Arte e cura

Domenico di Bartolo


L’arte è cura. Sia per chi cura che per chi è curato. Sono ormai numerose le evidenze che lo testimoniano, è sufficiente ricordare il report della Organizzazione Mondiale della Sanità e tradotto in italiano dal Cultural Welfare Center (disponibile qui https://culturalwelfare.center/3496-2/?amp)

Ma la presenza di opere d’arte negli ospedali non è una novità, come testimonia Acosi, la rete degli ospedali storici italiani (https://www.acosi.org/wp-content/uploads/2020/11/MANIFESTO-DEGLI-OSPEDALI-STORICI-ITALIANI.pdf) nata proprio per valorizzare e far conoscere la realtà del patrimonio storico, artistico e culturale degli antichi ospedali italiani (architetture, biblioteche, musei, collezioni, chiese, opere d’arte, strumentazione storica), con appropriati progetti promozionali.

Sul sito della Wellcome Library la https://wellcomecollection.org/articles/ZcDDSBAAACAAKL-_ la storica dell’arte Anne Wallentine spiega perché icone, affreschi, stampe e sculture hanno adornato le pareti di reparti e corridoi per 600 anni

Rassegna di Medical Humanities

Promuovere la salute mentale coltivando luoghi abilitanti: il progetto Vineyard

https://www.secondowelfare.it/primo-welfare/sanita/promuovere-la-salute-mentale-coltivando-luoghi-abilitanti-il-progetto-vineyard/

Andrea Barbieri (ASL CN1) racconta il progetto Vineyard, un progetto incentrato sulla pratica della viticoltura, intesa come pratica di cura.

Cosa ci insegna la catastrofe etica della medicina nazista

https://www.scienzainrete.it/articolo/cosa-ci-insegna-catastrofe-etica-della-medicina-nazista/simonetta-pagliani/2024-01-24

A partire dal 2009 la prestigiosa rivista The Lancet ha creato 63 Commissioni su temi globalmente sensibili e rilevanti nel campo della salute, la penultima (novembre 2023) è la Lancet Commission on medicine, Nazism, and the Holocaust: historical evidence, implications for today, teaching for tomorrow

Una parola in quattrocento parole – ricerca

https://www.medicinanarrativa.eu/ricerca-2?

La parola “ricerca” racchiude in sé un significato profondo che va oltre la semplice azione di cercare: rappresenta la curiosità umana, la voglia di conoscere e capire, nonché l’impegno costante nel perseguire la verità e l’innovazione.

Inviting Psychology to the Cocktail Party

https://www.psychologytoday.com/intl/blog/our-human-condition/202308/inviting-psychology-to-the-cocktail-party

L’articolo affronta il tema delle discipline umanistiche – filosofia, teologia, arte, letteratura – in relazione al lavoro psicologico

Starvation come crimine di guerra e contro l’umanità

https://ilpunto.it/starvation-come-crimine-di-guerra-diritti-internazionali/

Un gruppo di studenti di medicina dell’Università di Torino analizza gli aspetti giuridici della starvation (l’inedia) come crimine di guerra secondo i diritti internazionali.

Prescrizione sociale: la traduzione italiana del toolkit OMS

È disponibile la traduzione italiana del documento “A toolkit on how to implement social prescribing”, pubblicato a maggio 2022 dall’OMS con l’obiettivo di fornire a organizzazioni, decisori e singoli professionisti sanitari una guida pratica per l’attuazione di un programma di prescrizione sociale da offrire agli utenti dei servizi sanitari.

Il documento completo e disponibile qui https://www.epicentro.iss.it/politiche_sanitarie/pdf/prescrizione_sociale_ITA_GENNAIO_24_LAST.pdf

L’auspicio è che la disponibilità della traduzione italiana del Kit, curata da ISS, CCW e DoRS Regione Piemonte, in collaborazione con Centro BACH-Università di Chieti e Pescara, Centro per la Salute del Bambino e Fondazione Medicina a Misura di Donna, possa favorire la diffusione di questo tipo di esperienze e pratiche anche nel nostro Paese.

La prescrizione sociale è una pratica già in uso in diversi Paesi europei ed extraeuropei, in particolare nel Regno Unito dove a livello locale è una realtà ben consolidata.

