Asbesto: un breve storia

Asbesto deriva dal greco ‘inestinguibile’ in quanto anticamente si credeva che una volta acceso non si potesse più spegnere, indicazione che si trova sul dizionario Treccani. L’asbesto, conosciuto più comunemente in Italia come amianto, è il termine con il quale viene classificata una serie di minerali, appartenenti al gruppo degli inosilicati e fillosilicati, accomunati dalla consistenza fibrosa e dalla pericolosità per l’organismo. Fibre naturali che a causa del massiccio uso che ne è stato fatto dalla rivoluzione industriale in poi, sono risultate essere dannose per salute umana provocando spesso malattie molto gravi, come il mesotelioma pleurico.

L’asbesto (amianto) si trova in natura in vene e fasci di fibre nelle litoclasi o all’interno della roccia madre ed è presente in molte parti del globo terrestre in miniere a cielo aperto. Serpentiniti contenenti asbesto sono largamente diffuse nella parte ovest delle Alpi italiane, in particolare la più grande miniera dell’Europa ovest, si trova presso Balangero, in provincia di Torino.

Per la sua alta resistenza alla fusione e alla combustione l’amianto è servito a fabbricare tessuti incombustibili (adoperati tra l’altro per speciali tute) e le sue proprietà ne fanno un materiale diffuso in tutto il mondo e impiegato per una quantità variegata di prodotti quali tetti, tegole, pavimenti, rivestimenti, arredi: impieghi molteplici e tutti estremamente dannosi per l’uomo. È stato inoltre usato per guarnizioni a tenuta di vapore o d’acqua calda, per resistenze, filtri, diaframmi ed è alla base dei prodotti del tipo eternit, ovvero un fibrocemento utilizzato nel settore edilizio come materiale di copertura e coibentazione.

Va ricordato che l’ETERNIT di Casale Monferrato è stato il più grande stabilimento di manufatti in cemento–amianto d’Europa: dal 1917 al 1986 le persone impiegate nello stabilimento furono circa 5000; negli anni ‘50 occupava circa 1000 persone, salite a circa 2000 nel ‘60 e stabilizzate intorno a 1000 sino agli anni 80; negli anni successivi il numero di addetti diminuì progressivamente fino alla chiusura dello stabilimento di Casale Monferrato avvenuta nel giugno 1986.

Il nostro Paese è stato, dal secondo dopoguerra fino al bando dell’amianto, avvenuto nel 1992, uno dei maggiori produttori e utilizzatori di amianto, con un consumo di oltre 3,5 milioni di tonnellate in questo arco di tempo. Gli utilizzi hanno riguardato un amplissimo spettro di attività industriali, dalla cantieristica navale all’edilizia.

Il Parlamento italiano nel 1992 emanò la legge n. 257 che – finalmente – mise al bando l’uso dell’amianto, mentre fino all’inizio degli anni Ottanta erano incessantemente aumentate le tonnellate impiegate all’interno del ciclo produttivo.
Conosciuto sin dall’antichità e impiegato nei rituali magici, ma poi approdato nella medicina, l’amianto entra ufficialmente nel mondo dell’industria alla fine dell’Ottocento, dopo il ritrovamento di grossi giacimenti che aprono al suo impiego in diversi settori e a nuove tecnologie utili a sfruttarne le fibre.

