agli aspetti della visione nei suoi aspetti soggettivi (1819), descrisse il fenomeno che riguarda la variazione della sensibilità per i colori al mutare delle condizioni di illuminazione ambientale.

Nel 1842 fondò il primo laboratorio ufficiale di psicologia a Breslavia, dove furono poste le basi della moderna psicologia sperimentale. Fra l’altro utilizzò, prima dell’ideazione dell’oftalmoscopio da parte di Helmholtz, l’osservazione diretta del fondo oculare.
I suoi contributi all’affermazione della teoria cellulare furono fondamentali: infatti, il suo nome è anche legato alle “fibre del Purkinje”, il tessuto del muscolo cardiaco che trasmette la contrazione muscolare al cuore, parte di uno speciale sistema di conduzione dell’impulso elettrico che permette un’adeguata eccitazione del muscolo cardiaco, secondo un ritmo appropriato alle funzioni cardiocircolatorie.

Gregor Mendel e la genetica

Dotato di una spiccata meticolosità negli studi, ebbe il merito, tra i primi, di applicare la matematica alla biologia.

Il monaco agostiniano Gregor Mendel, ha trascorso buona parte della sua esistenza all’interno delle mura di una pacifica abbazia dell’attuale Repubblica Ceca, senza che il suo nome riecheggiasse nei più importanti salotti scientifici del suo tempo.
Questo perché nessuno è stato in grado di cogliere l’importanza delle sue ricerche quando era ancora in vita. La riscoperta avvenne oltre quindici anni dopo la sua morte a opera di tre scienziati provenienti da tre nazioni diverse, indipendentemente l’uno dall’altro e quasi in contemporanea: questo è un evento raro nella storia della scienza.
Intorno a Mendel, alle sue scoperte e alla nascita della genetica ci furono avvenimenti di ogni tipo come diatribe personali, ripicche ed egoismo tra scienziati, l’avversione di alcune autorità religiose, le forzature di qualche politico.
Gregor Mendel fu un perfetto frutto del suo tempo e della sua terra. Fu un uomo pratico, concreto, innamorato della conoscenza. Una gioventù dolorosa, segnata dalle malattie, dalla povertà e dalla difficoltà nel portare avanti gli studi non fermò il futuro padre della genetica, che dimostrò in tutti quegli anni grande tenacia e dedizione.
Johann Mendel nacque il 22 luglio 1822 a Heinzendorf bei Odrau, nella Slesia austriaca, parte dell’Impero austro-ungarico, figlio di Rosine Schwirtlich, figlia di un piccolo proprietario terriero, e di Anton Mendel, un contadino.
Lavorò come giardiniere ed apicoltore, ma la salute piuttosto cagionevole del ragazzo non aiutò il progetto di lavorare con la famiglia. Quando il padre, nel corso dell’inverno del 1838-39, rimase gravemente ferito a causa della caduta di un albero, l’adolescente Johann non fu di grande aiuto. Rimase a letto per mesi a causa di un misterioso malessere. Sia la sua malattia sia il fatto che Johann non avesse alcun interesse a seguire le orme del padre nella gestione della fattoria furono i motivi che allontanarono progressivamente il ragazzo dalla sua famiglia.
Mendel entrò in contatto con un mondo contadino intraprendente e con una Chiesa vicina ai problemi della gente. A trasmettergli la passione per le scienze della natura furono soprattutto due insegnanti sacerdoti, Schreiber e Friedrich Franz che “diede al giovane un’impostazione matematica” e “indirizzò il suo futuro”. Studiò teologia, filosofia, matematica e fisica presso l’istituto di filosofia di Olomouc e nel 1843 entrò come novizio presso il monastero agostiniano di San Tommaso a Brno, abbandonando il nome di Johann e assumendo quello di Gregor, accolto dai frati agostiniani e dall’abate Cyrill Napp.


