Una vecchia epidemia: la peste del 1630 raccontata nelle carte d’archivio di Alessandria

Giallo, arancione e rosso con la pandemia sono diventati i simboli del grado di libertà degli individui. Un grado di intensità di azione misurato dalla scienza sulla base delle diffusione del contagio. Misure contenitive che erano giù utilizzate nei secoli passati, come si evince ad esempio da una recente analisi ed esposizione documentale effettuata dall’Archivio di Stato di Alessandria.

Nel 1630 Alessandria, città appartenente allo Stato di Milano e quindi parte dei domini spagnoli, contava circa 10.000-12.000 abitanti entro le mura, intorno a 3.000 nei sobborghi e un numero variabile di militari (da 1.000 a 6.000) che, coinvolti nella guerra di successione di Mantova e del Monferrato, alloggiavano ad Alessandria, importante presidio spagnolo alle spalle del fronte.
La peste fu portata in Italia dai lanzichenecchi, mercenari tedeschi arruolati dal Sacro Romano Impero alleato di Ferrante II Gonzaga, della Spagna — che controllava il Ducato di Milano – e del Ducato di Savoia contro Carlo I di Gonzaga-Nevers, la Francia e la Repubblica di Venezia nella guerra di successione di Mantova e del Monferrato (1628-1631)
Tutta la Lombardia fu pesantemente colpita e in particolare Milano, dove i morti furono oltre 140.000.

Secondo gli Annali del Ghilini – storico alessandrino – i primi casi di “peste manzoniana” ad Alessandria furono registrati il 23 giugno 1630, ma la città era già stata duramente provata da altri quattro casi di pestilenza, avvenuti a partire dal 1523. Data che torva conferma nei documenti d’archivio: in una lettera dell’8 luglio successivo, l’oratore Amolfi, ritornato precipitosamente da una Milano in preda al contagio, descrive anche per Alessandria una situazione ormai drammatica.

Sempre il Ghilini racconta che Alessandria in meno di quattro mesi perse 4.000 persone tra civili e forestieri, già sfiniti da precedenti epidemie. Solo nell’inverno del 1630, grazie all’abbassamento delle temperature, la pandemia iniziò a calare, ma una seconda ondata fu devastante e si dovette attendere la metà dell’anno successivo perché gradatamente si estinguesse, fino ad arrivare al termine ufficiale nel febbraio del 1633.

Secondo le indicazioni contenute nel volume Oratori vol. 54, c. 222 il 12 settembre 1629 giunge notizia della scoperta della peste a Merate, in Brianza. La principale misura adottata per impedirne la diffusione era quella di arruolare alcuni reparti per mettere al bando il borgo colpito dal contagio. I reparti dovevano essere pagati con i proventi di imposte all’uopo riscosse tra la popolazione; non si doveva badare a spese, in quanto la salute era da «anteporre al tutto».

Secondo i volumi dell’Archivio (ASCAL, III, 23, Ordinanze, c. 69) l’unico sistema per difendere la città dal contagio era presidiarne le porte incaricando cittadini “in arme” di farvi accedere soltanto individui muniti di apposita “bulletta” attestante la provenienza da città libere dalla peste. Se tali cittadini si rifiutavano di prestare servizio erano puniti con il carcere. Infatti, in un documento del 14 agosto 1630, essendo stato segnalato da Bernardo Guasco, capo del quartiere di Borgoglio, che alcuni non si erano presentati a svolgere il servizio di presidio delle porte, la Congregazione ordina che «li signori capi di Milizia possano far dettenere in prigione chiunque ricuserà obedire essendo comandato ad andare di guardia con le armi alle porte per servizio della Sanità ne possa essere rilasciato senza Spezial consesso di detto officiale».

