Prescrizione Sociale: un corso di presentazione

La prescrizione sociale è un mezzo che, basandosi sulle prove scientifiche relative all’impatto dei fattori socioeconomici sulla salute e sull’ipotesi che affrontare i determinanti sociali sia cruciale per migliorare gli esiti di salute, permette ai professionisti sanitari di ricorrere a servizi e risorse non cliniche della comunità a vantaggio del ben-essere dei pazienti, riaffermando la centralità del modello biopsicosociale.

Benché sia un concetto relativamente nuovo nell’assistenza sanitaria perché richiede l’inclusione di partner della comunità locale esterni al settore sanitario, la prescrizione sociale è una pratica già in uso in diversi Paesi europei ed extraeuropei, in particolare nel Regno Unito dove a livello locale è una realtà ben consolidata.

Il 27 giugno, dalle ore 9.00 alle ore 13.00, si terrà nel Salone di Rappresentanza dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Alessandria un evento formativo dedicato al Social Prescribing accreditato ECM, organizzato in collaborazione con Cultural Welfare Center che ha curato la traduzione italiana.

Saranno presentate esperienze internazionali sull’argomento con gli interventi di Mary Lynch, (RN, PGCE, SFHEA, MSc, PhD Executive Vice Dean for Research in Faculty of Nursing & Midwifery, RCSI University of Medicine and Health Sciences, Dublin) e Alejandre Julze (Research Fellow in Public Engagement Behavioural Research Unit, University of Edinburgh)

A presentare il manuale OMS dedicato alla prescrizione sociale saranno presenti la ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità Ilaria Lega che ha curato la traduzione italiana insieme al CCW, rappresentato da Annalisa Cicerchia (da remoto) Ricercatrice senior all’Istituto nazionale di statistica che dirige presso l’Istat una linea di ricerca su “Nuove domande di benessere e salute post-Covid: la strategia del welfare culturale per il contrasto alle disuguaglianze”.

il programma completo qui: Social prescribing

 

Cosa significa lente pulicaria?

Un serie di strumenti di ingrandimento ottico: microscopi composti e cimiteri degli insetti

Non c’è dubbio che sin dall’antichità si era potuto osservare l’effeto di ingrandimento ottico determinato da schegge di cristallo trasparente, che, per caso, avessero sortito forma lenticolare ed è noto che sin dai primi anni del sec. XIV si iniziò la lavorazione di occhiali, la cui invenzione venne, per un certo tempo, attribuita ad un Salvino degli Armati, fiorentino, morto nel 1317, ma che oggi i vari Autori fanno risalire concordemente ai vetrai di Murano intorno al 1200.

La diffusione dell’uso degli occhiali, dopo la reinvenzione fattane dal domenicano Alessandro della Spina (morto nel 1313), nonché della loro fabbricazione, portò ai primi tentativi di osservazione attraverso lo strumento di ingrandimento ottico, attraverso il microscopio, come verrà denominato dai Lincei. 

Naturalmente in origine non si trattò di microscopi nel senso in cui noi intendiamo, bensì di pure e semplici lenti d’ingrandimento montate nelle più diverse maniere e con i più diversi accorgimenti, fra i quali il più diffuso e comune fu quello consistente in un tronco di cono trasparente sulla cui base minore era fissata la lente e la cui base maggiore, aperta, consentiva di sovrapporre lo strumento all’oggetto da osservare, mantenendo la lente alla giusta distanza focale. Questo apparecchio venne definito cimitero degli insetti, poiché, in generale, l’insetto sottoposto ad osservazione, dopo un certo tempo, moriva. Il numero di ingrandimenti che si poteva in tal modo ottenere non era certo molto alto, ma l’appassionata curiosità di quel tempo seppe scoprire i primi annunci del meraviglioso mondo delle macchinette di cui era composto il pur minutissimo corpo di un insetto, fosse pulce, mosca o ape.