Il 6 agosto 1847 Mendel fu ordinato sacerdote.
Insegnò matematica e fisica e, respinto all’esame di abilitazione all’insegnamento, tra il 1851 e il 1853 frequentò l’università di Vienna; qui studiò fisica, matematica, scienze naturali, seguendo con particolare interesse le lezioni del fisico Christian Doppler (1803-1853) e del botanico Franz Unger (1800-1870), sostenitore della teoria della mutazione delle specie e dell’antichità della storia della Terra. Membro della Società zoologica e botanica di Vienna e di Brno, pubblicò le sue prime brevi note nelle Verhandlungen della Società.
Nel luglio del 1853 Mendel tornò al monastero come professore, dedicandosi all’insegnamento e agli studi di meteorologia, apicoltura e agricoltura e dal 1856 iniziò a fare esperimenti sulle piante di pisello: iniziò in particolare, una serie di esperimenti di ibridazione su sette caratteri dei piselli i cui risultati rese noti nella memoria Versuche über Pflanzen-hybriden, dove enunciava una “legge di sviluppo degli ibridi”, da cui derivò la rivoluzionaria teoria dell’ereditarietà dei caratteri, esposta per la prima volta nel febbraio del 1865, alla Società di Scienze naturali in Moravia, ma nessuno riuscì né a seguire né a comprendere il suo lavoro.
Le sue ricerche, mirabili per la chiarezza dell’impostazione e la precisione delle induzioni, lo condussero a formulare le leggi della trasmissione dei caratteri ereditari che portano il suo nome e che costituiscono il fondamento della genetica attuale.

L’importanza degli studi di Mendel venne riscoperta solo nel 1900 contemporaneamente e indipendentemente da tre botanici, l’olandese Hugo de Vries (1848-1935), il tedesco Carl Erich Correns (1864-1933) e l’austriaco Erich Tschermak von Seysenegg (1871-1962). Nel 1903 le ricerche di Mendel sull’ibridazione furono ripubblicate con il titolo Versuche über Pflanzenhybriden. Anche se un’analisi dettagliata delle sue memorie ha dimostrato che i dati statistici erano piuttosto approssimati, con le sue ricerche Mendel riuscì a dimostrare che l’ereditarietà non è una mescolanza di caratteri, bensì che i caratteri ereditari sono trasmessi da unità distinte, e formulò le leggi relative alla trasmissione dei caratteri ereditari, oggi note come leggi di Mendel. La scoperta delle modalità con cui si ereditano i caratteri effettuata da Mendel è stata determinante per la comprensione dei processi che sono alla base della variabilità genetica e quindi dell’evoluzione.

L’origine dell’uomo

Nell’Ottocento, con gli studi collegati alla cellula, emerse la questione dell’origine della specie ed in particolare di quella dell’uomo. Il primo che pose le basi di questo genere di studi fu Giovanni Monet de Lamarck (1744-1829), il quale nel 1809 propose la sua teoria sull’evoluzione degli esseri viventi, fondata essenzialmente su due capisaldi: l’adattamento all’ambiente ed una certa tendenza della natura ad evolversi.

Cinquant’anni più tardi, nel 1859, Carlo Darwin (1809-1882) formulò la sua teoria, secondo la quale l’esistenza della specie non può essere spiegata se non mediante la selezione naturale di una specie preesistente. Mentre il Lamarck, per sostenere la sua teoria, era ricorso a fattori interni all’organismo, Darwin si era appoggiato, invece, a fattori esterni e casuali, rappresentati dalla «lotta per l’esistenza».

Intorno alle teorie dei due maestri si formarono due gruppi di seguaci: i neodarwinisti ed i neolamarckisti, i quali modificarono, a secondo delle critiche mosse alle rispettive teorie, alcuni loro postulati.
Fra i seguaci di Darwin va ricordato principalmente Tommaso Huxley, poiché egli, e non Darwin, come comunemente si crede, fu l’autore dell’affermazione secondo cui l’uomo discenderebbe dalla scimmia.