Asbesto nella storia

Tra i primi pare ad utilizzare e a riconoscere le proprietà delle fibre di amianto troviamo gli Egizi, che lo utilizzano nei rituali funebri, in particolare per la fabbricazione di tessuti con cui avvolgere i sovrani nelle pire loro dedicate, in modo da mantenerne le ceneri separate dal resto del materiale bruciato. Un utilizzo che testimoniato nella Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio, che lo definisce sostanza rara e preziosa, impiegata nella confezione dei manti funebri dei Re, in quanto il fuoco lo rendeva bianco e puro e perciò i sudari confezionati con esso evitavano la contaminazione delle ceneri reali. Sembra che nell’antichità l’amianto provenisse perlopiù da Cipro, dalla Grecia e dalle Alpi italiane.
Ma esistono testimonianze di presenza di questo materiale in frammenti e oggetti di questo tipo, risalenti al 2500 a.C., ritrovati dagli archeologi sia in Finlandia, Russia centrale e Norvegia, oltre che in alcuni siti lapponi in Svezia.
Nel Medioevo l’asbesto è definito ‘lana della salamandra’ a causa delle fibre che lo contraddistinguono e per la credenza popolare allora in voga: un rettile con il corpo ricoperto di amianto e che per questo poteva sfidare il fuoco senza danno. Si trovano testimonianze del minerale anche grazie alla testimonianza di Marco Polo, che ne “Il Milione” racconta di un minerale con fili come lana: ‘i fili vengono seccati al sole e poi pestati in un mortaio di bronzo e successivamente lavati con acqua, così da essere separati dalla terra; la terra poi si getta via e i fili di lana vengono filati e con essi si fanno in seguito delle stoffe’.
A lungo l’amianto è stato associato a rituali magici e per usi terapeutici in ricette al confine della magia, proprio come indicato nella ricetta del medico naturalista Boezio nel ‘600: ‘Dall’asbesto si fa spesso un unguento miracoloso per il’ lattime’ e per le ulcerazioni delle gambe’. Ma l’utilizzo dell’amianto nella preparazione dei farmaci è rimasto fino agli anni ’60, dove era presente per la polvere contro la sudorazione dei piedi (contenente in parti uguali un talco boro–silicato ed amianto in polvere) ed una pasta dentaria per le otturazioni e per il mal di denti (contenente ossido di zinco e amianto).

Nella foto di copertina: gli esperimenti di Ferrante Imparato (1550-1625) farmacista e naturalista italiano, con l’asbesto.

La produzione industriale

L’origine delle massicce applicazioni industriali e del crescente successo commerciale dell’amianto può essere fatta risalire, infatti, alla fine dell’Ottocento, con rilevanti periodi di “popolarità” nei primi anni del Novecento e nel secondo dopoguerra.
In ambito prettamente industriale, questo materiale si è imposto grazie alle sue proprietà di resistenza al fuoco e di isolamento termico; esso era inoltre di facile lavorazione e aveva un basso costo di approvvigionamento. Si trattava quindi di un minerale che si prestava a moltissimi usi e che non imponeva costi di produzione elevati: il materiale ideale per accompagnare fasi di rapida industrializzazione e di sviluppo dei consumi di massa.
Tuttavia, già nel corso degli anni Sessanta, fu definitivamente accertata la cancerogenicità del minerale, responsabile di neoplasie particolarmente virulente: il mesotelioma e il carcinoma polmonare.
Per il mesotelioma (come anche per l’asbestosi) la “causa scatenante” risultava già allora certa e pressoché univoca: l’inalazione delle fibre di amianto, mentre nel caso del carcinoma polmonare potevano subentrare diverse concause come il tabagismo o altri cancerogeni che interagivano nel manifestarsi del tumore.

Le patologie correlate

L’asbesto è causa di diverse patologie, tra queste la più tristemente nota e letale, il mesotelioma pleurico, un tumore che colpisce il mesotelio, il sottile tessuto che riveste la maggior parte degli organi interni. Ma non solo: le fibre di asbesto, inalate, provocano gravi patologie dell’apparato respiratorio tra cui l’asbestosi, il tumore maligno del polmone e della laringe e il già citato mesotelioma pleurico, oltre che neoplasie a carico di altri organi, il mesotelioma peritoneale, pericardico e della tunica vaginale del testicolo, e il tumore maligno dell’ovaio. Causano inoltre placche pleuriche e inspessimenti pleurici diffusi. Alcuni studi suggeriscono che sia causa di tumori maligni in ulteriori sedi, quale l’apparato digerente.
Queste patologie sono caratterizzate da un lungo intervallo di latenza tra l’inizio dell’esposizione e la comparsa della malattia, intervallo che, nel caso del mesotelioma, è in genere di decenni.

