Le pazze di Salpêtrière: un romanzo racconta le loro storie

Il ballo delle pazze è il primo romanzo di Victoria Mas, un successo letterario in Francia nel 2019, disponibile anche in italiano

per info https://books.google.it/books/about/Il_ballo_delle_pazze.html?id=YCwXEAAAQBAJ&printsec=frontcover&source=kp_read_button&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false

Ne parliamo perché le protagoniste del romanzo sono donne dell’800 che hanno deciso di sottrarsi alle regole della società e che, rifiutando il codice comportamentale dell’epoca, sono state abbandonate alla Salpêtrière, manicomio di Parigi, un luogo in cui si entrava e dal quale non si usciva più. Le internate di questo periodo – siamo alla fine dell’800, precisamente la storia si svolge nel 1885 – non sono incatenate come le ospiti del passato e vengono curate dal dottor Charcot con l’ipnosi. Ognuna di loro viene costantemente sorvegliata e nessuna ha contatti con l’esterno.

La Salpêtrière non è un ospedale parigino qualsiasi: costruito per ricoverare i più miserabili emarginati e reietti della società, divenne simbolo dell’istituzione psichiatrica in Francia.

Originariamente era una fabbrica di polvere da sparo (da cui il nome) allestita di fronte all’Arsenale del Re attraverso la Senna, fu trasformato al tempo di Luigi XIV in luogo di accoglienza dove “tutti i poveri sarebbero stati raccolti in locali puliti, in modo da essere curati, istruiti e ricevere un’occupazione”
In verità, qui erano ammassati volenti o nolenti i vagabondi di Parigi, i suoi mascalzoni, ciarlatani e truffatori: 40.000 in tutto su una popolazione totale di 400.000! Nonostante la cura architettonica accordata all’istituzione dai più grandi artisti dell’epoca – Le Vau, Le Muet, Libéral Bruant – che avevano a disposizione enormi donazioni da Fouquet, Mazzarino e Pompon de Bellièvre, e nonostante gli sforzi del suo primo cappellano e l’uomo più caritatevole del regno, San Vincenzo de ‘Paoli, l’istituzione soffriva di un orrendo sovraffollamento e di condizioni spaventose.

Nella seconda metà del XIX secolo, quando il dottor Charcot rilevò il dipartimento, la Salpêtrière divenne famosa in tutto il mondo come centro psichiatrico e gli studenti giunsero da tutta Europa per ascoltare le lezioni di Charcot. Tra loro c’era un giovane studente di nome Sigmund Freud.

Ma prima del dottor Charcot, coloro che erano considerati “pazzi” avevano la loro sezione in questo manicomio, dove erano incatenati alle pareti delle celle, abbandonati al loro destino, morsi dai topi, urlando la loro agonia.
Fu solo all’inizio del XIX secolo, su indicazione del dottor Pinel, che l’approccio alla malattia mentale iniziò a cambiare. Amico degli Encyclopédistes e figlio dell’illuminismo del XVIII secolo, il dottor Pinel eliminò le catene, un passo rivoluzionario e fino ad allora inconcepibile. Pinel morì nel 1826 ma aveva mostrato la luce ai suoi seguaci e durante il regno di Luigi Filippo anche le celle dei reclusi furono eliminate – ancora un’altra rivoluzione.

Nei manicomi venivano reclusi coloro che erano considerati socialmente “pericolosi” o anche “dannosi” per motivi politici, economici o di convenienza: spesso venivano internate donne che non volevano sposarsi, poco inclini alla vita domestica o semplicemente per salvaguardare un patrimonio familiare non destinato a tutti i figli di un nucleo familiare.

 

Pinel, Jean Philippe (Saint-Paul, Tarn, 1745 - Parigi 1826) fu uno dei protagonisti del rinnovamento avvenuto nella psichiatria nell’ultimo scorcio del 18º sec. Laureatosi prima in lettere (1772) e successivamente in medicina (1773), nel 1778 si trasferì a Parigi, dove si dedicò a una poliedrica attività culturale (traduzione di testi filosofici e medici, giornalismo scientifico, temi di economia politica); dal 1787 cominciò a pubblicare scritti sulle malattie mentali. Nel 1793 fu assegnato all’asilo di Bicêtre, dove compì lo storico atto di liberare gli alienati dalle catene e dalle lordure in cui erano mortificati, trasformando i ‘pazzi’ in malati da studiare e curare. Analoga opera compì alla Salpêtrière qualche anno dopo, accentuando il valore del colloquio nel trattamento del malato mentale. Fu anche professore di igiene, di fisica medica e titolare della cattedra di patologia.