È l’ 8 agosto 1630 quando il Consiglio di Alessandria delibera di isolare la città e di presidiarne le porte, ammettendo l’ingresso solo a chi è munito di “bolletta”: «sentita la sudeta proposta di essere di parere che per preservarsi al iminente pericolo di contaggio che tuttavia pare vada acquistando forza nei luoghi circonvicini si debbano usare diligenze straordinarie et in particolare che si custodiscano le porte con esattissima diligenza con assistenza di due gentilhuomini o persone honorate per ciascuna porta et d’un religioso poiché già molti conventi de padri di questa Città si sono essibiti far la sua parte, et più perché vi bisognano persone che aprino li rastelli e li serrino, et che piglino le bolette che si comandi sei persone ordinarie per ogni quartiere al giorno che con le loro armi assistino quota di loro per ciascuna porta per oviare a scandali che possino nascere per parte di quelli che vorano intrare. . .». (ASCAL III, 88, Consigli, c. 26-27)

Una zona rossa che rimarrà tale fino al termine ufficiale dell’epidemia, il 5 febbraio 1633 quando una ordinanza del tribunale di Milano dispone le celebrazioni per la fine della pestilenza: ostensione delle reliquie della Croce in Cattedrale e processione per la città il 5 febbraio.

L’inventore del vaccino: Edward Jenner

La campagna vaccinale contro il Covid19 ha preso un rapido avvio dopo il vaccineday del 27 dicembre, una speranza dopo un periodo così difficile.

Esattamente come accadde tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento con l’incremento del vaiolo, che ebbe un rapido incremento in Europa, fermato dalla geniale intuizione di Edward Jenner.

Medico inglese, Jenner impiega 20 anni per mettere a punto il vaccino contro il vaiolo e nel 1796 decide di provare la sua teoria.

la vaccinazione di Jenner rappresenta il primo caso documentato di prevenzione attiva di una malattia, anche se altri tentativi di immunizzazione erano già stati fatti. Nel tardo ‘600 lady Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli, aveva promosso in Inghilterra la pratica della variolizzazione, secondo un’usanza già diffusa in oriente. La stessa pratica era stata introdotta anche in Italia dai medici greci e sostenuta dal papa Benedetto XIV. La variolizzazione consisteva nell’iniettare un po’ di pus prelevato da un malato in via di guarigione, in un soggetto sano provocando il vaiolo. Spesso però questa pratica era letale.

Jenner, nato il 17 maggio 1749 a Berkeley nel Gloucestershire, studiò chirurgia presso il cerusico di Sudbury e nel 1770 si recò a Londra ove divenne allievo e amico di John Hunter. Tornato alla pratica di campagna a Berkeley e riscosse un notevole successo. Era capace, abile e popolare. Oltre a praticare la medicina, si unì a gruppi medici per la promozione delle conoscenze mediche e scrisse occasionalmente documenti medici.

In campagna aveva osservato che i contadini che avevano sofferto il vaiolo animale non si ammalavano mai di vaiolo umano, e dopo molte osservazioni ed esperimenti giunse alla convinzione che il vaccino è una difesa sicura contro il vaiolo. Non potendo provare la cura su sé stesso perché già immune dal vaiolo, Jenner sottopose all’esperimento il figlio del suo giardiniere, il piccolo James Phipps. Intingendo un ago nella pustola di una contadina malata di vaiolo vaccino, con questo punse il piccolo James. Come previsto, il bimbo si ammala di vaiolo vaccino. Dopo aver atteso qualche settimana affinché il bimbo guarisse, Jenner provò a contagiarlo con pustole di vaiolo umano e il risultato fu quello sperato: il piccolo James non si ammalò.

Jenner era un medico di campagna e non era benvoluto presso gli ambienti accademici, che rifiutarono la pubblicazione della sua scoperta, dicendo che quanto da lui affermato “andava contro le conoscenze oramai stabilite” e consigliandogli di lasciar perdere, se teneva alla carriera.
Jenner, dotato di una forte personalità fece stampare a proprie spese il testo che rendeva conto dell’eccezionale vicenda.
La vaccinazione cominciò a prendere piede e gli antivaccinisti del tempo si organizzarono, costituendo nel corso dell’Ottocento vere e proprie anti-vaccination societies e iniziando a diffondere la paura, proprio come accade oggi: fra gli oppositori della vaccinazione ci fu anche Lord Byron che la definì “una moda passeggera”.