L’Italia è attualmente uno dei paesi al mondo maggiormente colpiti dall’epidemia di malattie amianto- correlate, conseguenza di utilizzi dell’amianto che sono quantificabili a partire dal dato di 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo prodotto nazionalmente nel periodo dal 1945 al 1992 e 1.900.885 tonnellate di amianto grezzo importato nella stessa finestra temporale.
Secondo il VI Rapporto RenaM – Rapporto del Registro nazionale dei mesoteliomi – che riporta i dati di incidenza e di esposizione ad amianto per i casi di mesotelioma maligno rilevati dalla rete dei Centri Operativi Regionali (Cor) – riporta i dati relativi a 27.356 casi di mesotelioma maligno (MM) con diagnosi fino al 31/12/2015.
Il Rapporto descrive le misure epidemiologiche di incidenza, età media alla diagnosi, rapporto di genere, distribuzione territoriale per oltre 25.000 casi di mesotelioma con diagnosi dal 1993 al 2015. Riporta inoltre i settori di attività economica e le mansioni maggiormente coinvolte nell’esposizione ad amianto, discussi a partire dai dati epidemiologici ottenuti dalle interviste anamnestiche retrospettive ai soggetti ammalati.
Nel Rapporto si precisa che la rete di rilevazione è completa e l’intero territorio nazionale è coperto dalla sorveglianza e registrazione dei casi di mesotelioma maligno della pleura, del peritoneo, del pericardio e della tunica vaginale del testicolo.
Nello specifico, viene indicato che oltre il 90% dei casi di mesotelioma registrati risulta a carico della pleura, sono presenti inoltre 1.769 casi peritoneali (6,5%), 58 e 79 casi rispettivamente a carico del pericardio e della tunica vaginale del testicolo. Fino a 45 anni la malattia è rarissima (solo il 2% del totale dei casi registrati). L’età media alla diagnosi è di 70 anni senza differenze apprezzabili per genere. Il rapporto di genere (casi di genere maschile per ogni caso di genere femminile: M/F) è pari a 2,5. Il 72% dei casi archiviati è di sesso maschile. La percentuale di donne passa dal 27,4% per i mesoteliomi pleurici a 32,8% e 41,1% rispettivamente per i casi del pericardio e del peritoneo.
Le modalità di esposizione sono state approfondite per 21.387 casi (78,2%) e, fra questi, il 70,0% presenta un’esposizione professionale (certa, probabile, possibile), il 4,9% familiare, il 4,4% ambientale, l’1,5% per un’attività di svago o hobby. Per il 20% dei casi l’esposizione è improbabile o ignota.
Pertanto, la percentuale di casi di mesotelioma per i quali l’analisi anamnestica ha rilevato una esposizione ad amianto lavorativa, ambientale, familiare, o a causa di hobbie è, sull’intero set di dati, pari all’80,1%.
La finestra di osservazione del ReNaM (1993 – 2015) è sufficientemente lunga da consentire alcune riflessioni sulla dinamica della composizione di tale quadro. Il peso dei settori tradizionali (intendendo con questo termine quelli per i quali sono disponibili più informazioni nella letteratura specializzata) tende a diminuire in maniera assai significativa. In particolare deve essere segnalato che i casi di MM dovuti a un’esposizione ad amianto subita nei settori dell’industria del cemento-amianto, della cantieristica navale e della manutenzione dei rotabili ferroviari passano dal 23% sul totale (dell’intera casistica esposta professionalmente) nel periodo 1993 – 1998 al 9,5% nel periodo 2011 – 2015.
A fronte di questa tendenza è invece in crescita la quota di soggetti con esposizione nell’edilizia – che produce oggi il maggior numero di casi e che desta preoccupazioni anche per la possibilità di esposizioni attuali – dal 12,1% nel periodo 1993 – 1998 al 16,8% nel periodo 2011 – 2015, e la grande frantumazione dei settori con possibilità di esposizione che deve essere considerata quando si discute di casi di mesotelioma per i quali non esistono evidenze di attività ‘a rischio’ svolte in precedenza.