La prescrizione sociale si basa sull’evidenza che occuparsi dei determinanti sociali della salute, come lo stato socioeconomico, la rete sociale, l’abitazione e l’istruzione, è la chiave per migliorare i risultati di salute. La prescrizione sociale consente di fornire un’assistenza più olistica e incentrata sulla persona. Inoltre, mette i destinatari in condizione di prendersi cura della propria salute e del proprio ben-essere e, in ultima analisi, riduce la pressione sui sistemi sanitari.

In quest’ottica, le comunità locali sono premessa e risultato di società attente alle ricadute sulla salute e all’equità.

Un percorso classico di prescrizione sociale prevede che il professionista sanitario delle cure primarie, accertata la necessità del proprio paziente di avvalersi di questo approccio, lo indirizzi a un operatore di collegamento (link worker) fra il servizio sanitario e i servizi presenti nella comunità. L’operatore di collegamento (un professionista dei servizi sociali, del terzo settore o una ­figura coinvolta ad hoc) lavora con il paziente per sviluppare un piano di ben-essere personalizzato e appropriato ai suoi bisogni e invia il paziente a uno speci­fico servizio della comunità per partecipare ad attività individuali o di gruppo, dall’attività ­fisica alle attività artistiche, occupazionali o di volontariato, dal supporto abitativo alla consulenza per l’accesso al credito. I progressi legati alla partecipazione all’attività vengono riportati periodicamente all’operatore di collegamento e al professionista sanitario.

L’approfondimento qui  https://www.epicentro.iss.it/politiche_sanitarie/oms-toolkit-social-prescribing

Cosa significa Medical Humanities?

Cosa sono le medical humanities (MH)? Cosa rientra in questa espressione suggestiva, che richiama all’umanizzazione delle cure e all’umanesimo in medicina? Il loro scopo è “trasformare l’immagine stessa della medicina”, sintesi di Sandro Spinsanti presente nel primo editoriale della rivista Arco di Giano, pubblicata nel 1993 che ricorda «le medical humanities coltivano un sogno di ampio respiro: assicurare la felice sinergia tra le scienze naturali e le scienze umane, in vista di una medicina che sappia curare e prendersi cura, assicurare cure efficaci dal punto di vista biologico, ma anche rispettose di tutta la molteplicità dei bisogni umani».

L’enciclopedia Treccani ha raccolto la definizione che anche il Centro Studi Cura e Comunità ha contribuito a realizzare: la voce si trova a questo link https://www.treccani.it/enciclopedia/eol-medical-humanities/ 

La terra delle donne


A cura di Patrizia Santinon
Dati sul film: regia di Marisa Vallone, Italia 104’
Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=ug9wBSy4UBg

“Non è sarda la regista”, questo mi annuncia un amico, diffidando del prodotto di Marisa Vallone. Poco prima della proiezione arriva il contributo telefonico di Paola Sini, sceneggiatrice e protagonista della pellicola nei panni di Fidela.

Sini racconta che per esprimersi bisogna partire, lasciare l’isola e patire la nostalgia senza la quale le memorie affettive e relazionali andrebbero perdute: lei stessa si racconta giovane ragazza a Bologna che nel tentativo di diluire la sua “sardità” soffoca in un iperadattamento mutilante.

Fidela, l’ultima nata dopo altre sei figlie femmine, viene ripudiata in quanto segnata dalla maledizione leggendaria della settima figlia. C’è qualcosa che non va in quella sfortunata coincidenza di un’ulteriore femmina che è definita coga, in sardo strega: come nei processi per stregoneria viene denunciata l’incomprensibilità di una soggettività imprevista che, proprio perché tale, non può essere perdonata.

Fidela insegna alla sorella Marianna come immergersi nella natura: un nuovo battesimo l’ha consegnata dalla morte sociale, come soppressione identitaria sensa il riconocimento dell’altro,alla vita in un’immagine preraffaelita che ricorda l’Ophelia di Millais.

Fidelia sa immergersi nella natura partecipando ad una cosmologia benevola e crudele a un tempo. La sua storia è forse un contrappasso necessario per la felicità della sorella Marianna, l’unico membro della famiglia d’origine che si prende cura di lei, ribellandosi al dettame familiare di ripudiare la coga e con essa l’impudicizia della libertà femminile. Si incaglia poi nell’impossibilità di vivere diversamente una maternità che non viene secondo natura, di sublimare, con il peso di un destino radioso disposto per lei come una gabbia.