E tale fu la divertita ed entusiastica ammirazione che l’ingrandimento ottico suscitò negli osservatori, che la lente d’ingrandimento prese il nome di microscopium pulicarium (lente pulicaria, ossia per osservare le pulci) o di microscopium muscarium (lente muscaria, ossia per osservare le mosche).

Ben presto, quindi, ci si rese conto di quali risultati si potessero conseguire adottando lo strumento di ingrandimento ottico per la rigorosa ricerca scientifica, ed i risultati di una simile adozione non tardarono a farsi sentire, sia perché tramite l’ingrandimento ottico si scoprirono cose mai prima osservate; sia anche, e soprattutto, perché le nuove scoperte aprivano davanti agli occhi dello scienziato problemi nuovi e prospettive sempre più rivoluzionarie.

Lo studio, infatti, della struttura di animali piccolissimi come gli insetti e la scoperta, in codesti minutissimi corpi, di apparecchiature perfettamente funzionali (come le unghie delle zampe delle mosche osservate da Galileo Galilei nel 1614), ossia di macchinette infinitamente piccole, ma funzionanti come meccanismi mirabili, da un lato confortarono ulteriormente le prospettive della scuola iatromeccanica; dall’altro indussero a supporre l’esistenza di macchinette ancora più piccole e favorirono il rinascere ed il progressivo rafforzarsi dell’atomismo, ossia della tendenza ad individuare la sede delle principali funzioni in strutture infinitamente piccole.

La nascita di queste nuove prospettive coincise con i sempre più accurati studi che i primi entusiasti applicatori dell’occhialino – come Galileo aveva definito l’apparecchio da lui inventato, ossia il microscopio- compirono sulle api.

LA CULTURA COME RISORSA PER LA SALUTE – SALUTE & CULTURA-L’ALTRA DIMENSIONE DELLA CURA

Il 4 e 5 giugno a Torino due eventi della rete Health Promoting Hospitals & Health Services sul ruolo delle arti nel migliorare la salute e il ben-essere

 La Rete Piemontese HPH – Health Promoting Hospitals & Health Services, con le Reti Italiane e Internazionali HPH, organizza per il 4 e il 5 giugno due inediti e importanti momenti di approfondimento sul ruolo della partecipazione e dell’espressione culturale per il ben-essere e la cura, acclarato da una mole crescente di evidenze scientifiche. In tale contesto verrà lanciata una task force internazionale Salute e Cultura promossa dalla Rete HPH nazionale.

Per martedì 4 giugno dalle 14 alle 19, nello Spazio BAC del Distretto Sociale Barolo, è in programma un workshop su invito, curato dalla Rete Piemontese HPH, indirizzato alle ASL e ASO che aderiscono alla Rete e alle aziende delle Reti Italiane. Uno spazio di confronto sulle pratiche in essere nella sanità che coniugano la Salute con gli strumenti e i linguaggi della Cultura. L’appuntamento si concluderà con “Arte Bella”, una performance teatrale sul ben-essere dei e delle curanti, fondamento della relazione di cura, di SCT – Social Community Theatre Centre.

Mercoledì 5 giugno, dalle 9 alle 17, nell’Aula Magna Cavallerizza Reale – Università di Torino, in via Verdi, 9, si terrà una giornata di studi con esperti nazionali e internazionali per dibattere e documentare l’impegno a ricercare nuovi percorsi per la salute delle persone, attraverso i linguaggi e le pratiche culturali, promuovere la ricerca, la valutazione e lo sviluppo delle competenze

Nella faculty sono presenti ENZO GROSSI, ANNALISA CICERCHIA, ILARIA LEGA, CHIARA BENEDETTO, CATTERINA SEIA, GIOVANNI CAPELLI, GIGLIANA MAINARDI, MONICA BONIFETTO, PATRIZIA LEMMA, ANTONELLA BENA, ILARIA SIMONELLI, ALESSANDRA D’ALFONSO, ELISABETTA CONFALON, AMELIA CECI, GIUSEPPINA VIOLA, ALDA COSOLA, CLAUDIO TORTONE, CRISTINA AGUZZOLI, SANDRA ALOIA, PIERLUIGI SACCO, KORNELIA KISS, OLIVER GRONE

L’evento del 5 giugno è aperto a tutte e tutti coloro che sono interessati al tema Salute e Cultura e sarà riconosciuto l’accreditamento ECM per le professioni sanitarie per chi partecipa in presenza.