Pur essendo la normativa italiana in tema di amianto tra le più avanzate in Europa e nel mondo, ancora oggi sono ancora presenti sul territorio nazionale diversi milioni di tonnellate di materiali compatti contenenti tale sostanza e molte tonnellate di amianto friabile in numerosi siti contaminati, di tipo industriale e non, tanto pubblici quanto privati.
Lo studio Sentieri fotografa la situazione sanitaria di una porzione rilevante d’Italia determinata dall’inquinamento industriale degli anni ’50-’70. Un tributo pagato dalle popolazioni locali all’industrializzazione del paese: lo studio inserisce Casale Monferrato tra gli oltre 50 i comuni afferenti ai siti di interesse nazionale per la bonifica da amianto.

Della gravità della situazione relativa all’amianto si è stati finora poco consapevoli; ne sono ben consce le popolazioni dei luoghi più colpiti e le famiglie investite più direttamente dal problema.


http://www.quadernidellasalute.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2570_allegato.pdf

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https://journals.openedition.org/diacronie/454

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https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/pubblicazioni/catalogo-generale/pubbl-registro-nazionale-mesoteliomi-6-rapporto.html

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https://media.accademiaxl.it/memorie/S5-VXXXVII-P2-2013/Lesci-Roveri279-291.pdf

 

Vita e intuizioni di un genio: Rudolf Virchow

Virchow nacque a Schivelbein nel 1821 e morì a Berlino nel 1902.

Patologo nelle università di Würzburg e Berlino e autore nel 1858 dell’opera Cellularpathologie. In essa Virchow localizzava le malattie nell’alterata struttura delle cellule dell’organismo, dopo che Bichat le aveva localizzate nei tessuti e dopo che, prima ancora, Morgagni le aveva localizzate negli organismi.

Laureatosi a Berlino nel 1843, nel 1848 ricevette l’incarico dal governo di condurre un’inchiesta relativa ad un’epidemia di tifo che aveva colpito la Slesia superiore. Compiuta l’inchiesta, ebbe il coraggio di denunciare apertamente le mancanze del governo, rivelando quello spirito liberale che si manifestò apertamente durante i moti rivoluzionari del 1848, e che lo portò alla destituzione da ogni ufficio. Ma subito dopo ebbe la cattedra ordinaria all’Università di Wurzburg, che tenne per sette anni. Nel 1856 venne chiamato alla cattedra di anatomia patologica dell’Università di Berlino, ove rimase sino alla morte. Grandissimi furono i suoi contributi in ogni settore dell’anatomia patologica, ma la sua gloria e soprattutto legata alla fondazione della patologia cellulare. Fu anche insigne antropologo e paleontologo ed i suoi studi sul cranio di Neanderthal, sul Pitecantropo, sui caratteri antropologici dei tedeschi (soprattutto i Frisoni), oltre al monumentale trattato “Crania ethnica Americana” (Cranii dei popoli indigeni americani, Berlino 1892) segnarono una tappa fondamentale della storia della scienza. Di fronte all’evoluzionismo, assunse una posizione critica: lo giudicò un’esigenza logica della scienza, che, tuttavia, necessitava di prove sicure ed inconfutabili.

Autore del famoso principio omnis cellula e cellula, ha lanciato il programma della patologia cellulare con l’obiettivo di rifondare la medicina sulla fisiopatologia cellulare e sul metodo sperimentale: già a partire dalle prime versioni della teoria cellulare egli aveva sviluppato l’applicazione della nuova concezione dell’organizzazione dell’organismo vivente alla patologia. 