Lister e la “pulizia” del campo operatorio

Il passaggio da una chirurgia “sporca” ad una “pulita” avviene nella seconda metà dell’Ottocento grazie a Joseph Lister, ideatore del metodo antisettico: tramite disinfezione chimica (con acido fenico) di cute e mucose, otteneva nel 1865 una netta diminuzione della mortalità che penalizzava pesantemente il decorso postoperatorio delle amputazioni e degli interventi chirurgici in generale. Lister è un grande studioso, che ha modo di leggere gli studi di Pasteur sulla fermentazione, convincendosi del fatto che nelle ferite si verifichi un fenomeno simile ai processi fermentativi del lievito. Grazie alla sua profonda cultura poteva comprendere sia il francese sia il tedesco, diversamente la sua intuizione non sarebbe forse riuscita a maturare, bloccata dalle barriere linguistiche.
Lister impone ai chirurghi del suo reparto di lavare le mani con un sapone antisettico (inizialmente costituito dallo stesso fenolo) perché nota l’arresto immediato di un’infezione dopo aver spruzzato la sostanza su una lesione.

Una delle rappresentazioni più efficaci del processo avviato da Lister si riscontra nelle opere di Thomas Cowperthwait Eakins (Filadelfia, 25 luglio 1844 – Filadelfia, 25 giugno 1916) è stato un pittore, fotografo, scultore ed educatore artistico statunitense.  Fu uno dei più grandi pittori americani del suo tempo, un insegnante innovativo ed un realista senza compromessi.
Eakins riprodusse un gran numero di grandi teatri anatomici della sua città

The Gross Clinic. Forse il lavoro più noto e ambizioso di Eakins è The Gross Clinic, un dipinto completato nel 1875 che mette in luce il medico locale Samuel David Gross, un professore settantenne vestito con una redingote nera, mentre tiene una conferenza a un gruppo di studenti del Jefferson Medical College. Il nero predomina in questo quadro e rispetto all’opera del 1889 il realismo sembra essere molto più forte, così come la mancanza di asepsi. La mano del dr Gross ostenta la chirurgia, la mano della donna ostenta la paura.

 

The Agnew Clinic (o The Clinic of Dr. Agnew ) è una pittura ad olio del 1889 commissionata per celebrare il pensionamento all’età di 70 anni dell’anatomista e chirurgo, David Hayes Agnew (1818-1892), professore alla University of Pennsylvania di Filadelfia. L’opera mostra il dr Agnew, fuori dal campo operatorio, sulla sinistra, in piedi, che tiene in mano un bisturi durante un intervento di mastectomia. All’epoca di Eakins, Filadelfia era diventata una capitale dell’innovazione medica e la chirurgia poteva essere uno spettacolo pubblico.

Elizabeth Fry e la nascita del Nursing

La rivoluzione industriale inglese all’inizio del XIX secolo coinvolse grandi masse di lavoratori nel fenomeno dello sfruttamento dell’apprendistato e nelle precarie condizioni igieniche in cui versavano le abitazioni industriali o di periferia delle città.
Nel 1832 si ebbe una vasta epidemia di colera con la più alta mortalità nelle città rispetto alle campagne. In quel tempo lo stato degli ospedali era di profondo degrado: in questo contesto è da segnalare la rilevante opera di filantropia avviata da John Howard uno dei principali riformatori inglesi.

Le sue descrizioni sulle condizioni delle prigioni, degli ospedali e degli ospizi hanno avuto il pregio di sensibilizzare l’opinione pubblica su un fenomeno sommerso, iniziando un lungo percorso di cambiamento.

Elisabeth Fry (Norwick 1780-1845) proseguì la sua opera occupandosi della riforma delle prigioni. S’interessò soprattutto del miglioramento delle condizioni di vita delle detenute; visitò le prigioni di numerosi paesi europei e promosse la riforma del sistema carcerario inglese, dove spesso la situazione dell’infermeria era pessima: dolore e miserie indescrivibili, con malati gravi che giacevano sul pavimento.

Dopo aver visitato un istituto tedesco nel quale alcune sorelle di carità servivano i bisogni dei pazienti la Fry, partendo dall’esperienza tedesca, creò in patria un’associazione di donne dedite all’assistenza  denominandola ‘Nursing Sister’.

Elisabeth Fry introdusse il termine Nursing, per definire l’assistenza infermieristica tipica dei paesi anglosassoni: in quegli anni stava per nascere, proprio in Italia a Firenze, da una famiglia ricca e molto conosciuta, Florence Nightingale (Firenze 12 Maggio 1820).