Le iscrizioni sono aperte per tutti coloro che sono interessati, con iscrizione sulla piattaforma regionale https://www.formazionesanitapiemonte.it  

La rete HPH piemontese con questo convegno intende creare un’occasione di studio e confronto su una doppia sfida: riconsiderare la dimensione umana della relazione di cura attraverso l’approccio delle arti e della cultura, valorizzando le storie delle persone, le loro risorse e potenzialità nella cura nel promuovere la promozione della salute attraverso le arti.

LIMENAR: il 24 maggio a Roma la conferenza di presentazione

La Conferenza finale del progetto LIMeNar, che include la premiazione del LIMeNar Award, avrà luogo venerdì 24 maggio 2024, dalle ore 10 alle ore 13:30 all’Istituto Superiore di Sanità (Viale Regina Elena, 299, Roma).

Obiettivo dell’appuntamento che si svolgerà il 24 maggio è la disseminazione dei risultati del progetto di ricerca LIMeNar, che include il LIMeNar Award e promuovere la conoscenza della medicina narrativa.

Come si legge sulla pagina dedicata di ISS, l’evento è esclusivamente in presenza, la partecipazione è gratuita, ma i posti sono limitati e per iscriversi, è necessario compilare entro il 21/05/24 il modulo di iscrizione. Responsabili Scientifici della giornata sono Amalia Egle Gentile, Centro Nazionale Malattie Rare, Istituto Superiore di Sanità, Roma e Stefania Polvani, Società Italiana di Medicina Narrativa, Arezzo, mentre la Segreteria scientifica vede come protagoniste Cristina Cenci, Società Italiana di Medicina Narrativa, Roma e Agata Polizzi, Università degli Studi di Catania, Roma.

Da oltre quindici anni l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), con il Centro Nazionale Malattie Rare (CNMR), si impegna a promuovere in sanità l’uso della medicina narrativa, in particolare nell’ambito di patologie complesse come le malattie rare (Gentile et al., 2009, 2015; Luzi et al., 2013; De Santis et al. 2015).
La medicina narrativa può essere uno strumento utile in quanto offre l’opportunità di pensare e affrontare le malattie non esclusivamente in termini di “disease” (ovvero come conoscenze cliniche del professionista sulla malattia), ma anche come “illness” (vissuto soggettivo del paziente sulla malattia) e “sickness” (percezione sociale della malattia) ed è attuale l’interesse della comunità scientifica perla medicina narrativa [Launer, Wohlmann, 2023].

https://www.iss.it/documents/20126/0/Report+KoM_Progetto+LIMeNar_28.11.23.pdf/e609c47f-12a1-0382-2507-809a09e5bad5?t=1701185293775
clicca sull’immagine per la sintesi della presentazione del progetto

A distanza di nove anni dalla pubblicazione delle Linee di Indirizzo sulla medicina narrativa, l’Istituto Superiore di Sanità ha condotto in collaborazione con la Società Italiana di Medicina Narrativa (SIMeN)
il progetto di ricerca LIMeNar – Uso e contesti applicativi delle Linee di Indirizzo per l’utilizzo della Medicina Narrativa in ambito clinico-assistenziale e associativo per valutarne l’uso e i contesti applicativi, alla luce della trasformazione digitale e alla crescente rilevanza dell’utilizzo dei linguaggi artistici nell’ambito della salute, focalizzando l’attenzione sia sugli aspetti scientifici sia su quelli comunicativi, in continuità con quanto realizzato per le Linee di Indirizzo.