Inizialmente la vaccinazione di Jenner trovò numerose opposizioni, soprattutto da parte dei seguaci della teoria umorale. Con il tempo, la teoria di Jenner si diffuse e il suo merito fu riconosciuto e le sue intuizioni furono poi confermate dalle successive ricerche condotte nel campo dell’immunologia. Jenner ottenne riconoscimenti anche da re Giorgio III per il suo lavoro e Napoleone rese obbligatorio il vaccino per il suo esercito.

La vaccinazione antivaiolosa salvò in Europa, nel corso dell’Ottocento, più vite umane di quante ne sacrificarono, tutte insieme, le guerre napoleoniche, le guerre dell’indipendenza italiana e la guerra franco-prussiana del 1870.

La prevenzione contro il vaiolo fu senza dubbio la più importante conquista della medicina prima della terapia realizzata dagli antibiotici a metà Novecento.

Bassi e il “contagio”

Agostino Bassi (1773-1856), nativo di Mairago presso Lodi, laureato in legge all’Università di Pavia, biologo e naturalista appassionato, fu colui che diede la prima dimostrazione che il «contagio» di una malattia infettiva è dovuto alla trasmissione di un germe vivente.

Tale scoperta costituisce una pietra miliare nella storia della microbiologia, poiché essa rappresentò la convalida della dottrina del contagio animato che si riallacciava all’intuizione di Fracastoro e che doveva in seguito culminare nelle ricerche di Pasteur e di Koch.

Lo spunto per questa ricerca pervenne al Bassi dall’osservazione che nella pianura padana gli allevamenti primaverili del baco da seta andavano incontro ad una vera strage per il ripetersi di ondate epizootiche provocate dal «mal del segno» (detto anche «mal calcino» o «calcinario»).

I bachi colpiti da tale malattia perdevano la motilità e l’appetito e si coprivano di una pellicola pulverulenta biancastra, simile alla calcina (da qui il nome della malattia) e poi morivano.

Interessato ai problemi agrario—zootecnici, il Bassi affrontò anche questo problema che risolse nel 1826. Comunicò, però, i risultati solo nel 1835 per quanto riguardava la parte tecnica e nel 1836 per quella pratica, giungendo alla conclusione che il «mal del segno è sempre causato da un essere organico Vivente, vegetabile, da una pianta del genere delle crittogame: un fungo parassita».

Riportò i risultati delle sue ricerche in un libro intitolato «Del mal del segno, calcinaccio o moscardino, malattia che affligge i bachi da seta, e sul modo di liberarne le bigattaje, anche le più infestate».

Quindi il Bassi non si limitò a scoprire l’agente di questa malattia, ma si preoccupò anche di trovare il metodo per prevenirla e combatterla. Fu questo l’aspetto della scoperta che in un primo tempo interessò maggiormente per le applicazioni pratiche che implicava, mentre il principio fondamentale, che rivoluzionò la biologia, non fu, salvo rare eccezioni (Schònlein e Henle), subito riconosciuto nella sua reale e profonda importanza.

Botanica: Andrea Mattioli e l’erbario

L’utilizzo delle erbe per ricavarne sostanze curative, fa parte della storia dell’uomo fin dalla preistoria.
La botanica come vera e propria scienza iniziò solo tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, grazie alle scoperte geografiche e all’invenzione della stampa.
 È noto che nell’antichità le opere botaniche illustrate avevano figure ben disegnate e facili da riconoscere, anche se, con la perdita progressiva della trasmissione orale della conoscenza, la semplice rappresentazione pittorica delle piante non agevolava affatto il lavoro degli esperti del settore. A questo si aggiunge il problema della troppa stilizzazione e semplificazione dei disegni degli amanuensi, che spesso rendevano irriconoscibili determinate piante.

Una prima soluzione a questi problemi si ebbe con l’introduzione degli erbari secchi, ma la vera rivoluzione risiede nell’invenzione della stampa (1440), che ha permesso l’edizione del 1469 a Venezia della Naturalis Historia di Plinio e, quasi dieci anni dopo, la versione latina della celebre De Materia Medica di Discoride.