Gli studi sulla riproduzione cellulare si addentrarono anche nel campo particolarmente interessante della genetica cromosomica. Questo particolare indirizzo delle ricerche biologiche si può fare risalire alle osservazioni del monaco agostiniano Gregorio Mendel (1822-1884), scopritore di quella legge, che da lui prese il nome di mendelismo, secondo la quale l’ereditarietà è sottoposta a leggi prestabilite. Le leggi mendeliane inizialmente non riscossero successo. Esse furono prese in considerazione e rilanciate solo a partire dal 1900 ad opera principalmente del botanico H. de Vries (1848-1935), lo scopritore delle mutazioni. Dopo il 1900 W. Sutton (1876-1916) riconobbe che il mendelismo poteva essere interpretato in base all’ipotesi della localizzazione dei geni nei cromosomi. T. Morgan (1866-1945) dopo il 1910 riuscì a dare la conferma sperimentale di tale ipotesi ed a scoprire l’ordine lineare dei geni nei cromosomi.

Gino Aldi Mai – Il Filantropo Mancianese e il suo lascito alla Comunità

Questo blog nasce anche per valorizzare come le comunità hanno costruito intorno agli ospedali una identità molto forte: ci hanno scritto Chiara Zella, Elisa Bellumori e Anthony Fedeli per raccontare la storia dell’ospedale di Manciano, nato proprio grazie alla figura di Gino Aldi Mai, un filantropo che ha lasciato un segno fortissimo nel suo paese.

A Manciano (Grosseto), la storia dell’assistenza ospedaliera ha origini molto antiche; già dal 1572 è segnalata la presenza di uno “Spedale”, ossia un ospizio con la funzione di assicurare cure ai malati poveri e alloggiare i pellegrini.
 Nel corso del XIX secolo, come conseguenza delle varie prese di coscienza della popolazione sulla propria realtà, riscontrata in tutta la Maremma, sorsero enti e associazioni di carattere assistenziale e ricreativo, come la “Società Operaia di Mutuo Soccorso e la Compagnia del Santissimo Sacramento e Misericordia”.

La genesi del nuovo Ospedale fu lunga e complessa. Il Comune ed altre istituzioni del tempo, riconoscevano l’esigenza di doversi dotare a proprio carico di un’apposita struttura ospedaliera al passo con i tempi, malgrado la mancanza di fondi.

Giuseppe Gino Aldi Mai

La Figura di Gino Aldi Mai
In risposta a ciò, la realizzazione della nuova struttura sanitaria, fu possibile grazie all’intervento risolutivo dell’Onorevole Giuseppe Gino Aldi Mai (1877-1940), importante figura del regime fascista, avvocato e uomo politico, sindaco e podestà di Manciano, tra il 1926 e il 1938.

Premiato con la Croce al merito di guerra, ricoprì per tre legislature consecutive la carica di Segretario della Camera e nel 1934 fu eletto Senatore. Oltre all’ospedale, fra le sue opere più importanti va ricordato l’Acquedotto del 1913 da Santa Fiora a Manciano, la proposta di costruzione delle linee ferroviarie Orvieto-Orbetello, Massa Marittima-Siena e quella dell’Amiata e fu uno dei maggiori sostenitori e promotori della bonifica integrale della Maremma tra il 1925 e il 1928, tanto che arrivò a sollecitare più volte Mussolini.
Il 7 Novembre 1926, alle ore 10.00, venne inaugurato il nuovo “Ospedale Aldi Mai”, così intitolato per volere del finanziatore del progetto, che in una lettera incisa a caratteri d’oro sul nascente edificio (oggi perduta), asseriva:

“Ad onorare i miei morti, ai quali voglio sia dedicato, ho deciso, cessata la guerra, di costruire lo Spedale a mie spese”

Foto storica dell’inaugurazione dell’ “Ospedale Aldi Mai”