Il programma, disponibile a questo link, raccoglie l’elenco dei soggetti che hanno aderito in qualità di Associated Partners e di Collaborating Partners.

Per coloro che non potranno recarsi a Roma in presenza, si segnala che l’evento sarà audio/videoregistrata per realizzarne un video da diffondere successivamente tramite i canali web ISS.

Altro nulla da segnalare

Anna Pacchioni, Patrizia Santinon

Avvertenza: il virgolettato corsivo è utilizzato nelle citazioni del testo da cui partono le nostre riflessioni

Il 13 maggio 1978 entrava in vigore la Legge Basaglia: ha i miei stessi anni e l’incontro con i Matti da slegare, film documentario del 1975 di Bellocchio, Agosti, Rulli e Petraglia, e L’istituzione negata ha profondamente segnato lo sguardo della nostra generazione sull’altro e anche una decisa assunzione di responsabilità individuale e sociale.

Mi torna in mano un libro dell’aprile 2022, Altro nulla da segnalare, di Francesca Valente, testo che ha vinto all’unanimità il Premio Italo Calvino 2021, “un testo corale che incrocia storie di pazienti, psichiatri, infermieri di uno dei primi reparti aperti di un grande ospedale italiano” come si legge in copertina.

“Altro nulla da segnalare” è una nota che ricorre nei “rapportini” che gli infermieri del SPDC dell’Ospedale Mauriziano di Torino compilavano a fine turno perché tutti “fossero a conoscenza di tutti gli accadimenti e le preoccupazioni che riempivano quelle stanze”. Luciano Sorrentino, psichiatra che abbracciò Psichiatria Democratica fino ad entrare nel Direttivo Nazionale, vi lavorò dal 1980 al 1984 per poi spostarsi al centro di salute Mentale di Via Monti. E’ nella sede del Lungo Dora Savona che lo conobbi, richiedente asilo nel suo Dipartimento di Salute Mentale Franco Basaglia per completare un dottorato sul rapporto tra relazioni intergenerazionali, pratiche transnazionali e costruzioni identitarie di adolescenti e giovani adulti in situazione transculturale.  D’altra parte lui, migrante a sua volta di terza generazione in Italia, dal sud al nord, e di seconda generazione in USA, da Torino al New Jersey, non poteva che accogliere questa domanda con curiosità e apertura.

Sorrentino conservò per trentanni quei quaderni con i rapportini, delizioso diminutivo come quello che ingentiliva il SPDC con il nome di repartino, ben consapevole del fatto che non avrebbero avuto altra destinazione alternativa al macero: “dentro quelle pagine c’erano un sacco di storie che aveva conosciuto e un mucchio di storie che ancora gli giravano nella testa. Persone e storie come fantasmi che gli facevano compagnia”. Fu possibile riaprirli solo in presenza di un altro, sufficientemente generoso e distante da quelle storie per poterle ascoltare.

Solo qualche mese fa nel contesto del master CCW sul welfare culturale ho conosciuto Pino Fiumanò, infermiere dell’A.O. Ordine Mauriziano dal 1987 il cui ruolo di manutentore del gruppo negli anni è stato riconosciuto proprio da una delibera aziendale: un infermiere dunque che facendo tutt’altro, dalla rianimazione al teatro sociale e di comunità, esprime perfettamente ciò che oggi noi decidiamo sia cura e cultura.

Fiumanò ci mostrava il Giardino parlante del Mauriziano con l’albero di ulivo piantato nel periodo pandemico del 2020,“un albero del quale prenderci cura tutti insieme (perchè) noi siamo la terra che abitiamo, siamo gli altri con i quali la condividiamo”, come si legge nel Manifesto del gruppo “salutearte”. Qui, nel repartino abbandonato da Sorrentino nel 1984 perché gli sembrava tradita la sua visione della salute mentale, chiuso dal marzo 2020 nel corso del COVID e mai più riaperto, è passato Carlo Colnaghi nel modo che all’epoca era consentito agli ospiti. Potevano i pazienti entrare ed uscirvi allenando, una volta dimessi dall’Ospedale psichiatrico, la capacità di stare fuori, con qualche ricaduta, stortura e patimento. Qualche volta con successo.