L’erotizzazione della tristezza paralizza la sorella di Fidela così come il desiderio frustrato di ritorno alla madre di James, straniero che arriva sull’isola al seguito di Marianna dopo la sua esperienza in continente, e la natura sessuale del desiderio nostalgico diventa violenza sulla donna.

“Il titolo ‘La terra delle donne’ è un omaggio al potere ancestrale legato al mondo del femminino” afferma la regista, “da qui però scaturiscono altre riflessioni di tipo socio-culturale sulla definizione del ruolo della donna, tutt’oggi martoriato dalle aspettative degli altri, dalla misoginia e dalla violenza più o meno esplicita.

I destini di Fidela e di Bastiana si intrecciano  nei luoghi incantati di una Sardegna a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, in cui la sardità maturata di Sini esplode come una necessità geografica dello sguardo, con un’idea di stratificazione e di trasformazione di un’identità culturale ancorata nella geografia e costruita nella storia come insieme di contaminazioni e nuovi adattamenti.

Fidela dai lunghi capelli di medusa è narratrice della sua storiaa partire da una personale esperienza del mondo nel paese piccolo e infido che la circonda. Nel suo resoconto rapsodico e incantato di bambina di fronte agli eventi del quotidiano non è sostenuta da uno sguardo amorevole e adulto, non viene riconosciuta dalla madre né fotografata. Non esiste perchè non è percepita. La cifra del narrare è profondamente miscidiata di eventi plurali, religione e animismo, attesa messianica e apocalisse identitaria: il miracolo della nascita di Fidela come madre di Bastiana, come donna che può essere toccata, rispettata, amata accade come rigetto di un destino che la vuole coga-strega e niente altro. L’arrivo di contaminazioni nuove, il fotografo che cattura le immagini che rubano l’anima, il medico Mamoto che studia la longevità e la fecondità, meticciato a sua volta di scienza e medicina tradizionale, produce una stratificazione nuova: il linguaggio della pellicola così come la musica di Giampietro e Siciliano colgono il sedimento profondo di una situazione sociale che sembra chiusa e impenetrabile ma anche la sua natura contaminata e mutevole.

Come per Bonaria Urrai, l’accabadora, colei che finisce” e Maria, sua figlia adottiva o “Fill’e anima”, ovvero “Figlia dell’anima”, le due donne trovano fino ad un certo punto “un modo meno colpevole di essere madre e figlia” come scrive Michela Murgia ad un certo punto del suo romanzo.

Fidela come la papessa Giovanna (la versione della leggenda più latamente accettata colloca Giovanna a capo della Chiesa nel biennio 853-855 quando, in realtà, sul trono di Pietro sedeva Leone IV) si dedica all’apprendimento e agli altri, diventa madre, acuisce il timore della sovversione al femminile della societas christiana. A questo proposito, Franco Cardini osserva che“le streghe non hanno né scrittoio, né biblioteca, ma le loro conoscenze, come l’insegnamento a Roma di Giovanna dimostra, era diffuso mediante una tradizione verbale”. Bastiana, novella Giovanna d’Arco, figura storica stavolta ed eroina della riscossa francese durante l’ultimo periodo della Guerra dei Cent’Anni contro l’Inghilterra, agisce in campo laico, appropriandosi di prerogative esclusivamente maschili come indossare la corazza, imbracciare le armi proprio come Bastiana che indossa il pantalone per fotografare meglio.  

La terra delle donne racconta la capacità delle donne di spezzare la catena transgenerazionale dell’inquisizione e della punizione, di costruire un sapere connotato al femminile e messo a disposizione di tutte: ricordiamo la romana Finicella, bruciata sul rogo per aver aiutato molte sue contemporanee a interrompere gravidanze indesiderate.

Si tratta qui non di speculazioni teoriche ma di un saper faretramandato in maniera pressoché invisibile, non affidato alla tracciabilità della parola scritta: una pratica femminile considerata pericolosa e da perseguitare con ogni mezzo per la sete metaforica di sapere che alimenta e che insidia il monopolio maschile della cultura, non sempre al servizio dei bisognosi ma molto assai spesso forma di potere e negazione di confronto.

14 dicembre 2023, giorno dell’intitolazione della sala di lettura dell’Univesrità per Stranieri di Siena a Michela Murgia

Bibliografia

Cardini F. (1986), Magia, stregoneria, superstizioni, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1986,  59-60.

Le parole della regista Vallone sono tratte da un’intervista della Fondazione Sardegna Film Commission del 2023