Il Giorno dell’Inaugurazione
L’evento ebbe grande risonanza in tutta la Regione e portò personalità di spicco a parteciparvi.
 Alle ore 10.30, un corteo composto da più di 5000 persone sfilò per le vie di Manciano, sino a raggiungere il nuovo Ospedale. Mentre la popolazione si radunava acclamante nella piazza adiacente, le Autorità prendevano posto, come testimoniato da numerose foto storiche, sui due terrazzini, al tempo parte della facciata principale. Rispettivamente le “Signore di Manciano”, la Signorina Ciacci e le due Signore Marsalia e Maddalena Ciacci, nipote, madre e moglie dell’Onorevole Aldi Mai. Dall’altra, oltre a quest’ultimo erano presenti anche il notaio Rossi, che lesse l’atto di donazione, il Monsignor Vescovo Matteoni venuto a benedire la struttura, il sindaco del paese Rosatelli, Guido Meloni e altre personalità del tempo.
La cerimonia si concluse in tarda sera, ma l’importanza di tale evento fu talmente sentita che la Congregazione di Carità di Manciano, un anno dopo, volle commemorarla con la pubblicazione di una locandina.

Con l’inaugurazione dell’Ospedale Aldi Mai, Manciano compiva un passo determinante sul piano dell’ammodernamento dei servizi sanitari; ancora oggi la figura del suo fondatore si conserva nella memoria storica di questo paese.

Bibliografia
Manciano – Guida al Centro Storico; Massimo Cardosa, Laurum Editrice; 
Manciano – Itinerario storioco-artistico; Lilio Niccolai, Comune di Manciano; 
La Misericordia di Manciano – Quattro secoli di storia; Lilio Niccolai, Comune di Manciano; 
Documentazione varia (lettere, verbali, locandine) presso l’Archivio Comunale di Manciano; 
Grossetopedia Wiki, https://grossetopedia.fandom.com/it/wiki/Gino_Aldi_Mai 
Fonti Giornalistiche 
Giornale d’Italia, 3 Novembre 1926; 
Giornale d’Italia, 7 Novembre 1926; 
Il Telegrafo, 7 Novembre 1926.

Sant’Antonio e la sua Festa all’Ospedale di Alessandria

L’Ospedale di Alessandria, dedicato ai Santi Antonio e Biagio, promuove una intera settimana di appuntamenti per festeggiare Sant’Antonio, il 17 gennaio, (il programma completo dell’iniziativa è disponibile qui) e rendere la festa ancora più inclusiva e partecipata, nonché di approfondimento costruttivo e di perno attorno al quale ruotano le molteplici attività dell’Ospedale: la festa di Sant’Antonio, infatti, costituisce un appuntamento ormai divenuto tradizionale e molto sentito dall’intera città di Alessandria.

Le celebrazioni si aprono con un pomeriggio dedicato alle Medical Humanities per riflettere sull’integrazione tra la dimensione tecnica dell’approccio medico tradizionale e la dimensione relazionale fornita dalle discipline umanistiche, da sempre motivo di contemplazione contro le malattie per i ricoverati.

Ampio spazio è dato al patrimonio “umano”: ai professionisti che vi operano con la valorizzazione dei progetti di ricerca; ai dipendenti in pensione, per ringraziarli dell’impegno; ai benefattori, che nel corso dei secoli e ancora oggi hanno rappresentato e continuano ad essere un valore aggiunto nella crescita dell’Ospedale.  Ospedale che nella sua doppia dedica, risalente al 1566-1567, sembra già contenere in se’ il suo destino e la sua storia che ancora oggi si sta sviluppando in piena coerenza con l’originario legame tra il luogo di cura e i bisogni di salute della comunità, già afflitta da quelle patologie che verranno poi indicate come “ambientali”.

Questa significativa intitolazione, infatti, rispondeva alla precisa volontà di porre l’ospedale e quindi la città intera dei sofferenti sotto la protezione dei due principali santi medievali della pietà.

Nello specifico si tramanda che i fedeli accorressero numerosi per ottenere guarigioni da Sant’Antonio, l’eremita che veniva considerato il difensore dei poveri ma anche il protettore da tutti i tipi di contagio come l’erpes zoster, ovvero quel fuoco di Sant’Antonio che si ritrova simbolicamente nella sua iconografia.