Nel 1858 pubblicava Die Cellularpathologie in ihrer Begründung auf physiologische und pathologische Gewebenlehre (La patologia cellulare basata sull’istologia patologica e fisiologica), destinato a cambiare il corso del pensiero medico e biologico.

L’evoluzione storica delle concezioni che riguardano la patologia cellulare a partire dalla teoria cellulare di Theodor Schwann (1839), in virtù della quale gli organismi viventi dovevano essere considerati come la somma delle attività fisiologiche delle loro singole cellule, ha visto il susseguirsi della teoria cellulare di Rudolf Virchow (1858). La patologia umana era per Virchow la patologia delle cellule del corpo umano, di volta in volta distribuita ed estesa in molti modi diversi.

Nel XIX secolo avviene la vera grande trasformazione: la teoria cellulare di Rudolf Virchow (1821-1902) scardina definitivamente quella umorale che aveva dominato per più di duemila anni.

Con Virchow inizia una concatenazione di scoperte successive, una dietro l’altra come in una galoppata inarrestabile attraverso le nuove aree del sapere: Louis Pasteur e Robert Koch (1843-1910) individuano e dimostrano le cause misteriose e invisibili di molte malattie; poi l’anestesia con l’etere apre la porta ai miracoli della chirurgia e i raggi X ci fanno vedere in maniera quasi «magica» e incredibile l’interno del nostro corpo.

 

Le pazze di Salpêtrière: un romanzo racconta le loro storie

Il ballo delle pazze è il primo romanzo di Victoria Mas, un successo letterario in Francia nel 2019, disponibile anche in italiano

per info https://books.google.it/books/about/Il_ballo_delle_pazze.html?id=YCwXEAAAQBAJ&printsec=frontcover&source=kp_read_button&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false

Ne parliamo perché le protagoniste del romanzo sono donne dell’800 che hanno deciso di sottrarsi alle regole della società e che, rifiutando il codice comportamentale dell’epoca, sono state abbandonate alla Salpêtrière, manicomio di Parigi, un luogo in cui si entrava e dal quale non si usciva più. Le internate di questo periodo – siamo alla fine dell’800, precisamente la storia si svolge nel 1885 – non sono incatenate come le ospiti del passato e vengono curate dal dottor Charcot con l’ipnosi. Ognuna di loro viene costantemente sorvegliata e nessuna ha contatti con l’esterno.

La Salpêtrière non è un ospedale parigino qualsiasi: costruito per ricoverare i più miserabili emarginati e reietti della società, divenne simbolo dell’istituzione psichiatrica in Francia.

Originariamente era una fabbrica di polvere da sparo (da cui il nome) allestita di fronte all’Arsenale del Re attraverso la Senna, fu trasformato al tempo di Luigi XIV in luogo di accoglienza dove “tutti i poveri sarebbero stati raccolti in locali puliti, in modo da essere curati, istruiti e ricevere un’occupazione”
In verità, qui erano ammassati volenti o nolenti i vagabondi di Parigi, i suoi mascalzoni, ciarlatani e truffatori: 40.000 in tutto su una popolazione totale di 400.000! Nonostante la cura architettonica accordata all’istituzione dai più grandi artisti dell’epoca – Le Vau, Le Muet, Libéral Bruant – che avevano a disposizione enormi donazioni da Fouquet, Mazzarino e Pompon de Bellièvre, e nonostante gli sforzi del suo primo cappellano e l’uomo più caritatevole del regno, San Vincenzo de ‘Paoli, l’istituzione soffriva di un orrendo sovraffollamento e di condizioni spaventose.