Nel 1498 a Firenze venne pubblicato il Ricettario Fiorentino, la prima farmacopea scritta in volgare, in grado non solo di superare lo scollamento, causato dal latino, tra i dottori/speziali e il pubblico, ma anche di uniformare le prescrizioni e la preparazione dei medicamenti, riducendo il numero elevato di piante medicinali agli esemplari più significativi e più reperibili nel mercato. Divisa in tre libri, l’opera contiene indicazioni, norme di disposizione per la raccolta, la preparazione e la conservazione delle droghe, la lista di medicinali semplici e un formulario delle preparazioni galeniche.

Senza dubbio, il più famoso di tutti gli erbari è quello scritto dall’italiano Pietro Andrea Mattioli (1501-1577), che divenne nel 1554 medico personale dell’imperatore Ferdinando I e che ebbe più tardi lo stesso incarico presso Massimiliano II.

La sua opera principale, di cui sarebbe apparsa in seguito (1564) anche un’edizione illustrata in latino, fu un commento in italiano agli scritti di Dioscoride (1544). Tra la pubblicazione di quest’opera e l’anno 1563 furono venduti 32000 esemplari di questo erbario, il che ne fa indiscutibilmente uno dei compendio di tutte le conoscenze del secolo XVI nel campo delle piante medicinali, locali e non.

Rappresenta una transizione tra le antiche raccolte di piante e i trattati botanico—scientifici, e include anche una valutazione farmacologica dei risultati ottenuti. Va sottolineato che il Mattioli non si limitò a tradurre in modo puntuale l’opera di Dioscoride, ma la commentò con osservazioni personali (talora addirittura contraddicendo quanto scritto dal medico greco) e soprattutto la integrò di numerose altre specie, molte delle quali reduci da viaggi intercontinentali: ad esempio, le specie americane. Sembra ad esempio che sia stato proprio il Mattioli, in qualche modo, a sdoganare il pomodoro, fino ad allora considerato solo pianta ornamentale (perché ritenuto velenoso).

 

La scoperta di Virchow e la classificazione delle malattie

La scoperta di grandissimo valore avvenuta nella medicina effettuata nel 1856 da Rudolph Virchow, che formulò in modo ampio e comprensivo il principio che «la cellula è l’elemento morfologico fondamentale di tutti i fenomeni vitali, sia nel sano come nell’ammalato e che da essa dipende ogni attività vitale» ebbe impatto anche sull’Ospedale di Alessandria.

Tale principio permise di stabilire che le malattie dipendono da un’alterazione strutturale delle cellule dell’organismo. Decadde, così, dopo oltre due millenni, la teoria della «patologia umorale», ideata da Ippocrate e confermata da Galeno, e cedette il posto alla «patologia cellulare» di Virchow.

La scoperta della patogenesi delle malattie fatta da Virchow permise di classificarle in maniera più precisa rispetto alla classificazione allora esistente, secondo la quale erano distinte in mediche o interne e in chirurgiche o esterne, e di uniformare la terminologia usata per formulare la diagnosi e le cause dei decessi nei documenti ospedalieri.

Attraverso lo studio delle alterazioni cellulari prodotte dagli agenti patogeni interni o esterni all’organismo si poté conoscere più a fondo l’essenza delle malattie, formulare una loro più precisa classificazione e anche conoscere i legami che si stabiliscono fra i farmaci e le cellule dell’organismo, e ciò consentì di praticare terapie più specifiche per ogni tipo di malattia, mentre fino allora tutte venivano curate indistintamente con i salassi, i diuretici, i purganti e i diaforetici, per eliminare gli umori eccedenti che si ritenevano responsabili dell’insorgenza di qualsiasi malattia.
Il progresso medico verificatosi in questo periodo nell’ospedale di Alessandria è improntato anche dal cospicuo aumento dei medicinali in dotazione alla sua farmacia, come risulta dagli inventari che venivano effettuati annualmente.
Nello stesso periodo di tempo anche la lotta contro le malattie infettive (allora genericamente chiamate «pestilenze», se avevano un carattere endemico o epidemico), che per secoli avevano flagellato l’umanità causando enormi perdite di vite umane, fu coronata dal più vivo successo, grazie alle scoperte effettuate in questo campo, che permisero di identificare la causa delle loro insorgenze in microorganismi vivi (che vennero chiamati bacilli o batteri), distinti da caratteristiche morfologiche diverse per ogni tipo di infezione.