A San Biagio,invece, venne attribuita la capacità di difendere dal mal di gola dopo aver salvato un bambino che stava per morire soffocato a causa di una lisca di pesce.

Entrambi i santi quindi incarnano la protezione dai mali del corpo e dello spirito, rappresentando i maestri di carità che, grazie alla loro salda fede e alta moralità, riescono a sopportare il dolore e le privazioni. Concetti davvero importanti e sentiti dagli uomini del Medioevo ai quali le malattie contagiose, le carestie e le miserie apparivano come prove imposte da Dio o addirittura punizioni.

Ripercorriamo una prima parte della storia di questo Ospedale, che affonda le sue radici con la storia della Città di Alessandria, fin dall’anno 1168 in cui convenzionalmente si attribuisce la nascita della città di Alessandria. In realtà la dignità di città, Alessandria poté acquisirla dieci anni dopo, nel 1178, con la costruzione della Cattedrale e delle mura di cinta. Prima di quella data, infatti, era un agglomerato di case di terra con il tetto di paglia, affacciate a strade dove scorrevano a cielo aperto acqua piovana e scarichi, che, raccolti un un canale venivano convogliati nel Tanaro.
Per circa un secolo, a partire dal 1200, Alessandria fu attraversata da una serie di sanguinose battaglie tra guelfi e ghibellini, fino a perdere il suo stato di comune libero e consegnarsi nel 1316 al Ducato di Milano, dominio che venne mantenuto fino al primi anni del 1700.
Pur essendo parte di un grande stato, Alessandria non ebbe gli stessi benefici né economici né socio-culturali come la vicina Pavia, dove i Visconti avevano il loro castello e fondarono una delle prime università italiane. Alessandria era ritenuta importante per la difesa del Ducato: venne quindi fortificata con cura, ma poca attenzione venne data ad altri aspetti, in primis alla costruzione di un grande e importante ospedale, come quello di Pavia.

Ubicazione di alcune “Chiese di Spedale” di Alessandria nel 1500. (Da Storia dell’Ospedale dei santi Antonio e Biagio di Alessandria di G. Maconi)

In linea di massima, gli ospedali della città erano chiamati con il nome della chiesa a cui erano annessi. Erano chiamate “chiese di ospedale” quelle strutture che avevano annesso un ospedale, normalmente di piccole dimensioni. Erano adiacenti la chiesa stessa, ed erano luoghi dedicati sia all’assistenza di persone malate che pellegrini. Si trattava di edifici di piccole dimensioni, costituiti da tre o quattro locali, capaci di ospitare al massimo una decina di persone; svolgevano funzioni di assistenza più che di cura, infatti erano pochi quelli dotati di personale medico.

La popolazione, va precisato, era piuttosto reticente al ricovero ospedaliero come lo intendiamo oggi e si affidava ai rimedi della “medicina popolare”. Chi poteva pagava un medico per la cura a domicilio, evitando se possibile il ricovero in stanze buie, spesso sporche, con trattamenti eseguiti da personale non adeguatamente preparato.