Così si legge in uno dei rapportini: “Questa sera il signor Pautasso che utilizza il Repartino a suo piacimento come albergo diurno o notturno ha coinvolto tutto il reparto in scene di violenza sino a dover chiamare il 113”.

Carlo Colnaghi, un tempo attore al Piccolo di Milano poi perdutosi nella nebbia della malattia, arriva alla porta dello studio di Daniele Segre, regista alessandrino, non perché lo manda lo psichiatra ma perché ci vuol finire lui. Segre accetta di lavorare con Carlo, anzi è costretto a farlo perché quell’uomo è “un precipitato nella sua testa, gli ronza intorno per settimane”. Daniele accetta di costruire qualcosa con quel “ours mal léché, un orso leccato male, misantropo e maleducato”. Così Sorrentino parlava di Carlo ai colleghi, cercando di interrogare quel loro fastidio per il paziente, per rivelarne il violento controtrasfert, un preciso affondo per  un basagliano puro. Il film Manila Paloma Blanca è nato da un soggetto scritto a due mani, da Daniele Segre e Carlo Colnaghi, in seguito al loro primo incontro avvenuto nel 1983: un lavoro abbastanza lungo, come un’analisi, visto che il film è stato girato solo nel 1992.

Carlo e Luciano, il suo psichiatra, l’hanno presentato a Venezia e poi a New York, insieme. Di questo resta testimonianza in una foto (e questo libro è pieno di foto che sono citate e non si vedono, come un adattamento a questi tempi di moltiplicazione ed eccesso del patrimonio iconografico in cui verrebbe da chiedersi se l’immenso lavoro di Berengo Gardin avrebbe avuto oggi lo stesso effetto di allora, di denuncia e produzione di scandalo).

Luciano aveva criticato l’organizzazione dei servizi di salute mentale nel New Jersey dove si era trasferito insieme ai genitori e aveva pensato di togliersi dalla lordura di una guerra inutile in Vietnam iscrivendosi a Medicina. Lo ha fatto in Italia, a Torino, città di migrazione dei suoi nonni dove il primo nucleo, la casa del ritorno, era nella periferia oggi cuore della movida torinese, “Porta Palazzo, tenuto come una reliquia impolverata, umile e verde come Itaca”.

La foto del 1993 di cui l’autrice ci parla senza mostrarcela, l’anno di Paloma Blanca a New York, “immortala due uomini che hanno condiviso un lungo periodo e un progetto, e li rende più simili e vicini di quanto si possa immaginare di un dottore e il suo paziente. Forse, di un dottore e i suoi pazienti, tutti, dal primo all’ultimo”.

I medici del manicomiaccio, quelli vecchia maniera prima di Paolo Henry a Torino e di Franco Basaglia a Gorizia, ancora negli anni sessanta entravano in scena-dell’Ospedale Psichiatrico-come in una lezione di Kraepelin sub specie theatri, inconsapevolmente imprigionati in una parte specifica dello spettacolo offerto dalle loro visite-prestazioni-performance. La loro parte fissa era quella del medico, sfuggiva loro del tutto quella di narratore complessivo della scena in cui erano coinvolti (l’attore deve anche vedersi per cogliere la sua interazione con gli altri). La follia è per definizione il fuori posto, l’esperienza spostata: essa è fuori, oltre, diversa, aliena (outré, rende il concetto di eccedere fuori, trasgressivo e perturbante). Freud ha dimostrato i limiti della narrazione biografica della clinica psichiatrica e l’insufficienza intrinseca dell’anamnesi tradizionale e dell’apparato osservativo  e diagnostico che le corrisponde. Non ci si può fermare all’apparenza clinica quale si può determinare con un esame di superficie mediante gli strumenti semeiologici tradizionali. Oggi questo è ancor più vero.