Nella seconda metà del XIX secolo, quando il dottor Charcot rilevò il dipartimento, la Salpêtrière divenne famosa in tutto il mondo come centro psichiatrico e gli studenti giunsero da tutta Europa per ascoltare le lezioni di Charcot. Tra loro c’era un giovane studente di nome Sigmund Freud.

Ma prima del dottor Charcot, coloro che erano considerati “pazzi” avevano la loro sezione in questo manicomio, dove erano incatenati alle pareti delle celle, abbandonati al loro destino, morsi dai topi, urlando la loro agonia.
Fu solo all’inizio del XIX secolo, su indicazione del dottor Pinel, che l’approccio alla malattia mentale iniziò a cambiare. Amico degli Encyclopédistes e figlio dell’illuminismo del XVIII secolo, il dottor Pinel eliminò le catene, un passo rivoluzionario e fino ad allora inconcepibile. Pinel morì nel 1826 ma aveva mostrato la luce ai suoi seguaci e durante il regno di Luigi Filippo anche le celle dei reclusi furono eliminate – ancora un’altra rivoluzione.

Nei manicomi venivano reclusi coloro che erano considerati socialmente “pericolosi” o anche “dannosi” per motivi politici, economici o di convenienza: spesso venivano internate donne che non volevano sposarsi, poco inclini alla vita domestica o semplicemente per salvaguardare un patrimonio familiare non destinato a tutti i figli di un nucleo familiare.

 

Pinel, Jean Philippe (Saint-Paul, Tarn, 1745 - Parigi 1826) fu uno dei protagonisti del rinnovamento avvenuto nella psichiatria nell’ultimo scorcio del 18º sec. Laureatosi prima in lettere (1772) e successivamente in medicina (1773), nel 1778 si trasferì a Parigi, dove si dedicò a una poliedrica attività culturale (traduzione di testi filosofici e medici, giornalismo scientifico, temi di economia politica); dal 1787 cominciò a pubblicare scritti sulle malattie mentali. Nel 1793 fu assegnato all’asilo di Bicêtre, dove compì lo storico atto di liberare gli alienati dalle catene e dalle lordure in cui erano mortificati, trasformando i ‘pazzi’ in malati da studiare e curare. Analoga opera compì alla Salpêtrière qualche anno dopo, accentuando il valore del colloquio nel trattamento del malato mentale. Fu anche professore di igiene, di fisica medica e titolare della cattedra di patologia.

Il microscopio

Il microscopio è uno degli strumenti più potenti per la diagnosi delle malattie. È di tale importanza per il medico che l’acquisto di un microscopio è stato a lungo un prerequisito per la scuola di medicina.
Alcuni storici attribuiscono la paternità dell’invenzione agli olandesi Haus e Zacharias Janssen, padre e figlio esperti molatori e occhialai: essi sapevano da tempo che un vetro, opportunamente lavorato, permetteva di ingrandire di alcune volte un oggetto osservato attraverso di esso.
Combinando tra loro diversi tipi di lenti, scoprirono che questa capacità di ingrandimento poteva essere ulteriormente amplificata, ottenendo, al tempo stesso, un miglioramento nella definizione dell’immagine.
Il loro primo strumento, composto da tre tubi che scorrevano uno dentro l’altro, aveva una capacità di trenta ingrandimenti e permetteva di vedere bene cose che l’occhio umano riusciva a distinguere solo in misura molto confusa.
Altri storici si focalizzano piuttosto sul contributo di Galileo, che nel 1624 avrebbe messo a punto un telescopio di dimensioni ridotte, chiamato occhialino per vedere le cose minime, inviandone uno di sua costruzione al principe Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei, per mostrargliene il funzionamento. La storia del microscopio prende un’inaspettata piega quando incrocia quella di Leeuwenhoeck, una curiosa figura di dilettante scientifico. Anthony van Leeuwenhoeck era un ricco commerciante di stoffe, dall’incredibile manualità e dall’altrettanto smisurata curiosità.
Anthony Van Leeuwenhoeck si specializzò nel taglio delle lenti, ottenendo degli ingrandimenti molto superiori a quelli degli altri microscopisti.
Nell’estate del 1674 Leeuwenhoeck, trovandosi a passare accanto a uno stagno, decise di sottoporre alle sue lenti anche quell’acqua verdastra. Immensa fu la sua sorpresa quando vi scoprì una quantità enorme di esserini minuscoli. Leeuwenhoeck pubblicò le sue osservazioni: furono i primi lavori in cui venivano descritti protozoi e batteri, ed ebbero una risonanza enorme