Bassi e il “contagio”

Agostino Bassi (1773-1856), nativo di Mairago presso Lodi, laureato in legge all’Università di Pavia, biologo e naturalista appassionato, fu colui che diede la prima dimostrazione che il «contagio» di una malattia infettiva è dovuto alla trasmissione di un germe vivente.

Tale scoperta costituisce una pietra miliare nella storia della microbiologia, poiché essa rappresentò la convalida della dottrina del contagio animato che si riallacciava all’intuizione di Fracastoro e che doveva in seguito culminare nelle ricerche di Pasteur e di Koch.

Lo spunto per questa ricerca pervenne al Bassi dall’osservazione che nella pianura padana gli allevamenti primaverili del baco da seta andavano incontro ad una vera strage per il ripetersi di ondate epizootiche provocate dal «mal del segno» (detto anche «mal calcino» o «calcinario»).

I bachi colpiti da tale malattia perdevano la motilità e l’appetito e si coprivano di una pellicola pulverulenta biancastra, simile alla calcina (da qui il nome della malattia) e poi morivano.

Interessato ai problemi agrario—zootecnici, il Bassi affrontò anche questo problema che risolse nel 1826. Comunicò, però, i risultati solo nel 1835 per quanto riguardava la parte tecnica e nel 1836 per quella pratica, giungendo alla conclusione che il «mal del segno è sempre causato da un essere organico Vivente, vegetabile, da una pianta del genere delle crittogame: un fungo parassita».

Riportò i risultati delle sue ricerche in un libro intitolato «Del mal del segno, calcinaccio o moscardino, malattia che affligge i bachi da seta, e sul modo di liberarne le bigattaje, anche le più infestate».

Quindi il Bassi non si limitò a scoprire l’agente di questa malattia, ma si preoccupò anche di trovare il metodo per prevenirla e combatterla. Fu questo l’aspetto della scoperta che in un primo tempo interessò maggiormente per le applicazioni pratiche che implicava, mentre il principio fondamentale, che rivoluzionò la biologia, non fu, salvo rare eccezioni (Schònlein e Henle), subito riconosciuto nella sua reale e profonda importanza.

La scoperta di Virchow e la classificazione delle malattie

La scoperta di grandissimo valore avvenuta nella medicina effettuata nel 1856 da Rudolph Virchow, che formulò in modo ampio e comprensivo il principio che «la cellula è l’elemento morfologico fondamentale di tutti i fenomeni vitali, sia nel sano come nell’ammalato e che da essa dipende ogni attività vitale» ebbe impatto anche sull’Ospedale di Alessandria.

Tale principio permise di stabilire che le malattie dipendono da un’alterazione strutturale delle cellule dell’organismo. Decadde, così, dopo oltre due millenni, la teoria della «patologia umorale», ideata da Ippocrate e confermata da Galeno, e cedette il posto alla «patologia cellulare» di Virchow.

La scoperta della patogenesi delle malattie fatta da Virchow permise di classificarle in maniera più precisa rispetto alla classificazione allora esistente, secondo la quale erano distinte in mediche o interne e in chirurgiche o esterne, e di uniformare la terminologia usata per formulare la diagnosi e le cause dei decessi nei documenti ospedalieri.

Attraverso lo studio delle alterazioni cellulari prodotte dagli agenti patogeni interni o esterni all’organismo si poté conoscere più a fondo l’essenza delle malattie, formulare una loro più precisa classificazione e anche conoscere i legami che si stabiliscono fra i farmaci e le cellule dell’organismo, e ciò consentì di praticare terapie più specifiche per ogni tipo di malattia, mentre fino allora tutte venivano curate indistintamente con i salassi, i diuretici, i purganti e i diaforetici, per eliminare gli umori eccedenti che si ritenevano responsabili dell’insorgenza di qualsiasi malattia.
Il progresso medico verificatosi in questo periodo nell’ospedale di Alessandria è improntato anche dal cospicuo aumento dei medicinali in dotazione alla sua farmacia, come risulta dagli inventari che venivano effettuati annualmente.
Nello stesso periodo di tempo anche la lotta contro le malattie infettive (allora genericamente chiamate «pestilenze», se avevano un carattere endemico o epidemico), che per secoli avevano flagellato l’umanità causando enormi perdite di vite umane, fu coronata dal più vivo successo, grazie alle scoperte effettuate in questo campo, che permisero di identificare la causa delle loro insorgenze in microorganismi vivi (che vennero chiamati bacilli o batteri), distinti da caratteristiche morfologiche diverse per ogni tipo di infezione.