In questa prospettiva i sintomi non hanno alcun carattere essenziale, non possono essere a rigore mostrati in modo ostensivo a terzi, ad esempio agli studenti di psichiatria nel corso di una lezione senza modificare il quadro stesso dell’osservazione, il campo relazionale implicato.

Così con lo stesso metodo ostensivo il 7 novembre 1954 il signor Borgese, personaggio citato nel libro di Francesca Valente, poteva condurre la moglie in via Carlo Ignazio Giulio, presso l’Ospedale dei Pazzerelli perché Libera era stata spesso “ghermita dalla malinconia per la vita casalinga che conduceva e che non sembrava darle gioia”.

Dallo stato di agitazione in via Cernaia dove in sottoveste aveva “infastidito diversi uomini esibendosi in un atteggiamento erotico” era passata al ricovero in camicia in Via Giulio e poi a Collegno. Aveva fatto seguito una lobotomia transorbitale, il transito nel 1980 nel repartino del Mauriziano, poi Villa Rosa a Grugliasco e nel 1985 la comunità il Fiordaliso.

I luoghi di cui parliamo sono diventati altro nel tempo, e la loro trasformazione segna il passaggio dal manicomio come hortus conclusus, contrapposto allo spazio della cultura, a luoghi in cui si produce anche con l’arte benessere: via Giulio si riaccende di musica nella porzione che è un Arci, la Cricca. Poco distante c’è lo studio di un analista che, non so se è riuscito a farlo e se si può fare con una valutazione puntuale come quella che determinava l’ingresso in manicomio, avrebbe dovuto decifrare la mia sofferenza perché potessi diventare analista a mia volta.

Fare i compiti con la follia non è solo un compito dello psichiatra ma una questione che investe il gruppo umano in generale.

Come Basaglia dichiarò a Bruno Orsini, che gli indicava la difficoltà a realizzare certe idee: “solo una società più giusta garantirà una psichiatria più giusta”.

Priorità assoluta al problema del potere, dunque alla distruzione del potere psichiatrico e rovesciamento della posizione usuale del clinico come esponente ipersicuro della norma, solidale con il sistema dei poteri costituiti.

Cos’è la Psichiatria?, parafrasi di “Cos’è la letteratura?” di Sartre, comparve nel 1967 con copertina di Hugo Pratt e prefazione del ministro socialista Mariotti, che l’anno prima aveva definito “lager nazisti e bolge dantesche” i manicomi.

In quel testo c’è la fenomenologia, cara a Ennio Piantato, ma anche un riconoscimento del ruolo della comunità terapeutica e del pensiero psicoanalitico.

Mi sembra che il detrimento dei servizi di salute mentale abbia anticipato di un decennio almeno la sorte degli altri servizi che su quel modello straordinario si erano strutturati, per oscena scarsità di risorse, per disattenzione politica e amministrativa, ma anche per il prevalere di nuove istanze oggettualizzanti e istituzionalizzanti.  Alcune conquiste si sono rivelate illusioni, in specie l’idea di liberare completamente la cura dalla contaminazione con l’antico mandato di protezione sociale che è perfettamente rappresentato dalla porta chiusa dei reparti.

Nel libro emerge anche il tradimento originario insito nella 180 che si consumò nel giugno 1999 con la chiusura definitiva degli ex OP di Collegno e Grugliasco, ove ancora risiedevano 524 pazienti: “Non si era tenuto conto di un concetto chiave, cioè della libertà di scelta del paziente. Quello che si verificò allora  nel 1999 fu il tradimento di una promessa: un patto tra medici, assistenti e pazienti per il quale il luogo in cui gli ex internati avevano scelto di vivere dopo un lungo e faticoso lavoro di restituzione e di riacquisizione di fiducia in se stessi sarebbe stato la loro casa per sempre: da lì non se ne sarebbero mai andati. La dottoressa Bianca ricorda quell’evento come una deportazione”.