Ad Alessandria erano undici gli ospedali annessi alle Chiese, la cui presenza è testimoniata da documenti storici.
Il più antico era quello di sant’Antonio, nel quartiere di Bergoglio, fondato nel 1295 con i fondi di Giannino Guasco. Dopo la sua costruzione, l’ospedale passò ai canonici di Sant’Antonio, che si occupavano in particolare dell’assistenza agli ammalati del “fuoco sacro” o “fuoco di sant’Antonio”. Nel 1626 l’ospedale e la chiesa vennero uniti alla chiesa di san Marco (l’attuale Duomo).
Non si conosce invece la data precisa di fondazione dell’ospedale di San Giovanni in Bergoglio, chiamato anche “ospitale de porta Alexii” perchè si trovava vicino alla porta collocata sulla strada per Asti.
Anche dell’ospedale di san Cristoforo in Bergoglio non si conosce l’esatta fondazione, ma pare sia anteriore al 1350 in quanto il nome figura nell’elenco delle chiese compilate proprio quell’anno. I beni di questa chiesa e dell’ospedale furono donati da papa Pio V all’ospedale di sant’Antonio in Rovereto nel 1566 per completarne il finanziamento. Pare che questo ospedale fosse riservato alle sole donne.
L’ospedale di san Giacomo di Altopascio in Marengo fu terminato nel 1355 dopo un atto di fondazione datato 1350 e redatto proprio nella cittadina toscana, sede di tutti gli ospedali con lo stesso nome e sparsi per l’Europa, grazie a Guglielmo Gamberini, nobile alessandrino con parenti stretti a Lucca. Motivo per cui la famiglia Gamberini per diversi secoli nominò il Rettore dell’ospedale, scegliendo spesso tra la propria famiglia. Era collocato nel quartiere Marengo, affacciato su corso Lamarmora e si estendeva su via Ghilini; la presenza di medici lascia immaginare che fosse un ospedale inteso in senso moderno. Quando nel 1777 si estingue il ramo alessandrino della famiglia Gamberini, l’ospedale viene trasformato in “ospedale per pazzerelli”, essendo stato costruito nel frattempo l’Ospedal Grande dei Santi Antonio e Biagio.
Sempre nel quartiere di Marengo, nell’attuale via Parma, era collocato l’ospedale di San Bartolomeo, fondato nel 1389 da Fiorino Merlani, la cui famiglia mantenne il patronato pare fino al 1700. Sembra fosse il più antico esempio di ospedale organizzato in modo moderno, sebbene con il tempo, probabilmente a causa della cattiva amministrazione, si passò dai quattordici posti letto iniziali, ad otto, come si legge nei documenti delle visite pastorali del 1698 e del 1709, fino alla definitiva chiusura nel 1773 per ordine sovrano.
L’ospedale di san Giacomo venne invece trasferito da Asti ad Alessandria quando nel 1575 il re di Spagna Filippo II lascio la città al Ducato di Savoia. Sistemato nel quartiere Gamondio annesso ad alcune case presso il convento degli Umiliati, probabilmente in via Trotti, nel tratto che va da via Legnano a via Bergamo. Si trattava di un ospedale militare, trasferito poi nel 1792 in Cittadella, con la costruzione dell’ospedale ivi incluso.
L’ospedale di san Cristoforo era collocato in zona Gamondio, probabilmente verso piazza Marconi; il vescovo Bertolino nel 1408 lasciò i beni di questo ospedale e alla chiesa annessa ai frati agostiniani di San Giacomo della Vittoria, che ne entrarono in possesso solo nel 1428 dopo l’approvazione papale e una volta finita l’opera di ospitalità.
L’ospedale Santissima Trinità veniva anche chiamato dei santi Giacomo e Filippo degli Spandonari perché si trovava vicino alla chiesa che ne portava il nome, pur non essendone annesso. Costruito da due sole camere, era riservato ai soli pellegrini di passaggio. A metà seicento, dopo il lascito di un sacerdote, Michele Antonio Milhauser, l’ospedale ebbe una migliore fortuna. Verso la fine del settecento la chiesa, che si trovava in cattive condizioni, venne edificata in altro luogo e l’ospedale con il suo patrimonio passò poi all’ospedale dei pazzerelli.
L’ospedale di San Biagio era collocato fra via Verona e Via Milano, nel quartiere Rovereto; il documento più antico ad esso riferito è un atto notarile del 1353. Dagli atti delle visite pastorali pare che l’ospedale avesse dieci letti solo per uomini. Tra il 1565 e il 1567 questo ospedale venne annesso, come detto, a quello di san’Antonio dal punto di vista amministrativo, pur mantenendo la propria sede.
Il documento più antico relativo all’ospedale di Sant’Antonio è invece del 1524 in cui Giacomo Claro, nobile alessandrino, lo rendeva erede di tutti i suoi beni. Collocato in via Treviso, all’interno del quartiere rovereto, costituiva la parte più antica dello Spedal Grande dei Santi Antonio e Biagio.