A questo link https://lancastermedicalheritagemuseum.org/wp-content/themes/edward-hand/vm/vex1/index.htm una bella mostra virtuale ripercorre la storia del microscopio, ricordando come nel 1830, Joseph Lister risolse il problema di aberrazione sferica dei microscopi fino ad allora in uso, mostrando che diverse lenti deboli usate insieme a determinate distanze davano un buon ingrandimento senza offuscare l’immagine. Questa scoperta è stata determinante non solo per lo sviluppo del moderno microscopio, ma anche per l’inizio di un nuovo modo di diagnosticare e curare le malattie.

 

Lister e la “pulizia” del campo operatorio

Il passaggio da una chirurgia “sporca” ad una “pulita” avviene nella seconda metà dell’Ottocento grazie a Joseph Lister, ideatore del metodo antisettico: tramite disinfezione chimica (con acido fenico) di cute e mucose, otteneva nel 1865 una netta diminuzione della mortalità che penalizzava pesantemente il decorso postoperatorio delle amputazioni e degli interventi chirurgici in generale. Lister è un grande studioso, che ha modo di leggere gli studi di Pasteur sulla fermentazione, convincendosi del fatto che nelle ferite si verifichi un fenomeno simile ai processi fermentativi del lievito. Grazie alla sua profonda cultura poteva comprendere sia il francese sia il tedesco, diversamente la sua intuizione non sarebbe forse riuscita a maturare, bloccata dalle barriere linguistiche.
Lister impone ai chirurghi del suo reparto di lavare le mani con un sapone antisettico (inizialmente costituito dallo stesso fenolo) perché nota l’arresto immediato di un’infezione dopo aver spruzzato la sostanza su una lesione.

Una delle rappresentazioni più efficaci del processo avviato da Lister si riscontra nelle opere di Thomas Cowperthwait Eakins (Filadelfia, 25 luglio 1844 – Filadelfia, 25 giugno 1916) è stato un pittore, fotografo, scultore ed educatore artistico statunitense.  Fu uno dei più grandi pittori americani del suo tempo, un insegnante innovativo ed un realista senza compromessi.
Eakins riprodusse un gran numero di grandi teatri anatomici della sua città

The Gross Clinic. Forse il lavoro più noto e ambizioso di Eakins è The Gross Clinic, un dipinto completato nel 1875 che mette in luce il medico locale Samuel David Gross, un professore settantenne vestito con una redingote nera, mentre tiene una conferenza a un gruppo di studenti del Jefferson Medical College. Il nero predomina in questo quadro e rispetto all’opera del 1889 il realismo sembra essere molto più forte, così come la mancanza di asepsi. La mano del dr Gross ostenta la chirurgia, la mano della donna ostenta la paura.

 

The Agnew Clinic (o The Clinic of Dr. Agnew ) è una pittura ad olio del 1889 commissionata per celebrare il pensionamento all’età di 70 anni dell’anatomista e chirurgo, David Hayes Agnew (1818-1892), professore alla University of Pennsylvania di Filadelfia. L’opera mostra il dr Agnew, fuori dal campo operatorio, sulla sinistra, in piedi, che tiene in mano un bisturi durante un intervento di mastectomia. All’epoca di Eakins, Filadelfia era diventata una capitale dell’innovazione medica e la chirurgia poteva essere uno spettacolo pubblico.