E delle donne di cui l’autrice racconta smarrimento e disperazione, scrive che “non avevano immaginato neanche per un secondo che a distanza di decine di anni dalla prima volta potesse verificarsi una nuova sparizione della casa, una sottrazione che avrebbe segnato l’ennesima interruzione dell’esistenza, relegando la manciata di anni trascorsi in comunità nello stesso quadro nebbioso di ciò che era stato prima dell’internamento”.

Una piccola storia alessandrina mi appare riprendendo in mano il libro di Luciano, di Tornior, “un camminatore, un contadino, un cacciatore”, infermiere che lasciò il repartino nel 1984 insieme a Sorrentino per l’avventura costitutiva del CSM di Via Monti, dei tanti uomini e donne che hanno attraversato i diversi muri che hanno preso forma nella storia con le loro storie coraggiose.

Mirna, qualche anno prima di essere ricoverata nel repartino aveva ricevuto “una lettera di una donna di Alessandria, per lei una sconosciuta, che includeva una fotografia di suo padre. Diceva di essere una professoressa e di essere entrata in possesso di documenti e materiale fotografico che stava usando per una ricerca su Alessandria negli anni dopo la guerra”.

La mamma di Mirna aveva lavorato come infermiera al Teresio Borsalino “una struttura circondata da un grande parco verso Valmadonna e l’aveva incontrato lì il suo futuro marito Giuseppe che andò alla guerra. L’ospedale era un sanatorio. Come potesse essere un posto per asmatici o tubercolotici non si capisce, trovandosi ad appena un tratto di parco dal Tanaro. Giuseppe andava a tagliare il prato e taglia l’erba una volta, taglia l’erba due volte, mise incinta Lea”.

Giuseppe che aveva aiutato i partigiani ospitandoli nell’osteria di proprietà in Santa Maria di Castello, finì riempito di botte e calci e trascinato “dall’altra parte del fiume, dove c’era una struttura in cui i partigiani rinchiudevano i sospetti traditori. Nel tempo trascorso in quella prigione Giuseppe ebbe modo di innamorasi di una collaborazionista, una carogna, l’opinione che Mirna ebbe di lei. Da bambina la detestò, da grande la definì”. E Mirna bambina ha vissuto con una matrigna, donna di una stolta ferocia, autrice di piccole cattiverie che la divertivano, “come mangiare ridacchiando davanti a lei l’ultima fetta biscottata rimasta”.

Ecco che in queste settimane abbiamo ripreso ad abitare il giardino: nel giorno di Fili rossi per la pace alla fine del settembre 2023 i pazienti guardavano la performance di Brera consumarsi dalle stanze del repartino. Oggi il filo rosso s’intreccia, si snoda e s’inguaia come fu prima del covid portandoci e portandoli fuori e dentro.

Sono entrata un giorno mentre i colleghi erano fuori in coppie miste di due, pazienti e operatori: siamo spesso roboanti nel portare fuori il disagio nostro e dei nostri pazienti, non siamo né sobri né silenziosi. Pensiamo che uscire fuori sia un modo di combattere la rassegnazione indolente cui ci eravamo abitutati, comodamente indovati nella nostra lamentazione per i ricoveri lunghi come internamenti col vuoto intorno, per le evacuzioni all’interno del reparto chiuso che rispondono ancora a logiche di esclusione. Pensiamo come Luciano di dover uscire (dal repartino) in tutti i modi che conosciamo per farlo. Tra questi luoghi che immaginiamo e il fuori si disegna una soglia che definisce lo spazio dell’incontro, dell’ascolto, dell’aiuto, della terapia che contrasta il rischio della sottomissione e dell’assoggettamento implicito quando c’è la malattia, la fragilità, il bisogno.

Riporto una ultima nota dei rapportini del 29-5-1980:

“La signora Agosta veniva subito riaccompagnata in reparto dalla proprietaria (della pensione ove era ospitata) dopo averla prima però portata a votare nella scuola dove ha la residenza, in San Donato: per fortuna dice di aver votato PCI.

Altro nulla da segnalare”.